IL FILO E LA PERGAMENA. Bayeux, Nonantola e la domanda su chi racconta il potere


Il filo e la pergamena. Bayeux, Nonantola, e la domanda su chi racconta il potere



*La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*



Il 2 settembre re Carlo III ed Emmanuel Macron hanno percorso, a Londra, i quasi settanta metri dell’Arazzo di Bayeux — un ricamo, non un arazzo in senso tecnico, che da mille anni non lasciava la Francia. Al British Museum, nella Sainsbury Exhibitions Gallery, la mostra apre al pubblico il 10 settembre e resterà fino all’11 luglio 2027- Londra resta, per me, una meta cara, anche quando non è la destinazione della riflessione – in cambio, Londra presta a sua volta i tesori di Sutton Hoo e i Lewis Chessmen. Macron ha parlato di un legame da “tessere stretto come i fili” del ricamo. Non so se la diplomazia culturale funzioni davvero come una metafora tessile, ma la suggestione mi ha fatto alzare gli occhi — non verso l’Inghilterra, bensì verso il fondo del mio giardino, per così dire. Perché nel territorio matildico dove vivo, a Nonantola, si custodisce lo stesso secolo — l’XI — in una forma diversa, meno nota, forse non meno eloquente.

Arazzo di Bayeaux



L’Abbazia di San Silvestro — non è una cattedrale, come per lungo tempo ho creduto, ma concattedrale dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola — non ha una striscia di lino ricamato lunga come una strada. Ha, nel suo Museo Benedettino e Diocesano, qualcosa di più frammentario e per questo, forse, di più commovente: pergamene, sete, un libro rilegato in argento.

Il tessuto che non racconta, ma dichiara

A Bayeux la lana ricamata sul lino racconta — la conquista, la battaglia, la morte di Harold trafitto da una freccia. È un tessuto popolare nella tecnica, pensato perché la storia arrivasse a chi non sapeva leggere: un fumetto, si è detto, e non a torto.

A Nonantola, nel 2002, durante un restauro, sono riemersi due sciamiti — non dentro l’arca di San Silvestro, mi correggo subito, ma tra i frammenti dell’abbazia, forse legati all’uso di avvolgere le spoglie dei santi. Uno, di manifattura bizantina, VIII-IX secolo: fondo rosso, aquile imperiali racchiuse in medaglioni. L’altro, palermitano o dell’Egitto fatimide, XI-XII secolo: fondo giallo pallido, leonesse, cervi, leprotti. Non raccontano nulla — non hanno bisogno di farlo. La seta pura e l’oro erano, in sé, il messaggio: appartengono a chi può permettersi di non dover spiegare il proprio potere, ma solo di indossarlo, o di avvolgervi un santo.



Mi chiedo, e non ho una risposta netta, se questa differenza — tra il tessuto che narra e il tessuto che semplicemente è — non dica qualcosa anche sul nostro presente: quanto della nostra comunicazione oggi insegue ancora la logica del racconto per immagini, pensato per la folla e quanto invece la logica dello sciamita, il segno che non spiega perché non ha bisogno di essere creduto.

Chi firma, chi è raccontato

C’è poi, nel Museo, l’Evangelistario di Matilde di Canossa — fine XI secolo, legatura in lamine d’argento sbalzato e parzialmente dorato. E accanto, nell’Archivio Abbaziale, tra le oltre quattromilacinquecento pergamene, quella che porta il monogramma della Gran Contessa, insieme a quelli di Carlo Magno e di Federico Barbarossa.

Qui il confronto con Bayeux si fa, credo, più interessante — e più scomodo. A Bayeux un uomo, Guglielmo, viene raccontato da mani che restano anonime, quasi certamente inglesi, per celebrare una conquista che non era la loro. A Nonantola, Matilde “firma”. Non è raffigurata mentre agisce: agisce direttamente sulla pergamena, lascia il proprio segno grafico su un documento che impone all’abbazia — durante la lotta per le investiture — di cambiare schieramento, dall’imperatore al papato. Non so se questa differenza regga a un’analisi più rigorosa di quanto io possa condurre qui, in un pomeriggio di settembre; ma la tentazione di leggervi due grammatiche del potere femminile e maschile nel Medioevo — l’una rappresentata, l’altra firmante — mi pare legittima, almeno come domanda aperta.

