Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza


Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza

“€189.300. Prezzi a partire da. La televisione mostrava solo la rata mensile.”



*La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*



Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma e l’altro, scorrono spot di automobili. Non automobili qualsiasi: SUV lucidissimi, berlina tedesche, crossover con interni in pelle che sembrano salotti. Centottantanove euro al mese. Duecentoventinove euro al mese. Cifre che sembrano piccole, modeste, quasi alla portata di chiunque abbia uno stipendio nella media — milleseicentocinquanta, milleottocento, al massimo duemila euro. E invece no. Quella cifra piccola è solo la soglia d’ingresso a un sistema che non ti lascerà più uscire.

Il noleggio a lungo termine — NLT nel gergo del settore — è uno dei meccanismi più eleganti e silenziosi di cattura economica prodotti dal capitalismo contemporaneo. Non compri un’automobile: sottoscrivi una rendita mensile che ti dà l’accesso temporaneo a un oggetto che non possiederai mai. La maxi rata finale, quella che teoricamente ti permetterebbe di riscattare il veicolo, nella stragrande maggioranza dei casi non viene pagata. Non perché non si voglia, ma perché l’intero sistema è congegnato perché non convenga. Meglio rinnovare, si dice. Meglio passare al modello successivo. E così il ciclo ricomincia, più moderno, più costoso, più vincolante.


Una trappola costruita sull’identità, non sul bisogno

Sarebbe riduttivo, però, liquidare il fenomeno come mera irrazionalità economica o analfabetismo finanziario. La questione è più profonda, e riguarda il modo in cui le società contemporanee costruiscono — o meglio, demoliscono — l’identità individuale.

Per secoli, l’identità si è formata attraverso appartenenze stabili: al territorio, alla famiglia, a una professione, a una tradizione spirituale o culturale. Queste appartenenze erano contenitori di senso. Sapevi chi eri perché sapevi *da dove venivi* e *a cosa appartenevi*. La modernità liquida — per usare la fortunata metafora di Zygmunt Bauman — ha progressivamente eroso questi contenitori. La mobilità geografica, la precarietà lavorativa, la frammentazione delle reti familiari e comunitarie hanno lasciato un vuoto enorme. E il mercato ha occupato quel vuoto con grande efficienza.

L’automobile, in questo contesto, non è più un mezzo di trasporto. È un autoritratto. È la risposta — rapida, visibile, socialmente leggibile — alla domanda *chi sono io?* Un SUV da quarantamila euro dice: sono una persona di successo, sono competente, ho gusto, ho potere d’acquisto. Dice tutto questo nel tempo che ci vuole a parcheggiare sotto casa. È un’identità a noleggio, esattamente come la macchina che la veicola.



Hannah Arendt e il confine tra essere e apparire

Hannah Arendt, nella sua *Vita activa* (1958), distingue tre forme fondamentali dell’attività umana: il *labor* (il ciclo biologico della sopravvivenza), il *work* (la produzione di oggetti duraturi che abitano il mondo) e l’*action* (l’agire nella sfera pubblica attraverso parole e atti che lasciano un’impronta). Questa tripartizione, elaborata a metà del Novecento, si rivela sorprendentemente attuale.



Il noleggio a lungo termine è, strutturalmente, *labor* travestito da *action*. È un ciclo — mensile, automatico, inarrestabile — che consuma reddito senza produrre nulla di duraturo. Non si possiede, non si lascia niente. Eppure viene percepito e vissuto come affermazione di sé, come gesto identitario, come partecipazione a una certa forma di mondo. La confusione tra le due categorie non è accidentale: è il risultato di decenni di pubblicità che hanno sistematicamente colonizzato il territorio dell’*action* — l’essere qualcuno nel mondo — con oggetti del *labor*.

Guy Debord, nel suo *La société du spectacle* (1967), aveva già intuito questa dinamica con estrema chiarezza: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» L’automobile non è più vissuta: è rappresentata. Il suo valore non è d’uso, ma di scena.

