No Man’s Land


Da “Il giunco mormorante” di Nina Berberova ed. Adelphi

Nella vita di ognuno esistono momenti – quando la porta sbattuta all’improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco “no” che sembrava irrevocabile si muta in “forse”-, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci rempiamo di speranza come di nuovo sangue. E’ stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto di un giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di prima di spingerci nel baratro.
(pag. 11)

“Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale, o dal punto di vista della polizia, l’una lecita e l’altra illecita. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all’altra, e queste ore hanno una loro continuità. Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso, e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero. Mi fanno pena le persone che sono sole unicamente nella stanza da bagno, e in nessun altro tempo e luogo.” (pagg. 36-37)

Collegamenti:

"Passeggiate" di Pierre Sansot – Natale 2001


domenica 5 aprile 2009 alle ore 18.04
“Io, che il più delle volte viaggio per mio piacere, non mi dirigo così male. Se a destra è brutto tempo, prendo a sinistra; se non mi sento di montare a cavallo, mi fermo…Ho lasciato qualcosa da vedere dietro di me?
Ci ritorno; non è mai fuori della mia strada. Non traccio alcuna linea precisa, nè dritta, nè curva.”

MONTAIGNE

“Non so mai molto bene dove una strada mi porterà nè se mi porterà da qualche parte. In compenso, so con certezza da che cosa mi distoglierà: da un assopimento che non è una forma di saggezza, dalla rassegnazione, dal ripiegamento su di me; e nella solitudine che talvolta accompagna il mio andare non vi è nulla di amaro, perchè mi restituisce a quanto di grave e di dolce vi è in me, e che resta la mia guida.”

“La strada autentica ci modifica…L’essere in movimento s’inebria del proprio dinamismo che lo rende audace. Mentre cammina, moltiplica le possibilità. Le norme perdono la propria certezza. Le posizioni acquisite sfumano in lontananza, come le pietre miliari che abbiamo allegramente superato…Nel corso di un certo numero di chilometri arriveremo a dimostrare che non siamo più gli stessi.”

"L’ultimo chef Cinese"


“Quando imparai a leggere, mi parve in un certo senso di allontanarmi dal mio vecchio mondo. Certamente abbandonai il mondo limitato dell’immediato, fino ad allora l’unico che conoscevo. Scoprii che tutto ciò di cui avevo bisogno era già stato conosciuto e scritto da qualche parte”.

Nicoles Mones “L’ultimo chef Cinese” pag.55 – 2009 Neri Pozza Editore, Vicenza

“Sam le aveva spiegato che un pasto era sì nutrimento, ma prima di tutto era un insieme di simboli, suggerimenti e riferimenti, che collegavano le persone non solo tra loro, ma anche alla cultura, all’arte e alla storia del proprio Paese.

Nicole Mones “L’ultimo chef Cinese” pag.199 – 2009 Neri Pozza Editore, Vicenza.

"Dalle Parole al Dialogo"


