Simona Rinaldi
(kolonistuga La Rinny)
.."io, ora, stavo per morire? Poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me..." da "il giardino dei sentieri che si biforcano" J.L.B.
"Io sono io e la mia circostanza" Ortega y Gasset 1914 Meditazioni del Chisciotte
«Sono stata allevata in campagna, e ho
creduto tanto a lungo alla realtà di
certe visioni che io non ho sperimentato
ma che ho visto sperimentare intorno a
me che, ancora oggi, non saprei
davvero precisare dove finisce la realtà
e dove inizia l’allucinazione»
(George Sand)
Non so. E' vero, forse non potrò mai sapere, ma voglio sapere.
Lo voglio, e questo mi basta!"
Unamuno
http://about.me/srinaldi
www.simonarinaldi.net
www.simonarinaldi.com
www.tarabaralla.net
www.simonarinaldi-kolonistuga.it
www.iltempocircolare.com
Anobii Books:
https://www.anobii.com/kolonistuga/profile
“…Il sonno perfetto è un appendice dell’amore..quel tuffo inevitabile..un oceano nel quale ci vengono incontro i morti…nel sonno una cosa ci rassicura ed è il fatto di uscirne e di uscirne immutati..”
Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della letteratura inglese – la più grande, a parte la greca di tutte le letterature. E la straordinarietà dell’intreccio coesiste e si fonde con la straordinarietà della sua origine. E’ stato composto, racconta Coleridge, in sogno.
Egli soggiornava, di tanto in tanto in una tenuta solitaria, fra il villaggio di Porlock e quello di Linton.
Un giorno, per effetto di un sedativo che aveva preso, si addormentò; dormì tre ore, durante le quali, dice,
compose l’opera, poiché le immagini e le espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano nella sua mente parallelamente e senza sforzo.
Una volta sveglio, pensò di scrivere quello che aveva composto; aveva già scritto una trentina di versi, quando gli venne annunciata la visita di un uomo di Porlock.
Coleridge si sentì obbligato a riceverlo.
Passò con lui quasi un ora. Ma al momento di rimettersi a trascrivere quello che aveva composto in sogno,
si accorse di essersi dimenticato il resto; si ricordava solo il finale del testo – altri ventiquattro versi.
E’ così che ci è giunto il Kubla Kahn come frammento o frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un altro mondo, raffigurato in termini di mistero che l’immaginazione umana non può concepire,
e di cui ignoriamo, con un brivido, quale potrebbe essere stata la trama. Edgar Poe (discepolo, che lo sapesse o meno di Coleridge), non ha mai raggiunto, in versi o in prosa, l’Altro Mondo in modo così spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in forma negativa; nel Kubla Kahn tutto è altro, tutto è Aldilà;
e ciò che non si riesce a decifrare accade in un Oriente impossibile, ma che il poeta ha visto davvero.
Non si sa – Coleridge non ce lo ha detto – chi fosse quell’ uomo di Porlock che tanti, come me, avranno maledetto. Sarà stato per una coincidenza fortuita che è spuntato questo seccatore sconosciuto a disturbare una comunicazione fra l’abisso e la vita? Sarà sorta, tale apparente coincidenza, da qualche occulta presenza reale, di quelle che sembrano impedire di proposito la rivelazione dei Misteri, anche se intuitiva e lecita, o la trascrizione dei sogni, se in essi sia latente qualche forma di rivelazione?
Comunque sia, credo che il caso di Coleridge rappresenti – in forma esasperata destinata a dar vita ad una allegoria vissuta – ciò che capita a tutti noi in quando questo mondo tentiamo, con la sensibilità per cui si fa arte, di comunicare, falsi pontefici, con L’Altro Mondo di noi stessi.
Il fatto è che tutti noi quando componiamo, anche se siamo svegli, è come se lo facessimo in sogno.
