In viaggio


<“Non ci siamo già visti a Cincinnati?”>
-“Non sono mai stato a Cincinnati”-
<“Neanche io, devono essere stati altri due”>
Enjoyment of Laughter”di Max Eastman nota 103 pag.179 “Testi Prigionieri
Il corsaro rosso – Salgari ed. Pagani
D.o-C.p
Borges : ” Se stessi a casa, continuerei a rivivere sempre lo stesso giorno. Quando viaggio, ogni giorno è diverso.Ogni giorno porta con sé il suo dono. Per questo mi piace viaggiare. Se stessi a casa, tutto sarebbe incolore. Ogni giorno è la replica esatta di quello precedente.”

Io: Stamane, mi hanno detto e non come prima volta, che io sembro sempre in viaggio; o appena tornata o in prossimità di partire…ed è proprio così, non sono mai dove sembro essere…o almeno non solo!


…poi capita che nella vita ci siano periodi nei quali ti viene negata questa dimensione o addirittura te la neghi e il viaggio fisico si trasforma in un altro tipo di “movimento”..un viaggio ad occhi chiusi, cuore spalancato, piedi inchiodati..

…… il viaggio fisico e quello immaginario…

la stessa natura!


Tutta la mia esistenza
Di nuovo qui, le labbra evocatrici, unico e a voi somigliante.
Sono quella balorda intensità ch’è un anima.
A lungo mi mantenni in prossimità della gioia e
nell’immunità della pena.
Ho traversato il mare.
Conobbi molte plaghe; ho notato una donna
e due o tre uomini.
Dilessi una bimbetta altera e bianca,
e per giunta di placida ispànica.
Vidi un sobborgo interminato dove si inciela perenne
una inesausta fuga di tramonti.
Assaporai molteplici parole.
Nel profondo di me credo che questo sia tutto e che
non vedrò né porterò ad effetto cose nuove.
Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino
in penuria e in ricchezza quelle di Domineddio e
degli umani tutti.
da: “Luna de enfrente” 1925


Mi assento!…all’ombra del profumo del glicine…


Mi assento…ci sono persone che riescono a mentire anche quando dicono la verità…ci sono dolori che ti colpiscono anche quando sembrano gioie, ci sono malattie che ti uccidono anche quando vivi fino all’ultimo, ci sono amori che si negano perché non amano abbastanza loro stessi…io sono affranta..per questo…speranzosa!


” Da uno dei tuoi cortili aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina dell’ombra aver guardato
quelle luci disperse
che la mia ignoranza non ha imparato a nominare
nè a ordinare in costellazioni
Aver sentito il cerchio dell’acqua nella segreta cisterna,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzio dell’uccello addormentato
l’arco dell’androne,
l’umidità.
Queste cose forse, sono la poesia.
– Jorge Luis Borges –

«Sono stata allevata in campagna, e ho 
creduto tanto a lungo alla realtà di 
certe visioni che io non ho sperimentato 
ma che ho visto sperimentare intorno a 
me che, ancora oggi, non saprei 
davvero precisare dove finisce la realtà 
e dove inizia l’allucinazione» 
(George Sand)


Supplica D’amore – Ragione e Sentimento



“…la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.” J. L. Borges

Cari amati Dioscuri, io vi sono sempre stata fedele,

non mi avete mai tediato con inutili tormenti,

ogni battaglia sofferta ha restituito conquiste!

Ho bramato per la vostra unione, per il vostro equilibrio.

Sul vello del pensiero abbiamo vagato

per le derive; le nostre ali.

Dopo tempo immortale di dedizione, sono a supplicarvi

da vostra schiava devota quale sono sempre stata:

Ragione! Sentimento! vi prego…

trovate una terra che vi regali l’estasi senza attanagliarvi

alle sue radici, senza che vi si tarpino le ali della libertà

o la mia emicrania ci ucciderà…



…e allora, chi consolerà il pianto del cigno che ci ha procreato?

…e chi libererà Leda dalla tela di Moreau?

Borges di Nasos Vaghenàs


Apollo e le nove Muse

Gustave Moreau, Apollo e le nove Muse, 1856
Kavafis
(1863-1933)
Torna

Torna spesso e prendimi,
amato senso torna e prendimi-
quando si desta la memoria del corpo
e antica brama palpita nel sangue,
quando labbra e carne ricordano
e le mani sentono ancora come toccassero.