Da “Dalle Parole al Dialogo” di Giuseppe Colombero
[…]..”secondo Heidegger le cose tutte chiedono di essere dette; le parole sono i loro nomi; nominandole, l’uomo le chiama, alita un’anima nella loro vita inerte.
La parola non crea l’essere delle cose, ma le rende presenti, le ri-crea;
e tu sei detto alla cosa. L’universo delle idee e delle cose si offre a chi conosce le parole;
esse si donano a chi sa chiamarle per nome…Dialogare con qualcuno è sempre immergersi poco o tanto in un mondo diverso, nel mondo della sua voce, dei suoi fatti, problemi, emozioni..;
con o senza resistenza la mente viene svincolata dai propri contenuti e rivolta ad altro; si distolgono gli occhi dallo sguardo ossesivo sulle proprie idee e si posano su oggetti diversi.
La vita si dilata aggiungendovi pensieri.”[…]
[…]”Le parole non lasciano mai le cose come stanno, l’uomo non possiede nulla che abbia il potere delle parole; esse possono cambiare una vita, nel bene e nel male.
C’è una parola che costruisce e una che abbatte; 
una parola che ri-crea, infonde vita e una che la spegne; una che diffonde luce e una che diffonde buio; vi è una parola per cui tutto incomincia e una per cui tutto finisce. 
Vi è una parola giusta e una sbagliata, una parola buona e una cattiva.
Ciascuno di noi le possiede entrambe perché può costruirle entrambe; di volta in volta si da la preferenza all’una o all’altra, e ogni volta che si conversa con qualcuno si viene sfidati nella scelta,
sul campo della preferenza, che diamo alla parola buona o alla parola cattiva, alla voglia di amare o alla voglia di graffiare.[…]
[…]Ma qual’è la parola giusta? Perché la stessa parola era giusta ieri ed è sbagliata oggi? Giusta per una persona e sbagliata per un altra? Giusta se detta da una persona e sbagliata se detta da un altra? Giusta se detta in un modo e sbagliata se detta in un altro? Perché la parola che credevo giusta, appena pronunciata si è rivelata sbagliata? Perché in certe circostanze non ci sono parole giuste, ma tutte sono sbagliate e l’unica parola giusta è quella non detta, cioè il silenzio?
……….
La parola giusta nasce sul terreno di atteggiamenti positivi che sono sempre indispensabili: rispetto, parità, empatia, autenticità, comprensione. La parola giusta è frutto di attenzione ai vari elementi che concorrono a creare quel determinato incontro in cui viene detta: il momento, il luogo, i bisogni della persona con la quale si parla, il suo stato d’animo…la sua recettività…
………….
La persona che possiede le parole giuste ha una singolare proprietà: la capacità di fare attenzione; è una persona capace di vedere e di sentire. La parola giusta è sempre una parola attenta.”[…]
Attention is the rarest and purest form of generosity – Simone Weil

Dire è vedere chiaro, rivelare se stessi, ma è anche invito alla rivelazione; la parola è il luogo dell’incontro, dove si dilatano i pensieri fino a toccare quelli degli altri…gli altri da me, che ho ricercato per tutta la vita, e che non smetterò mai di cercare attraverso le modalità più autentiche della mia esistenza… l’attesa e l’amicizia.
Ancora da Colombero…sulla sorpresa
“Si vive questa sensazione con intensità particolare quando si viaggia in treno seduti in direzione in cui va il treno, vicino al finestrino: come un fiume le cose vengono incontro;
appaiono da lontano, minuscole, si avvicinano, si fanno più grandi, inondano gli occhi; si rivelano nella verità della loro figura e dei loro colori;
si ha l’impressione di non essere noi ad andare verso di loro, ma loro a venire verso di noi, quasi addosso, come un’onda alta che si rovescia su di noi.
Se di tanto in tanto si guarda anche dal finestrino opposto, si ha proprio la sensazione di solcare un mare di cose, come se si fosse su una nave:
prati, alberi, messi, casolari, persone, macchine, fiumi, ponti, binari, colline, scogliere, paesi…,da una parte e dall’altra. Andare è incontrare.
E’ una grande fortuna riuscire a conservare il potere e l’attesa di essere stupiti.
Se si è seduti in direzione opposta a quella in cui va il treno,
non si ha questa sensazione perché non si va incontro alle cose, ci si separa da esse; appaiano all’improvviso non davanti, ma di fianco, da dietro le spalle e subito scivolano via.
Scorgerle e vederle allontanarsi è la stessa cosa; nel momento stesso in cui appaiono, dileguano;
non si vedono venire incontro, sempre più grandi;
si vedono solo allontanarsi, farsi subito piccole e scomparire.
Non vengono; vanno.
Non si ha allora la festa di andare verso di esse con occhi e animo ben aperti e voraci; c’è invece la malinconia d’un incontro insistentemente offerto e sempre perduto.”

