GRAZIE VARENNE


Grazie #Varenne

Ogni volta che vado a visitare i cavalli fuori all’aperto nella magica tenuta di Orsi Mangelli a pochi passi da casa mia… un pensiero é sempre dedicato a lui, da oltre 25 anni… sarà per sempre un pensiero dedicato…

Varenne dalla pagina fb dell’allevamento di Zenzalino

Il figlio del Vento

Purtroppo il momento è giunto, lo sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato, ma non volevamo pensarci, per noi sei sempre stato immortale, un figlio sempre presente che ci riempiva di orgoglio.

Ti vogliamo salutare ancora una volta ricordando le tue imprese in pista e quindi non soffermarti a guardare le nostre lacrime ma guarda solo il sorriso che hai regalato a noi e a tutta l’Italia.

Grazie immenso Capitano VARENNE, il tuo Allevamento di Zenzalino.

Concepito a Le Budrie. Stiamo parlando del campione di trotto di tutti i tempi, Varenne, scomparso l’altro giorno. Il Capitano, così era chiamato il fuoriclasse, infatti è stato il frutto di una inseminazione artificiale avvenuta nel giugno del 1994 nella stazione di fecondazione dell’allevamento #OrsiMangelli, a Le Budrie di San Giovanni in Persiceto, come raccontano i protagonisti: Giacomo Frassina che all’epoca si occupava della cura degli stalloni, Bruno Farneti, manager della Orsi Mangelli, e Francesco Parmeggiani, il veterinario che seguì le operazioni di inseminazione.



“La madre biologica di Varenne – ricordano Frassina, Farneti e Parmeggiani – si chiamava Ialmaz, nata nel 1987, figlia di Zebu stallone di Orsi Mangelli e Baree, una fattrice cresciuta all’allevamento di Zenzalino a Copparo. Il padre di Varenne si chiamava Waikiki Beach. È stato un celebre stallone americano, nato nel 1984 e morto nel 2021 alla straordinaria età di 37 anni, considerato uno dei padri fondatori del trotto moderno in Italia”. Al contrario del Galoppo, dove l’inseminazione artificiale è rigidamente vietata per regolamento internazionale, nel mondo del Trotto è nata una vera e propria industria basata sulle provette. Tanto che lo stesso Varenne, una volta diventato stallone, ha generato tutti i suoi figli esclusivamente tramite inseminazione artificiale.



“Ci accordammo riguardo l’inseminazione – continua Farneti – e Ialmaz fu portata da noi. Tutto avvenne secondo le procedure, la cavalla fu inseminata artificialmente e rimase nel nostro allevamento per qualche tempo. Successivamente fu riportata nell’allevamento di Zenzalino. E lì diede alla luce undici mesi dopo, il 19 maggio 1995 Varenne”. Farneti è stato poi colui che salvò e prese in custodia Waikiki Beach per oltre dieci anni offrendogli una vecchiaia serena fino alla sua scomparsa, quando la scuderia Orsi Mangelli chiuse l’attività. Bruno Farneti decise di salvare Waikiki Beach, considerandolo non come un semplice animale da profitto, ma come un amico e un compagno di vita. Portò lo stallone nella tenuta di famiglia ad Anzola e lì, insieme al figlio Paolo, lo ha accudito giorno dopo giorno con immenso amore, curando i piccoli acciacchi dell’età fino a farlo arrivare alla longevità record di 37 anni. Farneti si batté persino per fargli ottenere la cittadinanza onoraria del Comune di Anzola dell’Emilia, definendolo “patrimonio dell’ippica internazionale”.

