Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena


Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena

Generata da Gemini

Il dettaglio più inquietante dell’annuncio Sony non è la scomparsa del disco in sé, ma la sua sostituzione: al posto dell’oggetto, un codice di attivazione. Compri una scatola vuota — o niente affatto — e quello che possiedi davvero è un permesso, una stringa alfanumerica che qualcun altro può accendere o spegnere a piacimento.

È un’immagine che, spinta alle sue estreme conseguenze, apre uno scenario da fantascienza: e se anche gli esseri umani, un giorno, fossero pensati come entità dormienti, attivabili solo da chi possiede il codice giusto?


Dal gioco all’umano: un salto che la fantascienza ha già immaginato
Non è un’idea peregrina. Black Mirror ha costruito interi episodi su questa stessa intuizione: in Common People la vita stessa — letteralmente la sopravvivenza biologica di una persona — viene venduta a livelli di abbonamento, con funzionalità premium e piani base che ne limitano le facoltà cognitive; in USS Callister delle coscienze digitali vengono clonate e tenute prigioniere, riattivabili a piacimento del loro “proprietario”. Non sono più macchine che si ribellano agli uomini, come nell’immaginario classico della fantascienza (Skynet, Matrix): è l’essere umano stesso che diventa risorsa attivabile, sospesa in un limbo fino a quando qualcuno non decide di “accenderlo”.

La cornice teorica: dal tecnofeudalesimo ai servi del cloud


Quello che stai descrivendo — l’essere umano dormiente, riattivato da chi detiene i codici — trova un corrispettivo sorprendentemente concreto nella teoria economica più recente. L’economista Yanis Varoufakis, nel suo Tecnofeudalesimo, sostiene che il capitalismo classico sia già stato sostituito da qualcosa di diverso: non più mercati, ma “feudi cloud” controllati da poche piattaforme, che non traggono più profitto dalla competizione ma rendita dal semplice controllo dell’accesso.
“Sotto il tecnofeudalesimo […] ciascuno di noi si sta trasformando in un proletario del cloud durante le sue ore di lavoro e in un servo della gleba del cloud per il resto del tempo”.
La metafora feudale non è casuale: come il servo della gleba non possedeva la terra su cui lavorava ma dipendeva interamente dal signore per il proprio sostentamento, così l’utente digitale non possiede più nulla — né il gioco, né l’auto, né, in prospettiva, i propri stessi dati e la propria capacità di agire online — ma dipende da chi detiene le chiavi di accesso.
La tua immagine dell’essere umano come “ameba dormiente” riattivata a comando non è quindi un’esagerazione fantasiosa: è l’estensione coerente di una logica già in atto, portata alle sue conseguenze più radicali. Se un tempo il potere si esercitava possedendo la terra, poi il capitale, poi i mezzi di produzione, oggi — nella lettura di Varoufakis — si esercita possedendo l’infrastruttura stessa dell’accesso.


Chi avrà i codici?


La tua domanda finale — chi controllerà questi codici — è la stessa che pongono oggi molti analisti del tecnofeudalesimo: non più stati-nazione, non più partiti, ma una ristretta oligarchia di proprietari di piattaforme e infrastrutture cloud, i “cloudalisti” di cui parla Varoufakis. È un potere che non ha bisogno di eserciti o di leggi per esercitare controllo: gli basta la possibilità tecnica di attivare o disattivare l’accesso.
Una domanda aperta, non una previsione


Vale la pena essere onesti: né Black Mirror né Varoufakis descrivono un destino ineluttabile, quanto piuttosto una tendenza da riconoscere finché siamo in tempo per correggerla. Varoufakis stesso propone contromisure — tassazione delle piattaforme, identità digitale pubblica, interoperabilità tra sistemi — proprio perché considera il tecnofeudalesimo un esito storico, non un destino metafisico. Anche gli autori di Black Mirror costruiscono le loro distopie non per profetizzare, ma per metterci in guardia mentre c’è ancora margine di scelta.
Resta comunque una domanda che merita di stare al centro di un post: cosa significa, per un essere umano, essere ridotto a una funzione attivabile da un codice che non gli appartiene? È forse questa la vera posta in gioco dietro una notizia apparentemente tecnica come la fine dei dischi PlayStation.