Il portale, e ciò che resta

Fuori dal museo, davanti alla basilica, le formelle della scuola di Wiligelmo assolvono la stessa funzione dell’Arazzo: raccontare per immagini a chi non poteva leggere le pergamene dentro. Sant’Anselmo, i re longobardi, la fondazione del monastero — scolpiti nella pietra invece che ricamati nel lino, ma con la stessa urgenza comunicativa, la stessa fiducia che l’immagine arrivi dove la scrittura si ferma.



Non concludo — non credo che questi paralleli abbiano bisogno di una sintesi che li chiuda. Segnalo piuttosto uno scarto che il confronto tra Bayeux e Nonantola lascia aperto, più che chiarire: non è questione di stabilire dove si conservi meglio l’XI secolo, ma di chiedersi chi, in quel secolo, aveva diritto a raccontare e chi doveva limitarsi a lasciare un segno.
Le mani anonime che ricamano Bayeux raccontano un uomo. La mano di Matilde, sulla pergamena nonantolana, non racconta: agisce, e nell’agire si firma.
Resta da capire — e un pomeriggio di settembre non basta a deciderlo — se firmare sia già una forma di potere, o se sia piuttosto ciò che resta a chi il potere non può permettersi di rappresentarsi per immagini.






*Nota: questo testo nasce da una riflessione a voce, poi elaborata e distesa con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — con cui ho curato i riferimenti culturali, la verifica delle fonti e i rimandi ai link. La stesura finale, comprese eventuali correzioni, aggiunte, inserimento di immagini di libri o modifiche di significati e rimandi , resta un intervento “umano”.*



*Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*
*[simonarinaldi.com](https://www.simonarinaldi.com)*

Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza


Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza

“€189.300. Prezzi a partire da. La televisione mostrava solo la rata mensile.”



*La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*



Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma e l’altro, scorrono spot di automobili. Non automobili qualsiasi: SUV lucidissimi, berlina tedesche, crossover con interni in pelle che sembrano salotti. Centottantanove euro al mese. Duecentoventinove euro al mese. Cifre che sembrano piccole, modeste, quasi alla portata di chiunque abbia uno stipendio nella media — milleseicentocinquanta, milleottocento, al massimo duemila euro. E invece no. Quella cifra piccola è solo la soglia d’ingresso a un sistema che non ti lascerà più uscire.

Il noleggio a lungo termine — NLT nel gergo del settore — è uno dei meccanismi più eleganti e silenziosi di cattura economica prodotti dal capitalismo contemporaneo. Non compri un’automobile: sottoscrivi una rendita mensile che ti dà l’accesso temporaneo a un oggetto che non possiederai mai. La maxi rata finale, quella che teoricamente ti permetterebbe di riscattare il veicolo, nella stragrande maggioranza dei casi non viene pagata. Non perché non si voglia, ma perché l’intero sistema è congegnato perché non convenga. Meglio rinnovare, si dice. Meglio passare al modello successivo. E così il ciclo ricomincia, più moderno, più costoso, più vincolante.


Una trappola costruita sull’identità, non sul bisogno

Sarebbe riduttivo, però, liquidare il fenomeno come mera irrazionalità economica o analfabetismo finanziario. La questione è più profonda, e riguarda il modo in cui le società contemporanee costruiscono — o meglio, demoliscono — l’identità individuale.

Per secoli, l’identità si è formata attraverso appartenenze stabili: al territorio, alla famiglia, a una professione, a una tradizione spirituale o culturale. Queste appartenenze erano contenitori di senso. Sapevi chi eri perché sapevi *da dove venivi* e *a cosa appartenevi*. La modernità liquida — per usare la fortunata metafora di Zygmunt Bauman — ha progressivamente eroso questi contenitori. La mobilità geografica, la precarietà lavorativa, la frammentazione delle reti familiari e comunitarie hanno lasciato un vuoto enorme. E il mercato ha occupato quel vuoto con grande efficienza.

L’automobile, in questo contesto, non è più un mezzo di trasporto. È un autoritratto. È la risposta — rapida, visibile, socialmente leggibile — alla domanda *chi sono io?* Un SUV da quarantamila euro dice: sono una persona di successo, sono competente, ho gusto, ho potere d’acquisto. Dice tutto questo nel tempo che ci vuole a parcheggiare sotto casa. È un’identità a noleggio, esattamente come la macchina che la veicola.