Torna spesso e prendimi di notte
quando labbra e carne ricordano…

(traduzione di Mario Vitti)
da Poesia n. 257 Febbraio 2011
Mensile Internazionale di Cultura Poetica
I sette Pilastri della Grecità
pag.16
Nasos Vaghenàs
Borges

Tu vedevi con le viscere, non con gli occhi
che erano spenti prima ancora che li aprissi.
E scandagliavi la vita tramite tocchi
in luoghi misteriosi oltre le superfici
del visibile, scendendo in antri profondi
lontano dal deserto di folle indistinte,
e ricercando nuovi labirinti
là dove il tempo non si calcola in secondi.
(a Rètimno parlavi di cose prodigiose
– “come brezze nel cuore del tornado”-
brandendo come pieno un bicchierino vuoto.)
Vita astratta, la tua, ma il concreto t’era noto:
vene di foglie, il rosso del sole che cade.
Gli altri vedevano soltanto le ombre delle cose.
traduzione di: Filippo Maria Pontani

da: “Poeti Greci del Novecento” a cura di
Nicola Crocetti e Filippo Maria Pontani,
I Meridiani Mondadori

Sito per Poesia:
Su Nasos Vaghenàs
Nasos Vaghenàs è nato a Drama (nella Grecia settentrionale) nel 1945. Ha esordito nel 1974 con la raccolta Campo di Marte, a cui hanno fatto seguito: Biografia (1978); Le ginocchia di Roxane (1981); Vagabondaggi di un non viaggiatore (1986); La caduta dell’uomo in volo (1989); Odi barbare (1992). È autore di importanti saggi di teoria letteraria e sulla traduzione (La veste della dea, 1988; Poesia e traduzione, 1989), e di studi sui maggiori autori della letteratura greca contemporanea (tra i quali si ricorda Il poeta e il ballerino, 1979, sulla poesia di Seferis). È stato tradotto in numerose lingue. In Italiano: Vagabondaggi di un non viaggiatore, a cura di Caterina Carpinato (Crocetti Editore 1997).


Citazione:
Kavafis, insieme con l’argentino Borges e il portoghese Pessoa, è uno dei tre poeti della periferia letteraria i quali, pun non essendo in vita, godono oggi di una fama mondiale e costituiscono un saldo punto di riferimento in virtù della loro singolarità. La fama di Borges è dovuta più alle opere in prosa che a quelle in poesia, fermo restando che la prosa borgesiana si caratterizza per la sua poeticità, tanto da poterla definire prosa poetica.

"L’eternità è un giorno" – Le figure dell’ansia


La speranza che muore

La speranza è una delle strutture portanti della vita, e si realizza in un’antitesi radicale all’angoscia
e alla disperazione: essa ricostruisce, e rigenera ogni volta, la vita come orizzonte
che si apre al futuro: alle incalcolabili possibilità che sono nel futuro.
Quando allora, la speranza è divorata e annientata dall’angoscia e dalla disperazione, si fa fatica a vivere
e a continuare a vivere.[…]
La disperazione, come dice Kierkegaard, “assomiglia più allo stato del moribondo quando
sta agonizzando senza poter morire”; perché la malattia mortale è quella contraddizione “di morire
e tuttavia di non morire, di morire la morte” e allora “morire significa che tutto è passato,
ma morire la morte significa vivere, sperimentare il morire”. […]
..Il sigillo di ogni delirio..

Nella vita di ogni giorno noi incontriamo una folla di passanti: sono “passanti” e, come tali, non fanno 
altro che passare; ma se uno di noi si ponesse improvvisamente il problema di sapere perché, in questo 
preciso momento, un passante si abbia a trovare sul suo cammino, ecco che si rischierebbe di cadere
(si cadrebbe) in un iniziale delirio di persecuzione (interpretazione).
Il passante perderebbe immediatamente la sua figura di “passante”, e rientrerebbe nel circolo di 
una figura (di una realtà) di aggressione e di persecuzione.
Sicché, in ogni esperienza delirante (in ogni delirio), il reale assume improvvisamente un altro
senso e un’altra profondità; nuovi sentieri si aprono nel mondo delle percezioni e una nuova
identità personale si viene configurando. La coscienza di un reale diverso da quello che sta abitualmente
dinanzi a noi non è, in fondo, se non la coscienza che nel reale i significati si trasformano vertiginosamente;
e una nuova “logica” delle identità e delle analogie si viene sviluppando. […]
…Ogni volto ha un tempo interiore che lo segna: non il tempo dell’orologio, il tempo della clessidra, ma il tempo vissuto, il tempo soggettivo: nel quale si esprimono i grandi significati della vita…l’angoscia ha tracciato
i suoi confini invalicabili trasformando le persone, che ne siano sommerse, 
in monadi con le finestre sigillate.
Nello sguardo, nelle infinite forme dello sguardo, si rivela una speranza (una nostalgia) di dialogo
e di comunicazione.