Chiosa: domande, non risposte


Anche qui, come nel post precedente, non intendo concludere con un giudizio ma con delle domande — nello spirito del Laboratorio di Etica di Vito Mancuso, che da anni a Bologna insegna a interrogare la coscienza prima di pretendere risposte definitive.
Se davvero, come suggerisce la metafora dell’essere umano dormiente riattivato da un codice, il potere di domani si eserciterà non più imponendo ma semplicemente concedendo o negando l’accesso, allora forse le domande da porsi non riguardano la tecnologia in sé, ma qualcosa di più antico:
Cosa resta della libertà, se questa non consiste più nello scegliere ma nel restare “attivi” grazie alla benevolenza di chi detiene il codice?
La coscienza morale — quella che Mancuso definisce il fondamento dell’agire etico — può svilupparsi in un soggetto che vive in stato di dipendenza permanente da un’infrastruttura esterna?
Se la responsabilità presuppone la libertà, come si distribuisce la responsabilità in un sistema dove il controllo è nelle mani di pochi, e la maggioranza può solo subire l’attivazione o la disattivazione?
C’è una differenza tra essere “in attesa” per scelta — come nel raccoglimento, nella meditazione, nel silenzio che coltiva l’anima — ed essere “in stand-by” perché qualcun altro non ha ancora attivato il nostro codice?


Infine: cosa significa, spiritualmente, “essere sé stessi” in un mondo dove l’esistenza pubblica, sociale, forse anche cognitiva, dipende da un permesso esterno rinnovabile?
Restano domande aperte, sospese — come dovrebbero restare, credo, le domande vere.



Fonti e approfondimenti


Sulla teoria del tecnofeudalesimo:
Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023 — scheda editoriale IBS
Avvenire — “Se la rendita sostituisce il capitalismo: è l’era tecnofeudale”
Valori.it — intervista a Varoufakis, “Il capitalismo è morto, e big tech lo ha ucciso”
Rivista Indiscipline — analisi critica “Tecnofeudalesimo o tecnoassolutismo?”
Riferimenti audiovisivi:
Black Mirror, settima stagione, episodio Common People (Netflix, 2025) — la vita umana come servizio in abbonamento
Black Mirror, quarta stagione, episodio USS Callister — coscienze digitali clonate e tenute prigioniere
Taxidrivers — recensione della settima stagione di Black Mirror

Questo articolo prosegue idealmente la riflessione avviata in “Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto”, a partire dallo stesso spunto sulla fine dei dischi fisici PlayStation.


Nota: spunto nato da una riflessione personale a partire dalla notizia dei “codici di attivazione” nelle confezioni fisiche PlayStation; i riferimenti teorici e audiovisivi sono stati verificati con ricerca autonoma.

Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto


Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto

Sony ha annunciato che da gennaio 2028 smetterà di produrre dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation: solo download, solo licenza digitale, nessun oggetto da tenere in mano, da prestare, da rivendere. Non è un dettaglio per soli videogiocatori: è l’ultima tessera — dopo l’auto, la musica, presto forse anche i vestiti — di un mosaico che si sta componendo da almeno vent’anni, quello di un mondo in cui non possediamo più nulla, paghiamo per accedervi finché possiamo permettercelo.


La notizia
A partire da gennaio 2028 Sony interromperà la produzione di dischi fisici per tutti i nuovi giochi in uscita su console PlayStation: da quel momento i titoli saranno disponibili solo in digitale, sul PlayStation Store o tramite codici di attivazione nelle confezioni fisiche vendute nei negozi. La motivazione ufficiale è l’evoluzione delle abitudini di consumo: già oggi circa l’85% dei giochi venduti su PS5 e PS4 è digitale. Rockstar aveva già annunciato una scelta simile per GTA VI.


La cosa che ha fatto discutere di più non è tanto la tecnologia, quanto una frase pronunciata da un portavoce Sony: con i contenuti digitali “i giocatori acquistano una licenza personale per uso non commerciale” — non un oggetto, dunque, ma un permesso d’uso revocabile. È esattamente la stessa logica che regola oggi lo streaming musicale, i software in abbonamento, e presto — secondo alcune analisi di settore — anche l’auto e l’abbigliamento.


La cornice teorica: dall’era della proprietà all’era dell’accesso


Chi ha raccontato questo passaggio con più anticipo è stato il sociologo americano Jeremy Rifkin, già nel 2000, con L’era dell’accesso.

