Hofmannsthal – IL LIBRO DEGLI AMICI Morike – TRE NOVELLE


 IL LIBRO DEGLI AMICI – TRE NOVELLE

La verità è il tono di un incontro

IL LIBRO DEGLI AMICI

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HOFMANNSTHAL “Il libro degli amici” Collana Cederna, Vallecchi 1° Edizione

www.simonarinaldi.net

Tre Novelle, Morike

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Cristina Campo pdf

Mario Luzi, “Viaggio d’Addio” da Trame, Rizzoli, Milano 1982


Mario Luzi, “Viaggio d’Addio” da Trame, Rizzoli, Milano 1982

Né al passato, né all’avvenire. A noi due come siamo.”

http://www.raiscuola.rai.it/embed/mario-luzi-si-racconta/6338/default.aspx

LA CARNE, LA MORTE E IL DIAVOLO


  di Mario Praz

«L’epiteto romantico e l’antitesi classico-romantico sono approssimazioni da lungo tempo entrate nell’uso. Il filosofo le mette solennemente alla porta esorcizzandole con logica che non erra, ed esse rientrano chete chete per la finestra, e son sempre lì tra i piedi, elusive, assillanti, indispensabili.» Comincia così la monografia comparatistica di Praz, e subito segue l’osservazione che critica letteraria presuppone storia della cultura: «storia della cultura d’un ambiente e storia della cultura d’un individuo».

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DAL MIO TUMBRL:

“Quando entra in scena egli appare come un uomo d’ignota origine, ma sospettato di alti natali e di decaduta fortuna. Severa riservatezza, impenetrabile silenzio, amor della solitudine e frequenti penitenze erano interpretati da alcuni come l’effetto di sventure che affliggevano uno spirito altero e disordinato, da altri come la conseguenza di qualche orribile delitto che riempiva di rimorso una coscienza turbata.” Che passaggio di un incanto sublime, uno specchio, per me…@simonarinaldi-tarabaralla

ANNA MARIA ORTESE – L’ALBERO


ANNA MARIA ORTESE – L’ALBERO

[…] “Spariti” era la parola che fissavo più di ogni altra, abbagliata. Essa svegliava degli echi e dei sospetti così profondi nel mio cuore, che un vero terrore succhiò il caldo della mia fronte, e per un attimo, l’immobilità stessa e io ci abbracciammo. Anna Maria Ortese, da “I giorni del cielo”, Mondadori, Milano 1958

@kolonistuga

Anna Maria Ortese, collezione Simona Rinaldi

Collezione Personale

Andrej Voznesenskij, Scrivo come amo, Le Comete, 1962 – Collezionismo Cartaceo


Scrivo come amo

Feltrinelli Le Comete,

 

Andrej Voznesenskij 1°ED.
Scrivo come amo

1° Edizione, 1962

“Abbiamo sempre vissuto in cubi di mattoni, quattro pareti un soffitto un pavimento. Ma ora abbiamo scoperto che l’uomo non è fatto per stare dentro una scatola, lo spazio in cui vive deve adattarsi alla sua vita.”

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1° Edizione acquistata alla Libreria Nanni di Bologna

Vedi alcuni link:

http://www.girodivite.it/La-poesia-della-settimana-Andrej.html

http://cantosirene.blogspot.it/2010/06/orlovsky-e-voznesenskij.html

Collezione Personale

UNAMUNO – La sfinge senza Edipo – EDIZIONI CORBACCIO 1925


LA SFINGE SENZA EDIPO

1° Edizione numerata

MIGUEL DE UNAMUNO – LA SFINGE SENZA EDIPO.  PRIMA TRADUZIONE ITALIANA DI PIERO PILLEPICH, PREFAZIONE DI ADRIANO TILGHER.  EDIZIONI CORBACCIO 1925, MA FINITO DI STAMPARE 15 DICEMBRE 1924 IN 2200 ESEMPLARI, QUESTO NUMERO 1071.  BROSSURA, PAGINE 240.

Jean-Auguste-Dominique Ingres

1825 - Museo del Louvre - Parigi

Gustave Moreau

Gustave Moreau
Edipo e la Sfinge (1864) Metropolitan Museum of Art

L’Arte o la sfinge o le carezze

Libro: La busta arancione – Mario Soldati


“Tu, di fronte a me, sei uno zero!”