E a tutti noi, anche se nessuno viene a trovarci, si presenta nel nostro intimo, L’uomo di Porlock, il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce (quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l’interruzione fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita, di noi stessi: la somma vivente di ciò che impariamo, di ciò che pensiamo di essere e di ciò che desideriamo essere.
Quel visitatore – perennemente sconosciuto perché, pur essendo noi, – questo seccatore – perennemente anonimo, perché, pur essendo vivo è – tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza nostra, fra l’inizio e la fine di una poesia concepita per intero, che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima.
Fossimo capaci di essere fanciulli, per non avere visite, né visitatori che ci sentiamo obbligati a ricevere!
Ma non vogliamo far aspettare chi non esiste, non vogliamo offendere l’ estraneo che è noi.
E così, di quello che sarebbe potuto essere, resta solo ciò che è; della poesia, o della opera omnia, solo il principio e la fine di qualcosa andato perduto – disiecta membra che come disse Carlyle, sono ciò che resta di ogni poeta, o di ogni uomo. [ OOP, III, 398-400]
..”casta per disdegno delle cose facili, l’amicizia era un fatto elettivo per lei…l’intimità dei corpi, che non è mai esistita tra noi, è stata compensata da questo contatto di due spiriti intimamente fusi l’un con l’altro; la nostra intesa non ebbe bisogno di confessioni, di spiegazioni, di reticenze, i fatti bastavano da soli ed ella le osservava meglio di me”…eravamo complici..”
“…un istante ancora, guardiamo insieme le rive famigliari, le cose che certamente non vedremo mai più, cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti…”
…dedicato a colei che è sempre stata fonte di ispirazione, nei miei sogni e in tutto il mio tempo.. alla ricerca del culto di Mitra, tanto caro all’Imperatore…verso la fonte della complicità! Colei che incontrata ed adulata in sogno, mi rivelò il segreto di me stessa!
La pioggia a ciel sereno è chiamata in Giappone Kitsune no Yomeiri o “Il Matrimonio della Volpe” in riferimento ad una favola che descrive un matrimonio tra queste creature in simili condizioni climatiche. L’evento è considerato buon segno, ma secondo la tradizione se un malcapitato dovesse assistere alla cerimonia le volpi lo perseguiterebbero tutta la vita per avere vendetta. Questa leggenda è descritta in questo episodio.
LA VOLPE CINESE
Per la zoologia comune, la volpe cinese non differisce poi moltissimo dalle altre;
non è così per la zoologia fantastica. Le statistiche le attribuiscono una vita media che oscilla fra gli ottocento
e i mille anni. Viene considerata un segno di malaugurio e ogni parte del suo corpo
è ogni parte del suo corpo è dotata di un potere speciale. Le basta colpire la terra
con la coda per causare incendi, può prevedere il futuro e assumere varie sembianze, di preferenza
quelle di giovani fanciulle, di vecchi e di eruditi.
E’ astuta, cauta e scettica; trova piacere nelle birbonate e nei temporali.
Prende dimora vicino ai sepolcri.
Gli uomini, quando muoiono, possono reincarnarsi in un corpo di volpe. Esistono migliaia di leggende su questo animale; ne riportiamo una, che non è priva di umorismo:
Wang vide due volpi ritte sulle zampe posteriori e appoggiate ad un albero.
Una di loro aveva un foglio di carta nella mano e tutt’e due ridevano come per uno scherzo.
Wang cercò di spaventarle, ma quelle non si mossero, così sparò alla volpe con il pezzo di carta;
la colpì all’occhio e si portò via il foglio. Una volta nella locanda, riferì la sua avventura agli altri ospiti.
Mentre stava parlando, entrò un signore con una ferita all’occhio.
Questi ascoltò il racconto con interesse e chiese di vedere il foglio.
Wang stava già per darglielo, quando l’oste notò che il nuovo arrivato aveva la coda.
esclamò, e subito il signore si trasformò in volpe e fuggì via.