La sua tesi centrale:
“Nella new economy, il fornitore mantiene la proprietà di un bene, che noleggia o affitta […] a fronte del pagamento di una tariffa, di un abbonamento”. Lo scambio di proprietà tra compratore e venditore cede il passo a un accesso temporaneo negoziato in rete.
Rifkin non parlava di un’ipotesi remota: descriveva un processo già in corso, che oggi — venticinque anni dopo — vediamo compiersi nei dettagli più minuti della vita quotidiana, fino al disco di un videogioco.


Quello che Rifkin non poteva prevedere fino in fondo è la seconda faccia del problema, quella che riguarda non l’economia ma la memoria. Se non possiedo più l’oggetto, chi conserva la traccia che quell’oggetto — e il tempo passato con esso — sia esistito?


Il rovescio della medaglia: la scomparsa dei riti e degli oggetti-simbolo


Il filosofo Byung-Chul Han, ne La scomparsa dei riti, ha descritto un fenomeno collegato: la perdita degli oggetti e delle pratiche che strutturano il tempo e il legame con l’Altro, sostituiti da una “comunicazione senza comunità” fatta di consumo rapido e narcisismo individuale. Se il rito ha bisogno di un oggetto che si ripete nel tempo — la sveglia di famiglia, il disco che si toglie dalla custodia — la sua sparizione non è solo un fatto tecnico, ma la perdita di un ancoraggio simbolico.
È qui che il discorso tocca direttamente la sensibilità di chi, come me, pratica il collezionismo come forma di memoria attiva: l’oggetto fisico non è un possesso vanitoso, è un documento. È la prova tangibile che qualcosa — un gioco giocato, un disco ascoltato, una lettera scritta — è realmente accaduto, in un momento preciso, a una persona precisa.


La domanda che resta aperta
Se tutto diventa noleggio temporaneo — l’auto, la musica, i giochi, forse i vestiti — cosa resta di noi quando smettiamo di pagare? È la domanda di Conrad, delle orme che la marea cancella: cosa siamo, se la nostra unica prova di esistere è un abbonamento attivo?


Non credo che l’intelligenza artificiale possa sostituire l’oggetto fisico come deposito di memoria: può, al più, essere uno strumento che aiuta a ritrovare la mappa — a ricostruire connessioni, contesti, genealogie di senso tra i frammenti che restano. Ma la traccia vera, quella che resiste alla marea, continua a essere quella che scegliamo di tenere in mano, fuori dal flusso: un oggetto, un documento, una pagina scritta e conservata. Forse la nuova etica di cui abbiamo bisogno non è resistere al noleggio generalizzato — probabilmente impossibile — ma scegliere con più consapevolezza quali orme lasciare più in alto sulla spiaggia, dove la marea non arriva.



Chiosa: domande, non risposte


Bibliografia:
Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, 2000 — scheda Wikipedia · estratti su Medium
Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, nottetempo, 2021 — recensione su doppiozero · approfondimento su Flanerí
Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele, in Finzioni — il riferimento implicito a un mondo di accesso infinito ma privo di mappa


Non è mia intenzione trarre una conclusione da tutto questo, né tantomeno un giudizio. Vorrei piuttosto lasciare, a chi legge, alcune domande — nello spirito socratico del “so di non sapere”, che è poi lo spirito con cui Vito Mancuso, nei suoi Laboratori di Etica, invita da anni a interrogare la coscienza prima ancora di cercare risposte.
Mancuso costruisce la sua riflessione etica su tre categorie che si richiamano a vicenda: coscienza, libertà, responsabilità. Nessuna esperienza etica, dice, è possibile senza libertà; ma la libertà vera non coincide con l’assenza di vincoli, comporta l’assunzione di responsabilità. Proviamo allora a chiederci, non per trovare una risposta univoca, ma per restare in ascolto:
Se non possiedo più nulla, ma solo l’accesso a tutto, sono ancora libero — o sono semplicemente meno vincolato, il che non è la stessa cosa?
Cosa significa “responsabilità” verso un oggetto che non è mio, che posso perdere in un istante per la decisione di un altro?
La mia coscienza, il mio senso di me, si radica in ciò che possiedo o in ciò che scelgo di custodire, indipendentemente dalla sua forma?
Se la memoria personale e collettiva si affida sempre più a infrastrutture che non controlliamo, che ne è della continuità dell’anima nel tempo — quella che i riti, gli oggetti, le tracce fisiche hanno sempre garantito?
È possibile una spiritualità dell’accesso, così come esiste una spiritualità della rinuncia — oppure l’affitto perenne di ogni cosa ci lascia semplicemente più vuoti, più in balìa della marea?
Non ho risposte da offrire. Ho soltanto, come diceva Socrate, la funzione della levatrice: aiutare a far nascere la domanda, non a chiuderla.