La busta arancione – Mario Soldati
Arnoldo Mondadori Editore
1° Edizione 1966
“Voleva spiare sul mio volto le tracce, o leggere nel mio sguardo la confessione, dei peccati da me commessi e che tanto la facevano soffrire: in realtà, credeva che la facessero soffrire come peccati, era come tradimenti che la facevano soffrire. E non tanto la prontezza del gesto con cui aveva strappato il foulard, quanto la strenua persistenza di questa volontà d’indagare gelosa mi rassicurava che non fossimo affatto alla fine.”
pagg.177\178
“Salvo la permanente sempre in ordine, un po’ di rossetto, e qualche camicetta di seta, Pierina
era identica all’anno prima: ma per me adesso, era come una divinità che veneravo segretamente.
Non passavo mai davanti al terrazzino senza che mi battesse il cuore. Coglievo ogni pretesto,
uscivo varie volte al giorno, per poterla vedere, per salutarla, perché lei rispondesse al mio saluto:
ma non osavo salutarla sempre, e cioè a troppo breve distanza di un tempo una volta dall’altra:
e così mi capitava di contentarmi di passare sotto il terrazzino e di levare lo sguardo quanto bastava
per vedere le sue gambe, che erano grosse ma fatte benissimo:
con i polpacci potenti, e le caviglie sottili. Quelle gambe, intraviste tra le foglie del glicine,
e sempre, nonostante il calore estivo, ben inguainate e ben modellate dalla seta delle calze,
con le scarpette nere, lucide, dal tacco a punta, restano ancora tra le memorie più care
e più disperate della mia vita.
Perché ho scritto “disperate”? Dio solo sa se, più tardi, e specialmente dopo la morte di mia 
madre, mi sono rifatto! Ma no, non so… Sento vagamente che quella visione era colma di 
una voluttà misteriosa e suprema, piena di un desiderio che, forse, negli anni successivi, non ho
provato, mai più. con tanta violenza. E la ragione potrebbe essere questa: 
che dopo di allora. forse, non mi sono sentito, mai più, così lontano
dalla possibilità di una soddisfazione!
Desiderare e sapere positivamente che il desiderio non sarà esaudito:
era la crudeltà stessa di questa contraddizione a trasformare le gambe di Pierina
in qualche cosa di sublime: un immagine, per me, al tempo stesso naturalissima e 
sovrannaturale.”
pagg.48\49
“…è come se io non esistessi…!”



Léon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926


Lettere alla fidanzata

Leon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926
D.o – C.p.
Traduzione di Ferruccio Rubbiani
[…]”Questa traduzione delle sue lettere amorose, a pochi anni dalla loro pubblicazione in Francia,
è anche la prima traduzione italiana di un’opera di lui.” […]

