Il filo e la pergamena. Bayeux, Nonantola, e la domanda su chi racconta il potere
*La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*
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Il 2 settembre re Carlo III ed Emmanuel Macron hanno percorso, a Londra, i quasi settanta metri dell’Arazzo di Bayeux — un ricamo, non un arazzo in senso tecnico, che da mille anni non lasciava la Francia. Al British Museum, nella Sainsbury Exhibitions Gallery, la mostra apre al pubblico il 10 settembre e resterà fino all’11 luglio 2027; in cambio, Londra presta a sua volta i tesori di Sutton Hoo e i Lewis Chessmen. Macron ha parlato di un legame da “tessere stretto come i fili” del ricamo. Non so se la diplomazia culturale funzioni davvero come una metafora tessile, ma la suggestione mi ha fatto alzare gli occhi — non verso l’Inghilterra, bensì verso il fondo del mio giardino, per così dire. Perché nel territorio matildico dove vivo, a Nonantola, si custodisce lo stesso secolo — l’XI — in una forma diversa, meno nota, forse non meno eloquente.
Arazzo di Bayeaux
L’Abbazia di San Silvestro — non è una cattedrale, come per lungo tempo ho creduto, ma concattedrale dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola — non ha una striscia di lino ricamato lunga come una strada. Ha, nel suo Museo Benedettino e Diocesano, qualcosa di più frammentario e per questo, forse, di più commovente: pergamene, sete, un libro rilegato in argento.
Il tessuto che non racconta, ma dichiara
A Bayeux la lana ricamata sul lino racconta — la conquista, la battaglia, la morte di Harold trafitto da una freccia. È un tessuto popolare nella tecnica, pensato perché la storia arrivasse a chi non sapeva leggere: un fumetto, si è detto, e non a torto.
A Nonantola, nel 2002, durante un restauro, sono riemersi due sciamiti — non dentro l’arca di San Silvestro, mi correggo subito, ma tra i frammenti dell’abbazia, forse legati all’uso di avvolgere le spoglie dei santi. Uno, di manifattura bizantina, VIII-IX secolo: fondo rosso, aquile imperiali racchiuse in medaglioni. L’altro, palermitano o dell’Egitto fatimide, XI-XII secolo: fondo giallo pallido, leonesse, cervi, leprotti. Non raccontano nulla — non hanno bisogno di farlo. La seta pura e l’oro erano, in sé, il messaggio: appartengono a chi può permettersi di non dover spiegare il proprio potere, ma solo di indossarlo, o di avvolgervi un santo.
Mi chiedo, e non ho una risposta netta, se questa differenza — tra il tessuto che narra e il tessuto che semplicemente è — non dica qualcosa anche sul nostro presente: quanto della nostra comunicazione oggi insegue ancora la logica del racconto per immagini, pensato per la folla e quanto invece la logica dello sciamita, il segno che non spiega perché non ha bisogno di essere creduto.
Chi firma, chi è raccontato
C’è poi, nel Museo, l’Evangelistario di Matilde di Canossa — fine XI secolo, legatura in lamine d’argento sbalzato e parzialmente dorato. E accanto, nell’Archivio Abbaziale, tra le oltre quattromilacinquecento pergamene, quella che porta il monogramma della Gran Contessa, insieme a quelli di Carlo Magno e di Federico Barbarossa.
Qui il confronto con Bayeux si fa, credo, più interessante — e più scomodo. A Bayeux un uomo, Guglielmo, viene raccontato da mani che restano anonime, quasi certamente inglesi, per celebrare una conquista che non era la loro. A Nonantola, Matilde “firma”. Non è raffigurata mentre agisce: agisce direttamente sulla pergamena, lascia il proprio segno grafico su un documento che impone all’abbazia — durante la lotta per le investiture — di cambiare schieramento, dall’imperatore al papato. Non so se questa differenza regga a un’analisi più rigorosa di quanto io possa condurre qui, in un pomeriggio di settembre; ma la tentazione di leggervi due grammatiche del potere femminile e maschile nel Medioevo — l’una rappresentata, l’altra firmante — mi pare legittima, almeno come domanda aperta.
Il portale, e ciò che resta
Fuori dal museo, davanti alla basilica, le formelle della scuola di Wiligelmo assolvono la stessa funzione dell’Arazzo: raccontare per immagini a chi non poteva leggere le pergamene dentro. Sant’Anselmo, i re longobardi, la fondazione del monastero — scolpiti nella pietra invece che ricamati nel lino, ma con la stessa urgenza comunicativa, la stessa fiducia che l’immagine arrivi dove la scrittura si ferma.








Non concludo — non credo che questi paralleli abbiano bisogno di una sintesi che li chiuda. Mi limito a osservare che non è stato necessario un viaggio a Londra, né la fila per un biglietto già esaurito fino a dicembre, per attraversare l’XI secolo nella sua fierezza materiale. (Anche se il viaggio a Londra rimane sempre per me una meta cara).
Bastava restare qui, nel campo matildico, e chiedersi — come sto ancora facendo — che cosa distingua un tessuto che racconta da uno che, semplicemente, comanda di essere creduto.
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*Nota: questo testo nasce da una riflessione a voce, poi elaborata e distesa con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — con cui ho curato i riferimenti culturali, la verifica delle fonti e i rimandi ai link. La stesura finale, comprese eventuali correzioni, aggiunte, inserimento di immagini di libri o modifiche di significati e rimandi , resta un intervento “umano”.*
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*Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*
*[simonarinaldi.com](https://www.simonarinaldi.com)*
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