Fonti e approfondimenti


Sulla notizia Sony:
Blog ufficiale PlayStation Italia — comunicato Sony, 1 luglio 2026
Il Post — “Sony non produrrà più dischi fisici per i videogiochi della PlayStation”
Tuttotech — analisi approfondita su mercato dell’usato, PS6 e conservazione videoludica
Il Fatto Quotidiano — lettura critica: “così si cancella il diritto di scelta”


Da guardare/ascoltare:
Registrazione Radio Radicale — presentazione originale de “L’era dell’accesso” con Jeremy Rifkin, Milano 2000


Nota: il post nasce da uno spunto di riflessione condiviso con Aleph a partire da un video di un creator tech su Facebook; i riferimenti sopra sono stati verificati e integrati con ricerca autonoma.


Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre


Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre

Il Tempo che manca


Partendo da un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera, alcune riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale. Con una nota sul metodo: come nasce un pensiero dialogando con l’intelligenza artificiale.


I — L’articolo come specchio


Capita, a volte, che un articolo giornalistico faccia esattamente quello che dovrebbe fare: non esaurire un argomento, ma aprirlo. Federico Fubini ha pubblicato sul Corriere della Sera un pezzo lungo, denso, giustamente ambizioso — e secondo me avrebbe meritato di essere scorporato in almeno cinque articoli distinti, tanti sono i nuclei che contiene. Eppure proprio questa sovrabbondanza ha prodotto in me qualcosa di utile: il bisogno di rallentare, di separare i fili, di chiedermi dove portano. La lettura lenta è già un atto filosofico. E un articolo che ti costringe a pensare, anche per disagio, vale più di dieci che ti lasciano soddisfatta e vuota.


II — Il falso problema demografico


Fubini descrive il crollo delle nascite cinesi come una catastrofe annunciata: 400 milioni di abitanti in meno entro il 2070, una perdita di forza lavoro paragonabile all’intera popolazione europea. È un dato reale. Ma la cornice in cui lo legge mi sembra ancora novecentesca — costruita su categorie biologiche che la tecnologia sta già smontando.
La parola che manca nell’articolo è ectogenesi: la gestazione extracorporea, l’utero artificiale. Non è fantascienza. È una traiettoria già in corso nei laboratori, e la velocità con cui la Cina — proprio la Cina, ossessionata dall’autonomia strategica — investe in biotecnologie suggerisce che non sarà estranea a questo sviluppo. Se la riproduzione umana si separa dal corpo femminile, il “collasso demografico” smette di essere un problema biologico e diventa una questione di tutt’altra natura: chi controllerà la produzione di vita? Chi possiederà gli uteri artificiali? Come ridefiniremo maternità, appartenenza, identità biologica?
Il vero problema non è che nascono pochi bambini. Il vero problema è che stiamo entrando in un’epoca in cui la domanda “cosa significa nascere umani” non ha ancora risposta, e nessuno sembra volerla fare davvero.


III — Dove si muove davvero il futuro


C’è un’altra assenza nell’articolo di Fubini, e riguarda la geopolitica. Il racconto è centrato sul duello Cina-Occidente, con l’India sullo sfondo come potenza emergente. Ma io ho un’intuizione diversa — e la dichiaro come tale, senza pretesa di certezza.
La Cina è straordinaria nell’esecuzione. L’India lo sarà sempre di più. Ma entrambe mi sembrano già dentro un paradigma: la prima nell’efficienza sistematica, la seconda nella crescita demografica ed economica. Sono energie che seguono una traiettoria già tracciata, già leggibile. Le grandi sorprese propulsive del prossimo ciclo storico potrebbero venire da altrove — dal mondo arabo, che custodisce risorse, giovinezza demografica e una cultura millenaria non ancora pienamente dispiegata in forme politiche nuove; dall’America Latina, che porta in sé una vitalità meticcia, una creatività ibrida, una capacità di abitare la contraddizione che in altri contesti si chiamerebbe saggezza.


