Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza


Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza

“€189.300. Prezzi a partire da. La televisione mostrava solo la rata mensile.”



*La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*



Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma e l’altro, scorrono spot di automobili. Non automobili qualsiasi: SUV lucidissimi, berlina tedesche, crossover con interni in pelle che sembrano salotti. Centottantanove euro al mese. Duecentoventinove euro al mese. Cifre che sembrano piccole, modeste, quasi alla portata di chiunque abbia uno stipendio nella media — milleseicentocinquanta, milleottocento, al massimo duemila euro. E invece no. Quella cifra piccola è solo la soglia d’ingresso a un sistema che non ti lascerà più uscire.

Il noleggio a lungo termine — NLT nel gergo del settore — è uno dei meccanismi più eleganti e silenziosi di cattura economica prodotti dal capitalismo contemporaneo. Non compri un’automobile: sottoscrivi una rendita mensile che ti dà l’accesso temporaneo a un oggetto che non possiederai mai. La maxi rata finale, quella che teoricamente ti permetterebbe di riscattare il veicolo, nella stragrande maggioranza dei casi non viene pagata. Non perché non si voglia, ma perché l’intero sistema è congegnato perché non convenga. Meglio rinnovare, si dice. Meglio passare al modello successivo. E così il ciclo ricomincia, più moderno, più costoso, più vincolante.


Una trappola costruita sull’identità, non sul bisogno

Sarebbe riduttivo, però, liquidare il fenomeno come mera irrazionalità economica o analfabetismo finanziario. La questione è più profonda, e riguarda il modo in cui le società contemporanee costruiscono — o meglio, demoliscono — l’identità individuale.

Per secoli, l’identità si è formata attraverso appartenenze stabili: al territorio, alla famiglia, a una professione, a una tradizione spirituale o culturale. Queste appartenenze erano contenitori di senso. Sapevi chi eri perché sapevi *da dove venivi* e *a cosa appartenevi*. La modernità liquida — per usare la fortunata metafora di Zygmunt Bauman — ha progressivamente eroso questi contenitori. La mobilità geografica, la precarietà lavorativa, la frammentazione delle reti familiari e comunitarie hanno lasciato un vuoto enorme. E il mercato ha occupato quel vuoto con grande efficienza.

L’automobile, in questo contesto, non è più un mezzo di trasporto. È un autoritratto. È la risposta — rapida, visibile, socialmente leggibile — alla domanda *chi sono io?* Un SUV da quarantamila euro dice: sono una persona di successo, sono competente, ho gusto, ho potere d’acquisto. Dice tutto questo nel tempo che ci vuole a parcheggiare sotto casa. È un’identità a noleggio, esattamente come la macchina che la veicola.



Hannah Arendt e il confine tra essere e apparire

Hannah Arendt, nella sua *Vita activa* (1958), distingue tre forme fondamentali dell’attività umana: il *labor* (il ciclo biologico della sopravvivenza), il *work* (la produzione di oggetti duraturi che abitano il mondo) e l’*action* (l’agire nella sfera pubblica attraverso parole e atti che lasciano un’impronta). Questa tripartizione, elaborata a metà del Novecento, si rivela sorprendentemente attuale.



Il noleggio a lungo termine è, strutturalmente, *labor* travestito da *action*. È un ciclo — mensile, automatico, inarrestabile — che consuma reddito senza produrre nulla di duraturo. Non si possiede, non si lascia niente. Eppure viene percepito e vissuto come affermazione di sé, come gesto identitario, come partecipazione a una certa forma di mondo. La confusione tra le due categorie non è accidentale: è il risultato di decenni di pubblicità che hanno sistematicamente colonizzato il territorio dell’*action* — l’essere qualcuno nel mondo — con oggetti del *labor*.

Guy Debord, nel suo *La société du spectacle* (1967), aveva già intuito questa dinamica con estrema chiarezza: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» L’automobile non è più vissuta: è rappresentata. Il suo valore non è d’uso, ma di scena.

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Il cinquantenne vestito da quindicenne

C’è un’immagine che mi torna in mente con fastidio ricorrente: quell’uomo di cinquant’anni che scende da un’auto di rappresentanza vestito con sneakers di lusso e felpa oversize, con l’aria di chi vuole comunicare giovinezza, energia, successo. Non è una critica alla persona — è una diagnosi di sistema. Io penso che *quella persona* non ha trovato, nel proprio percorso di vita, una narrazione identitaria abbastanza forte da non aver bisogno di essere sostenuta da oggetti costosi e rimandi ad un tempo biologico altro. O, più probabilmente, quella narrazione esisteva ma è stata sistematicamente svalorizzata dalla cultura dominante.

Perché è questo il meccanismo più insidioso: non si vende solo un’automobile, si svaluta preventivamente tutto ciò che non è misurabile in termini di consumo. La casa di proprietà, i libri, un orto, un archivio di mappe antiche, un blog scritto con cura — queste cose non fanno spettacolo. Non si vedono dal finestrino. Non si capiscono in tre secondi. E quindi, nell’economia dell’attenzione e dell’impressione istantanea, non contano. Ovviamente il discorso è più complesso.