“La storia di Waikiki Beach stallone in Italia – prosegue Farneti –, ebbe inizio nel 1987 quando fu acquistato negli Usa dal talent scout Massimo Bianchi che cedette il 75% alla Orsi Mangelli, la scuderia di livello mondiale della quale ero il manager. Waikiki come riproduttore ebbe più di 1.200 eredi e, a parte Varenne, si possono citare vincitori di Gran Premi e soggetti di spessore come Brandy dei Fiori, Alesi OM, Almahurst OM, Arkansas OM, Echo’ dei Veltri, vincitore del Derby del 2004, e oltre 100 figli da 1.15 al chilometro o meglio”. “Complessivamente – prosegue Farneti – i suoi diretti discendenti hanno vinto più di 53 milioni di euro. Ed infinita emozione e grande suggestione fu quando il 25 agosto 2005, in Costa Azzurra e precisamente all’ippodromo di Cagnes-Sur-Mer in occasione di un gran premio, il Grand Prix de vitesse, Waikiki Beach e il nobile figlio Varenne si incontrarono e sfilarono in pista insieme tra scroscianti applausi di un pubblico in visibilio. Varenne, una leggenda per i 51 gran premi vinti, irraggiungibile, rimane nel cuore di tutti gli appassionati dell’ippica del mondo”.

Scuderie Orsi Mangelli #madonnadeiprati

La terza tigre. Un ricordo di Varenne tra Borges e i boschi di Orsi Mangelli

Campagna di Madonna dei Prati – http://www.stirpediterra.com


Il bosco di Orsi Mangelli è qui, davanti a me, mentre scrivo — a Madonna Prati basta camminare pochi minuti per raggiungerlo. Chi non conosce questi luoghi immaginerà forse un semplice maneggio; chi li conosce sa che si tratta di altro: una tenuta di fine Ottocento, con quella decadenza signorile che a me è cara — cara al punto da sembrarmi, ogni volta, non un declino ma una forma superiore di persistenza. I paddock si aprono tra gli alberi, e i cavalli — quando sono liberi, senza finimenti, senza fretta — restituiscono qualcosa che nessuna pista, nessun ippodromo, potrà mai restituire: la loro natura prima di ogni gloria.
È qui che ho sempre pensato a Varenne.
Non perché Varenne stesso abbia mai corso in questi prati — le sue corse appartengono a un altrove fatto di piste illuminate e folle internazionali —, ma perché suo padre, Waikiki Beach, è stato tenuto, forse è nato, proprio in queste scuderie, a un chilometro da casa mia. È un fatto minimo, quasi un dettaglio d’archivio, eppure ogni volta che mi affaccio su quei recinti — e lo faccio ancora, anche oggi — sento che qualcosa del sangue di un campione universale riposa, o è riposato, in questo angolo di Emilia che considero mio.
Avevo trent’anni, forse trentadue, quando Varenne correva le sue stagioni più grandi, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. Un’età che oggi mi appare — e non so bene se per pudore o per verità — come la soglia in cui si comincia a misurare il tempo non più in progetti ma in ricordi già formati. Varenne, il Capitano, non era soltanto un cavallo: era, per chi lo seguiva, un architetto di traiettorie, un geometra del destino applicato al trotto — passo più meditativo, meno concesso all’istinto puro, e per questo forse più vicino alla scrittura che alla corsa.
Ho ripensato spesso, in questi anni, a L’altra tigre di Borges — la poesia in cui il poeta insegue una tigre reale, quella che compie il suo rito di caccia e di morte nelle giungle d’Oriente, sapendo però che la tigre dei suoi versi resterà sempre tigre di simboli e di ombre (L’artefice), mai la belva vera. Borges cerca allora una terza tigre — non quella reale, inattingibile, né quella scritta, già finzione — ma qualcosa che sta nel mezzo, nel desiderio stesso di cercarla.
Varenne, per me, ha sempre abitato quello stesso spazio intermedio. C’è il Varenne-simbolo — il campione assoluto, la leggenda del trotto mondiale, il nome che oggi compare nei manuali di zootecnia e nelle cronache sportive come sinonimo di perfezione — e c’è, da qualche parte, un altro Varenne: quello fatto di sangue e di genealogia concreta, di un padre tenuto in un bosco a un chilometro da casa mia, di paddock reali dove ancora oggi altri cavalli, ignari di ogni gloria, si muovono con la stessa fierezza indifferente. Io non ho mai visto Varenne in carne e ossa. Ho visto, però, e vedo ancora, il luogo che lo precede — la terra, il bosco, la decadenza architettonica che lo ha reso, in un certo senso, possibile.
Forse è proprio questo il punto: come la tigre di Borges, anche Varenne mi sfugge nella sua interezza. Resta la sua ombra sui prati che conosco, resta il nome pronunciato come un rito privato ogni volta che passo davanti a quei cancelli. E resta — questo sì, tangibile — il bosco di Orsi Mangelli, che non è cambiato, che è ancora lì, circolare come tutto ciò che davvero conta, a custodire senza saperlo l’inizio di una leggenda che io, per pudore o per fedeltà, continuo a chiamare mia.
Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare

