GRAZIE VARENNE


Grazie #Varenne

Ogni volta che vado a visitare i cavalli fuori all’aperto nella magica tenuta di Orsi Mangelli a pochi passi da casa mia… un pensiero é sempre dedicato a lui, da oltre 25 anni… sarà per sempre un pensiero dedicato…

Varenne dalla pagina fb dell’allevamento di Zenzalino

Il figlio del Vento

Purtroppo il momento è giunto, lo sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato, ma non volevamo pensarci, per noi sei sempre stato immortale, un figlio sempre presente che ci riempiva di orgoglio.

Ti vogliamo salutare ancora una volta ricordando le tue imprese in pista e quindi non soffermarti a guardare le nostre lacrime ma guarda solo il sorriso che hai regalato a noi e a tutta l’Italia.

Grazie immenso Capitano VARENNE, il tuo Allevamento di Zenzalino.

Concepito a Le Budrie. Stiamo parlando del campione di trotto di tutti i tempi, Varenne, scomparso l’altro giorno. Il Capitano, così era chiamato il fuoriclasse, infatti è stato il frutto di una inseminazione artificiale avvenuta nel giugno del 1994 nella stazione di fecondazione dell’allevamento #OrsiMangelli, a Le Budrie di San Giovanni in Persiceto, come raccontano i protagonisti: Giacomo Frassina che all’epoca si occupava della cura degli stalloni, Bruno Farneti, manager della Orsi Mangelli, e Francesco Parmeggiani, il veterinario che seguì le operazioni di inseminazione.



“La madre biologica di Varenne – ricordano Frassina, Farneti e Parmeggiani – si chiamava Ialmaz, nata nel 1987, figlia di Zebu stallone di Orsi Mangelli e Baree, una fattrice cresciuta all’allevamento di Zenzalino a Copparo. Il padre di Varenne si chiamava Waikiki Beach. È stato un celebre stallone americano, nato nel 1984 e morto nel 2021 alla straordinaria età di 37 anni, considerato uno dei padri fondatori del trotto moderno in Italia”. Al contrario del Galoppo, dove l’inseminazione artificiale è rigidamente vietata per regolamento internazionale, nel mondo del Trotto è nata una vera e propria industria basata sulle provette. Tanto che lo stesso Varenne, una volta diventato stallone, ha generato tutti i suoi figli esclusivamente tramite inseminazione artificiale.



“Ci accordammo riguardo l’inseminazione – continua Farneti – e Ialmaz fu portata da noi. Tutto avvenne secondo le procedure, la cavalla fu inseminata artificialmente e rimase nel nostro allevamento per qualche tempo. Successivamente fu riportata nell’allevamento di Zenzalino. E lì diede alla luce undici mesi dopo, il 19 maggio 1995 Varenne”. Farneti è stato poi colui che salvò e prese in custodia Waikiki Beach per oltre dieci anni offrendogli una vecchiaia serena fino alla sua scomparsa, quando la scuderia Orsi Mangelli chiuse l’attività. Bruno Farneti decise di salvare Waikiki Beach, considerandolo non come un semplice animale da profitto, ma come un amico e un compagno di vita. Portò lo stallone nella tenuta di famiglia ad Anzola e lì, insieme al figlio Paolo, lo ha accudito giorno dopo giorno con immenso amore, curando i piccoli acciacchi dell’età fino a farlo arrivare alla longevità record di 37 anni. Farneti si batté persino per fargli ottenere la cittadinanza onoraria del Comune di Anzola dell’Emilia, definendolo “patrimonio dell’ippica internazionale”.