Io ho sempre guidato e scelto utilitarie. Per me un’automobile non dovrebbe costare più di diecimila euro, perché non è lì che risiede la mia sostanza, da sempre. La mia sostanza è nella casa, nei libri, nel territorio che conosco e abito, nelle cose che scrivo e che costruisco nel tempo. Non è un atteggiamento virtuoso — è semplicemente una coerenza tra ciò che sono e ciò che mostro. La forma che segue l’essere, non l’essere che segue la forma.



Libertà o perpetua servitù?

C’è un paradosso profondo nel sistema del noleggio a lungo termine che non viene quasi mai nominato: si vende come *libertà* — libertà di cambiare, di aggiornare, di non vincolarsi — e invece è la forma più rigorosa di vincolo economico. Non possiedi nulla, ma paghi per sempre. Non hai debiti visibili, ma hai obbligazioni permanenti. Non sei proprietario, ma sei consumatore a vita.

Veblen, nel suo *The Theory of the Leisure Class* (1899), aveva coniato il concetto di *consumo vistoso* per descrivere l’uso dei beni come segnale di status sociale. Quello che non aveva potuto prevedere è che il consumo vistoso sarebbe diventato accessibile anche a chi non può permetterselo, attraverso forme di credito sempre più creative. Il risultato è una democrazia dello status apparente e una oligarchia della sostanza reale: tutti possono *sembrare* ricchi, pochi possono *essere* liberi.

La vera libertà economica — quella che consente di scegliere come vivere, di fermarsi, di cambiare direzione senza essere schiacciati da obbligazioni mensili — richiede, paradossalmente, di rinunciare all’apparenza. Richiede di possedere cose meno costose, di abitare spazi più autentici, di costruire un’identità che non dipenda da ciò che si guida o che si indossa.

Non è ascetismo. È strategia.





#Bibliografia

Arendt, H. (1958). *The Human Condition*. University of Chicago Press. [trad. it. *Vita activa. La condizione umana*, Bompiani, 1964]
Bauman, Z. (2000). *Liquid Modernity*. Polity Press. [trad. it. *Modernità liquida*, Laterza, 2002]
Debord, G. (1967). *La société du spectacle*. Buchet-Chastel. [trad. it. *La società dello spettacolo*, Baldini Castoldi Dalai, 2008]
Veblen, T. (1899). *The Theory of the Leisure Class*. Macmillan. [trad. it. *La teoria della classe agiata*, Einaudi, 2007]
Han, B.-C. (2012). *Transparenzgesellschaft*. Matthes & Seitz. [trad. it. *La società della trasparenza*, Nottetempo, 2014]
Fromm, E. (1976). *To Have or to Be?*. Harper & Row. [trad. it. *Avere o essere?*, Mondadori, 1977]
Lipovetsky, G. (1987). *L’empire de l’éphémère*. Gallimard. [trad. it. *L’impero dell’effimero*, Garzanti, 1989]

#NLT #consumovistoso #identità, #HannahArendt #GuyDebord, #Veblen #psicologiadelconsumo, #statussymbol #automobile #libertà #essereeavere, #Kahneman #modernitàliquida #Bauman #priceanchoring #LandRoverDefender

*Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*

Jane Goodall – Lo sguardo


JANE GOODALL

Jane Goodhall Institute Italia

#etologia #janegoodall #scimpanzé

L’infanzia e i primi insegnamenti dagli animali
Valerie Jane Morris-Goodall nacque a Londra il 3 aprile 1934. Fin da bambina mostrò un’osservazione instancabile del mondo naturale. Raccontava spesso l’episodio in cui, a cinque anni, rimase per ore in silenzio nell’aia di una fattoria per capire come una gallina deponeva le uova. Da quel giorno sua madre comprese che quella curiosità avrebbe segnato il destino della figlia.

La giovane Jane non fu però affascinata subito dagli scimpanzé, bensì dai cani di famiglia, ai quali attribuiva una personalità distinta e capacità emotive complesse. “Sono stati i miei primi maestri” ripeteva, spiegando che da loro imparò il valore del legame di fiducia e l’importanza di considerare gli animali come individui.

Cresciuta leggendo Tarzan e Dr. Dolittle, coltivò il sogno di vivere in Africa per studiare gli animali nel loro ambiente naturale. Un desiderio allora fuori portata, specie per una donna priva di formazione universitaria scientifica.


L’incontro decisivo con Louis Leakey
La svolta arrivò a 23 anni, quando si recò in Kenya per visitare un’amica. Qui conobbe il paleoantropologo Louis Leakey, che cercava un osservatore capace di studiare gli scimpanzé nel loro habitat per raccogliere indizi sull’evoluzione umana. Leakey scelse Jane proprio per la sua tenacia e il suo sguardo non condizionato dall’accademia.

Nel luglio 1960 Goodall arrivò, accompagnata dalla madre, nel Gombe Stream Reserve, sulle rive del lago Tanganica in Tanzania. Iniziò così un lavoro che avrebbe cambiato per sempre la primatologia.