Hannah Arendt e il confine tra essere e apparire

Hannah Arendt, nella sua *Vita activa* (1958), distingue tre forme fondamentali dell’attività umana: il *labor* (il ciclo biologico della sopravvivenza), il *work* (la produzione di oggetti duraturi che abitano il mondo) e l’*action* (l’agire nella sfera pubblica attraverso parole e atti che lasciano un’impronta). Questa tripartizione, elaborata a metà del Novecento, si rivela sorprendentemente attuale.



Il noleggio a lungo termine è, strutturalmente, *labor* travestito da *action*. È un ciclo — mensile, automatico, inarrestabile — che consuma reddito senza produrre nulla di duraturo. Non si possiede, non si lascia niente. Eppure viene percepito e vissuto come affermazione di sé, come gesto identitario, come partecipazione a una certa forma di mondo. La confusione tra le due categorie non è accidentale: è il risultato di decenni di pubblicità che hanno sistematicamente colonizzato il territorio dell’*action* — l’essere qualcuno nel mondo — con oggetti del *labor*.

Guy Debord, nel suo *La société du spectacle* (1967), aveva già intuito questa dinamica con estrema chiarezza: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» L’automobile non è più vissuta: è rappresentata. Il suo valore non è d’uso, ma di scena.

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Il cinquantenne vestito da quindicenne

C’è un’immagine che mi torna in mente con fastidio ricorrente: quell’uomo di cinquant’anni che scende da un’auto di rappresentanza vestito con sneakers di lusso e felpa oversize, con l’aria di chi vuole comunicare giovinezza, energia, successo. Non è una critica alla persona — è una diagnosi di sistema. Io penso che *quella persona* non ha trovato, nel proprio percorso di vita, una narrazione identitaria abbastanza forte da non aver bisogno di essere sostenuta da oggetti costosi e rimandi ad un tempo biologico altro. O, più probabilmente, quella narrazione esisteva ma è stata sistematicamente svalorizzata dalla cultura dominante.

Perché è questo il meccanismo più insidioso: non si vende solo un’automobile, si svaluta preventivamente tutto ciò che non è misurabile in termini di consumo. La casa di proprietà, i libri, un orto, un archivio di mappe antiche, un blog scritto con cura — queste cose non fanno spettacolo. Non si vedono dal finestrino. Non si capiscono in tre secondi. E quindi, nell’economia dell’attenzione e dell’impressione istantanea, non contano. Ovviamente il discorso è più complesso.

Io ho sempre guidato e scelto utilitarie. Per me un’automobile non dovrebbe costare più di diecimila euro, perché non è lì che risiede la mia sostanza, da sempre. La mia sostanza è nella casa, nei libri, nel territorio che conosco e abito, nelle cose che scrivo e che costruisco nel tempo. Non è un atteggiamento virtuoso — è semplicemente una coerenza tra ciò che sono e ciò che mostro. La forma che segue l’essere, non l’essere che segue la forma.



Libertà o perpetua servitù?

C’è un paradosso profondo nel sistema del noleggio a lungo termine che non viene quasi mai nominato: si vende come *libertà* — libertà di cambiare, di aggiornare, di non vincolarsi — e invece è la forma più rigorosa di vincolo economico. Non possiedi nulla, ma paghi per sempre. Non hai debiti visibili, ma hai obbligazioni permanenti. Non sei proprietario, ma sei consumatore a vita.

Veblen, nel suo *The Theory of the Leisure Class* (1899), aveva coniato il concetto di *consumo vistoso* per descrivere l’uso dei beni come segnale di status sociale. Quello che non aveva potuto prevedere è che il consumo vistoso sarebbe diventato accessibile anche a chi non può permetterselo, attraverso forme di credito sempre più creative. Il risultato è una democrazia dello status apparente e una oligarchia della sostanza reale: tutti possono *sembrare* ricchi, pochi possono *essere* liberi.

La vera libertà economica — quella che consente di scegliere come vivere, di fermarsi, di cambiare direzione senza essere schiacciati da obbligazioni mensili — richiede, paradossalmente, di rinunciare all’apparenza. Richiede di possedere cose meno costose, di abitare spazi più autentici, di costruire un’identità che non dipenda da ciò che si guida o che si indossa.