“La storia di Waikiki Beach stallone in Italia – prosegue Farneti –, ebbe inizio nel 1987 quando fu acquistato negli Usa dal talent scout Massimo Bianchi che cedette il 75% alla Orsi Mangelli, la scuderia di livello mondiale della quale ero il manager. Waikiki come riproduttore ebbe più di 1.200 eredi e, a parte Varenne, si possono citare vincitori di Gran Premi e soggetti di spessore come Brandy dei Fiori, Alesi OM, Almahurst OM, Arkansas OM, Echo’ dei Veltri, vincitore del Derby del 2004, e oltre 100 figli da 1.15 al chilometro o meglio”. “Complessivamente – prosegue Farneti – i suoi diretti discendenti hanno vinto più di 53 milioni di euro. Ed infinita emozione e grande suggestione fu quando il 25 agosto 2005, in Costa Azzurra e precisamente all’ippodromo di Cagnes-Sur-Mer in occasione di un gran premio, il Grand Prix de vitesse, Waikiki Beach e il nobile figlio Varenne si incontrarono e sfilarono in pista insieme tra scroscianti applausi di un pubblico in visibilio. Varenne, una leggenda per i 51 gran premi vinti, irraggiungibile, rimane nel cuore di tutti gli appassionati dell’ippica del mondo”.

Scuderie Orsi Mangelli #madonnadeiprati

La terza tigre. Un ricordo di Varenne tra Borges e i boschi di Orsi Mangelli

Campagna di Madonna dei Prati – http://www.stirpediterra.com


Il bosco di Orsi Mangelli è qui, davanti a me, mentre scrivo — a Madonna Prati basta camminare pochi minuti per raggiungerlo. Chi non conosce questi luoghi immaginerà forse un semplice maneggio; chi li conosce sa che si tratta di altro: una tenuta di fine Ottocento, con quella decadenza signorile che a me è cara — cara al punto da sembrarmi, ogni volta, non un declino ma una forma superiore di persistenza. I paddock si aprono tra gli alberi, e i cavalli — quando sono liberi, senza finimenti, senza fretta — restituiscono qualcosa che nessuna pista, nessun ippodromo, potrà mai restituire: la loro natura prima di ogni gloria.
È qui che ho sempre pensato a Varenne.
Non perché Varenne stesso abbia mai corso in questi prati — le sue corse appartengono a un altrove fatto di piste illuminate e folle internazionali —, ma perché suo padre, Waikiki Beach, è stato tenuto, forse è nato, proprio in queste scuderie, a un chilometro da casa mia. È un fatto minimo, quasi un dettaglio d’archivio, eppure ogni volta che mi affaccio su quei recinti — e lo faccio ancora, anche oggi — sento che qualcosa del sangue di un campione universale riposa, o è riposato, in questo angolo di Emilia che considero mio.
Avevo trent’anni, forse trentadue, quando Varenne correva le sue stagioni più grandi, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. Un’età che oggi mi appare — e non so bene se per pudore o per verità — come la soglia in cui si comincia a misurare il tempo non più in progetti ma in ricordi già formati. Varenne, il Capitano, non era soltanto un cavallo: era, per chi lo seguiva, un architetto di traiettorie, un geometra del destino applicato al trotto — passo più meditativo, meno concesso all’istinto puro, e per questo forse più vicino alla scrittura che alla corsa.
Ho ripensato spesso, in questi anni, a L’altra tigre di Borges — la poesia in cui il poeta insegue una tigre reale, quella che compie il suo rito di caccia e di morte nelle giungle d’Oriente, sapendo però che la tigre dei suoi versi resterà sempre tigre di simboli e di ombre (L’artefice), mai la belva vera. Borges cerca allora una terza tigre — non quella reale, inattingibile, né quella scritta, già finzione — ma qualcosa che sta nel mezzo, nel desiderio stesso di cercarla.
Varenne, per me, ha sempre abitato quello stesso spazio intermedio. C’è il Varenne-simbolo — il campione assoluto, la leggenda del trotto mondiale, il nome che oggi compare nei manuali di zootecnia e nelle cronache sportive come sinonimo di perfezione — e c’è, da qualche parte, un altro Varenne: quello fatto di sangue e di genealogia concreta, di un padre tenuto in un bosco a un chilometro da casa mia, di paddock reali dove ancora oggi altri cavalli, ignari di ogni gloria, si muovono con la stessa fierezza indifferente. Io non ho mai visto Varenne in carne e ossa. Ho visto, però, e vedo ancora, il luogo che lo precede — la terra, il bosco, la decadenza architettonica che lo ha reso, in un certo senso, possibile.
Forse è proprio questo il punto: come la tigre di Borges, anche Varenne mi sfugge nella sua interezza. Resta la sua ombra sui prati che conosco, resta il nome pronunciato come un rito privato ogni volta che passo davanti a quei cancelli. E resta — questo sì, tangibile — il bosco di Orsi Mangelli, che non è cambiato, che è ancora lì, circolare come tutto ciò che davvero conta, a custodire senza saperlo l’inizio di una leggenda che io, per pudore o per fedeltà, continuo a chiamare mia.
Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare

