GRAZIE VARENNE


Grazie #Varenne

Ogni volta che vado a visitare i cavalli fuori all’aperto nella magica tenuta di Orsi Mangelli a pochi passi da casa mia… un pensiero é sempre dedicato a lui, da oltre 25 anni… sarà per sempre un pensiero dedicato…

Varenne dalla pagina fb dell’allevamento di Zenzalino

Il figlio del Vento

Purtroppo il momento è giunto, lo sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato, ma non volevamo pensarci, per noi sei sempre stato immortale, un figlio sempre presente che ci riempiva di orgoglio.

Ti vogliamo salutare ancora una volta ricordando le tue imprese in pista e quindi non soffermarti a guardare le nostre lacrime ma guarda solo il sorriso che hai regalato a noi e a tutta l’Italia.

Grazie immenso Capitano VARENNE, il tuo Allevamento di Zenzalino.

Concepito a Le Budrie. Stiamo parlando del campione di trotto di tutti i tempi, Varenne, scomparso l’altro giorno. Il Capitano, così era chiamato il fuoriclasse, infatti è stato il frutto di una inseminazione artificiale avvenuta nel giugno del 1994 nella stazione di fecondazione dell’allevamento #OrsiMangelli, a Le Budrie di San Giovanni in Persiceto, come raccontano i protagonisti: Giacomo Frassina che all’epoca si occupava della cura degli stalloni, Bruno Farneti, manager della Orsi Mangelli, e Francesco Parmeggiani, il veterinario che seguì le operazioni di inseminazione.



“La madre biologica di Varenne – ricordano Frassina, Farneti e Parmeggiani – si chiamava Ialmaz, nata nel 1987, figlia di Zebu stallone di Orsi Mangelli e Baree, una fattrice cresciuta all’allevamento di Zenzalino a Copparo. Il padre di Varenne si chiamava Waikiki Beach. È stato un celebre stallone americano, nato nel 1984 e morto nel 2021 alla straordinaria età di 37 anni, considerato uno dei padri fondatori del trotto moderno in Italia”. Al contrario del Galoppo, dove l’inseminazione artificiale è rigidamente vietata per regolamento internazionale, nel mondo del Trotto è nata una vera e propria industria basata sulle provette. Tanto che lo stesso Varenne, una volta diventato stallone, ha generato tutti i suoi figli esclusivamente tramite inseminazione artificiale.



“Ci accordammo riguardo l’inseminazione – continua Farneti – e Ialmaz fu portata da noi. Tutto avvenne secondo le procedure, la cavalla fu inseminata artificialmente e rimase nel nostro allevamento per qualche tempo. Successivamente fu riportata nell’allevamento di Zenzalino. E lì diede alla luce undici mesi dopo, il 19 maggio 1995 Varenne”. Farneti è stato poi colui che salvò e prese in custodia Waikiki Beach per oltre dieci anni offrendogli una vecchiaia serena fino alla sua scomparsa, quando la scuderia Orsi Mangelli chiuse l’attività. Bruno Farneti decise di salvare Waikiki Beach, considerandolo non come un semplice animale da profitto, ma come un amico e un compagno di vita. Portò lo stallone nella tenuta di famiglia ad Anzola e lì, insieme al figlio Paolo, lo ha accudito giorno dopo giorno con immenso amore, curando i piccoli acciacchi dell’età fino a farlo arrivare alla longevità record di 37 anni. Farneti si batté persino per fargli ottenere la cittadinanza onoraria del Comune di Anzola dell’Emilia, definendolo “patrimonio dell’ippica internazionale”.