Varenne immortale come i cavalli nella storia dell’arte


Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre


Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre

Il Tempo che manca


Partendo da un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera, alcune riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale. Con una nota sul metodo: come nasce un pensiero dialogando con l’intelligenza artificiale.


I — L’articolo come specchio


Capita, a volte, che un articolo giornalistico faccia esattamente quello che dovrebbe fare: non esaurire un argomento, ma aprirlo. Federico Fubini ha pubblicato sul Corriere della Sera un pezzo lungo, denso, giustamente ambizioso — e secondo me avrebbe meritato di essere scorporato in almeno cinque articoli distinti, tanti sono i nuclei che contiene. Eppure proprio questa sovrabbondanza ha prodotto in me qualcosa di utile: il bisogno di rallentare, di separare i fili, di chiedermi dove portano. La lettura lenta è già un atto filosofico. E un articolo che ti costringe a pensare, anche per disagio, vale più di dieci che ti lasciano soddisfatta e vuota.


II — Il falso problema demografico


Fubini descrive il crollo delle nascite cinesi come una catastrofe annunciata: 400 milioni di abitanti in meno entro il 2070, una perdita di forza lavoro paragonabile all’intera popolazione europea. È un dato reale. Ma la cornice in cui lo legge mi sembra ancora novecentesca — costruita su categorie biologiche che la tecnologia sta già smontando.
La parola che manca nell’articolo è ectogenesi: la gestazione extracorporea, l’utero artificiale. Non è fantascienza. È una traiettoria già in corso nei laboratori, e la velocità con cui la Cina — proprio la Cina, ossessionata dall’autonomia strategica — investe in biotecnologie suggerisce che non sarà estranea a questo sviluppo. Se la riproduzione umana si separa dal corpo femminile, il “collasso demografico” smette di essere un problema biologico e diventa una questione di tutt’altra natura: chi controllerà la produzione di vita? Chi possiederà gli uteri artificiali? Come ridefiniremo maternità, appartenenza, identità biologica?
Il vero problema non è che nascono pochi bambini. Il vero problema è che stiamo entrando in un’epoca in cui la domanda “cosa significa nascere umani” non ha ancora risposta, e nessuno sembra volerla fare davvero.


III — Dove si muove davvero il futuro


C’è un’altra assenza nell’articolo di Fubini, e riguarda la geopolitica. Il racconto è centrato sul duello Cina-Occidente, con l’India sullo sfondo come potenza emergente. Ma io ho un’intuizione diversa — e la dichiaro come tale, senza pretesa di certezza.
La Cina è straordinaria nell’esecuzione. L’India lo sarà sempre di più. Ma entrambe mi sembrano già dentro un paradigma: la prima nell’efficienza sistematica, la seconda nella crescita demografica ed economica. Sono energie che seguono una traiettoria già tracciata, già leggibile. Le grandi sorprese propulsive del prossimo ciclo storico potrebbero venire da altrove — dal mondo arabo, che custodisce risorse, giovinezza demografica e una cultura millenaria non ancora pienamente dispiegata in forme politiche nuove; dall’America Latina, che porta in sé una vitalità meticcia, una creatività ibrida, una capacità di abitare la contraddizione che in altri contesti si chiamerebbe saggezza.