Pag.71 Parigi, 21 Novembre 1889
Mia Jeanne amata,

[…] Ti ho ho detto l’altro giorno uno dei miei segreti più dolorosi. Tu l’hai accettato generosamente.
Ma ho paura che questa generosità non sia l’effetto di una eccessiva innocenza. Sono triste naturalmente
così come si è piccoli o come si è biondi. Sono nato triste, profondamente, orribilmente triste
e sono posseduto dal più violento desiderio della gioia soltanto in virtù della legge misteriosa che attira i contrari. Se tu diventerai mia moglie dovrai curare un malato. Mi vedrai passare, qualche volta all’improvviso,
senza causa evidente e senza transizione, dalla più viva allegria alla più tetra melanconia.
Ma ecco una cosa ben strana e che non pretendo di spiegare. Malgrado l’attrazione potente
esercitata su di me dall’idea vaga della felicità, la mia natura, più forte ancora, mi spinge
verso il dolore, verso la tristezza, forse verso la disperazione.
Mi ricordo che da bambino ho rifiutato spesso con indignazione, con rivolta, di prendere parte
a giuochi ed a divertimenti la sola idea dei quali m’inebriava di gioia, perché trovavo più nobile soffrire e far soffrire me stesso rinunciandovi. Nota bene, amica mia, che questo avveniva al di fuori di ogni calcolo,
di ogni concetto religioso. Soltanto la mia natura agiva oscuramente. Amavo istintivamente il dolore, volevo essere sventurato. Questa sola parola: mi entusiasmava. Credo di aver ereditato da mia madre, l’anima spagnola della quale era ad un tempo così ardente e così tetra, e la principale attrattiva del cristianesimo è stata per me l’immensità dei dolori del Cristo, il grandioso, trascendentale orrore della sua Passione. Il sogno inaudito di quell’innamorata di Dio che domandava un paradiso di torture, che voleva soffrire eternamente per Gesù Cristo e che concepiva così la beatitudine, mi sembrava allora e mi sembra oggi ancora la più sublime di tutte le idee umane. Ho scritto tutto questo nel Désespéré ai capitoli X, XII e XIII.
E’ evidente che un povero essere umano fatto in questo modo doveva essere il più gran nemico di sé stesso e il suo primo carnefice. Quando sono diventato un uomo ho crudelmente mantenute le promesse della mia
infanzia pietosa e la maggior parte dei dolori veramente orribili che ho sopportati sono stati certamente opera mia, sono stati decretati da me contro me stesso con ferocia selvaggia. […]
Léon Bloy
Léon Bloy – Lettere alla fidanzata – A.F. Formiggini Editore Roma – 1926
Link su Bloy:
LO SPECCHIO DEGLI ENIGMI
pagg. 129\133
Jorge Luis Borges Altre Inquisizioni Adelphi 
Il pensiero che la Sacra Scrittura abbia (oltre al suo valore letterale) un valore simbolico non è irrazionale ed è antico; si trova in Filone di Alessandria, nei cabalisti, in Swedenborg. Siccome i fatti narrati dalla scrittura sono veri (Dio è la verità, la verità non può mentire, eccetera), dobbiamo ammettere che gli uomini, nel compierli, rappresentano ciecamente un dramma segreto, determinato e premeditato da Dio. Di qui a pensare che la storia dell’universo – e in essa le nostre vite e la più tenue circostanza delle nostre vite – abbia un valore incongetturabile, simbolico, non c’è un tratto infinito. Molti devono averlo percorso; nessuno così mirabilmente come Léon Bloy. […]
Un versetto di San Paolo (1 Cor, 13,12) ispirò Léon Bloy.
“Videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte: tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum”. Torres Amat miserevolmente traduce: “Al presente non vediamo Dio se non come uno specchio, e sotto immagini oscure: ma allora lo vedremo faccia a faccia. Io non lo conosco ora se non imperfettamente: ma allora lo conoscerò con una visione chiara, al modo che sono conosciuto”.
Quarantatré voci fanno l’ufficio di ventidue; impossibile essere più verbosi e più fiacchi.
Cipriano de Valera è più fedele: “Ora vediamo attraverso uno specchio, nell’oscurità; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte; ma allora conoscerò come sono conosciuto.”
Torres Amat ritiene che il versetto si riferisca alla nostra visione della divinità; Cipriano de Valera (e Léon Bloy) alla nostra visione generale. A quanto ne so, Bloy non dette alla sua congettura una forma definitiva.
Sparse per la sua opera frammentaria (nella quale abbondano, come tutti sanno, la lagnanza e l’ingiuria), ci sono versioni o facce distinte. Eccone alcune, che ho tratto dalle pagine clamorose di Le mendiant ingrat, di Le vieux de la Montagne e di L’invendable. Non credo di averle esaurite: spero che qualche specialista in Léon Bloy (io non sono tale) le completi e le rettifichi.
[…] La sesta è del 1912. In ciascuna delle pagine di L’Ame de Napoléon, libro il cui proposito è decifrare il simbolo di Napoleone, considerato come precursore di un altro eroe – uomo e simbolico anche lui – che sta nascosto nel futuro. Basterà citare due passi. Uno: “Ogni uomo è sulla terra per simboleggiare qualcosa che ignora e per realizzare una particella, o una montagna, dei materiali invisibili che serviranno per edificare la Città di Dio.” L’altro: “Non c’è sulla terra essere umano capace di affermare chi egli sia, con certezza.
Nessuno sa che cosa è venuto a fare in questo mondo, a che cosa corrispondono i suoi atti, i suoi sentimenti, le sue idee, né qual è il suo nome vero, il suo imperituro Nome del registro della Luce…La storia è un immenso testo liturgico nel quale le iota e i punti non valgono meno dei versetti o dei capitoli interi, ma l’importanza degli uni e degli altri è indeterminabile e sta profondamente nascosta.”
[…] Bloy (ripeto) non fece altro che applicare alla Creazione intera il metodo che i cabalisti ebrei applicarono alla scrittura. Questi pensarono che un opera dettata dallo Spirito Santo fosse un testo assoluto: vale a dire un testo dove la collaborazione del caso è riducibile a zero. Questa premessa portentosa di un libro impenetrabile alla contingenza, di un libro che è un meccanismo di propositi infiniti, li spinse a permutare
le parole della Scrittura, a sommare il valore numerico delle lettere, a valutare la loro forma, a prestare attenzione alle minuscole e alle maiuscole, a ricercare acrostici e anagrammi e ad altri rigori esegetici dei quali non è difficile farsi burla. La loro difesa è che nulla può essere contingente nell’opera di una intelligenza infinita.*  Léon Bloy postula questo carattere geroglifico – questo carattere di scrittura divina, di crittografia degli angeli – in tutti gli istanti e in tutti gli esseri del mondo. Il superstizioso crede di penetrare tale scrittura organica: tredici commensali articolano il simbolo della morte; un opale giallo, quello della disgrazia…
E’ dubbio che il mondo abbia un senso; è ancora più dubbio che abbia un duplice e un triplice senso, osserverà l’incredulo. Io credo che sia così; ma credo che il mondo geroglifico postulato da Bloy sia quello che meglio conviene alla dignità del Dio intellettuale dei teologi.
“Nessuno uomo sa chi è” affermò Léon Bloy. Nessuno come lui potrebbe illustrare questa ignoranza intima.
Si credeva un cattolico rigoroso e fu un continuatore dei cabalisti, un fratello segreto di Swedenborg e di Blake: eresiarchi.
*Che cos’è un intelligenza infinita? domanderà forse il lettore. Non c’è teologo che non la definisca; io preferisco un esempio. I passi che muove un uomo, dal giorno della sua nascita a quello della sua morte, disegnano nel tempo un’inconcepibile figura. L’Intelligenza Divina intuisce tale figura immediatamente, come quella degli uomini un triangolo. Quella figura (forse) ha la sua determinata funzione nell’economia dell’universo.