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Il cinquantenne vestito da quindicenne

C’è un’immagine che mi torna in mente con fastidio ricorrente: quell’uomo di cinquant’anni che scende da un’auto di rappresentanza vestito con sneakers di lusso e felpa oversize, con l’aria di chi vuole comunicare giovinezza, energia, successo. Non è una critica alla persona — è una diagnosi di sistema. Io penso che *quella persona* non ha trovato, nel proprio percorso di vita, una narrazione identitaria abbastanza forte da non aver bisogno di essere sostenuta da oggetti costosi e rimandi ad un tempo biologico altro. O, più probabilmente, quella narrazione esisteva ma è stata sistematicamente svalorizzata dalla cultura dominante.

Perché è questo il meccanismo più insidioso: non si vende solo un’automobile, si svaluta preventivamente tutto ciò che non è misurabile in termini di consumo. La casa di proprietà, i libri, un orto, un archivio di mappe antiche, un blog scritto con cura — queste cose non fanno spettacolo. Non si vedono dal finestrino. Non si capiscono in tre secondi. E quindi, nell’economia dell’attenzione e dell’impressione istantanea, non contano. Ovviamente il discorso è più complesso.

Io ho sempre guidato e scelto utilitarie. Per me un’automobile non dovrebbe costare più di diecimila euro, perché non è lì che risiede la mia sostanza, da sempre. La mia sostanza è nella casa, nei libri, nel territorio che conosco e abito, nelle cose che scrivo e che costruisco nel tempo. Non è un atteggiamento virtuoso — è semplicemente una coerenza tra ciò che sono e ciò che mostro. La forma che segue l’essere, non l’essere che segue la forma.



Libertà o perpetua servitù?

C’è un paradosso profondo nel sistema del noleggio a lungo termine che non viene quasi mai nominato: si vende come *libertà* — libertà di cambiare, di aggiornare, di non vincolarsi — e invece è la forma più rigorosa di vincolo economico. Non possiedi nulla, ma paghi per sempre. Non hai debiti visibili, ma hai obbligazioni permanenti. Non sei proprietario, ma sei consumatore a vita.

Veblen, nel suo *The Theory of the Leisure Class* (1899), aveva coniato il concetto di *consumo vistoso* per descrivere l’uso dei beni come segnale di status sociale. Quello che non aveva potuto prevedere è che il consumo vistoso sarebbe diventato accessibile anche a chi non può permetterselo, attraverso forme di credito sempre più creative. Il risultato è una democrazia dello status apparente e una oligarchia della sostanza reale: tutti possono *sembrare* ricchi, pochi possono *essere* liberi.

La vera libertà economica — quella che consente di scegliere come vivere, di fermarsi, di cambiare direzione senza essere schiacciati da obbligazioni mensili — richiede, paradossalmente, di rinunciare all’apparenza. Richiede di possedere cose meno costose, di abitare spazi più autentici, di costruire un’identità che non dipenda da ciò che si guida o che si indossa.

Non è ascetismo. È strategia.





#Bibliografia

Arendt, H. (1958). *The Human Condition*. University of Chicago Press. [trad. it. *Vita activa. La condizione umana*, Bompiani, 1964]
Bauman, Z. (2000). *Liquid Modernity*. Polity Press. [trad. it. *Modernità liquida*, Laterza, 2002]
Debord, G. (1967). *La société du spectacle*. Buchet-Chastel. [trad. it. *La società dello spettacolo*, Baldini Castoldi Dalai, 2008]
Veblen, T. (1899). *The Theory of the Leisure Class*. Macmillan. [trad. it. *La teoria della classe agiata*, Einaudi, 2007]
Han, B.-C. (2012). *Transparenzgesellschaft*. Matthes & Seitz. [trad. it. *La società della trasparenza*, Nottetempo, 2014]
Fromm, E. (1976). *To Have or to Be?*. Harper & Row. [trad. it. *Avere o essere?*, Mondadori, 1977]
Lipovetsky, G. (1987). *L’empire de l’éphémère*. Gallimard. [trad. it. *L’impero dell’effimero*, Garzanti, 1989]