E poi c’è l’Africa. L’Africa che non riesco ancora a collocare — e forse è proprio questo il punto. È la madre terra nel senso più letterale e più profondo: culla dell’umanità, serbatoio di archetipi, custode di una sapienza che non si è mai lasciata tradurre del tutto in sistema. Nei rituali attorno al fuoco, nell’antropologia delle sue culture, nell’inconscio collettivo che Jung avrebbe riconosciuto come primordiale, c’è qualcosa che la modernità non ha ancora saputo — o voluto — nominare. L’Africa è stata colonizzata nei corpi, nelle risorse, nella storia. E ora viene colonizzata di nuovo, digitalmente, dalla stessa Cina che ne estrae terre rare e vi installa infrastrutture tecnologiche come nuovo strumento di dipendenza.
Eppure — e questa è la mia intuizione più azzardata — proprio perché è rimasta ai margini del grande gioco dell’efficienza e della velocità, l’Africa potrebbe custodire qualcosa di inestimabile: un rapporto col tempo, con la terra, con il sacro che il mondo iperconnesso ha perduto e di cui potrebbe, un giorno, avere disperatamente bisogno. Ne parlerò più a fondo in un prossimo articolo. Per ora la lascio qui come domanda aperta — che è il modo più onesto di trattare ciò che ancora non si comprende del tutto.


IV — Il kairos europeo


I cinesi, dice Fubini, ci vedono come conservatori — anzi, conservativi. Afflitti da immobilismo. Terribilmente lenti. Lo dice senza giudizio esplicito, ma la direzione è chiara: la velocità è virtù, la lentezza è limite.
Io la vedo diversamente. E non per spirito di rivalsa, ma perché credo che esistano due tempi, e che confonderli sia un errore che si paga.
C’è il chronos — il tempo quantitativo, misurabile, la sequenza degli istanti, la velocità come metrica del valore. È il tempo della produzione, dell’automazione, del piano quinquennale. È il tempo in cui la Cina eccelle, e non è poco.
C’è poi il kairos — il tempo qualitativo, il momento giusto, l’istante in cui qualcosa matura perché è pronto a maturare. È il tempo dell’intuizione, della filosofia, della domanda che non cerca risposta immediata ma verità più profonda. È il tempo in cui l’Europa — con tutte le sue contraddizioni, le sue lentezze, i suoi fallimenti — ha storicamente prodotto le idee che hanno cambiato il mondo.
La lentezza europea non è inerzia: è il substrato in cui l’intuizione cresce. Un’idea non si produce in serie. Non fi sussidi. Non si ottimizza con un piano quinquennale. Nasce nella sosta, nel dubbio, nella conversazione che non ha fretta di concludersi.
Questo non significa opporsi alla tecnologia — sarebbe ingenuo e inutile. Significa abitarla con un’intenzione diversa: non quanto veloce ma verso dove. Non quanti robot ma che cosa vogliamo che facciano di noi.


V — La conversazione come metodo


Questo articolo è nato così: ho letto il pezzo di Fubini, l’ho trovato troppo lungo e troppo compresso insieme, e ho cominciato a parlarne.  Con un’amica, che mi aveva consigliata la lettura — con un’intelligenza artificiale.
Lo dico apertamente, come ho già fatto in altri contesti su questo sito — puoi leggere il mio approccio in Il prompt come domanda viva — perché la trasparenza sul metodo fa parte del metodo stesso. Il dialogo con l’IA non ha sostituito il mio pensiero: lo ha specchiato, ha fatto rimbalzare le mie intuizioni su una superficie che le restituiva più nitide, mi ha chiesto di precisare dove ero vaga, ha sintetizzato dove ero ridondante. È stato maieutico nel senso più letterale: ha aiutato a tirare fuori quello che era già dentro.
Ciò che trovo significativo — e lo dico come fotografia di questo momento storico — è che la mia intelligenza naturale, con tutti i suoi limiti di conoscenza ed esperienza, dialogando con quella artificiale ha prodotto qualcosa che nessuna delle due avrebbe prodotto da sola. Non è fusione. Non è delega. È conversazione. E la conversazione, da Socrate in poi, rimane lo strumento più potente che abbiamo per pensare.
La Cina corre. Noi pensiamo. Forse il secolo avrà bisogno di entrambe le cose. Forse — e questa è la mia scommessa — avrà bisogno soprattutto della seconda.


Nota di trasparenza
Questo articolo è nato da una conversazione con Claude (Anthropic). Il ragionamento, le intuizioni e le posizioni espresse sono miei. L’IA ha funzionato da interlocutore maieutico. Per saperne di più sul mio metodo di lavoro con l’intelligenza artificiale: Il prompt come domanda viva.