“La storia di Waikiki Beach stallone in Italia – prosegue Farneti –, ebbe inizio nel 1987 quando fu acquistato negli Usa dal talent scout Massimo Bianchi che cedette il 75% alla Orsi Mangelli, la scuderia di livello mondiale della quale ero il manager. Waikiki come riproduttore ebbe più di 1.200 eredi e, a parte Varenne, si possono citare vincitori di Gran Premi e soggetti di spessore come Brandy dei Fiori, Alesi OM, Almahurst OM, Arkansas OM, Echo’ dei Veltri, vincitore del Derby del 2004, e oltre 100 figli da 1.15 al chilometro o meglio”. “Complessivamente – prosegue Farneti – i suoi diretti discendenti hanno vinto più di 53 milioni di euro. Ed infinita emozione e grande suggestione fu quando il 25 agosto 2005, in Costa Azzurra e precisamente all’ippodromo di Cagnes-Sur-Mer in occasione di un gran premio, il Grand Prix de vitesse, Waikiki Beach e il nobile figlio Varenne si incontrarono e sfilarono in pista insieme tra scroscianti applausi di un pubblico in visibilio. Varenne, una leggenda per i 51 gran premi vinti, irraggiungibile, rimane nel cuore di tutti gli appassionati dell’ippica del mondo”.

Scuderie Orsi Mangelli #madonnadeiprati

La terza tigre. Un ricordo di Varenne tra Borges e i boschi di Orsi Mangelli

Campagna di Madonna dei Prati – http://www.stirpediterra.com


Il bosco di Orsi Mangelli è qui, davanti a me, mentre scrivo — a Madonna Prati basta camminare pochi minuti per raggiungerlo. Chi non conosce questi luoghi immaginerà forse un semplice maneggio; chi li conosce sa che si tratta di altro: una tenuta di fine Ottocento, con quella decadenza signorile che a me è cara — cara al punto da sembrarmi, ogni volta, non un declino ma una forma superiore di persistenza. I paddock si aprono tra gli alberi, e i cavalli — quando sono liberi, senza finimenti, senza fretta — restituiscono qualcosa che nessuna pista, nessun ippodromo, potrà mai restituire: la loro natura prima di ogni gloria.
È qui che ho sempre pensato a Varenne.
Non perché Varenne stesso abbia mai corso in questi prati — le sue corse appartengono a un altrove fatto di piste illuminate e folle internazionali —, ma perché suo padre, Waikiki Beach, è stato tenuto, forse è nato, proprio in queste scuderie, a un chilometro da casa mia. È un fatto minimo, quasi un dettaglio d’archivio, eppure ogni volta che mi affaccio su quei recinti — e lo faccio ancora, anche oggi — sento che qualcosa del sangue di un campione universale riposa, o è riposato, in questo angolo di Emilia che considero mio.
Avevo trent’anni, forse trentadue, quando Varenne correva le sue stagioni più grandi, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. Un’età che oggi mi appare — e non so bene se per pudore o per verità — come la soglia in cui si comincia a misurare il tempo non più in progetti ma in ricordi già formati. Varenne, il Capitano, non era soltanto un cavallo: era, per chi lo seguiva, un architetto di traiettorie, un geometra del destino applicato al trotto — passo più meditativo, meno concesso all’istinto puro, e per questo forse più vicino alla scrittura che alla corsa.
Ho ripensato spesso, in questi anni, a L’altra tigre di Borges — la poesia in cui il poeta insegue una tigre reale, quella che compie il suo rito di caccia e di morte nelle giungle d’Oriente, sapendo però che la tigre dei suoi versi resterà sempre tigre di simboli e di ombre (L’artefice), mai la belva vera. Borges cerca allora una terza tigre — non quella reale, inattingibile, né quella scritta, già finzione — ma qualcosa che sta nel mezzo, nel desiderio stesso di cercarla.
Varenne, per me, ha sempre abitato quello stesso spazio intermedio. C’è il Varenne-simbolo — il campione assoluto, la leggenda del trotto mondiale, il nome che oggi compare nei manuali di zootecnia e nelle cronache sportive come sinonimo di perfezione — e c’è, da qualche parte, un altro Varenne: quello fatto di sangue e di genealogia concreta, di un padre tenuto in un bosco a un chilometro da casa mia, di paddock reali dove ancora oggi altri cavalli, ignari di ogni gloria, si muovono con la stessa fierezza indifferente. Io non ho mai visto Varenne in carne e ossa. Ho visto, però, e vedo ancora, il luogo che lo precede — la terra, il bosco, la decadenza architettonica che lo ha reso, in un certo senso, possibile.
Forse è proprio questo il punto: come la tigre di Borges, anche Varenne mi sfugge nella sua interezza. Resta la sua ombra sui prati che conosco, resta il nome pronunciato come un rito privato ogni volta che passo davanti a quei cancelli. E resta — questo sì, tangibile — il bosco di Orsi Mangelli, che non è cambiato, che è ancora lì, circolare come tutto ciò che davvero conta, a custodire senza saperlo l’inizio di una leggenda che io, per pudore o per fedeltà, continuo a chiamare mia.
Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare

Varenne immortale come i cavalli nella storia dell’arte


Ereditare Eco, abitare BolognaIl sorriso dei biasanot



Ereditare Eco, abitare Bologna
Il sorriso dei biasanot

«La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce» — Borges amava Angelus Silesius, e amava le rose. Eco lo sapeva bene. E quando scelse quel titolo — Il Nome della Rosa — sapeva anche lui che il nome non è la cosa, che il segno sopravvive all’oggetto, che le parole restano quando i petali sono caduti da un pezzo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Della rosa antica rimane il nome: nudi nomi teniamo. È lì, in quel verso medievale che chiude il romanzo, tutta la semiotica di una vita.

L’avevo già incontrato nelle aule, alle sue Lectio. Eco era uno di quegli intellettuali capaci di stare dentro il pensiero più denso e al tempo stesso dentro la vita — quella vera, quella che sa di vino e di selciato bagnato.

Ecco perché la notizia che ho letto in questi giorni mi ha fatto piacere in modo fisico, non solo cerebrale.

Dal 27 al 29 maggio, l’Università di Bologna ospita “Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo” — il primo convegno scientifico internazionale dedicato alla sua opera e alla sua eredità culturale. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa. E il convegno arriva esattamente adesso perché fu lui stesso a chiederlo: aspettate dieci anni prima di fare convegni sulla mia opera. Lasciate che il tempo faccia il suo lavoro di setaccio, che separi ciò che merita di essere dimenticato da ciò che è destinato a durare e a generare nuovo pensiero. Persino nell’organizzare la propria memoria postuma, Eco era un semiologo.

Oltre 300 studiosi da tutto il mondo si riuniranno in sette Dipartimenti dell’Ateneo per attraversare i molteplici universi di Eco: la narrativa, la semiotica, la filosofia, i media, il Medioevo, la traduzione. Tra gli ospiti Susan Bassnett, Laurent Binet, Maurizio Ferraris, Alexander Stille. Non una commemorazione, dunque, ma un convegno-opera aperta. Che è già, in sé, un omaggio perfettamente ecoiano.

La cosa più bella è che Bologna non resta fuori dalla porta. Dal 26 al 29 maggio la città è coinvolta con eventi aperti a tutti: la proiezione del documentario di Davide Ferrario sulla sua biblioteca privata — più di trentamila volumi, millecinquecento libri rari e antichi — al Cinema Modernissimo; un evento musicale al Teatro DAMSLab; una tavola rotonda su Eco e l’editoria alla Sala Borsa; un incontro con i suoi traduttori alla Fondazione Zeri, su quel confine sottile tra tradurre e tradire.

«Non sperate di liberarvi dei libri» — lo disse Eco, e lo disse sapendo. E aveva ragione.

E aveva ragione. Ma io aggiungerei: non sperate di liberarvi di Bologna, se l’avete vissuta davvero.