#NLT #consumovistoso #identità, #HannahArendt #GuyDebord, #Veblen #psicologiadelconsumo, #statussymbol #automobile #libertà #essereeavere, #Kahneman #modernitàliquida #Bauman #priceanchoring #LandRoverDefender

*Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*

Archivio di Stato di Bologna – Araldica


L’Araldica: Scienza Storica, Documentaria e Simbolica

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Archivio di Stato di Bologna – Araldica

All’interno del ciclo di incontri di studio promossi per gli studenti della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica, l’Archivio di Stato di Bologna presenta il ciclo di #seminari “L’araldica: scienza storica, documentaria e simbolica”. L’iniziativa intende offrire ai partecipanti una #formazione scientifica sull’#araldica come strumento interpretativo fondamentale per la lettura delle fonti archivistiche, iconografiche e monumentali.Attraverso quattro seminari tematici si analizzeranno le principali dimensioni della disciplina: dalla nascita medievale del sistema araldico, alla sua evoluzione normativa negli stati italiani, fino alle forme contemporanee dell’araldica istituzionale e alla sua relazione con l’emblematica moderna. Particolare attenzione sarà dedicata alla città di #Bologna e al patrimonio araldico conservato nell’Archiginnasio di Bologna, uno dei più straordinari complessi araldici esistenti al mondo.

Gli incontri saranno aperti a tutti e si terranno presso l’aula didattica, in vicolo Spirito Santo 2, nelle seguenti date: giovedì 30 aprile, giovedì 14 maggio, giovedì 21 maggio e giovedì 28 maggio, dalle ore 16.00 alle 18.00.Non è necessaria prenotazione.

Ricerca Digitale, Collezionismo Presentazioni Editoriali, Mostre, Convegni, Festival, Libri, Letteratura, Saggi, Filosofia, Psicologia, Spiritualità, Eventi, Bologna, About Me, Simona Rinaldi

Massimo Montanari – Cucina Politica


Massimo Montanari

Cucina Politica

Il cibo è uno straordinario strumento di comunicazione. È una forma di linguaggio che comunica idee e valori, caricando il gesto del mangiare di significati che pur cambiando nel tempo e nello spazio hanno sempre una straordinaria forza espressiva – quella che solo gli oggetti e le pratiche d’uso quotidiano possono avere. Questo libro descrive la dimensione politica del linguaggio alimentare, in due direzioni. Da un lato guarda al cibo come segno di appartenenza a una comunità, capace di definire l’identità di gruppi sociali, economici, culturali, religiosi – per ciò stesso assumendo una dimensione politica. Dall’altro guarda alle azioni promosse dai pubblici poteri per garantire sicurezza alimentare ai sudditi, o cittadini: politici sono quegli interventi; politici i ‘discorsi’ che li accompagnano, facendone veicolo di propaganda e di narrazioni collettive. Intrecciando e facendo interagire tali prospettive, il ‘linguaggio del cibo’ non si limita a esprimere il reale, ma contribuisce a crearlo – come tutte le forme di comunicazione. I saggi del volume si muovono liberamente nel tempo e nello spazio, attraversando i territori della storia, dell’antropologia, della semiotica, della filosofia, della storia dell’arte. Approcci diversi e complementari, che evidenziano le sorprendenti potenzialità della storia dell’alimentazione come chiave di accesso alla storia.