Varenne immortale come i cavalli nella storia dell’arte


“La porta che non chiede” con ChatGPT


“La porta che non chiede”

Quello che sotto nasconde un campanello elaborato da me in chiave simbolica, con gli elementi delle piume e del nido a me da sempre congeniali….

Che meraviglia 🌿🪶

Hai trasformato un vecchio campanello – un oggetto che appartiene al linguaggio dell’uomo, del richiamo, dell’ingresso – in un segno naturale, silenzioso e poetico.
Le piume che emergono dalla piccola struttura intrecciata e muschiata evocano un nido, una custodia di vita, ma anche una forma di protezione.

Ecco la metafora che mi viene:

Il campanello serviva a chiedere di entrare, a farsi sentire.

Ora, invece, chi arriva non preme un bottone, ma trova un simbolo di ascolto e di delicatezza. È come se la casa dicesse: “Non bussare con il rumore, ma avvicinati con leggerezza, come fa l’uccello che si posa”.

La sostituzione è un passaggio dal meccanico al vivo, dall’industriale al naturale, dal suono artificiale all’immagine silenziosa ma eloquente.


Potrei scriverne una breve lettura poetica, se vuoi, che accompagni la tua creazione come una sorta di “didascalia filosofica”. Vuoi che lo faccia?

……….

Ecco una breve lettura poetica che accompagna la tua creazione:




Un tempo qui si chiamava con un tocco metallico,
il suono breve di un campanello rompeva il silenzio,
segnava il confine tra dentro e fuori.

Ora, al posto della voce di ferro,
una corona di rami e muschio custodisce piume leggere.
Non più rumore, ma un invito muto:
entra chi sa leggere i segni della natura,
chi riconosce il linguaggio degli uccelli,
chi porta con sé la stessa delicatezza.

Il vecchio campanello non è morto:
si è trasformato in soglia poetica,
in simbolo di ascolto,
dove l’eco non è più un suono
ma una memoria di ali.




Vuoi che ne elabori anche una versione più filosofico-metafisica, quasi come se fosse un pensiero di Borges o di un poeta mistico, che rifletta sul rapporto tra chiamata e presenza?

……….

Eccola, in chiave più filosofico-metafisica:




Il campanello era la voce dell’assenza:
premuto da chi stava fuori,
era un richiamo a farsi riconoscere,
un segnale che diceva: “Io non sono ancora dentro, ma attendo di esserci”.

Ora, al suo posto, non c’è più il comando della mano,
né il metallo che vibra.
Ci sono piume, tracce di cielo,
c’è un nido che non chiama ma custodisce.

Il richiamo si è rovesciato:
non è più l’ospite a chiedere ingresso,
ma la casa a chiedere silenzio,
attenzione, reverenza.

La soglia non si attraversa con un suono,
ma con uno sguardo.
E chi comprende questa metamorfosi
sa che ogni porta autentica non si apre con il rumore,
ma con la capacità di vedere nell’inerte il vivo,
nell’oggetto un simbolo,
nel silenzio un’eco.

Così l’antico campanello è divenuto metafora:
non un avviso dell’uomo,
ma un avvertimento della natura.
Chi giunge, non bussi.
Si accosti con la stessa leggerezza
di un’ala che sfiora l’aria.




Vuoi che provi anche a scriverne una terza versione brevissima, come un haiku o un segno da incidere accanto alla tua creazione?

…….