Le scoperte rivoluzionarie a Gombe
Nel settembre 1960 osservò per la prima volta David Greybeard, uno scimpanzé maschio adulto, usare un ramoscello per estrarre termiti da un nido. L’uso di strumenti era considerato una capacità esclusivamente umana. Leakey, informato della scoperta, commentò: “Dobbiamo ora ridefinire l’uso degli strumenti, ridefinire l’uomo o accettare gli scimpanzé come esseri umani”.

Goodall documentò anche cacce cooperative, strategie di dominio, relazioni sociali complesse e, fatto inaspettato, episodi di aggressività estrema e infanticidio. Ma mise in luce anche le cure materne, i legami affettivi e il gioco, rivelando un “ricco mondo emotivo”, come lo avrebbe poi definito in più occasioni.

Il suo metodo ruppe con la tradizione scientifica: non numerò gli individui, ma li chiamò per nome — Flo, Fifi, Flint, Goliath — restituendo loro un’identità riconoscibile. Questa scelta, criticata inizialmente, contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla personalità degli animali.

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Festival dello Sviluppo Sostenibile 2024


Etica e Sviluppo Sostenibile

MERCOLEDÌ 15 MAGGIO 2024
ORE 17
MAST.AUDITORIUM

TALK

ENRICO GIOVANNINI, CARDINALE MATTEO ZUPPI E ROMANO PRODI
ETICA E SVILUPPO SOSTENIBILE

Modera Marianna Aprile

L’etica e lo sviluppo sostenibile sono due pilastri fondamentali per il futuro del nostro Pianeta e delle future generazioni. La sostenibilità è l’etica della giustizia intergenerazionale, dove nessuno deve rimanere indietro, soprattutto chi vivrà il mondo nel futuro. Ma per realizzare questo nuovo legame sociale è necessario costruire valori, che ancora non sono condivisi da tutta la società. Nell’Enciclica “Fratelli tutti”, Papa Francesco ha sottolineato che la giustizia rispetta non solo i diritti individuali, ma anche i diritti sociali. Ogni generazione deve fare le proprie lotte, e il bene, come la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per tutte, ma vanno conquistati ogni giorno.
Questo dialogo si propone di approfondire le implicazioni della fraternità da perseguire come metodo e come obiettivo per la costruzione di società pacifiche e inclusive orientate allo sviluppo sostenibile, in coerenza con l’Agenda 2030. 

Nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2024 promosso da Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)

Enrico Giovannini è Direttore Scientifico di ASviS
Cardinal Matteo Zuppi è Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Romano Prodi già Presidente del Consiglio dei Ministri e della Commissione europea

Conclusioni


Le aspettative di vita nel mondo


Le aspettative di vita nel mondo

Le #aspettative di #vita nel mondo. Dedicato a chi pensa di essere “immortale”, a chi continua a viversi e ad avere aspettative che nulla hanno a che fare con il bioritmo. Conosci tè stesso. Dai 0 ai 24 (anche oltre) si utilizza il tempo per strutturare il sé, per il sapere e l’esperienza fondante a tempo pieno, poi si mette in atto attraverso il lavoro la visione esperienziale di quanto appreso e si continua con il metodo socratico; nella logica del divenire gli altrettanti ultimi 24 anni, dovrebbero passare a praticare la libertà di scelta, non la logica patetica della competizione ipertrofica tra vecchi.

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“73,3 anni
I dati confrontano tutta la popolazione, di entrambi i sessi. Sono incluse anche le entità non nazionali. La lista delle Nazioni Unite considera solo le nazioni con almeno 100 000 abitanti. A livello planetario il valore medio è di 73,3 anni (70,8 anni per i maschi e 75,9 anni per le femmine).”

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  •  “Presentazione del libro di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil”
    Presentazione del libro di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil (Quodlibet, 2018). Intervengono con l’autore Guglielmo Forni Rosa, Maria Concetta Sala e Matteo Marchesini. Guida la conversazione Bruna Gambarelli. Curatore di gran parte delle edizioni italiane degli scritti di Simone Weil a cominciare dall’edizione integrale… Altro

Il “tempo che resta”



Marc Augé, l’antropologo francese dei non luoghi – Luglio 2023


Marc Augé – Antropologo

Testi di Antropologia

Non Luoghi espressione coniata nel lontano 1992, a quel tempo ebbi il privilegio di partecipare proprio ad una conferenza in merito, nell’ambito della Facoltà di Architettura, esame Antropologia Culturale. Firenze

Letto nei decenni vari testi e visionate video conferenze relative a Sociologia, Antropologia e Geografia Urbana…

Festival di Filosofia

Se c’è una cosa che ha caratterizzato Marc Augé, antropologo e filosofo scomparso ieri all’età di 87 anni, è la laicità. Il suo Genio del paganesimo (1982) è la risposta, a 180 anni di distanza, al Génie du Christianisme (1802) di Chateaubriand, per culminare nella dissacrazione ironica e irriverente de Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), divertissement di genere fantapolitico, dove un insolito Papa Francesco si affaccia su Piazza San Pietro per annunciare che “Dio non esiste”.

«L’uomo è un animale simbiotico – scrive – e ha bisogno di relazioni inscritte nello spazio e nel tempo, ha bisogno di “luoghi” in cui la sua identità individuale si costruisca col contatto e grazie al riconoscimento degli altri». I non-luoghi sono allora quegli spazi realizzati artificialmente per esigenze di scambio, dove l’individuo è un’unità priva di identità personale.