Accademia delle scienze

Il Salotto di Ulisse


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Le Guerre e la Pace – Biennale di Venezia 2025


Le Guerre e la Pace – Biennale di Venezia

Le guerre e la pace
Si comincia con Le guerre e la pace, un incontro dedicato al tema del conflitto nel pensiero europeo. Giovedì 6 novembre alle ore 18.00, presso la Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, il filosofo Massimo Cacciari terrà una Lectio Magistralis dal titolo La morte dello jus belli ispirata da due testi fondamentali: Zum ewigen Frieden (Per la pace perpetua) di Immanuel Kant e Der Friede (La pace – Una parola ai giovani d’Europa e ai giovani del mondo) di Ernst Jünger. All’incontro parteciperanno Monsignor Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia, e Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Biennale di Venezia.

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Patriarca di Venezia


Jane Goodall – Lo sguardo


JANE GOODALL

Jane Goodhall Institute Italia

#etologia #janegoodall #scimpanzé

L’infanzia e i primi insegnamenti dagli animali
Valerie Jane Morris-Goodall nacque a Londra il 3 aprile 1934. Fin da bambina mostrò un’osservazione instancabile del mondo naturale. Raccontava spesso l’episodio in cui, a cinque anni, rimase per ore in silenzio nell’aia di una fattoria per capire come una gallina deponeva le uova. Da quel giorno sua madre comprese che quella curiosità avrebbe segnato il destino della figlia.

La giovane Jane non fu però affascinata subito dagli scimpanzé, bensì dai cani di famiglia, ai quali attribuiva una personalità distinta e capacità emotive complesse. “Sono stati i miei primi maestri” ripeteva, spiegando che da loro imparò il valore del legame di fiducia e l’importanza di considerare gli animali come individui.

Cresciuta leggendo Tarzan e Dr. Dolittle, coltivò il sogno di vivere in Africa per studiare gli animali nel loro ambiente naturale. Un desiderio allora fuori portata, specie per una donna priva di formazione universitaria scientifica.


L’incontro decisivo con Louis Leakey
La svolta arrivò a 23 anni, quando si recò in Kenya per visitare un’amica. Qui conobbe il paleoantropologo Louis Leakey, che cercava un osservatore capace di studiare gli scimpanzé nel loro habitat per raccogliere indizi sull’evoluzione umana. Leakey scelse Jane proprio per la sua tenacia e il suo sguardo non condizionato dall’accademia.

Nel luglio 1960 Goodall arrivò, accompagnata dalla madre, nel Gombe Stream Reserve, sulle rive del lago Tanganica in Tanzania. Iniziò così un lavoro che avrebbe cambiato per sempre la primatologia.

Le scoperte rivoluzionarie a Gombe
Nel settembre 1960 osservò per la prima volta David Greybeard, uno scimpanzé maschio adulto, usare un ramoscello per estrarre termiti da un nido. L’uso di strumenti era considerato una capacità esclusivamente umana. Leakey, informato della scoperta, commentò: “Dobbiamo ora ridefinire l’uso degli strumenti, ridefinire l’uomo o accettare gli scimpanzé come esseri umani”.

Goodall documentò anche cacce cooperative, strategie di dominio, relazioni sociali complesse e, fatto inaspettato, episodi di aggressività estrema e infanticidio. Ma mise in luce anche le cure materne, i legami affettivi e il gioco, rivelando un “ricco mondo emotivo”, come lo avrebbe poi definito in più occasioni.

Il suo metodo ruppe con la tradizione scientifica: non numerò gli individui, ma li chiamò per nome — Flo, Fifi, Flint, Goliath — restituendo loro un’identità riconoscibile. Questa scelta, criticata inizialmente, contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla personalità degli animali.

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Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025 – MAST Bologna


Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025

Fondazione MAST ospita la più ampia mostra personale dell’artista franco-algerino Mohamed Bourouissa mai realizzata in Italia: Communautés. Projets 2005-2025.
L’esposizione, curata da Francesco Zanot, comprende quattro serie di opere – Péripherique, Horse Day, Shoplifters e l’inedita Hands – e descrive l’evoluzione dell’artista dagli esordi ad oggi.