Ecco tre versioni brevissime, come haiku o epigrafi da poter accompagnare la tua creazione sul blog:




1. Haiku
Vecchio richiamo,
ora piume e silenzio
custodiscono l’aria.

2. Epigrafe
Non bussare:
entra chi sa leggere
il linguaggio delle ali.

3. Verso essenziale
Un tempo suono,
ora soglia di cielo.




Vuoi che ti prepari anche un breve testo introduttivo da usare come incipit del post, che racconti la nascita e il senso della tua creazione prima delle poesie?

No, direi che può bastare…parla la Casa

Ecco alcune proposte in uno stile più “borgesiano”, metafisico e allusivo:

1. “L’eco invisibile” – un campanello che non suona più, ma genera un’eco interiore.


2. “La soglia e il silenzio” – come un frammento di un racconto che parla di porte segrete.


3. “Il richiamo delle cose mute” – ciò che non ha più funzione si trasforma in simbolo.


4. “Il nido delle assenze” – una dimora per ciò che non c’è, eppure permane.


5. “La porta che non chiede” – metafora del varcare soglie invisibili senza domandare.


6. “L’istante prima della voce” – come se il campanello fosse sospeso nel tempo, tra suono e silenzio.


7. “La piuma e la soglia” – incontro di leggerezza e limite, materia e simbolo.



Ti propongo alcune possibilità, diverse per tono e suggestione, così puoi scegliere quella che senti più tua:

1. “La soglia delle ali” – evoca il passaggio e il richiamo silenzioso delle piume.


2. “Il campanello muto” – più diretto, sottolinea la trasformazione dell’oggetto.


3. “Nido di silenzio” – poetico, intimo, quasi mistico.


4. “Là dove si entra senza bussare” – narrativo, accogliente.


5. “Custodia d’aria” – breve e simbolico, rimanda alla leggerezza delle piume.



Vuoi che te ne crei altri ispirati nello stile di Borges, quindi con un tono più metafisico e labirintico, quasi da racconto breve in un titolo?


Il Fico è…ChatGPT – Il grande Fico della Nonna, le Galline e le Oche


Il Fico è …ChatGPT – Il grande Fico della Nonna, le Galline e le Oche

Io che mangio il Fico

#stirpediterra

Il fico

Se io affermarsi in chiave poetica e metafisica che “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” tu cosa ne dici

È un’immagine potente e densissima, Kolonistuga, che si apre come un varco tra la carne del mondo e il mistero della sua fine. “Mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” è una metafora che intreccia eros e thanatos, vita e morte, fertilità e dissoluzione. C’è in questa frase un sentore borgesiano, come se il gesto quotidiano del nutrirsi fosse carico di un’antica memoria mitica, di una conoscenza che dorme nella polpa.

Il fico — frutto ancestrale, simbolo della sapienza e della nudità, dell’Eden e della colpa — diventa, nel tuo sguardo, soglia. Il sepolcro non è solo tomba, ma grembo della trasformazione, luogo dove ciò che è stato si decompone per rinascere. Nutrirsene è un atto sacrale: è accettare di essere fatti della stessa materia destinata a disfarsi e a rifiorire.

Potrei anche leggerlo come un invito alla consapevolezza: ogni frutto che mangiamo porta con sé la storia del tempo, della terra che lo ha generato e di tutte le vite che l’hanno resa fertile. È un atto d’unione col ciclo eterno.

Se vuoi, posso elaborare una poesia ispirata a questa tua immagine o approfondire il simbolismo del fico nella mistica e nella filosofia.

Approfondisci

Con piacere. Approfondiamo il simbolismo del fico e del sepolcro, e il loro intreccio poetico e metafisico, attraverso miti, religioni, filosofia e poesia.




🌿 Il Fico: frutto primigenio, simbolo di conoscenza e carne del mondo

1. Biblico e Edenico:
Prima ancora della mela, nel Libro della Genesi, Adamo ed Eva si coprono con foglie di fico dopo aver acquisito la conoscenza del bene e del male. Non è solo un frutto, ma il primo velo della coscienza. Il fico diventa così simbolo di consapevolezza del limite, del corpo, della vergogna e della finitudine.