Non è ascetismo. È strategia.





#Bibliografia

Arendt, H. (1958). *The Human Condition*. University of Chicago Press. [trad. it. *Vita activa. La condizione umana*, Bompiani, 1964]
Bauman, Z. (2000). *Liquid Modernity*. Polity Press. [trad. it. *Modernità liquida*, Laterza, 2002]
Debord, G. (1967). *La société du spectacle*. Buchet-Chastel. [trad. it. *La società dello spettacolo*, Baldini Castoldi Dalai, 2008]
Veblen, T. (1899). *The Theory of the Leisure Class*. Macmillan. [trad. it. *La teoria della classe agiata*, Einaudi, 2007]
Han, B.-C. (2012). *Transparenzgesellschaft*. Matthes & Seitz. [trad. it. *La società della trasparenza*, Nottetempo, 2014]
Fromm, E. (1976). *To Have or to Be?*. Harper & Row. [trad. it. *Avere o essere?*, Mondadori, 1977]
Lipovetsky, G. (1987). *L’empire de l’éphémère*. Gallimard. [trad. it. *L’impero dell’effimero*, Garzanti, 1989]

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*Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*

Il Salotto di Ulisse – Imperium il potere a Roma


Imperium, il Potere a Roma

Podcast, Il Salotto di Ulisse

🏛️ Imperium: il potere a Roma
Un viaggio nella storia politica e morale dell’antica Roma, per comprendere come il concetto di imperium — nato come potere etico e responsabile — si sia progressivamente trasformato in strumento assoluto e divino nelle mani dei sovrani.

Attraverso un’analisi profonda dei valori repubblicani, delle istituzioni e della religione romana, l’incontro ripercorre l’evoluzione del potere da principio civile a forma teocratica. Un dialogo che tocca le radici della nostra idea di autorità, giustizia e responsabilità pubblica.



🎙️ Interventi:
Giovanni Brizzi — Università di Bologna
Introduce: Paola Monari, Vicepresidente dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna

🔗 Riascolta tutti gli incontri dell’Accademia su YouTube e Spotify: conferenze, dialoghi e approfondimenti dedicati alla storia, alla filosofia e alla scienza.

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Festival della Mente 2025 – INVISIBILE


Festival della mente

Programma

«Forse tutta la saggezza, tutta la verità, tutta la sincerità si trovano concentrate in quell’imponderabile momento del tempo in cui varchiamo la soglia dell’invisibile», scrive Joseph Conrad in Cuore di tenebra. L’invisibile, nel pensiero di Marlow, protagonista insieme a Kurtz del romanzo capolavoro del grande scrittore polacco, naturalizzato britannico, rappresenta il limite tra conosciuto e ignoto, conscio e inconscio, apparenza e verità, razionalità e follia, bene e male. È un confine sottile e misterioso che ci fa precipitare nell’abisso e per questo ci salva, grazie alla conoscenza di quell’abisso: è solo da lì che può scaturire la luce.

Podcast Cuore di Tenebra

E proprio il concetto di invisibile è il filo conduttore della XXII edizione del Festival della Mente, il primo festival europeo dedicato alla creatività e alla nascita delle idee. Varcare la soglia dell’invisibile, attraverso le parole delle relatrici e dei relatori che ci guidano nel cammino della conoscenza, significa anche andare oltre le apparenze, infrangere il velo dell’abitudine e dell’indifferenza: da una parte esplorare con occhi nuovi la realtà che ci circonda per coglierne il significato, dall’altra guardare dentro noi stessi, compiere un viaggio interiore per arrivare all’essenza delle cose.

Varcare quella soglia diventa così un gesto sovversivo e un atto di responsabilità, di ascolto, di empatia, di apertura verso l’altro e verso il mistero. Chi si avvicina all’invisibile, infatti, non può più ignorarlo.