Attraverso opere già iconiche e altre inedite, fotografie, film e oggetti realizzati con materiali industriali, Communautés non solo traccia il percorso di due decenni di lavoro di Bourouissa, ma indaga anche la trasformazione della fotografia nel contesto contemporaneo, rivelando la complessità delle relazioni tra individui e società in un’epoca di profondi cambiamenti.

#Bologna #Mostre #Fotografia

SERIE IN MOSTRA

Péripherique (2005-2008) è la serie attraverso cui il lavoro di Bourouissa è stato conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo. In queste immagini, che si rifanno ai codici della pittura, l’artista mette in scena alcune situazioni di pericolo e tensione utilizzando amici e conoscenti come attori non professionisti. Realizzate in seguito alle rivolte nelle banlieue francesi del 2005, le fotografie restituiscono visibilità a chi solitamente rimane ai margini della storia.

Horse Day (2013-2019) documenta le scuderie sociali in un sobborgo di Philadelphia, fondate da membri della comunità afroamericana locale. Qui, Bourouissa decostruisce l’immaginario del cowboy, escluso dalla cultura equestre americana a causa dei bias alimentati in particolare dal cinema di Hollywood e dal mito della conquista del West. Horse Day comprende sculture fotografiche ottenute  stampando le fotografie delle scuderie e dei loro frequentatori su parti di carrozzerie di automobile, accostando la pratica di vestire e abbellire i cavalli con quella di modificare auto e pick-up.

Shoplifters (2014) riproduce una serie di fotografie di persone intente a rubare oggetti di poco conto che l’artista ha visto esposte all’entrata di un supermarket di Brooklyn. Realizzate dal manager del negozio con intento accusatorio, le immagini mostrano i volti di coloro che sono stati sorpresi a rubare qualcosa, messi in posa insieme all’oggetto del tentato furto. L’artista trasforma queste immagini, sfruttando la banalità dei beni sottratti per assolvere i protagonisti di queste fotografie, denunciando invece la miseria consumistica della società.

Hands (2025) è il progetto più recente di Bourouissa, esposto per la prima volta al pubblico al MAST. Le immagini sono prelevate da serie preesistenti, ristampate su plexiglass e appoggiate sullo sfondo di una griglia metallica. Le mani e i gesti che si vedono in queste immagini si sovrappongono alle griglie, simbolo di controllo e coercizione, innescando un senso di forte tensione.

Presentazione Mostra


Museo Nazionale del Bargello – Palazzo Strozzi


Museo Nazionale del Bargello – Palazzo Strozzi

Mostre – Palazzo Strozzi

Palazzo Strozzi presenta Tracey Emin. Sex and Solitude, la più grande mostra mai realizzata in Italia dedicata a una delle più famose e influenti artiste nel panorama contemporaneo.

Curata da Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, l’esposizione permette di immergersi nella poliedrica attività di un’artista che spazia tra pittura, disegno, video, fotografia e scultura, sperimentando tecniche e materiali come il ricamo, il bronzo e il neon. Il titolo fa riferimento a due parole chiave, sesso e solitudine, che permeano le oltre 60 opere di un percorso che attraversa diversi momenti della carriera di Tracey Emin, dagli anni Novanta a oggi, in un intenso viaggio sui temi del corpo e del desiderio, dell’amore e del sacrificio. Molte delle opere sono presentate in Italia per la prima volta, assieme a nuove produzioni, in diversi media, realizzate in occasione dell’esposizione.

Celebre per un approccio diretto e crudo nella sua arte, Tracey Emin dà vita a opere in cui momenti intimi e privati si trasformano in metafore esistenziali che riflettono sulla sessualità o la malattia, sulla solitudine o l’amore. Attraverso una ricerca onesta e fortemente autobiografica, Emin traduce esperienze personali in opere intense e potenti, in cui il linguaggio diretto ed esplicito delle sue celebri frasi al neon si unisce alla forte materialità dei suoi dipinti e delle sue sculture.