Sono gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i grandi centri commerciali, in cui confluiscono e transitano ogni giorno milioni di persone, senza che questo enorme afflusso riesca a costruire relazioni significative. Qui l’individuo è solo, utilizza codici impersonali e segue regole di comportamento generali. I non-luoghi sono il prodotto della modernità avanzata o, meglio, nella definizione di Augé, della “surmodernità”: l’evoluzione della società per effetto della globalizzazione e del superamento della postmodernità.

I non-luoghi sono il prodotto del consumismo, non solo dei beni materiali o deperibili, ma soprattutto della comunicazione: «La comunicazione è il bene di consumo per eccellenza e, paradossalmente, non smette di individualizzarsi». Il bisogno di relazioni, in cui costruire “luoghi” per confermare la propria identità e uscire da una solitudine devastante, spinge a ricercare brandelli di comunità negli stessi non-luoghi – come quei gruppi di giovani che si ritrovano nei supermercati o attorno alle stazioni – ma soprattutto nella rete, nei social, affascinanti non-luoghi di dipendenza ossessiva e compulsiva, dove si consuma il desiderio insoddisfatto di essere riconosciuti (e amati) dall’Altro.

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I non Luoghi

Bibliografia Raffaello Cortina Editore, con cui ha pubblicato le opere Il tempo senza età (2014), Un etnologo al bistrot (2015), Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), Momenti di felicità (2017), Chi è dunque l’altro? (2019) e Risuscitato! (2020). Da citare anche Il mestiere dell’antropologo (Bollati Boringhieri, 2007), Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri, 2008), Un etnologo nel metrò (Elèuthera, 2019), L’antropologia del mondo contemporaneo (Elèuthera, 2019).

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Antropologia Oggi


  • Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza

    Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza

    “€189.300. Prezzi a partire da. La televisione mostrava solo la rata mensile.”



    *La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*



    Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma e l’altro, scorrono spot di automobili. Non automobili qualsiasi: SUV lucidissimi, berlina tedesche, crossover con interni in pelle che sembrano salotti. Centottantanove euro al mese. Duecentoventinove euro al mese. Cifre che sembrano piccole, modeste, quasi alla portata di chiunque abbia uno stipendio nella media — milleseicentocinquanta, milleottocento, al massimo duemila euro. E invece no. Quella cifra piccola è solo la soglia d’ingresso a un sistema che non ti lascerà più uscire.

    Il noleggio a lungo termine — NLT nel gergo del settore — è uno dei meccanismi più eleganti e silenziosi di cattura economica prodotti dal capitalismo contemporaneo. Non compri un’automobile: sottoscrivi una rendita mensile che ti dà l’accesso temporaneo a un oggetto che non possiederai mai. La maxi rata finale, quella che teoricamente ti permetterebbe di riscattare il veicolo, nella stragrande maggioranza dei casi non viene pagata. Non perché non si voglia, ma perché l’intero sistema è congegnato perché non convenga. Meglio rinnovare, si dice. Meglio passare al modello successivo. E così il ciclo ricomincia, più moderno, più costoso, più vincolante.


    Una trappola costruita sull’identità, non sul bisogno

    Sarebbe riduttivo, però, liquidare il fenomeno come mera irrazionalità economica o analfabetismo finanziario. La questione è più profonda, e riguarda il modo in cui le società contemporanee costruiscono — o meglio, demoliscono — l’identità individuale.

    Per secoli, l’identità si è formata attraverso appartenenze stabili: al territorio, alla famiglia, a una professione, a una tradizione spirituale o culturale. Queste appartenenze erano contenitori di senso. Sapevi chi eri perché sapevi *da dove venivi* e *a cosa appartenevi*. La modernità liquida — per usare la fortunata metafora di Zygmunt Bauman — ha progressivamente eroso questi contenitori. La mobilità geografica, la precarietà lavorativa, la frammentazione delle reti familiari e comunitarie hanno lasciato un vuoto enorme. E il mercato ha occupato quel vuoto con grande efficienza.

    L’automobile, in questo contesto, non è più un mezzo di trasporto. È un autoritratto. È la risposta — rapida, visibile, socialmente leggibile — alla domanda *chi sono io?* Un SUV da quarantamila euro dice: sono una persona di successo, sono competente, ho gusto, ho potere d’acquisto. Dice tutto questo nel tempo che ci vuole a parcheggiare sotto casa. È un’identità a noleggio, esattamente come la macchina che la veicola.



    Hannah Arendt e il confine tra essere e apparire

    Hannah Arendt, nella sua *Vita activa* (1958), distingue tre forme fondamentali dell’attività umana: il *labor* (il ciclo biologico della sopravvivenza), il *work* (la produzione di oggetti duraturi che abitano il mondo) e l’*action* (l’agire nella sfera pubblica attraverso parole e atti che lasciano un’impronta). Questa tripartizione, elaborata a metà del Novecento, si rivela sorprendentemente attuale.