E poi c’è l’Africa. L’Africa che non riesco ancora a collocare — e forse è proprio questo il punto. È la madre terra nel senso più letterale e più profondo: culla dell’umanità, serbatoio di archetipi, custode di una sapienza che non si è mai lasciata tradurre del tutto in sistema. Nei rituali attorno al fuoco, nell’antropologia delle sue culture, nell’inconscio collettivo che Jung avrebbe riconosciuto come primordiale, c’è qualcosa che la modernità non ha ancora saputo — o voluto — nominare. L’Africa è stata colonizzata nei corpi, nelle risorse, nella storia. E ora viene colonizzata di nuovo, digitalmente, dalla stessa Cina che ne estrae terre rare e vi installa infrastrutture tecnologiche come nuovo strumento di dipendenza.
Eppure — e questa è la mia intuizione più azzardata — proprio perché è rimasta ai margini del grande gioco dell’efficienza e della velocità, l’Africa potrebbe custodire qualcosa di inestimabile: un rapporto col tempo, con la terra, con il sacro che il mondo iperconnesso ha perduto e di cui potrebbe, un giorno, avere disperatamente bisogno. Ne parlerò più a fondo in un prossimo articolo. Per ora la lascio qui come domanda aperta — che è il modo più onesto di trattare ciò che ancora non si comprende del tutto.


IV — Il kairos europeo


I cinesi, dice Fubini, ci vedono come conservatori — anzi, conservativi. Afflitti da immobilismo. Terribilmente lenti. Lo dice senza giudizio esplicito, ma la direzione è chiara: la velocità è virtù, la lentezza è limite.
Io la vedo diversamente. E non per spirito di rivalsa, ma perché credo che esistano due tempi, e che confonderli sia un errore che si paga.
C’è il chronos — il tempo quantitativo, misurabile, la sequenza degli istanti, la velocità come metrica del valore. È il tempo della produzione, dell’automazione, del piano quinquennale. È il tempo in cui la Cina eccelle, e non è poco.
C’è poi il kairos — il tempo qualitativo, il momento giusto, l’istante in cui qualcosa matura perché è pronto a maturare. È il tempo dell’intuizione, della filosofia, della domanda che non cerca risposta immediata ma verità più profonda. È il tempo in cui l’Europa — con tutte le sue contraddizioni, le sue lentezze, i suoi fallimenti — ha storicamente prodotto le idee che hanno cambiato il mondo.
La lentezza europea non è inerzia: è il substrato in cui l’intuizione cresce. Un’idea non si produce in serie. Non fi sussidi. Non si ottimizza con un piano quinquennale. Nasce nella sosta, nel dubbio, nella conversazione che non ha fretta di concludersi.
Questo non significa opporsi alla tecnologia — sarebbe ingenuo e inutile. Significa abitarla con un’intenzione diversa: non quanto veloce ma verso dove. Non quanti robot ma che cosa vogliamo che facciano di noi.


V — La conversazione come metodo


Questo articolo è nato così: ho letto il pezzo di Fubini, l’ho trovato troppo lungo e troppo compresso insieme, e ho cominciato a parlarne.  Con un’amica, che mi aveva consigliata la lettura — con un’intelligenza artificiale.
Lo dico apertamente, come ho già fatto in altri contesti su questo sito — puoi leggere il mio approccio in Il prompt come domanda viva — perché la trasparenza sul metodo fa parte del metodo stesso. Il dialogo con l’IA non ha sostituito il mio pensiero: lo ha specchiato, ha fatto rimbalzare le mie intuizioni su una superficie che le restituiva più nitide, mi ha chiesto di precisare dove ero vaga, ha sintetizzato dove ero ridondante. È stato maieutico nel senso più letterale: ha aiutato a tirare fuori quello che era già dentro.
Ciò che trovo significativo — e lo dico come fotografia di questo momento storico — è che la mia intelligenza naturale, con tutti i suoi limiti di conoscenza ed esperienza, dialogando con quella artificiale ha prodotto qualcosa che nessuna delle due avrebbe prodotto da sola. Non è fusione. Non è delega. È conversazione. E la conversazione, da Socrate in poi, rimane lo strumento più potente che abbiamo per pensare.
La Cina corre. Noi pensiamo. Forse il secolo avrà bisogno di entrambe le cose. Forse — e questa è la mia scommessa — avrà bisogno soprattutto della seconda.