Il mio augurio è che lo svelamento dei tanti mondi invisibili – che nei tre giorni del festival percorreremo grazie all’aiuto della scienza e della tecnologia, delle arti e della letteratura – spinga tutti noi, e soprattutto le nuove generazioni, a acquisire uno sguardo più consapevole e più umano. Spetta a noi, infatti, imparare a vedere l’invisibile: al di fuori di noi, nel mondo che ci circonda e negli altri, vicini o lontani, ma anche all’interno di ognuno di noi, «nell’inconcepibile mistero di un’anima che lotta ciecamente con sé stessa».


Benedetta Marietti
Direttrice del Festival della Mente

Link

Da Pagina Fb

Alessandro Barbero

🔴 L’essenziale è invisibile agli algoritmi | Chiara Giaccardi ⚫️                        

📌 Viviamo nell’era dell’invisibilità algoritmica: dietro l’apparente comodità si nasconde un’anestesia del pensiero critico. Vanno in crisi desiderio autentico e philìa sociale e si generano società disaffette, in cerca di capri espiatori o asservite al digitale. Ma lo spirito resta riserva di libertà e creatività per affrontare questa crisi di civiltà.                                                                                                              

👤 Chiara Giaccardi, laureata in Filosofia e con un PhD. in Social Sciences alla University of Kent (UK), insegna Sociologia e antropologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano, dove dirige anche la rivista Comunicazioni sociali. Lavora da anni sul concetto di generatività sociale come paradigma di critica al capitalismo e di cambiamento sociale. Il suo libro più recente è “Generare libertà” (Il Mulino, 2024).

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Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025 – MAST Bologna


Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025

Fondazione MAST ospita la più ampia mostra personale dell’artista franco-algerino Mohamed Bourouissa mai realizzata in Italia: Communautés. Projets 2005-2025.
L’esposizione, curata da Francesco Zanot, comprende quattro serie di opere – Péripherique, Horse Day, Shoplifters e l’inedita Hands – e descrive l’evoluzione dell’artista dagli esordi ad oggi.

Attraverso opere già iconiche e altre inedite, fotografie, film e oggetti realizzati con materiali industriali, Communautés non solo traccia il percorso di due decenni di lavoro di Bourouissa, ma indaga anche la trasformazione della fotografia nel contesto contemporaneo, rivelando la complessità delle relazioni tra individui e società in un’epoca di profondi cambiamenti.

#Bologna #Mostre #Fotografia

SERIE IN MOSTRA

Péripherique (2005-2008) è la serie attraverso cui il lavoro di Bourouissa è stato conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo. In queste immagini, che si rifanno ai codici della pittura, l’artista mette in scena alcune situazioni di pericolo e tensione utilizzando amici e conoscenti come attori non professionisti. Realizzate in seguito alle rivolte nelle banlieue francesi del 2005, le fotografie restituiscono visibilità a chi solitamente rimane ai margini della storia.

Horse Day (2013-2019) documenta le scuderie sociali in un sobborgo di Philadelphia, fondate da membri della comunità afroamericana locale. Qui, Bourouissa decostruisce l’immaginario del cowboy, escluso dalla cultura equestre americana a causa dei bias alimentati in particolare dal cinema di Hollywood e dal mito della conquista del West. Horse Day comprende sculture fotografiche ottenute  stampando le fotografie delle scuderie e dei loro frequentatori su parti di carrozzerie di automobile, accostando la pratica di vestire e abbellire i cavalli con quella di modificare auto e pick-up.

Shoplifters (2014) riproduce una serie di fotografie di persone intente a rubare oggetti di poco conto che l’artista ha visto esposte all’entrata di un supermarket di Brooklyn. Realizzate dal manager del negozio con intento accusatorio, le immagini mostrano i volti di coloro che sono stati sorpresi a rubare qualcosa, messi in posa insieme all’oggetto del tentato furto. L’artista trasforma queste immagini, sfruttando la banalità dei beni sottratti per assolvere i protagonisti di queste fotografie, denunciando invece la miseria consumistica della società.

Hands (2025) è il progetto più recente di Bourouissa, esposto per la prima volta al pubblico al MAST. Le immagini sono prelevate da serie preesistenti, ristampate su plexiglass e appoggiate sullo sfondo di una griglia metallica. Le mani e i gesti che si vedono in queste immagini si sovrappongono alle griglie, simbolo di controllo e coercizione, innescando un senso di forte tensione.