Le volpi tentarono più volte di recuperare il foglio, che era coperto di caratteri indecifrabili,
ma non ci riuscirono.
Wang decise di fare ritorno a casa. Lungo la strada incontrò tutti i suoi famigliari che si dirigevano nella capitale. Dichiararono che era stato lui stesso a ordinare loro quel viaggio, e la madre gli mostrò
una lettera in cui le chiedeva di vendere tutte le proprietà e di raggiungerlo nella capitale.
Wang esaminò la lettera e vide che era un foglio bianco. Pur non avendo più un tetto sotto cui ripararsi,
Wang ordinò: .
Un giorno ricomparve un fratello minore che tutti avevano dato per morto. Volle sapere delle disgrazie
della famiglia e Wang gli riferì tutta la storia.
disse il fratello, quando Wang giunse alla sua avventura con le volpi <è quella la radice di ogni male>.
Wang gli mostrò il documento. Il fratello glielo strappò di mano in fretta e furia e lo mise via.
esclamò e, trasformandosi in volpe, sparì.
LA VOLPE CINESE, (1967, Il libro degli esseri Immaginari, Jorge Luis Borges, pp.218,219)
Alcuni fanno derivare la parola dallo slavo e attraverso questa origine vogliono spiegarne la formazione. Altri la fanno derivare dal tedesco e ammettono solo un’influenza dello slavo. L’incertezza di entrambe le interpretazioni è la prova migliore della loro erroneità: inoltre, nessuna delle due ce ne fornisce il significato. Naturalmente nessuno perderebbe tempo in tali studi se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Ha l’aspetto di un rocchetto di filo, piatto e a forma di stella, e in effetti sembra fatto di filo, ma di pezzi di filo tagliati, vecchi, annodati e confusi di diverso tipo e colore. Non è solo un rocchetto; dal centro della stele parte un bastoncino trasversale, e da questo bastoncino se ne stacca un altro ad angolo retto. Con l’aiuto di quest’ultimo bastoncino da un lato, e di un raggio della stella dall’altro, l’insieme può sollevarsi, come se avesse due gambe. Si sarebbe tentati di credere che tale struttura, una volta, convenisse a una funzione, e che ora sia rotta. Tuttavia pare che non sia andata così, o per lo meno non c’è alcuno indizio in questo senso: da nessuna parte si vedono riparazioni o rotture; l’insieme appare inservibile, ma a suo modo completo. In ogni caso non possiamo dire altro, perché Odradek è straordinariamente mobile e non si lascia catturare. Può stare in soffitta, nel vano delle scale, nei corridoi, nell’androne. A volte passa mesi senza farsi vedere. Si è spostato nelle case vicine, ma torna sempre nella nostra. Spesso, quando uno esce dalla porta e lo trova sul pianerottolo delle scale, viene voglia di parlargli. Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – per via delle dimensioni minuscole – come un bambino. gli chiedono. risponde. . dice e ride, ma è una risata senza polmoni. Suona come un fruscio di foglie secche. In genere il dialogo finisce lì. Non sempre poi si ottengono queste risposte; a volte resta a lungo in silenzio, come il legno, di cui sembra fatto. Mi chiedo invano cosa gli accadrà. Può morire? Tutto ciò che muore ha avuto prima uno scopo, una specie di attività, e per questo si è logorato; non è così per Odradek. Scenderà la scala trascinando filacce davanti ai piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Non fa male a nessuno, ma l’idea che possa sopravvivermi è quasi dolorosa per me.
Franz Kafka
*. Il titolo originale è Die Sorge des Hausvaters (<Il cruccio del padre di famiglia>)
L’ODRADEK (1967, Il libro degli esseri immaginari, cit., pp 161, 162)
“La luce e le forme razionali sono in lotta, la luce le mette in movimento, piega angoli retti, curva parallele, costringe i cerchi dentro gli intervalli, rende l’intervallo attivo.”