Title tag: Il tempo che manca. Riflessioni su Cina, robot e kairos europeo


Meta description: Partendo da un articolo di Fubini sulla Cina dei robot, riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale.


Jane Goodall – Lo sguardo


JANE GOODALL

Jane Goodhall Institute Italia

#etologia #janegoodall #scimpanzé

L’infanzia e i primi insegnamenti dagli animali
Valerie Jane Morris-Goodall nacque a Londra il 3 aprile 1934. Fin da bambina mostrò un’osservazione instancabile del mondo naturale. Raccontava spesso l’episodio in cui, a cinque anni, rimase per ore in silenzio nell’aia di una fattoria per capire come una gallina deponeva le uova. Da quel giorno sua madre comprese che quella curiosità avrebbe segnato il destino della figlia.

La giovane Jane non fu però affascinata subito dagli scimpanzé, bensì dai cani di famiglia, ai quali attribuiva una personalità distinta e capacità emotive complesse. “Sono stati i miei primi maestri” ripeteva, spiegando che da loro imparò il valore del legame di fiducia e l’importanza di considerare gli animali come individui.

Cresciuta leggendo Tarzan e Dr. Dolittle, coltivò il sogno di vivere in Africa per studiare gli animali nel loro ambiente naturale. Un desiderio allora fuori portata, specie per una donna priva di formazione universitaria scientifica.


L’incontro decisivo con Louis Leakey
La svolta arrivò a 23 anni, quando si recò in Kenya per visitare un’amica. Qui conobbe il paleoantropologo Louis Leakey, che cercava un osservatore capace di studiare gli scimpanzé nel loro habitat per raccogliere indizi sull’evoluzione umana. Leakey scelse Jane proprio per la sua tenacia e il suo sguardo non condizionato dall’accademia.

Nel luglio 1960 Goodall arrivò, accompagnata dalla madre, nel Gombe Stream Reserve, sulle rive del lago Tanganica in Tanzania. Iniziò così un lavoro che avrebbe cambiato per sempre la primatologia.

Le scoperte rivoluzionarie a Gombe
Nel settembre 1960 osservò per la prima volta David Greybeard, uno scimpanzé maschio adulto, usare un ramoscello per estrarre termiti da un nido. L’uso di strumenti era considerato una capacità esclusivamente umana. Leakey, informato della scoperta, commentò: “Dobbiamo ora ridefinire l’uso degli strumenti, ridefinire l’uomo o accettare gli scimpanzé come esseri umani”.

Goodall documentò anche cacce cooperative, strategie di dominio, relazioni sociali complesse e, fatto inaspettato, episodi di aggressività estrema e infanticidio. Ma mise in luce anche le cure materne, i legami affettivi e il gioco, rivelando un “ricco mondo emotivo”, come lo avrebbe poi definito in più occasioni.

Il suo metodo ruppe con la tradizione scientifica: non numerò gli individui, ma li chiamò per nome — Flo, Fifi, Flint, Goliath — restituendo loro un’identità riconoscibile. Questa scelta, criticata inizialmente, contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla personalità degli animali.

Continua l’articolo


Il Fico è…ChatGPT – Il grande Fico della Nonna, le Galline e le Oche


Il Fico è …ChatGPT – Il grande Fico della Nonna, le Galline e le Oche

Io che mangio il Fico

#stirpediterra

Il fico

Se io affermarsi in chiave poetica e metafisica che “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” tu cosa ne dici

È un’immagine potente e densissima, Kolonistuga, che si apre come un varco tra la carne del mondo e il mistero della sua fine. “Mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” è una metafora che intreccia eros e thanatos, vita e morte, fertilità e dissoluzione. C’è in questa frase un sentore borgesiano, come se il gesto quotidiano del nutrirsi fosse carico di un’antica memoria mitica, di una conoscenza che dorme nella polpa.