    Il noleggio a lungo termine è, strutturalmente, *labor* travestito da *action*. È un ciclo — mensile, automatico, inarrestabile — che consuma reddito senza produrre nulla di duraturo. Non si possiede, non si lascia niente. Eppure viene percepito e vissuto come affermazione di sé, come gesto identitario, come partecipazione a una certa forma di mondo. La confusione tra le due categorie non è accidentale: è il risultato di decenni di pubblicità che hanno sistematicamente colonizzato il territorio dell’*action* — l’essere qualcuno nel mondo — con oggetti del *labor*.

    Guy Debord, nel suo *La société du spectacle* (1967), aveva già intuito questa dinamica con estrema chiarezza: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» L’automobile non è più vissuta: è rappresentata. Il suo valore non è d’uso, ma di scena.

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    Il cinquantenne vestito da quindicenne

    C’è un’immagine che mi torna in mente con fastidio ricorrente: quell’uomo di cinquant’anni che scende da un’auto di rappresentanza vestito con sneakers di lusso e felpa oversize, con l’aria di chi vuole comunicare giovinezza, energia, successo. Non è una critica alla persona — è una diagnosi di sistema. Io penso che *quella persona* non ha trovato, nel proprio percorso di vita, una narrazione identitaria abbastanza forte da non aver bisogno di essere sostenuta da oggetti costosi e rimandi ad un tempo biologico altro. O, più probabilmente, quella narrazione esisteva ma è stata sistematicamente svalorizzata dalla cultura dominante.

    Perché è questo il meccanismo più insidioso: non si vende solo un’automobile, si svaluta preventivamente tutto ciò che non è misurabile in termini di consumo. La casa di proprietà, i libri, un orto, un archivio di mappe antiche, un blog scritto con cura — queste cose non fanno spettacolo. Non si vedono dal finestrino. Non si capiscono in tre secondi. E quindi, nell’economia dell’attenzione e dell’impressione istantanea, non contano. Ovviamente il discorso è più complesso.

    Io ho sempre guidato e scelto utilitarie. Per me un’automobile non dovrebbe costare più di diecimila euro, perché non è lì che risiede la mia sostanza, da sempre. La mia sostanza è nella casa, nei libri, nel territorio che conosco e abito, nelle cose che scrivo e che costruisco nel tempo. Non è un atteggiamento virtuoso — è semplicemente una coerenza tra ciò che sono e ciò che mostro. La forma che segue l’essere, non l’essere che segue la forma.



    Libertà o perpetua servitù?

    C’è un paradosso profondo nel sistema del noleggio a lungo termine che non viene quasi mai nominato: si vende come *libertà* — libertà di cambiare, di aggiornare, di non vincolarsi — e invece è la forma più rigorosa di vincolo economico. Non possiedi nulla, ma paghi per sempre. Non hai debiti visibili, ma hai obbligazioni permanenti. Non sei proprietario, ma sei consumatore a vita.

    Veblen, nel suo *The Theory of the Leisure Class* (1899), aveva coniato il concetto di *consumo vistoso* per descrivere l’uso dei beni come segnale di status sociale. Quello che non aveva potuto prevedere è che il consumo vistoso sarebbe diventato accessibile anche a chi non può permetterselo, attraverso forme di credito sempre più creative. Il risultato è una democrazia dello status apparente e una oligarchia della sostanza reale: tutti possono *sembrare* ricchi, pochi possono *essere* liberi.

    La vera libertà economica — quella che consente di scegliere come vivere, di fermarsi, di cambiare direzione senza essere schiacciati da obbligazioni mensili — richiede, paradossalmente, di rinunciare all’apparenza. Richiede di possedere cose meno costose, di abitare spazi più autentici, di costruire un’identità che non dipenda da ciò che si guida o che si indossa.

    Non è ascetismo. È strategia.





    #Bibliografia

    Arendt, H. (1958). *The Human Condition*. University of Chicago Press. [trad. it. *Vita activa. La condizione umana*, Bompiani, 1964]
    Bauman, Z. (2000). *Liquid Modernity*. Polity Press. [trad. it. *Modernità liquida*, Laterza, 2002]
    Debord, G. (1967). *La société du spectacle*. Buchet-Chastel. [trad. it. *La società dello spettacolo*, Baldini Castoldi Dalai, 2008]
    Veblen, T. (1899). *The Theory of the Leisure Class*. Macmillan. [trad. it. *La teoria della classe agiata*, Einaudi, 2007]
    Han, B.-C. (2012). *Transparenzgesellschaft*. Matthes & Seitz. [trad. it. *La società della trasparenza*, Nottetempo, 2014]
    Fromm, E. (1976). *To Have or to Be?*. Harper & Row. [trad. it. *Avere o essere?*, Mondadori, 1977]
    Lipovetsky, G. (1987). *L’empire de l’éphémère*. Gallimard. [trad. it. *L’impero dell’effimero*, Garzanti, 1989]

    #NLT #consumovistoso #identità, #HannahArendt #GuyDebord, #Veblen #psicologiadelconsumo, #statussymbol #automobile #libertà #essereeavere, #Kahneman #modernitàliquida #Bauman #priceanchoring #LandRoverDefender

    *Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*

    http://www.tarabarallacollezionismo.com
    http://www.iltempocircolare.com

  • Ereditare Eco, abitare BolognaIl sorriso dei biasanot

    Ereditare Eco, abitare Bologna
    Il sorriso dei biasanot

    «La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce» — Borges amava Angelus Silesius, e amava le rose. Eco lo sapeva bene. E quando scelse quel titolo — Il Nome della Rosa — sapeva anche lui che il nome non è la cosa, che il segno sopravvive all’oggetto, che le parole restano quando i petali sono caduti da un pezzo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Della rosa antica rimane il nome: nudi nomi teniamo. È lì, in quel verso medievale che chiude il romanzo, tutta la semiotica di una vita.

