"L’eternità è un giorno" – Le figure dell’ansia


La speranza che muore

La speranza è una delle strutture portanti della vita, e si realizza in un’antitesi radicale all’angoscia
e alla disperazione: essa ricostruisce, e rigenera ogni volta, la vita come orizzonte
che si apre al futuro: alle incalcolabili possibilità che sono nel futuro.
Quando allora, la speranza è divorata e annientata dall’angoscia e dalla disperazione, si fa fatica a vivere
e a continuare a vivere.[…]
La disperazione, come dice Kierkegaard, “assomiglia più allo stato del moribondo quando
sta agonizzando senza poter morire”; perché la malattia mortale è quella contraddizione “di morire
e tuttavia di non morire, di morire la morte” e allora “morire significa che tutto è passato,
ma morire la morte significa vivere, sperimentare il morire”. […]
..Il sigillo di ogni delirio..

Nella vita di ogni giorno noi incontriamo una folla di passanti: sono “passanti” e, come tali, non fanno 
altro che passare; ma se uno di noi si ponesse improvvisamente il problema di sapere perché, in questo 
preciso momento, un passante si abbia a trovare sul suo cammino, ecco che si rischierebbe di cadere
(si cadrebbe) in un iniziale delirio di persecuzione (interpretazione).
Il passante perderebbe immediatamente la sua figura di “passante”, e rientrerebbe nel circolo di 
una figura (di una realtà) di aggressione e di persecuzione.
Sicché, in ogni esperienza delirante (in ogni delirio), il reale assume improvvisamente un altro
senso e un’altra profondità; nuovi sentieri si aprono nel mondo delle percezioni e una nuova
identità personale si viene configurando. La coscienza di un reale diverso da quello che sta abitualmente
dinanzi a noi non è, in fondo, se non la coscienza che nel reale i significati si trasformano vertiginosamente;
e una nuova “logica” delle identità e delle analogie si viene sviluppando. […]
…Ogni volto ha un tempo interiore che lo segna: non il tempo dell’orologio, il tempo della clessidra, ma il tempo vissuto, il tempo soggettivo: nel quale si esprimono i grandi significati della vita…l’angoscia ha tracciato
i suoi confini invalicabili trasformando le persone, che ne siano sommerse, 
in monadi con le finestre sigillate.
Nello sguardo, nelle infinite forme dello sguardo, si rivela una speranza (una nostalgia) di dialogo
e di comunicazione.

Eugenio Borgna “Le figure dell’ansia” Campi del sapere – 1997


E’ così che in ogni istante della nostra vita
siamo afferrati come dal di fuori dai significati
che noi stessi leggiamo nelle apparenze.
Quindi si può discutere senza fine sulla realtà
del mondo esterno. Perché ciò che chiamiamo mondo
sono i significati che noi leggiamo; dunque qualcosa che non è reale.
Ma esso ci afferra come dal di fuori; dunque è reale.
Perché voler risolvere questa contraddizione, quando il
compito più alto del pensiero, su questa terra è quello di
definire e contemplare le contraddizioni insolubili che, 
come dice Platone, tirano verso l’alto?
E’ poi singolare che non ci sono date sensazioni e significati;
ci è dato soltanto ciò che leggiamo;
noi non vediamo le lettere.
Simone Weil, Quaderni, IV
“Una pietra, una figura, un segno, una parola che ci arrivano dal loro contesto sono quella pietra, quella figura, quel segno o parola:possiamo tentare di definirli, di descriverli in quanto tali, e basta; se oltre la faccia che presentano a noi essi anche hanno una faccia nascosta, a noi non è dato di saperlo. Il rifiuto di comprendere più di quello che queste pietre ci mostrano è forse il solo modo possibile per dimostrare rispetto del loro segreto; tentare di indovinare è presunzione, tradimento di quel vero significato perduto.”…ma..” Eppure sa che non potrebbe mai soffocare in sé il bisogno di tradurre, di passare da un linguaggio all’altro da figure concrete a parole astratte, dai simboli astratti a esperienze concrete, di tessere e ritessere una rete d’analogie. Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.”