Km 0 e Grande Distribuzione


Il contenitore ideale per il Km 0 è rappresentato dal piccolo dettaglio, la bottega rionale di quartiere, il negozio di paese.
La grande distribuzione, questa per mè è una battaglia ideologica, non può rappresentare il prodotto di qualità, legato a piccole produzioni, che sono il frutto di stagionalità, territorio, piccoli laboratori artigianali, che sono distanti anni luce dalla produzione quantitativa..i due mondi sono in antitesi logica ed estetica.
Daltra parte ill piccolo commercio, deve innescare un meccanismo di rinnovamento commerciale e culturale puntando sulla conoscenza diretta delle realtà produttive, adattandosi alle realtà del territorio, dei comuni limitrofi, per troppo tempo si è limitato a correre dietro al prezzo della grande distribuzione, con lo stesso tipo di prodotto; battaglia persa fin dall’inizio.
Il piccolo commerciante potrebbe così ritrovare un suo spazio, con una nuova connotazione, prima di tutto culturale, di ricerca “eticamente corretta”. Inserire un prodotto che non rientra nelle logiche di acquisto, degli spot televisivi, che non ricorda la mozzarella della tv, o il biscotto del mulino è impresa molto ardua, uno sforzo che chi lavora nel settore del km 0 conosce molto bene..Molto spesso i consumatori sono pigri, ingessati nelle loro scelte dettate dal già visto e molto più diffidenti di quanto si possa credere, per non parlare dell’ostacolo del prezzo, che nulla ha a che fare con le cifre che sono abituati a vedere al supermercato o peggio al discount..il commerciante ha il dovere quindi di motivare il prezzo, dimostrando una conoscenza dettagliata dei prodotti alimentari, della loro provenienza, della loro lavorazione, trasformazione..di partecipare a master di educazione alimentare, di essere prima di tutto consumatore di ciò che propone…perchè il cibo è cultura.

Le spalle della vite – Stirpe di terra


Le spalle della vite

Stirpe di terra

La vite di mio bisnonno, nonno, di mio padre
Le spalle della vite sono olmi e con i rami tagliati si fanno, tra le altre cose, intrecciandoli
sapientemente, i cesti ed i nodi per tenere la vite ferma al filo.

Le legature – Il Salice

Nessuno che produca vino, oggigiorno lavora così, almeno nessuno nelle produzioni di alti numeri, una lavorazione, una sapienza arcaica che affonda le radici nel XVI sec. La nostra terra mantiene questa tradizione




Gli impomatati


Sono stata ad una inaugurazione!
In centro, a Bologna, alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.
Presidente Fabio Roversi Monaco.
La Mostra, 5 Febbraio 1909 Bologna Avanguardia Futurista a cura
di Beatrice F. Buscaroli.
Tutto si sviluppa dal fatto che il Manifesto Futurista, che venne pubblicato il 20 Febbraio 1909
dalla testata Le Figaro, in realtà ebbe la sua prima uscita, sulla Gazzetta dell’Emilia il 5 Febbraio dello stesso anno.
Futurismo, inno alla velocità, all’azione, alla guerra, alla litigiosità
con una certa propensione alla rissa, al moto dell’ira, all’individualismo forsennato;
elogio della parola libera, del motore, dell’aeromobile,
arte trasversale, musica, poesia, pittura, scultura, architettura, cucina..
Moto interiore, d’anime irriquiete, lotta al passatismo.
alla borghesia annoiata, aristocratica, accademica, imitatrice!
Chiarezza, semplicità, originalità….autenticità!
E come era la platea di oggi?
Orripilanti borghesi e aristocratici, annoiati, impomatati, con le faccie deformi dal loro
vile denaro, sguardi avidi e tirati, falsi nella loro finzione di conoscenza
ricchi di denari, poveri di passioni vere..
Gongolandosi delle loro posizioni privilegiate di chi può decidere, perchè potente(parola orribile)
non si rendevano conto che se Marinetti fosse stato lì
sarebbero piovuti insulti, risa, risse, parole forti e fatti da prigione!
Moti di ira verso il conformismo plastico (nel senso di chirurgia)..

Io ho fatto la mia provocazione….