C’è una sera di inizio anni Duemila che ogni tanto torna. Via Cartoleria, un bistrot, un bicchiere di vino nero. Ero sola, come si sta bene da soli a Bologna quando la città ti avvolge e non ti chiede niente. A un certo punto alzo gli occhi e lui era lì — cappello, il suo bicchiere di rosso, una ragazza accanto, probabilmente un’allieva. Umberto Eco. Ci siamo guardati. Ci siamo sorrisi. Uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di parole perché dicono tutto: sì, anche tu stai abitando bene questa sera. La cara Bologna dei biasanot, di quelli che la notte la mordono lentamente.

Della rosa antica rimane il nome. Del maestro, rimane tutto il resto.


“Ereditare Eco” — Università di Bologna, 27-29 maggio 2026. Programma completo su eventi.unibo.it


Mercoledì 27 maggio, dalle 19 alle 20:30, al Teatro DAMSLab (Piazzetta P. P. Pasolini 5b, Bologna), è in programma l’evento musicale “Ecolalie. Umberto Eco, il suono, la musica”, a cura di Emiliano Battistini, Andrea Valle, Francesco Giomi con l’intervento di Maurizio Bettini. L’evento è organizzato in collaborazione con il Conservatorio di Musica di Bologna e con il sostegno del progetto PNRR IRACF – INTERNATIONAL ROUTES: ARTS CREATING FUTURE.

Giovedì 28 maggio, dalle 18 alle 19:30, presso la Sala Borsa – Auditorium Enzo Biagi (Piazza Del Nettuno 3, Bologna), ci sarà la tavola rotonda organizzata con il patrocinio del Comune di Bologna “Il libro… la passione predominante. Umberto Eco, i libri, l’editoria”, partendo dall’affermazione dello studioso “Non sperate di liberarvi dei libri ”. Parteciperanno: Mario Andreose, Nave di Teseo – Milano, Giulio Blasi (Horizon/MLOL, Bologna), James M. Bradburne (CIRCI, Reggio Emilia), Beppe Cottafavi (Editor, Modena), Elisabetta Sgarbi (Nave di Teseo – Milano).

Per l’ultimo appuntamento in calendario, venerdì 29 maggio, dalle 18:30 alle 19:30, presso la Fondazione Zeri (P.zza Giorgio Morandi 2, Bologna), appuntamento con i traduttori di Eco e non solo: “Tradurre e non tradire? Il piacere della parola tra una lingua e l’altra”.
Relatori: Elena Kostioukovitch (Milano), Helena Lozano Miralles (Dipartimento di Studi Umanistici – Università di Trieste), Siri Neergard (Department of Languages and Literature Studies – University of South-Eastern Norway), Tadahiko Wada (Tokyo University of Foreign Studies).

Umberto Eco con gli studenti nell’aula V della Facoltà di Lettere e Filosofia, 15 dicembre 1988 – Foto Archivio storico Unibo


Meditare con gli Animali – Roberto Ferrari dialoga con Vito Mancuso


Meditare con gli Animali – Roberto Ferrari dialoga con Vito Mancuso

Un incontro tra scienze e meditazione, teologia e filosofia, coscienze umane e non umane. Un percorso che esplora i silenzi della contemplazione e ci allontana dalle nostre certezze, liberandoci dal vincolo delle abitudini mentali.

Mercoledì 8 aprile, alle ore 17, nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” (Via Filippo Re 6, Bologna), si terrà la presentazione del volume Meditare con gli animali. 8 esercizi di mindfulness nella natura (Laterza, 2025) di Roberto Ferrari.

Biologo e docente di mindfulness, Ferrari propone otto esercizi pratici da svolgere nella natura, in cui l’incontro con gli animali diventa occasione di attenzione, ascolto e consapevolezza, in un viaggio nell’interiorità.