Italo Calvino, Palomar



“Die Dame auf dem Pferd”
1900-01 Alfred Kubin

Storia e Utopia, Remo Bodei


Storia come attesa di un Futuro
Il sublime deforma le armonie e le proporzioni del bello stabilite dall’estetica classica; rimette in gioco il rapporto con l’incommensurabile, lo smisurato, l’assenza di limiti e di strutture; rifiuta di cristallizzare la sensazione e l’immaginazione in forme rigide e compiute; implica una progressiva derubricazione del bello a qualcosa di gradevole, che non coinvolge intense emozioni (si torna così all’originario significato etimologico di bellus, contrazione di*bonulus: carino, grazioso, ma non eccelso).

di Remo Bodei vedi
http://www.tecalibri.info/B/BODEI-R_paesaggi.htm

 

Remo Bodei, intervistato al Festival della Filosofia di Modena del 2016, parla dell’utopia. Il filosofo sardo ricorda che mentre in Tommaso Moro, in Campanella c’era l’idea dell’utopia come pietra di paragone per giudicare il presente, con l’avvertenza però che si trattava di qualcosa di irrealizzabile, nel 1770 Louis-Sébastien Mercier scrive un romanzo intitolato “L’anno 2440”, nel quale sposta la perfezione nel futuro, immaginando che a partire da un presente imperfetto si possa arrivare ad un futuro perfetto. E tutte le rivoluzioni a partire da quella francese hanno avuto presente questa idea: come nella traversata nel deserto Mosè vede la terra promessa da lontano e muore prima di arrivarci, così i rivoluzionari sapevano che la loro terra promessa riguardava le future generazioni.
L’utopia allora secondo Bodei è solo un avvicinamento progressivo ad un’idea di perfezione che magari non si raggiunge mai, ma che non si rinuncia per questo ad inseguire.

Link

 

 

Estetica dell’Abdicazione, Pessoa e Ulisse


1891- J. H. Waterhouse – Ulisse e le Sirene
 
Estetica dell’abdicazione: “Conformarsi è sottomettersi e vincere è conformarsi, essere vinto. Perciò ogni vittoria è una grossolanità. I vincitori perdono sempre tutte le qualità di sconforto di fronte al presente, le quali li hanno portati alla lotta che ha dato loro la vittoria. Restano soddisfatti, e soddisfatto può essere solo chi si conforma, che non ha la mentalità del vincitore. Vince solo chi non ottiene nulla. ‘E forte solo chi si disanima sempre. La cosa migliore e la più regale è abdicare. L’impero supremo è quello dell’Imperatore che abdica a tutta la vita normale, degli altri uomini, su cui la preoccupazione della supremazia non pesa come un fardello di gioielli.

Pessoa – pag.22 – Imminenza dell’ignoto

 

