Miti – CLAUDE LÉVI-STRAUSS


http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-15e613dd-f47f-445d-bcee-3798e7dc4274.html

“Cominciamo col dire che le condizioni naturali non sono subite e, quel che più conta, non hanno esistenza propria, perché sono funzione delle tecniche e del genere di vita della popolazione che le definisce e che dà loro un significato, sfruttandole in un determinato senso. La natura non è contraddittoria in sé stessa; può esserlo soltanto nei termini della particolare attività umana che vi si inscrive, e le proprietà dell’ambiente acquistano significati diversi secondo la forma storica e tecnica che questo o quel genere di attività vi assume. D’altronde, anche elevati a questo livello umano che solo può conferire loro intelligibilità, i rapporti dell’uomo con l’ambiente naturale fungono da oggetti di pensiero: l’uomo non li percepisce passivamente, ma li macina, dopo averli ridotti a concetti, per ricavarne un sistema che non è mai predeterminato: anche supponendo che la situazione rimanga la stessa, questa si presterà sempre alla possibilità di diverse sistemazioni. L’errore di Mannhardt e della scuola naturalista fu di credere che i fenomeni naturali sono ciò che i miti cercano di spiegare, quando invece sono piuttosto ciò attraverso cui i miti cercano di spiegare realtà che non sono d’ordine naturale ma logico.”
(C. Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Il saggiatore, Milano, 1990, p. 109)

Macchina


Macchina, s. f. Ogni strumento per cui mezzo si può metter in opera la forza e il moto, o sollecitare gli agenti naturali con più vantaggio e agiatezza: — semplice, complicata; — a vapore, –da teatro. || Qualunque strumento da guerra. || Macchinazione: montare una –|| Fig. Persona grande di statura: guarda che — di donna ! || Edifizio nobile o grande. || Macchina umana, il corpo umano.

Dal Nuovo Vocabolaro Universale della lingua italiana di B. Melzi 1882 Quinta Edizione Fratelli Garnier Edizioni

Vettura



Vettura, s.f. Prestazione di bestie da someggiare o cavalcare,
di carrozza o calessi, ec., per una mercede convenuta: gli ho fatto tre –|| La mercede che si paga per per tale servizio: quanto viene la –?|| Carrozza, carro che serve a trasportare, e specialmente què legni, che trasportano i cittadini da un luogo ad un altro: va a pigliare una –, || Far vettura, condurre in vettura e prezzo.

Dal Nuovo Vocabolaro Universale della lingua italiana di B. Melzi 1882 Quinta Edizione Fratelli Garnier Edizioni

Cecità






Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.
Non lo si direbbe. Considerati com’è possibile in questo momento, appena di sfuggita, gli occhi dell’uomo sembrano sani, l’iride si presenta nitida, luminosa, la sclera bianca, compatta come porcellana. Ma le palpebre spalancate, la pelle raggrinzita del viso, le sopracciglia improvvisamente ribelli, il tutto, chiunque può verificarlo, è sconvolto dall’angoscia. Da un momento all’altro, quel che era visibile è scomparso dietro i suoi pugni chiusi, come se l’uomo volesse trattenere all’interno del cervello l’ultima immagine colta, una luce rossa, rotonda, a un semaforo. Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato, mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti. Passerà, vedrà che passerà, a volte sono i nervi, disse una donna. Il semaforo aveva già cambiato colore, alcuni passanti curiosi si avvicinavano al gruppo, e i conducenti che, dietro, non sapevano cosa stesse succedendo, protestavano contro quello che ritenevano un normale incidente di traffico, un faro rotto, un parafango ammaccato, niente che giustificasse quella confusione, Chiamate la polizia, gridavano, togliete da lì quel bidone. Il cieco implorava, Per favore, qualcuno mi porti a casa. La donna che aveva parlato di nervi fu dell’opinione che si dovesse chiamare un’ambulanza, trasportare quel poveretto all’ospedale, ma il cieco disse che no, non così tanto, chiedeva solo di essere accompagnato a piedi fino alla porta del palazzo dove abitava, E’ quì vicino, mi fareste un grande favore. E la macchina, domandò una voce. Un’altra voce rispose, La chiave è inserita, mettiamola sul marciapiede. Non c’è bisogno, intervenne una terza voce, mi occupo io della macchina e accompagno questo signore a casa. Si udirono mormorii di approvazione. Il cieco si sentì prendere per il braccio, Venga, venga con me, gli diceva la stessa voce. Lo aiutarono a sedersi sul sedile accanto al conducente, gli misero la cintura di sicurezza, Non vedo, non vedo, mormorava fra il pianto, Mi dica dove abita, chiese l’altro. Dai finestrini della macchina spiavano facce voraci, avide di novità. Il cieco si portò le mani agli occhi, le agitò, Niente, è come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco, Magari aveva ragione quella donna, potrebbero essere i nervi, i nervi sono diabolici, Lo so io che cos’è, è una disgrazia, sì, una disgrazia, Mi dica dove abita, per favore, in quell’istante si sentì l’avviamento del motore. Balbettando, come se la mancanza della vista gli avesse indebolito la memoria, il cieco diede un indirizzo, poi disse, Non so come ringraziarla, e l’altro rispose, Via, non ha importanza, oggi a lei, domani a me, chissà cosa ci aspetta, Ha ragione, chi me l’avrebbe detto, quando sono uscito di casa stamattina, che stava per capitarmi una iattura del genere. Si stupì che fossero ancora fermi, Perchè non ci muoviamo, domandò, E’ rosso, rispose l’altro, Ah, fece il cieco, e ricominciò a piangere. Da quel momento in poi non avrebbe potuto più sapere quando il semaforo era rosso.

[José Saramago, Cecità, Giulio Einaudi editore, 1996]

Al di là della tragedia del fatto in sè, dell’accaduto che si abbatte come una scure sulla vita quotidiana,

sconvolge e rapisce, la descrizione dettagliata, didascalica dei momenti prima e dei momenti dopo,
la concitazione, la tensione, lo sgomento, la premura, di dover saper rispondere nell’immediatezza,
all’inevitabile, al così è, ad un momento che si sviluppa in una manciata di minuti, che diventano…per sempre!
La complessità delle emozioni che nascono semplicemente osservando, “oggi a lei, domani a me”
…Struggente!

Discriminazione




“Si ferma alla Camera il cammino della proposta di legge sull’omofobia. L’assemblea di Montecitorio ha approvato, con i voti di Pdl e Lega, la questione pregiudiziale avanzata dall’Udc. Il testo, presentato da Paola Concia del Pd, è stato così affossato con 285 voti a favore, 222 contrari e 13 astensioni. Democratici e Idv hanno votato contro. “
Che Appiattimento! Civico ed Estetico! La discriminazione è un pregiudizio, il pregiudizio condiziona la nostra realtà storica, molto di più dei nostri giudizi! 
Continuamente siamo pervasi da immagini stereotipate di categorie sociali alle quali dovremmo appartenere, piuttosto che ad altre, meno vincenti e potenti; ogni giorno agli individui viene tolta la complessità, negata la molteplicità, viene annullato il retroscena culturale e sociale, viene etichettato in categorie di appartenenza accuratamente pre-confezionate: Lombroso non avrebbe saputo fare di meglio!
Ignoranza!

Collezionista


Baricco ha la capacità di rappresentare la densità delle parole, 
trasformandole in spazi mentali

Il melograno


Oggi nell’aia, una calda giornata d’autunno, profumi di mosto, moscerini ronzanti, frutti del melograno
L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior

Nel muto orto solingo
Rinverdì tutto or ora,
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor.


Pianto antico di Giosuè Carducci 1871