L’autore dialogherà con Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, in un confronto che attraversa alcuni dei temi più rilevanti del dibattito contemporaneo: il significato della coscienza, il rapporto tra umano e non umano e la possibilità di una relazione più consapevole con la natura.

Modera l’incontro Rita Casadei, professoressa di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bologna.

Archivio di Stato di Bologna – Araldica


L’Araldica: Scienza Storica, Documentaria e Simbolica

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Archivio di Stato di Bologna – Araldica

All’interno del ciclo di incontri di studio promossi per gli studenti della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica, l’Archivio di Stato di Bologna presenta il ciclo di #seminari “L’araldica: scienza storica, documentaria e simbolica”. L’iniziativa intende offrire ai partecipanti una #formazione scientifica sull’#araldica come strumento interpretativo fondamentale per la lettura delle fonti archivistiche, iconografiche e monumentali.Attraverso quattro seminari tematici si analizzeranno le principali dimensioni della disciplina: dalla nascita medievale del sistema araldico, alla sua evoluzione normativa negli stati italiani, fino alle forme contemporanee dell’araldica istituzionale e alla sua relazione con l’emblematica moderna. Particolare attenzione sarà dedicata alla città di #Bologna e al patrimonio araldico conservato nell’Archiginnasio di Bologna, uno dei più straordinari complessi araldici esistenti al mondo.

Gli incontri saranno aperti a tutti e si terranno presso l’aula didattica, in vicolo Spirito Santo 2, nelle seguenti date: giovedì 30 aprile, giovedì 14 maggio, giovedì 21 maggio e giovedì 28 maggio, dalle ore 16.00 alle 18.00.Non è necessaria prenotazione.

Ricerca Digitale, Collezionismo Presentazioni Editoriali, Mostre, Convegni, Festival, Libri, Letteratura, Saggi, Filosofia, Psicologia, Spiritualità, Eventi, Bologna, About Me, Simona Rinaldi

Massimo Montanari – Cucina Politica


Massimo Montanari

Cucina Politica

Il cibo è uno straordinario strumento di comunicazione. È una forma di linguaggio che comunica idee e valori, caricando il gesto del mangiare di significati che pur cambiando nel tempo e nello spazio hanno sempre una straordinaria forza espressiva – quella che solo gli oggetti e le pratiche d’uso quotidiano possono avere. Questo libro descrive la dimensione politica del linguaggio alimentare, in due direzioni. Da un lato guarda al cibo come segno di appartenenza a una comunità, capace di definire l’identità di gruppi sociali, economici, culturali, religiosi – per ciò stesso assumendo una dimensione politica. Dall’altro guarda alle azioni promosse dai pubblici poteri per garantire sicurezza alimentare ai sudditi, o cittadini: politici sono quegli interventi; politici i ‘discorsi’ che li accompagnano, facendone veicolo di propaganda e di narrazioni collettive. Intrecciando e facendo interagire tali prospettive, il ‘linguaggio del cibo’ non si limita a esprimere il reale, ma contribuisce a crearlo – come tutte le forme di comunicazione. I saggi del volume si muovono liberamente nel tempo e nello spazio, attraversando i territori della storia, dell’antropologia, della semiotica, della filosofia, della storia dell’arte. Approcci diversi e complementari, che evidenziano le sorprendenti potenzialità della storia dell’alimentazione come chiave di accesso alla storia.

Accademia delle scienze

Il Salotto di Ulisse


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    Presentazione del libro di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil (Quodlibet, 2018). Intervengono con l’autore Guglielmo Forni Rosa, Maria Concetta Sala e Matteo Marchesini. Guida la conversazione Bruna Gambarelli. Curatore di gran parte delle edizioni italiane degli scritti di Simone Weil a cominciare dall’edizione integrale… Altro

Il Salotto di Ulisse – Imperium il potere a Roma


Imperium, il Potere a Roma

Podcast, Il Salotto di Ulisse

🏛️ Imperium: il potere a Roma
Un viaggio nella storia politica e morale dell’antica Roma, per comprendere come il concetto di imperium — nato come potere etico e responsabile — si sia progressivamente trasformato in strumento assoluto e divino nelle mani dei sovrani.