Abdicazione 

Prendimi, o notte eterna, tra le braccia
e chiamami tuo figlio.
    Io sono un re
che volontariamente ho abbandonato
Il mio trono di sogni e di stanchezze.
La mia spada, gravosa e braccia stanche,
ho affidato a virili e calme mani;
lo scettro e la corona, – li ho lasciati
nell’atrio, fatti a pezzi.
La mia cotta di maglia, così inutile,
gli speroni, dal futile tintinno,
sulla gelida scala li ho lasciati.
Corpo ed anima, la regalità
deposi, e alla tranquilla e antica notte
tornai, paesaggio nel morir del giorno.
Per tutta la notte il sonno non venne. Adesso
     raggia dal fondo
dell’orizzonte, coperto e freddo, il mattino.
     che faccio nel mondo?
Nulla che la notte plachi o sollevi l’aurora,
    cosa seria o vana.
Con occhi spenti dalla febbre vana della veglia
      vedo con orrore
Il nuovo giorno recarmi lo stesso giorno della fine
      del mondo e del dolore:
un giorno eguale agli altri, della eterna famiglia
      dei giorni così.
E nemmeno il simbolo vale, il significato
      del mattino che viene
uscendo lento dalla stessa essenza della notte che era,
      per chi,
avendo tante volte sempre sperato invano,
più nulla spera.
Ah! L’angoscia, la rabbia vile, la disperazione
di non poter confessare
In un tono di grido, in un ultimo grido austero
Il mio cuore che sanguina.
Parlo, e le parole che dico sono un suono
represso, e sono io.
Ah! Strappare alla musica il segreto del tono
del grido suo!
Ah! Furia del dolore che non ha sorte nel gridare.
Del grido che non ha
potere più del silenzio, che torna, dall’aria
nella notte senza essere!
Lieve, breve, soave,
un canto d’uccello
sale nell’aria con cui principia
il giorno.
Ascolto ed è svanito…
Sembra che solo perché l’ascoltai
s’è fermato.
Mai, mai, in nulla,
raggi il mattino, o infuri sul declino,
ebbi piacere che durasse
più del nulla, la perdita, prima che lo potessi
godere.
Cade pioggia. E’ notte… Una piccola brezza
      subentra alla calura.
Per essere felici molte cose abbisognano.
      Questa luce è migliore.
Che cos’è la vita? Lo spazio è qualcuno per me.
      Mentre sogno ci sono soltanto io.
Con luce, in chi non ha fine
      e, senza voler, s’addolora.
Estesa, lieve, inutile passeggera,
      sfiorandomi porta
illusione di sogno, e nella scia
      la mia vita dimora.
Battello indelebile nello spazio dell’anima,
      luce del lume al di là
d’eterna assenza di calma anelata,
      meta del bene superfluo.
Si vuole e – se venne – si disconosce
      che, se pur fosse, sarebbe
Il tedio di averlo… E la pioggia aumenta
       nella notte qui fredda.
Essere stanca, sentire duole, pensare distruggere.
Aliena a noi, in noi e fuori,
precipita l’ora, e tutto nell’ora precipita.
Inutilmente l’anima piange.
Quel che è: a che serve? A che deve servire?
Pallido, lieve abbozzo
del sole d’inverno sul mio letto ridente…
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui si desta il mattino,
della premessa futile del giorno,
morta sul nascere, nella speranza remota e assurda
in cui l’anima confida.
Qualunque sentiero porta in un luogo,
qualunque sentiero
in qualunque punto in due si divide
e uno conduce dove segna una strada,
l’altro è solo.
Uno conduce al termine della pura strada, fermo
dove è conclusa.
L’altro è margine astratto
……………………………………………………………………..
Nella teoria inutile di sensazioni
chiamata vita,
nel vacillare coerente di visioni
del […]
Ah! i sentieri sono tutti in me.
Qualunque distanza o direzione, o termine
mi appartiene, sono io. Il resto è la parte
di me che chiamo il mondo esteriore.
Ma il sentiero dio ecco si biparte
In chi io sono e nell’altro da me
[…]
O curva d’orizzonte, che ti varca,
elude la vista, vuoto d’essere o stare.
Freccia, che il petto enorme mi trapassa.
Non dolere: morire è continuare.
Più non vedo chi amai. La coppa,
d’oro, non s’è rotta. Caduta nel mare,
sommersa, ma identica sul fondo la grazia
occulta per noi, ma immutata.
O curva d’orizzonte, m’avvicino,
per chi rimane, un giorno sparirò
dalla vista dell’ultimo sull’ultima vetta,
ma per me lo stesso eterno andrò