Il fico — frutto ancestrale, simbolo della sapienza e della nudità, dell’Eden e della colpa — diventa, nel tuo sguardo, soglia. Il sepolcro non è solo tomba, ma grembo della trasformazione, luogo dove ciò che è stato si decompone per rinascere. Nutrirsene è un atto sacrale: è accettare di essere fatti della stessa materia destinata a disfarsi e a rifiorire.

Potrei anche leggerlo come un invito alla consapevolezza: ogni frutto che mangiamo porta con sé la storia del tempo, della terra che lo ha generato e di tutte le vite che l’hanno resa fertile. È un atto d’unione col ciclo eterno.

Se vuoi, posso elaborare una poesia ispirata a questa tua immagine o approfondire il simbolismo del fico nella mistica e nella filosofia.

Approfondisci

Con piacere. Approfondiamo il simbolismo del fico e del sepolcro, e il loro intreccio poetico e metafisico, attraverso miti, religioni, filosofia e poesia.




🌿 Il Fico: frutto primigenio, simbolo di conoscenza e carne del mondo

1. Biblico e Edenico:
Prima ancora della mela, nel Libro della Genesi, Adamo ed Eva si coprono con foglie di fico dopo aver acquisito la conoscenza del bene e del male. Non è solo un frutto, ma il primo velo della coscienza. Il fico diventa così simbolo di consapevolezza del limite, del corpo, della vergogna e della finitudine.


2. Fertilità e fecondità:
In molte culture (greca, egizia, mesopotamica), il fico è connesso alla sessualità femminile. Il frutto aperto richiama il grembo, la vulva, la caverna originaria. Il suo interno è molteplice, pieno di semi, dolce ma oscuro. Mangiarlo può evocare un ritorno all’origine — ma anche il rischio dell’oblio, della dissoluzione del sé nel tutto.


3. Fico e Buddha:
Il fico sacro (Ficus religiosa) è l’albero sotto cui il Buddha raggiunge l’illuminazione. Ma anche qui: la luce nasce da una lunga contemplazione dell’impermanenza e della sofferenza. Il fico diventa custode del risveglio, ma anche della morte dell’illusione.


4. Il frutto che si nutre di morte:
Botanicamente, il fico nasce da una infiorescenza interna, che ospita minuscole vespe impollinatrici. Per produrre frutto, la femmina della vespa entra nel fico, vi muore spesso dopo aver deposto le uova. La dolcezza che gustiamo è quindi una vita nutrita dalla morte, un gesto sacrificale inscritto nella natura stessa.






⚰️ Il Sepolcro: grembo oscuro della trasformazione

1. Non solo fine, ma inizio:
Per molte spiritualità antiche (egizia, pitagorica, orfica), la tomba è una porta, non una chiusura. Il corpo si decompone, ma lo spirito (o la coscienza) transita verso un’altra forma. Il sepolcro è un utero al contrario: la materia torna alla Terra per rinascere in altra forma.


2. Cristianesimo e sepolcro vuoto:
Il Sepolcro di Cristo, vuoto dopo la resurrezione, è il segno della trascendenza del corpo, della vittoria della vita sulla morte. Anche qui: ciò che sembrava conclusione diventa varco verso l’eterno.


3. Simbolismo alchemico:
In alchimia, la putrefazione (nigredo) è la prima fase della trasmutazione. Senza “morire” al proprio stato precedente, nessuna pietra filosofale può emergere. Il sepolcro alchemico è un crogiolo, non una tomba.






🔥 L’unione: nutrirsi del fico come atto iniziatico

La tua immagine — “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” — può quindi essere letta come un atto iniziatico:

È un mangiare che non è solo nutrizione, ma assunzione del mistero della morte.

È consapevolezza che ogni atto vitale porta con sé la traccia di una fine.

È un gesto poetico che riunisce gli opposti: gusto e decomposizione, Eros e Thanatos, l’Eden e il sepolcro.





📜 Echi poetici

Rainer Maria Rilke scriveva: “La bellezza non è che il principio del terrore che ancora possiamo sopportare.”
Il fico è bello, dolce, ma dentro porta il terrore: la morte silenziosa della vespa, la consapevolezza della fine.