Attraverso un’analisi profonda dei valori repubblicani, delle istituzioni e della religione romana, l’incontro ripercorre l’evoluzione del potere da principio civile a forma teocratica. Un dialogo che tocca le radici della nostra idea di autorità, giustizia e responsabilità pubblica.



🎙️ Interventi:
Giovanni Brizzi — Università di Bologna
Introduce: Paola Monari, Vicepresidente dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna

🔗 Riascolta tutti gli incontri dell’Accademia su YouTube e Spotify: conferenze, dialoghi e approfondimenti dedicati alla storia, alla filosofia e alla scienza.

#AccademiaDelleScienze #Bologna #Imperium #RomaAntica #StoriaRomana #Cultura #ForumLauraBassi #StoriaDelPensiero #PodcastCulturali #Conferenze


Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025 – MAST Bologna


Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025

Fondazione MAST ospita la più ampia mostra personale dell’artista franco-algerino Mohamed Bourouissa mai realizzata in Italia: Communautés. Projets 2005-2025.
L’esposizione, curata da Francesco Zanot, comprende quattro serie di opere – Péripherique, Horse Day, Shoplifters e l’inedita Hands – e descrive l’evoluzione dell’artista dagli esordi ad oggi.

Attraverso opere già iconiche e altre inedite, fotografie, film e oggetti realizzati con materiali industriali, Communautés non solo traccia il percorso di due decenni di lavoro di Bourouissa, ma indaga anche la trasformazione della fotografia nel contesto contemporaneo, rivelando la complessità delle relazioni tra individui e società in un’epoca di profondi cambiamenti.

#Bologna #Mostre #Fotografia

SERIE IN MOSTRA

Péripherique (2005-2008) è la serie attraverso cui il lavoro di Bourouissa è stato conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo. In queste immagini, che si rifanno ai codici della pittura, l’artista mette in scena alcune situazioni di pericolo e tensione utilizzando amici e conoscenti come attori non professionisti. Realizzate in seguito alle rivolte nelle banlieue francesi del 2005, le fotografie restituiscono visibilità a chi solitamente rimane ai margini della storia.

Horse Day (2013-2019) documenta le scuderie sociali in un sobborgo di Philadelphia, fondate da membri della comunità afroamericana locale. Qui, Bourouissa decostruisce l’immaginario del cowboy, escluso dalla cultura equestre americana a causa dei bias alimentati in particolare dal cinema di Hollywood e dal mito della conquista del West. Horse Day comprende sculture fotografiche ottenute  stampando le fotografie delle scuderie e dei loro frequentatori su parti di carrozzerie di automobile, accostando la pratica di vestire e abbellire i cavalli con quella di modificare auto e pick-up.

Shoplifters (2014) riproduce una serie di fotografie di persone intente a rubare oggetti di poco conto che l’artista ha visto esposte all’entrata di un supermarket di Brooklyn. Realizzate dal manager del negozio con intento accusatorio, le immagini mostrano i volti di coloro che sono stati sorpresi a rubare qualcosa, messi in posa insieme all’oggetto del tentato furto. L’artista trasforma queste immagini, sfruttando la banalità dei beni sottratti per assolvere i protagonisti di queste fotografie, denunciando invece la miseria consumistica della società.

Hands (2025) è il progetto più recente di Bourouissa, esposto per la prima volta al pubblico al MAST. Le immagini sono prelevate da serie preesistenti, ristampate su plexiglass e appoggiate sullo sfondo di una griglia metallica. Le mani e i gesti che si vedono in queste immagini si sovrappongono alle griglie, simbolo di controllo e coercizione, innescando un senso di forte tensione.

Presentazione Mostra