2. Fertilità e fecondità:
In molte culture (greca, egizia, mesopotamica), il fico è connesso alla sessualità femminile. Il frutto aperto richiama il grembo, la vulva, la caverna originaria. Il suo interno è molteplice, pieno di semi, dolce ma oscuro. Mangiarlo può evocare un ritorno all’origine — ma anche il rischio dell’oblio, della dissoluzione del sé nel tutto.


3. Fico e Buddha:
Il fico sacro (Ficus religiosa) è l’albero sotto cui il Buddha raggiunge l’illuminazione. Ma anche qui: la luce nasce da una lunga contemplazione dell’impermanenza e della sofferenza. Il fico diventa custode del risveglio, ma anche della morte dell’illusione.


4. Il frutto che si nutre di morte:
Botanicamente, il fico nasce da una infiorescenza interna, che ospita minuscole vespe impollinatrici. Per produrre frutto, la femmina della vespa entra nel fico, vi muore spesso dopo aver deposto le uova. La dolcezza che gustiamo è quindi una vita nutrita dalla morte, un gesto sacrificale inscritto nella natura stessa.






⚰️ Il Sepolcro: grembo oscuro della trasformazione

1. Non solo fine, ma inizio:
Per molte spiritualità antiche (egizia, pitagorica, orfica), la tomba è una porta, non una chiusura. Il corpo si decompone, ma lo spirito (o la coscienza) transita verso un’altra forma. Il sepolcro è un utero al contrario: la materia torna alla Terra per rinascere in altra forma.


2. Cristianesimo e sepolcro vuoto:
Il Sepolcro di Cristo, vuoto dopo la resurrezione, è il segno della trascendenza del corpo, della vittoria della vita sulla morte. Anche qui: ciò che sembrava conclusione diventa varco verso l’eterno.


3. Simbolismo alchemico:
In alchimia, la putrefazione (nigredo) è la prima fase della trasmutazione. Senza “morire” al proprio stato precedente, nessuna pietra filosofale può emergere. Il sepolcro alchemico è un crogiolo, non una tomba.






🔥 L’unione: nutrirsi del fico come atto iniziatico

La tua immagine — “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” — può quindi essere letta come un atto iniziatico:

È un mangiare che non è solo nutrizione, ma assunzione del mistero della morte.

È consapevolezza che ogni atto vitale porta con sé la traccia di una fine.

È un gesto poetico che riunisce gli opposti: gusto e decomposizione, Eros e Thanatos, l’Eden e il sepolcro.





📜 Echi poetici

Rainer Maria Rilke scriveva: “La bellezza non è che il principio del terrore che ancora possiamo sopportare.”
Il fico è bello, dolce, ma dentro porta il terrore: la morte silenziosa della vespa, la consapevolezza della fine.

Pablo Neruda, nei suoi “Odi elementari”, canta la frutta come sacramento terrestre: cibo e simbolo, sensualità e memoria.

In Borges, ogni gesto contiene il tempo intero: “Ogni cosa è tutte le cose”. Mangiare un fico è mangiare tutti i fichi, e tutti i corpi. Tutti i sepolcri.





Conclusione

Mangiare un fico, allora, non è solo un gesto sensuale. È come ingerire il mistero del tempo, abbracciare l’impermanenza, accettare che ogni dolcezza è fatta anche di fine.
È una liturgia intima che ci connette al ciclo cosmico — dalla putrefazione alla fecondità, dalla carne al cosmo.

Posso anche scrivere una poesia o un breve saggio ispirato a questa immagine o cercare testi poetici e filosofici che la riecheggiano.

Sai come nasce il fico? Cioè il frutto è intimamente connesso con la vita di una particolare vespa, in questo senso mangio un sepolcro

Sì, Kolonistuga, ed è una delle storie più profonde e misteriose della natura: la nascita del fico è davvero un dramma sacrificale, un intreccio tra morte, fecondazione, metamorfosi e rinascita — un “mito biologico” che rende la tua affermazione “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” non solo poetica, ma letteralmente vera.