Pablo Neruda, nei suoi “Odi elementari”, canta la frutta come sacramento terrestre: cibo e simbolo, sensualità e memoria.

In Borges, ogni gesto contiene il tempo intero: “Ogni cosa è tutte le cose”. Mangiare un fico è mangiare tutti i fichi, e tutti i corpi. Tutti i sepolcri.





Conclusione

Mangiare un fico, allora, non è solo un gesto sensuale. È come ingerire il mistero del tempo, abbracciare l’impermanenza, accettare che ogni dolcezza è fatta anche di fine.
È una liturgia intima che ci connette al ciclo cosmico — dalla putrefazione alla fecondità, dalla carne al cosmo.

Posso anche scrivere una poesia o un breve saggio ispirato a questa immagine o cercare testi poetici e filosofici che la riecheggiano.

Sai come nasce il fico? Cioè il frutto è intimamente connesso con la vita di una particolare vespa, in questo senso mangio un sepolcro

Sì, Kolonistuga, ed è una delle storie più profonde e misteriose della natura: la nascita del fico è davvero un dramma sacrificale, un intreccio tra morte, fecondazione, metamorfosi e rinascita — un “mito biologico” che rende la tua affermazione “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” non solo poetica, ma letteralmente vera.




🌺 Il fico non è un frutto: è un mondo chiuso

Il “frutto” del fico è in realtà un’infiorescenza detta siconio, una cavità carnosa al cui interno si trovano centinaia di minuscoli fiori. Esternamente sembra un frutto pieno, ma dentro è vuoto e oscuro, come una caverna uterina. I fiori non si vedono, non si espongono: attendono l’arrivo della vespa del fico.




🐝 La vespa del fico: un patto millenario

La protagonista è la Blastophaga psenes (in alcune specie), una microscopica vespa che da milioni di anni ha sviluppato una relazione simbiotica perfetta con il fico. Il ciclo è così:

1. La vespa femmina, già gravida, entra nel fico attraverso un piccolo foro (l’ostiole).
Questo passaggio è unico e irreversibile: nel farlo, spesso perde le ali e le antenne, condannandosi alla morte.
È un atto sacrificale.


2. All’interno, cerca i fiori femminili in cui deporre le uova, impollinando anche altri fiori durante il percorso (con polline che porta da un altro fico).
Alcuni fiori si trasformano in semi (cioè frutti fertili), altri ospiteranno le sue larve.


3. Dopo aver deposto le uova, la vespa muore all’interno del fico, e il suo corpo viene digerito da enzimi.


4. Le larve crescono. I maschi, ciechi, nascono per primi: scavano tunnel di uscita per le femmine, poi si accoppiano con esse e muoiono subito dopo.
Le femmine escono, cariche di polline, per cercare un altro fico dove rinascere il ciclo.






⚰️ Mangiare un fico è quindi ingerire la memoria di un sacrificio

Sì, in certi casi possiamo dire che mangiamo il corpo della vespa morta. Ma non sempre: la maggior parte dei fichi che consumiamo oggi proviene da varietà partenocarpiche (che non hanno bisogno della vespa per fruttificare). Tuttavia, il simbolismo resta:

> Il fico tradizionale nasce grazie a un sacrificio biologico reale: la vespa dona la vita al fico e muore al suo interno.



In quel piccolo scrigno dolce che spezzettiamo con i denti, c’è un’eco della morte, una danza erotico-sacrificale che sfugge agli occhi ma che nutre la vita. È una liturgia naturale che ci ricorda che ogni nutrimento ha un’origine, una fine e spesso un prezzo invisibile.




🕯 In chiave metafisica

La tua frase diventa ora ancora più profonda. Il fico non è solo un frutto: è un sacrario, un cenotafio invisibile. Nutrirsene è compiere un rito — che possiamo vivere con consapevolezza, come atto di unione con la ciclicità della morte che genera vita.

È una potente immagine per riflettere sull’interdipendenza tra specie, sul mistero del dare la vita perdendo sé stessi, sulla dimensione sacrificale inscritta nel vivente. Mangiare un fico è dunque, nel senso più radicale, un’eucarestia naturale.