Stefan Zweig – Leggende – Casa Editrice Sperling e Kupfer Milano – 1937


Stefan Zweig
LEGGENDE

LA LEGGENDA DELLA TERZA COLOMBA – IL CANDELABRO SEPOLTO – 1937
GLI OCCHI DELL’ETERNO FRATELLO – 1922
RACHELE CONTENDE A DIO – 1930
Versione dal tedesco di Anita Rbo

Casa Editrice
Sperling & Kupfer S.A.
Milano 1937
Finito di stampare il 1° Ottobre del 1937 
Pagg. 240 – Formato 14×23,5 …. L.25
Edizione numerata … 544
Prima Edizione
Unica traduzione autorizzata
I disegni contenuti nel libro sono di 
BERTHOLD WOLPE di Londra
su Wolpe vedi:
sull’opera e l’autore vedi:
D.o – C.p
GLI OCCHI DELL’ETERNO FRATELLO
Non coll’astenersi dall’azione ottiene l’uomo
liberazione dall’attività,
Nè alcuno, nemmeno per un istante, 
può rimanere inattivo.  
Bhagavad Gita, canto terzo.
Che cos’è l’azione, che cos’è l’inazione? – Su questo
punto anche i saggi sono perplessi.
Poiché è necessario aver conoscenza dell’azione –
difficile ad intendere è la natura dell’azione.
Bhagavad Gita, canto quarto.

 pag.153
Piccola nota relativa al Simbolismo Letterario:
Zweig pubblicò in tedesco nel 1907 un testo su Emile Veharen
Baudelaire esercitò grande influenza sugli scrittorisimbolisti. Fra questi Verlaine, de Régnier, Mallarmé, Lautréamont, Corbière, Cros, Laforgue, ed i belgi Rodenbach, Verhaeren e Maeterlinck. Zweig pose grande attenzione a questa corrente ed in particolare a Verhaeren.