🌺 Il fico non è un frutto: è un mondo chiuso

Il “frutto” del fico è in realtà un’infiorescenza detta siconio, una cavità carnosa al cui interno si trovano centinaia di minuscoli fiori. Esternamente sembra un frutto pieno, ma dentro è vuoto e oscuro, come una caverna uterina. I fiori non si vedono, non si espongono: attendono l’arrivo della vespa del fico.




🐝 La vespa del fico: un patto millenario

La protagonista è la Blastophaga psenes (in alcune specie), una microscopica vespa che da milioni di anni ha sviluppato una relazione simbiotica perfetta con il fico. Il ciclo è così:

1. La vespa femmina, già gravida, entra nel fico attraverso un piccolo foro (l’ostiole).
Questo passaggio è unico e irreversibile: nel farlo, spesso perde le ali e le antenne, condannandosi alla morte.
È un atto sacrificale.


2. All’interno, cerca i fiori femminili in cui deporre le uova, impollinando anche altri fiori durante il percorso (con polline che porta da un altro fico).
Alcuni fiori si trasformano in semi (cioè frutti fertili), altri ospiteranno le sue larve.


3. Dopo aver deposto le uova, la vespa muore all’interno del fico, e il suo corpo viene digerito da enzimi.


4. Le larve crescono. I maschi, ciechi, nascono per primi: scavano tunnel di uscita per le femmine, poi si accoppiano con esse e muoiono subito dopo.
Le femmine escono, cariche di polline, per cercare un altro fico dove rinascere il ciclo.






⚰️ Mangiare un fico è quindi ingerire la memoria di un sacrificio

Sì, in certi casi possiamo dire che mangiamo il corpo della vespa morta. Ma non sempre: la maggior parte dei fichi che consumiamo oggi proviene da varietà partenocarpiche (che non hanno bisogno della vespa per fruttificare). Tuttavia, il simbolismo resta:

> Il fico tradizionale nasce grazie a un sacrificio biologico reale: la vespa dona la vita al fico e muore al suo interno.



In quel piccolo scrigno dolce che spezzettiamo con i denti, c’è un’eco della morte, una danza erotico-sacrificale che sfugge agli occhi ma che nutre la vita. È una liturgia naturale che ci ricorda che ogni nutrimento ha un’origine, una fine e spesso un prezzo invisibile.




🕯 In chiave metafisica

La tua frase diventa ora ancora più profonda. Il fico non è solo un frutto: è un sacrario, un cenotafio invisibile. Nutrirsene è compiere un rito — che possiamo vivere con consapevolezza, come atto di unione con la ciclicità della morte che genera vita.

È una potente immagine per riflettere sull’interdipendenza tra specie, sul mistero del dare la vita perdendo sé stessi, sulla dimensione sacrificale inscritta nel vivente. Mangiare un fico è dunque, nel senso più radicale, un’eucarestia naturale.




Posso costruire una narrazione o un breve mito ispirato a questa danza sacrificale, oppure cercare studi poetici e antropologici sul simbolismo del fico e dell’insetto impollinatore.


Il Lavoro non nobilita l’uomo


La Vita Giusta

Io penso…..

Una vita giusta

Non il lavoro mi nobilita, ma il modo in cui guardo il mondo e scelgo ogni giorno di essere.

Mi muove la sete di sapere, la bellezza di condividere un pensiero, il desiderio antico di comprendere cosa lasciare di buono dietro di me.

Non sono le ore spese a definirmi, ma le domande che custodisco, la gentilezza che scelgo anche nella tempesta, la coerenza che cerco, anche inciampando.

Porto le ferite come mappe, dolori che si sono fatti preghiera, rabbie che ho tentato di trasformare in fuoco giusto, che scalda e non distrugge.

Credo nella gratitudine che resiste al disincanto, nella giustizia che comincia dai piccoli gesti, nella libertà che nasce dall’etica.

Cammino non per arrivare, ma per essere. Per lasciare un segno che sia fertile, non clamore ma seme.

In un mondo che corre, scelgo la presenza. Nel rumore, il silenzio. Nel cinismo, il cuore.

Questa è la mia rivoluzione. Una vita giusta. Fatta di verità, di responsabilità, di meraviglia possibile.