    L’avevo già incontrato nelle aule, alle sue Lectio. Eco era uno di quegli intellettuali capaci di stare dentro il pensiero più denso e al tempo stesso dentro la vita — quella vera, quella che sa di vino e di selciato bagnato.

    Ecco perché la notizia che ho letto in questi giorni mi ha fatto piacere in modo fisico, non solo cerebrale.

    Dal 27 al 29 maggio, l’Università di Bologna ospita “Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo” — il primo convegno scientifico internazionale dedicato alla sua opera e alla sua eredità culturale. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa. E il convegno arriva esattamente adesso perché fu lui stesso a chiederlo: aspettate dieci anni prima di fare convegni sulla mia opera. Lasciate che il tempo faccia il suo lavoro di setaccio, che separi ciò che merita di essere dimenticato da ciò che è destinato a durare e a generare nuovo pensiero. Persino nell’organizzare la propria memoria postuma, Eco era un semiologo.

    Oltre 300 studiosi da tutto il mondo si riuniranno in sette Dipartimenti dell’Ateneo per attraversare i molteplici universi di Eco: la narrativa, la semiotica, la filosofia, i media, il Medioevo, la traduzione. Tra gli ospiti Susan Bassnett, Laurent Binet, Maurizio Ferraris, Alexander Stille. Non una commemorazione, dunque, ma un convegno-opera aperta. Che è già, in sé, un omaggio perfettamente ecoiano.

    La cosa più bella è che Bologna non resta fuori dalla porta. Dal 26 al 29 maggio la città è coinvolta con eventi aperti a tutti: la proiezione del documentario di Davide Ferrario sulla sua biblioteca privata — più di trentamila volumi, millecinquecento libri rari e antichi — al Cinema Modernissimo; un evento musicale al Teatro DAMSLab; una tavola rotonda su Eco e l’editoria alla Sala Borsa; un incontro con i suoi traduttori alla Fondazione Zeri, su quel confine sottile tra tradurre e tradire.

    «Non sperate di liberarvi dei libri» — lo disse Eco, e lo disse sapendo. E aveva ragione.

    E aveva ragione. Ma io aggiungerei: non sperate di liberarvi di Bologna, se l’avete vissuta davvero.

    C’è una sera di inizio anni Duemila che ogni tanto torna. Via Cartoleria, un bistrot, un bicchiere di vino nero. Ero sola, come si sta bene da soli a Bologna quando la città ti avvolge e non ti chiede niente. A un certo punto alzo gli occhi e lui era lì — cappello, il suo bicchiere di rosso, una ragazza accanto, probabilmente un’allieva. Umberto Eco. Ci siamo guardati. Ci siamo sorrisi. Uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di parole perché dicono tutto: sì, anche tu stai abitando bene questa sera. La cara Bologna dei biasanot, di quelli che la notte la mordono lentamente.

    Della rosa antica rimane il nome. Del maestro, rimane tutto il resto.


    “Ereditare Eco” — Università di Bologna, 27-29 maggio 2026. Programma completo su eventi.unibo.it


    Mercoledì 27 maggio, dalle 19 alle 20:30, al Teatro DAMSLab (Piazzetta P. P. Pasolini 5b, Bologna), è in programma l’evento musicale “Ecolalie. Umberto Eco, il suono, la musica”, a cura di Emiliano Battistini, Andrea Valle, Francesco Giomi con l’intervento di Maurizio Bettini. L’evento è organizzato in collaborazione con il Conservatorio di Musica di Bologna e con il sostegno del progetto PNRR IRACF – INTERNATIONAL ROUTES: ARTS CREATING FUTURE.

    Giovedì 28 maggio, dalle 18 alle 19:30, presso la Sala Borsa – Auditorium Enzo Biagi (Piazza Del Nettuno 3, Bologna), ci sarà la tavola rotonda organizzata con il patrocinio del Comune di Bologna “Il libro… la passione predominante. Umberto Eco, i libri, l’editoria”, partendo dall’affermazione dello studioso “Non sperate di liberarvi dei libri ”. Parteciperanno: Mario Andreose, Nave di Teseo – Milano, Giulio Blasi (Horizon/MLOL, Bologna), James M. Bradburne (CIRCI, Reggio Emilia), Beppe Cottafavi (Editor, Modena), Elisabetta Sgarbi (Nave di Teseo – Milano).

    Per l’ultimo appuntamento in calendario, venerdì 29 maggio, dalle 18:30 alle 19:30, presso la Fondazione Zeri (P.zza Giorgio Morandi 2, Bologna), appuntamento con i traduttori di Eco e non solo: “Tradurre e non tradire? Il piacere della parola tra una lingua e l’altra”.
    Relatori: Elena Kostioukovitch (Milano), Helena Lozano Miralles (Dipartimento di Studi Umanistici – Università di Trieste), Siri Neergard (Department of Languages and Literature Studies – University of South-Eastern Norway), Tadahiko Wada (Tokyo University of Foreign Studies).