Presentazione Mostra


Memoria del tempo e delle stelle, i lunari dell’Archiginnasio


Lunari dell’Archiginnasio

La Biblioteca dell’Archiginnasio partecipa ad Archivissima, Il festival degli Archivi , con il video 𝑴𝒆𝒎𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒔𝒕𝒆𝒍𝒍𝒆: 𝒊 𝒍𝒖𝒏𝒂𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍❜𝑨𝒓𝒄𝒉𝒊𝒈𝒊𝒏𝒏𝒂𝒔𝒊𝒐   https://tinyurl.com/y37zzs27
Tra XVII e XVIII secolo, 𝐢 𝐥𝐮𝐧𝐚𝐫𝐢 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐦𝐚𝐧𝐚𝐜𝐜𝐡𝐢 rappresentavano una forma di orientamento nel tempo: strumenti che, tra astrologia, previsioni meteorologiche, insegnamenti morali e pratiche quotidiane, aiutavano a dare senso all’anno che iniziava. Il video prodotto in occasione di Archivissima 2025 propone un viaggio tra questi oggetti editoriali, effimeri ma centrali nella cultura popolare, che testimoniano come le società del passato abbiano cercato di prevedere, organizzare e immaginare il futuro. In particolare, viene approfondita la produzione bolognese, tra le più vivaci dell’epoca, capace di coniugare tradizione astrologica e nuove forme di divulgazione.
Queste pubblicazioni, oggi spesso dimenticate, ci parlano ancora: ci ricordano che ogni epoca ha avuto i suoi strumenti per interpretare ciò che verrà.

#archivissima25 #dallapartedelfuturo #archiginnasio

Link

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-misura-del-tempo-almanacchi-lunari-calendari-e-oroscopi-nella-cultura-popolare/

http://www.comune.torino.it/archiviostorico/mostre/guide2001/index.html


Il Corpo, Umano – Vittorio Lingiardi


Il Corpo, Umano

VITTORIO LUNGIARDI

Lei racconta gli organi per restituirci il corpo intero, tutt’uno con la psiche.

“Il corpo è composto da elementi separati, ma è un teatro di convivenze. Penso al magnifico poema di Whitman sul ‘corpo elettrico’: preghiera medica dove ogni organo è tutto il corpo e tutto il corpo è ogni suo organo. Un corpo mente, mitico e medico, che attraversa la vita”.

Se a diciotto anni, invece dell’Uomo senza qualità di Robert Musil avessi letto Corpo, umano di Vittorio Lingiardi (Einaudi), credo che sarei stata una persona più contenta e consapevole. In Corpo, umano – dove la virgola fa la differenza – lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi si avvicina agli organi che compongono il corpo, uno per uno: dal fegato al cervello, dagli occhi al cuore, per raccontarli con le voci della medicina e della poesia, ma anche per esprimere la sua preoccupazione per il corpo contemporaneo, al centro di mille attenzioni eppure bisognoso di un ascolto che non arriva.

Link all’articolo di Daria Bignardi

Professor Lingiardi, il corpo è ancora importante nell’era del virtuale?

“ ‘Il corpo c’è, e c’è, e c’è’, dice la poeta Szymborska. Ci contiene, ci determina. È il nostro io ma anche il primo tu. Dobbiamo imparare a parlargli prima possibile. L’incontro con la ‘verità’ del corpo è sempre complesso: emozionante e drammatico. Oggi, con corpi semi-virtuali (nel lavoro, nelle relazioni), ancora di più. Soprattutto nei momenti in cui si trasforma: l’adolescenza e l’invecchiamento”.

Link

GRAZIE VARENNE


Grazie #Varenne Ogni volta che vado a visitare i cavalli fuori all’aperto nella magica tenuta di Orsi Mangelli a pochi passi da casa mia… un pensiero é sempre dedicato a lui, da oltre 25 anni… sarà per sempre un pensiero dedicato… Il figlio del Vento Purtroppo il momento è giunto, lo sapevamo che prima o…

Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre


Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre Partendo da un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera, alcune riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale. Con una nota sul metodo: come nasce un pensiero dialogando con l’intelligenza artificiale. I — L’articolo come specchio…

Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza


Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza *La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com* — Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma e l’altro, scorrono spot di automobili. Non automobili qualsiasi: SUV lucidissimi, berlina tedesche, crossover con interni in pelle che sembrano…