La lettura – 1 ° Annata 1901 – Rivista Mensile del Corriere della Sera – Notte Insonne – Luigi Pirandello

LA LETTURA 1901 – 1° ANNO

Numeri dall'Aprile 1901 al Dicembre 1901

NOTTE INSONNE

I.

Io mi sento guardato da le stelle

e questa notte non posso dormire.

Mi par che qualche cosa esse, sorelle

maggiori, a questa Terra voglian dire

O sorgive di luci, la parola,

la parola tremenda del mistero

ditela a una vegliante anima sola

perduta in mezzo al vostro cielo nero.

II.

So che avrei di ciò ch’è in terra solo

occupar la mia mente e i desir miei;

ma tu più forte d’ogni intento sei,

ciel che l’anima mia rapisci a volo.

Tutte  le fonti della vita insieme

non avran mai potere di saziare

l’ardentissima sete, e sempre amare

avrò le labbra e vigile la speme,

ben che ognora delusa. O di basalto

funebre cielo, invano ti martella

il mio pensiero; invano si ribella

in terra, invano si rifugia in alto.

E l’antica paura, è l’appassito

istinto della fede, e questa nuova

smania, alla quale nessun tetto giova,

che mi spinge a cercar nell’infinito?

Io di qua giù, di questa terra breve,

di cui ben sento la viltà dinnanti

a te, che cerco? – Un suon di chiari canti

dal buio vien della vicina pieve.

Si prega lì, si prega per la vita

e per la morte: ardon votivi ceri

su un altar ben parato e gl’incensieri

fuman sotto un’immagine scolpita.

A chi menti la vita,  a chi la terra

non concessa una sola primavera,

a chi riposo non recò la sera,

ma il tempo, senza tregua, o insidie o guerra,

tu solamente, o ignoto ciel, rimani;

e a te su i sassi della terra infida

ogni dolore s’inginocchia e grida:

lacriman gli occhi e treman le mani.

III.

Alla porta del sogno in cui, riparo

a gli amor miei cercando, mi son chiuso,

siccome in un castello aurato e chiaro

qual le fate inalzarne avevano in uso,

batton le cure pallide,  impedite

le membra da un intrico di catene

“Il mondo ti reclama: apri. L’immite

ora ti vieta un solitario bene..;

batton, pregando esaudimento, i brevi

desideri, e tentandomi: E’ qua giù

la tua radice: se per lei non bevi,

cadrà la cima ove t’annidi tu,,;

e batton i bisogni, delle cure

ancor più schiavi: “Apri: sfuggir non puoi

al comun fato. Giù, folle, tu pure,

la tua catena a trascinar fra noi,,.

IV.

Le leggi a un palmo qui dal fango stanno:

corde livellatrici, a cui chi striscia

sfugge sotto e da cui chi non è biscia

ha d’inutili ceppi iroso affanno.

E neppur un capel torcono ai nani.

Il nano passa lieto: dalla rete

nelle sue voglie sobrie, discrete,

si tien protetto e si frega le mani.

Or  se con strappo di possente pieae

non ti sgombri il cammino alla più lesta,

o tu ti pieghi o mozza avrai la testa:

altrimenti qua giù non si procede.

Non tollerano ponti solo i mari;

su l’alpe eccelsa non s’erigon case,

o dalle nevi seppellite o rase

sono dalle tempeste aquilonari.

V.

L’anima or segue nella notte il fiume

che dal grembo di Roma già silente,

siccome enorme placido serpente,

svolgesi dalla Luna al freddo lume.

Chiama da lungi con assidua voce

il tenebroso palpitante mare;

l’anima pensa al vano suo passare,

s’affretta il fiume alla solvente foce.

LUIGI PIRANDELLO

Luigi Pirandello – La Lettura Novembre 1901
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