Nota di trasparenza
Questo articolo è nato da una conversazione con Claude (Anthropic). Il ragionamento, le intuizioni e le posizioni espresse sono miei. L’IA ha funzionato da interlocutore maieutico. Per saperne di più sul mio metodo di lavoro con l’intelligenza artificiale: Il prompt come domanda viva.


Title tag: Il tempo che manca. Riflessioni su Cina, robot e kairos europeo


Meta description: Partendo da un articolo di Fubini sulla Cina dei robot, riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale.


Festival della Mente 2025 – INVISIBILE


Festival della mente

Programma

«Forse tutta la saggezza, tutta la verità, tutta la sincerità si trovano concentrate in quell’imponderabile momento del tempo in cui varchiamo la soglia dell’invisibile», scrive Joseph Conrad in Cuore di tenebra. L’invisibile, nel pensiero di Marlow, protagonista insieme a Kurtz del romanzo capolavoro del grande scrittore polacco, naturalizzato britannico, rappresenta il limite tra conosciuto e ignoto, conscio e inconscio, apparenza e verità, razionalità e follia, bene e male. È un confine sottile e misterioso che ci fa precipitare nell’abisso e per questo ci salva, grazie alla conoscenza di quell’abisso: è solo da lì che può scaturire la luce.

Podcast Cuore di Tenebra

E proprio il concetto di invisibile è il filo conduttore della XXII edizione del Festival della Mente, il primo festival europeo dedicato alla creatività e alla nascita delle idee. Varcare la soglia dell’invisibile, attraverso le parole delle relatrici e dei relatori che ci guidano nel cammino della conoscenza, significa anche andare oltre le apparenze, infrangere il velo dell’abitudine e dell’indifferenza: da una parte esplorare con occhi nuovi la realtà che ci circonda per coglierne il significato, dall’altra guardare dentro noi stessi, compiere un viaggio interiore per arrivare all’essenza delle cose.

Varcare quella soglia diventa così un gesto sovversivo e un atto di responsabilità, di ascolto, di empatia, di apertura verso l’altro e verso il mistero. Chi si avvicina all’invisibile, infatti, non può più ignorarlo.


Il mio augurio è che lo svelamento dei tanti mondi invisibili – che nei tre giorni del festival percorreremo grazie all’aiuto della scienza e della tecnologia, delle arti e della letteratura – spinga tutti noi, e soprattutto le nuove generazioni, a acquisire uno sguardo più consapevole e più umano. Spetta a noi, infatti, imparare a vedere l’invisibile: al di fuori di noi, nel mondo che ci circonda e negli altri, vicini o lontani, ma anche all’interno di ognuno di noi, «nell’inconcepibile mistero di un’anima che lotta ciecamente con sé stessa».


Benedetta Marietti
Direttrice del Festival della Mente

Link

Da Pagina Fb

Alessandro Barbero

🔴 L’essenziale è invisibile agli algoritmi | Chiara Giaccardi ⚫️                        

📌 Viviamo nell’era dell’invisibilità algoritmica: dietro l’apparente comodità si nasconde un’anestesia del pensiero critico. Vanno in crisi desiderio autentico e philìa sociale e si generano società disaffette, in cerca di capri espiatori o asservite al digitale. Ma lo spirito resta riserva di libertà e creatività per affrontare questa crisi di civiltà.                                                                                                              

👤 Chiara Giaccardi, laureata in Filosofia e con un PhD. in Social Sciences alla University of Kent (UK), insegna Sociologia e antropologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano, dove dirige anche la rivista Comunicazioni sociali. Lavora da anni sul concetto di generatività sociale come paradigma di critica al capitalismo e di cambiamento sociale. Il suo libro più recente è “Generare libertà” (Il Mulino, 2024).