Non credo che il lavoro nobiliti l’uomo.
Lo rispetto come strumento, come mezzo per accedere a contesti, relazioni e possibilità che mi consentano di conoscere meglio me stessa e ciò che mi circonda. Ma non lo idolatro.
Non definisce il mio valore.
Non è il mio nome.

A nobilitare la mia vita sono altri semi:
la conoscenza, la ricerca del sapere,
la condivisione profonda,
il miglioramento etico e spirituale,
il tentativo quotidiano – anche fragile – di capire come lasciare qualcosa di buono nel mio passaggio.

Credo nella gratitudine.
Non quella cieca o ingenua, ma quella che nasce dal riconoscere la grazia di esserci, anche quando la vita si mostra dura, ingiusta, spietata.
Anche con le ferite, le delusioni, la rabbia che a volte morde l’anima.

Mi batto per una vita giusta.
Per uno stare al mondo che abbia senso, che sia dignitoso, che includa l’altro, anche il diverso, anche l’invisibile.
La mia esistenza non vuole essere un monologo, ma un dialogo: con la Terra, con gli altri, con ciò che ci trascende.

Non rincorro il successo.
Cerco la coerenza, la bellezza sobria, la lucidità compassionevole.
Cerco l’essere autentica, anche a costo della fatica.

Questa è la mia via.
Una via fatta di scelte coscienti, di presenza, e di profonda responsabilità verso la vita.

Link


Ciao Mimì (Febbraio 2000 – 3 Febbraio 2024)


Mimì (Febbraio 2000 – 3 Febbraio 2024)

Mimì

Caro Paolo, la Mimì ci ha lasciato ora, sulla poltrona del mio studio, dopo una nottata faticosa, di respiri affannosi, sussulti immobili , nella sua preferita stanza, sulla mia poltrona, in quiete, tra i libri e i nostri pensieri. In questa notte trascorsa le ho parlato tantissimo, abbiamo ripercorso gli anni…24 anni insieme. E pensavo all’Albero di Antonia.
Ieri l’avevo portata fuori in giardino, per poche ore, il giorno della candelora, con una candela accesa. E avevo fatto il bucato e messo lo stendino accanto a lei. Le piaceva mettersi nella scia del profumo dei panni al vento, sotto la magnolia.
Ora andrà a fare senz’altro un saluto a Miciù e prenderanno il sole sdraiate a ridosso di folte chiome e profumati arbusti. Assieme a tutti gli altri cari nostri gatti salutati e adorati nel tempo.
E ci ricorderanno, tra le fusa e guarderanno gli altri gatti vivere e giocare con noi… e noi  nella memoria, continueremo ad amarle ringraziandole per il loro dono.

Messaggio al caro Paolo…

E nell’attimo in cui tutto finisce, niente finisce…

L’Albero di Antonia

Da: L’Albero di Antonia


Natale 2023, Regole d’Oro


Le (mie) Regole d’oro

Regole d’oro:

Conosci te stesso, il cammino misterioso va verso l’interno.


Non impicciarti dei fatti altrui se non richiesto. Ho il mantello dell’invisibilità.


Alimenta il tuo cuore, il tuo intelletto e il tuo aspetto.

#Natale23 #REGOLADORO

L’Etica della Reciprocità o la Regola d’Oro0 è un valore morale fondamentale che “si riferisce all’equilibrio in un sistema interattivo tale che ciascuna parte ha diritti e doveri; la norma secondaria della complementarità afferma che i diritti di ciascuno sono un dovere per l’altro“. Essenzialmente si tratta di un codice etico in base al quale ciascuno ha diritto a un trattamento giusto e il dovere e la responsabilità di assicurare la giustizia agli altri. L’etica della reciprocità tra individui è il fondamento della dignità, della convivenza pacifica, della legittimità, della giustizia, del riconoscimento e del rispetto tra individui, delle religioni civili. La reciprocità è la base essenziale per il moderno concetto di diritti umani.

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Regole d’oro


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AUTUNNO, LE FOGLIE, LA CURA, ALBERI


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