Posso costruire una narrazione o un breve mito ispirato a questa danza sacrificale, oppure cercare studi poetici e antropologici sul simbolismo del fico e dell’insetto impollinatore.


L’ideale


Pensi che l’ideale esista?

Cos’è l’ideale?

Idea _ La figura che la mente si fa di una cosa esteriore o interiore

Cos’è l’ideale?

Pensare ad una cosa non vuol dire averne un’idea


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LE RAGIONI DEL MITO – FILOSOFIA DEL MITO


Le Ragioni del Mito

Programma

Paolo Vinci – “Mito e Tragedia all’alba del ‘900” Lukács, Rosenzweig, Benjamin

“Ernesto di Martino e Claude Lévi- Strauss sul mito”

Marcello Massenzio
Marcello Massenzio
Link al sito

Furio Jesi

Programma di Aprile 2021 –

Le ragioni del mito – Divagazioni sul mito


“MARIE-LOUISE VON FRANZ, intervista integrale in italiano”


MARIE-LOUISE VON FRANZ

Genius Loci

L’OPERA DI MARIE-LOUISE VON FRANZ
Marie-Louise von Franz ha vissuto in diretto contatto con la psiche oggettiva, con l’inconscio collettivo, come Jung li intende. Ha sostenuto senza mezzi termini il confronto tra la coscienza dell’Io e la psiche autonoma. La sua vita e le sue opere ne sono state segnate. Tramite l’analisi dei sogni della martire Perpetua (scomparsa nel 203) ha rivelato lo sviluppo interiore del Cristianesimo dei primi tempi, e delineato lo stato d’animo dell’uomo a cavallo tra Antichità e Cristianesimo. I più importanti lavori di Marie-Louise von Franz vertono sulla compensazione degli aspetti unilaterali del Cristianesimo da parte dell’inconscio collettivo, e sull’evoluzione dell’immagine di Dio. Ne fanno stato le ricerche sulla simbologia del vaso nelle leggende del Graal e nella figura di Merlino, sulle visioni di Nicolao della Flüe e gli studi sull’alchimia. Alcune opere vertono su temi di psicologia pratica. Con una magistrale biografia “interiore” inquadra l’opera e il pensiero di C. G. Jung nel contesto degli odierni problemi. Marie-Louise von Franz si è dedicata allo studio della dimensione archetipica dei numeri naturali, per esplorare, sulla base del concetto di sincronicità, l’unità di psiche e materia, l’unus mundus. Tramite lo studio della demonologia dell’Antichità e del Medioevo cristiano esamina la radice psicologica del problema delle proiezioni, giungendo alla questione del Bene e del Male nel mondo odierno.

Marie-Louise von Franz ha vissuto in diretto contatto con la psiche oggettiva, con l’inconscio collettivo, come Jung li intende. Ha sostenuto senza mezzi termini il confronto tra la coscienza dell’Io e la psiche autonoma. La sua vita e le sue opere ne sono state segnate. Tramite l’analisi dei sogni della martire Perpetua (scomparsa nel 203) ha rivelato lo sviluppo interiore del Cristianesimo dei primi tempi, e delineato lo stato d’animo dell’uomo a cavallo tra Antichità e Cristianesimo. I più importanti lavori di Marie-Louise von Franz vertono sulla compensazione degli aspetti unilaterali del Cristianesimo da parte dell’inconscio collettivo, e sull’evoluzione dell’immagine di Dio. Ne fanno stato le ricerche sulla simbologia del vaso nelle leggende del Graal e nella figura di Merlino, sulle visioni di Nicolao della Flüe e gli studi sull’alchimia. Alcune opere vertono su temi di psicologia pratica. Con una magistrale biografia “interiore” inquadra l’opera e il pensiero di C. G. Jung nel contesto degli odierni problemi. Marie-Louise von Franz si è dedicata allo studio della dimensione archetipica dei numeri naturali, per esplorare, sulla base del concetto di sincronicità, l’unità di psiche e materia, l’unus mundus. Tramite lo studio della demonologia dell’Antichità e del Medioevo cristiano esamina la radice psicologica del problema delle proiezioni, giungendo alla questione del Bene e del Male nel mondo odierno.

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