sulla curva, finché il tempo l’aspetta
e dove sono stato un giorno tornerò.
Vento che passi
nelle pinete,
quante sventure
ricordano i tuoi lai.
Quanta tristezza,
senza conforto
di pianto, grava
sul cuore.
E, vento errante
delle solitudini,
reca un sollievo
ai cuori.
Offri alla pena
che ignori i tuoi lai,
vento che piangi
nelle piante.
Vive sepolto chi si consegna ad altri.
e chi all’altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
Sciogliere le mie mani?
Trilla nella notte un flauto. ‘E di qualche
pastore? Che importa? Perduta
Serie di note vaga e senza senso alcuno.
Come la vita.
Senza nesso o principio o fine ondeggia
L’aria alata.
Povera aria fuori della musica e della voce, così piena
di non essere nulla!
Non c’è nesso o filo perché si ricordi quell’aria,
se si ferma;
e già all’udirla ne soffro la nostalgia
e il quando cesserà.
Mattino degli altri! O sole che dai fiducia
      solo a chi già confida!
E solo alla dormiente, e non alla morta, speranza
      che si desta il tuo giorno.
A chi sogna di giorno e sogna di notte, sapendo
      inutile ogni sogno
ma sogna sempre, soltanto per sentirsi vivere
      e avere cuore,
a costoro risplendi senza il giorno che porti, o solamente
      come qualcuno che viene
per la via, impercettibile al nostro sguardo cosciente,
      per non essere noi nessuno.
Trema in luce l’acqua.
Mal vedo. Mi sembra
che un aliena pena
nella mia anima scende –
pena erma di qualcuno
di alcun altro mondo
dove il dolore è un bene
e l’amore è profondo.
e solo punge vedere,
in lontananza, illusa,
la vita che muore
il sogno della vita.
Dormi sopra il mio seno,
sognando di sognare…
Nel tuo sguardo leggo
un lubrico vagare.
Dormi nel sogno di esistere
e nell’illusione di amare.
Tutto è nulla, e tutto
Un sogno finge di essere.
Lo spazio nero è muto.
Dormi, e, addormentandoti
Sappi cordialmente sorridere
sorrisi da scordare.
Dormi sopra il mio seno,
senza pena né amore…
Nel tuo sguardo leggo
L’intimo torpore
di chi conosce il nulla-essere
di vita, gaudio e dolore.
Lontano alla luna,
sul fiume una vela,
serena passando,
che cosa mi rivela?
Non so, ma il mio essere
Mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
Che angoscia mi allaccia?
Che amore non si dispiega?
‘E la vela che passa
nella notte che resta.
La parte dell’indolente è la vita astratta.
Chi non impiega lo sforzo nel conseguire,
ma lo lascia inattivo, lo lascia sopito,
lo lascia senza futuro e senza rifugio,
cosa mai può succhiare dalla morta lotta,
dall’avvertita vanità di seguire
un cammino, dall’inerzia di sentire,
dal fuoco estinto e dalla visione perduta,
se non la calma acquiescenza nell’aver
consegnato nel sangue, e per il corpo tutto
la coscienza di nulla volere né essere,
l’intervisione delle cose attingibili,
e il rifiutarle, come una bella maniera
delle mani che il pallore rende impassibili?
‘E una brezza lieve
che l’aria ebbe un momento
e trascorre ma non conquista
poi che quasi è il tutto.
Non esiste chi amo
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.
E frattanto l’aroma
Che la brezza porta mi sorge
alla coscienza un momento
come una confidenza.
Ah, suona dolcemente
come a chi sta per piangere
ogni canzone tessuta
d’artificio e di luna:
      nulla che ricordi
la vita.
Preludio di cortesie,
o sorriso trascorso…
Giardino remoto e freddo…
E nell’anima di chi l’ ha trovato
solo l’eco assurda del volo
      inane.
Oggi, in quest’ozio incerto
Senza piacere né motivo,
come un tumulo aperto
chiudo il mio cuore.
Nell’inutile coscienza
Che è inutile tutto,
lo chiudo, contro la violenza
del mondo duro e rozzo.
Ma che male soffre un morto?
Contro che cosa difenderlo?
Lo chiudo, nel chiuderlo assorto,
e senza volerlo sapere.
Pessoa Studio e Antologia Poetica a cura di Luigi Panarese – Imminenze dell’Ignoto – Edizioni Accademia 1972 – Pagg. 105121

Bergman e il "Silenzio di Dio"


#bergman

 

#silenzio #dio
Ammettiamo che dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo! La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura, tutto diviene chiaro, trasparente.
Link utili