#festivaldellamente #Sarzana #festivalculturali #Fdm25


Pandora Rivista Festival 2023 – Bologna


Pandora Rivista Festival

Dialoghi di Pandora Rivista – Festival 2023
“Quale sviluppo? Scegliere l’orizzonte”

Torna a Bologna per il sesto anno, dal 2 al 15 ottobre 2023, il Festival Dialoghi di Pandora Rivista

Guerre e tensioni internazionali, cambiamento climatico, crisi energetica, trasformazioni del mondo del lavoro, ridefinizione della globalizzazione, effetti dirompenti delle nuove tecnologie: i paradigmi di sviluppo del passato non reggono più alla prova del passaggio epocale che abbiamo di fronte. L’idea stessa di sviluppo è quindi da considerare superata? Oppure può essere ridefinita? Cosa significa sviluppo sostenibile? Esiste un modello alternativo che possa andare oltre le contraddizioni che sono esplose negli ultimi decenni?

Vedi altri post delle passate edizioni


Gallerie dell’Accademia di Venezia


Gallerie dell’Accademia di Venezia

Da Palazzo Franchetti, Ponte dell’Accademia

Scrivo il post, da visitatrice, fruitrice di Musei, Esposizioni, Mostre da oltre 35 anni e con cadenza regolare; opinione dunque personale quanto segue…

Visitato per poter ammirare “La Tempesta” di Giorgione. Il Sistema Museale veneziano ha nel suo patrimonio certamente opere inestimabili, qua ritrovabili. (Solo per questo vale 4 stelle, 5 l’Architettura del Palladio)

La Galleria per come è sviluppata non mi ha entusiasmato particolarmente per fruibilità e scelte espositive. Agèe
Ho trovato con più “carattere” il ponte dell’Accademia che l’edificio in sé e il contesto esterno (per come è fruito/trattato/valorizzato/vivo). All’interno  il bookshop è nutrito ed è subito all’entrata. (L’idea di fare cassa facile, si percepisce nettamente, come per il Correr e tutta San Marco).
Il percorso si sviluppa al piano superiore, con le varie sale tematiche, per poi tornare con l’ultima sala con i capolavori di Tintoretto e Veronese(piano terra). Diverse opere e sale erano in allestimento e fuori per mostre.
Tralascio volutamente di elencare la grandezza degli autori e delle opere esposte che si presentano da sole e con l’audio guida, mi soffermo sullo spazio e il percorso espositivo. (Sito consultabile, degno di nota)

Illuminazione non idonea, arredi, colori e pannelli vetusti. Coinvolgimento del visitatore all’interno di un percorso sensoriale con l’ultilizzo della tecnologia, assente. Sicuramente ha bisogno di una riconcezione più smart degli allestimenti e dei percorsi. (Interattività, realtà aumentata, suoni, visita virtuale o in 3d, gaming, tablet/meta dati per le opere scelte più importanti, audio_guida con IA…)

Degna di nota la collezione di opere del Casanova e le opere del Vedutismo e Paesaggismo (Il Sito offre la possibilità di vedere la Gallery delle sale espositive)

Giugno 2023

#Venezia #Gallerie #Arte #Architettura

Che cosa è un Museo oggi?

Innovazione nei Musei, quando la tecnologia rinnova l’Arte

Il nuovo Museo è inclusivo e sostenibile

Articolo di Finestre sull’Arte

museo?
Musei, non basta parlare di valorizzazione. Che cosa dovrebbe essere un museo?


Democrazia in crisi? PANDORA FESTIVAL_ Bologna


Pandora Festival


Il tema di quest’anno è la crisi della democrazia, fra minacce, contraddizioni e strade per una rigenerazione. Nel nuovo mondo multipolare che sta emergendo, la democrazia è sfidata da altri modelli, che rivendicano di essere più efficaci e incisivi di fronte alle sfide globali: guerra e tensioni internazionali, cambiamento climatico, crisi energetica, migrazioni, effetti delle nuove tecnologie, allargamento delle disuguaglianze. È davvero così? O forse la stessa fragilità, complessità e pluralità dei sistemi democratici può configurare una nuova efficacia nel resistere agli shock e nell’individuare soluzioni di lungo periodo? Ma allora, come si può agire per rafforzare le democrazie e superare la loro crisi? Quali spiragli concreti per rinnovare le istituzioni, l’economia e il welfare e ripensare le nostre società?

📍 ECCO IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL DI PANDORA RIVISTA!

Dal 5 al 16 ottobre 2022 torna a Bologna il Festival Dialoghi di Pandora Rivista. La lista degli ospiti e il programma degli eventi si possono consultare sul sito. Segui 👉🏻https://www.pandorarivista.it/festival/

Programma

Pandora Podcast

Nadia Urbinati