    Umberto Eco con gli studenti nell’aula V della Facoltà di Lettere e Filosofia, 15 dicembre 1988 – Foto Archivio storico Unibo


  • Il prompt come domanda viva –  Sull’uso dialogico dell’intelligenza artificiale

    Il prompt come domanda viva

    Sull’uso dialogico dell’intelligenza artificiale



    Scuola di Atene –

    Raffaello Sanzio, Stanza della Segnatura, Scuola di Atene, 1509-1511, Musei Vaticani




    *”Ma perché questi creator che parlano dell’intelligenza artificiale snobbano l’uso diciamo basico delle varie intelligenze — tra cui anche Claude — e parlano solo degli agenti AI? Capisco che a certi livelli di professione, se sei inquadrato in un’azienda, tu abbia necessità di creare un agente AI. Ma se l’uso dell’intelligenza artificiale deve raggiungere la massa, la maggioranza della popolazione, questo è anche dovuto al fatto che sia estremamente fattibile e semplice l’utilizzo attraverso la versione base. E quindi non vedo perché una persona si debba sentire — arrancando — costretta a studiare chissà quali sviluppi e debba sentirsi inadeguata. Perché tutto verte su un discorso di performance, di prestazione. Quando invece ci può essere anche un uso più semplice, ma come esigenza di conoscenza: prompt inseriti come se fossero un dialogo comprensibile ai più.”*

    Questa è la domanda da cui parto. Orale, ragionante, onesta. E già nel suo farsi contiene la risposta.



    L’inadeguatezza come prodotto

    C’è un’industria dell’attenzione che si è costruita attorno all’intelligenza artificiale, e come ogni industria dell’attenzione premia la complessità performativa sopra tutto il resto. Gli agenti AI, i workflow automatizzati, i “10x developer”, le pipeline di automazione aziendale: tutto questo genera contenuti che *sembrano* avanzati, esclusivi, monetizzabili. È un posizionamento, non una pedagogia.

    Il meccanismo è preciso: chi non sa cos’è un agente AI si sente già indietro, come se stesse perdendo un treno. Ma il treno che descrivono loro è un treno aziendale — o più spesso, il treno di chi vende corsi su come prendere quel treno.

    Neil Postman aveva già visto questa dinamica con lucidità. In *Technopoly* (1992) descriveva una cultura in cui la tecnologia non è più uno strumento *dentro* la cultura, ma è diventata la cultura stessa: le decisioni morali, politiche, persino estetiche vengono cedute a esperti, statistiche e macchine. I creator AI di oggi sono, in questo senso, i nuovi sacerdoti di quella tecnocrazia — non perché mentano, ma perché il sistema in cui operano non prevede spazio per un uso della conoscenza che non sia misurabile in termini di produttività.

    📚 Neil Postman, [*Technopoly: The Surrender of Culture to Technology*] (1992)
    🌐 [Neil Postman e la media literacy nel 2025]



    La soglia artificiale — e Illich

    Ivan Illich nel 1973 pubblicò *Tools for Conviviality*, un libro che oggi risuona con una precisione quasi imbarazzante. Illich distingueva tra strumenti che amplificano l’autonomia umana e strumenti che la sottraggono, trasformandosi in monopolio di élite professionali. Chiamava “conviviali” gli strumenti che chiunque può usare liberamente, per obiettivi scelti da sé, senza dover esibire certificazioni preventive — una patente, una laurea, un attestato — per poterli maneggiare.

    L’esempio che portava era il telefono: chiunque può dire ciò che vuole a chi vuole, senza passare per un gatekeeper. La televisione no — quella è uno strumento non conviviale, perché chi trasmette e chi riceve non sono intercambiabili.

    La domanda da porre all’intelligenza artificiale — e ai suoi evangelizzatori — è esattamente questa: *lo strumento che ci state descrivendo è conviviale o no? Chi può usarlo, e a quali condizioni?*

    Perché l’uso dialogico di un LLM — una domanda posta con cura, una risposta letta criticamente, una nuova domanda che affina — è straordinariamente conviviale. Non richiede nulla di più che la capacità di formulare un pensiero. L’agente AI aziendale, invece, richiede infrastrutture, competenze tecniche, accesso a API, e spesso un budget. È uno strumento per chi è già dentro un sistema produttivo. Non è democratizzazione: è una nuova gerarchia con una vernice di accessibilità.

    📚 Ivan Illich, [*Tools for Conviviality*](1973) — libero su Internet Archive
    🌐 Tiziano Bonini, [*Possono esistere delle (nuove) tecnologie conviviali?*]  — Doppiozero



    Il prompt come maieutica

    C’è un’analogia antica e molto più precisa di quanto sembri.

    Socrate non insegnava — accompagnava. La maieutica, l’arte della levatrice applicata alle idee, partiva dall’assunto che la conoscenza risieda già nell’individuo, e che il ruolo dell’interlocutore sia di aiutarla a emergere attraverso domande. Non riempire la testa altrui, ma tenere per mano nel percorso. *”La verità è una conquista personale”* — e non si conquista se qualcuno ti porta già il risultato preconfezionato.

    Il prompt ben formulato funziona esattamente così. Non è un comando a una macchina. È una domanda viva — e richiede già, nel momento in cui viene formulata, una certa chiarezza interiore. Chi si avvicina all’AI con curiosità conoscitiva, non con l’urgenza di automatizzare un processo, sta facendo qualcosa di più somigliante al dialogo socratico che a qualsiasi workflow aziendale.

    E non è un caso che Socrate non abbia mai scritto nulla. La conoscenza che conta si muove nel dialogo, non nelle istruzioni.

    📹 [Socrate: il dialogo, la maieutica e la virtù come conoscenza] —


    📹 [Il dialogo socratico — seconda lezione: la maieutica]


    🌐 [La maieutica oggi: dall’educazione scolastica alla psicoterapia]



    L’uso “basico” che basico non è

    La maggior parte delle persone non ha bisogno di automatizzare processi aziendali. Ha bisogno di capire una cosa difficile, ragionare su una decisione, scrivere qualcosa di importante, esplorare un’idea che ancora non ha forma, trovare la parola giusta per un dolore che non riesce a nominare.

    Per tutto questo, l’uso dialogico dell’AI è già straordinariamente potente — e non è affatto “basico” nel senso di limitato o insufficiente. È basico nel senso di *fondamentale*. È la base. È il livello in cui la tecnologia smette di essere uno spettacolo e diventa uno strumento al servizio del pensiero.

    Chi studia chissà quali sviluppi per non sentirsi inadeguato sta inseguendo un’inadeguatezza che qualcuno ha costruito apposta per lui. L’inadeguatezza, in questo ecosistema, è il prodotto principale — più degli agenti stessi.

    Usare l’AI per conoscere, per dialogare, per ragionare: non è meno nobile dell’automazione aziendale. Per certi versi è più umano.



    *Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*



    #intelligenza artificiale #filosofia della tecnologia, maieutica, Ivan Illich, Neil Postman, uso dialogico, AI literacy, conoscenza, Socrate, tecnopolia


  • Meditare con gli Animali – Roberto Ferrari dialoga con Vito Mancuso

    Un incontro tra scienze e meditazione, teologia e filosofia, coscienze umane e non umane. Un percorso che esplora i silenzi della contemplazione e ci allontana dalle nostre certezze, liberandoci dal vincolo delle abitudini mentali.

    Mercoledì 8 aprile, alle ore 17, nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” (Via Filippo Re 6, Bologna), si terrà la presentazione del volume Meditare con gli animali. 8 esercizi di mindfulness nella natura (Laterza, 2025) di Roberto Ferrari.

    Biologo e docente di mindfulness, Ferrari propone otto esercizi pratici da svolgere nella natura, in cui l’incontro con gli animali diventa occasione di attenzione, ascolto e consapevolezza, in un viaggio nell’interiorità.

    L’autore dialogherà con Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, in un confronto che attraversa alcuni dei temi più rilevanti del dibattito contemporaneo: il significato della coscienza, il rapporto tra umano e non umano e la possibilità di una relazione più consapevole con la natura.

    Modera l’incontro Rita Casadei, professoressa di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bologna.

  • Archivio di Stato di Bologna – Araldica

    L’Araldica: Scienza Storica, Documentaria e Simbolica

    link

    All’interno del ciclo di incontri di studio promossi per gli studenti della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica, l’Archivio di Stato di Bologna presenta il ciclo di #seminari “L’araldica: scienza storica, documentaria e simbolica”. L’iniziativa intende offrire ai partecipanti una #formazione scientifica sull’#araldica come strumento interpretativo fondamentale per la lettura delle fonti archivistiche, iconografiche e monumentali.Attraverso quattro seminari tematici si analizzeranno le principali dimensioni della disciplina: dalla nascita medievale del sistema araldico, alla sua evoluzione normativa negli stati italiani, fino alle forme contemporanee dell’araldica istituzionale e alla sua relazione con l’emblematica moderna. Particolare attenzione sarà dedicata alla città di #Bologna e al patrimonio araldico conservato nell’Archiginnasio di Bologna, uno dei più straordinari complessi araldici esistenti al mondo.

    Gli incontri saranno aperti a tutti e si terranno presso l’aula didattica, in vicolo Spirito Santo 2, nelle seguenti date: giovedì 30 aprile, giovedì 14 maggio, giovedì 21 maggio e giovedì 28 maggio, dalle ore 16.00 alle 18.00.Non è necessaria prenotazione.

IL LAVORO DEL LUTTO – MASSIMO RECALCATI


Massimo Recalcati – Il lavoro del Lutto

#massimorecalcati #lutto

Il Lavoro del lutto

Siamo fatti per vivere, la morte è sempre prematura” 

Lo psicoanalista Massimo Recalcati, dal palco dell’Arena del Sole alla Repubblica delle Idee a Bologna, riflette sul tema della morte nel monologo “Il lavoro del Lutto”.

Libro

La cura

Libro Recalcati: “Incontrare l’Assenza