Eugenio Borgna “Le figure dell’ansia” Campi del sapere – 1997


E’ così che in ogni istante della nostra vita
siamo afferrati come dal di fuori dai significati
che noi stessi leggiamo nelle apparenze.
Quindi si può discutere senza fine sulla realtà
del mondo esterno. Perché ciò che chiamiamo mondo
sono i significati che noi leggiamo; dunque qualcosa che non è reale.
Ma esso ci afferra come dal di fuori; dunque è reale.
Perché voler risolvere questa contraddizione, quando il
compito più alto del pensiero, su questa terra è quello di
definire e contemplare le contraddizioni insolubili che, 
come dice Platone, tirano verso l’alto?
E’ poi singolare che non ci sono date sensazioni e significati;
ci è dato soltanto ciò che leggiamo;
noi non vediamo le lettere.
Simone Weil, Quaderni, IV
“Una pietra, una figura, un segno, una parola che ci arrivano dal loro contesto sono quella pietra, quella figura, quel segno o parola:possiamo tentare di definirli, di descriverli in quanto tali, e basta; se oltre la faccia che presentano a noi essi anche hanno una faccia nascosta, a noi non è dato di saperlo. Il rifiuto di comprendere più di quello che queste pietre ci mostrano è forse il solo modo possibile per dimostrare rispetto del loro segreto; tentare di indovinare è presunzione, tradimento di quel vero significato perduto.”…ma..” Eppure sa che non potrebbe mai soffocare in sé il bisogno di tradurre, di passare da un linguaggio all’altro da figure concrete a parole astratte, dai simboli astratti a esperienze concrete, di tessere e ritessere una rete d’analogie. Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.”

Italo Calvino, Palomar



“Die Dame auf dem Pferd”
1900-01 Alfred Kubin

Il Viaggio in pallone – Atlante – Jorge Luis Borges


Mio adorato luogo, materia dei miei sogni e delle mie fughe:
elemento della mia natura: l’aria.
Sempre eternamente grata a Borges

Il viaggio in pallone
da Atlante di Jorge Luis Borges con la collaborazione di
Maria Kodama pagg.24,25,26
Come dimostrano i sogni, come dimostrano gli angeli, volare è uno dei desideri fondamentali dell’uomo. La levitazione non mi è stata ancora concessa e non c’è nessuna ragione per supporre che la conoscerò prima di morire. Certamente l’aereo non ci offre nulla che somigli al volo. Il fatto di sentirsi rinchiuso in un ordinato recinto di ferro e vetro non somiglia al volo degli uccelli né al volo degli angeli. I vaticini terrorizzanti del personale di bordo, con la loro sinistra enumerazione di maschere d’ossigeno, di cinture di sicurezza, di sportelli laterali di uscita e di impossibili acrobazie aeree non sono, né possono essere, augurali.
Le nubi coprono e nascondono i continenti e i mari. I tragitti confinano con la noia. Il pallone, al contrario, ci offre la convinzione del volo, l’agitazione del vento amichevole, la vicinanza degli uccelli. Ogni parola presuppone un esperienza condivisa. Se qualcuno non ha mai visto il rosso, è inutile che io lo compari alla sanguinosa luna di San Giovanni il Teologo o con l’ira; se qualcuno ignora la particolare felicità di 
una gita in pallone è difficile che io gliela possa spiegare. Ho pronunciato la parola felicità;
credo sia la più adatta. In California, circa trenta giorni fa, Maria Kodama ed io andammo ad una modesta officina sperduta nella valle di Napa. Saranno state le quattro o le cinque del mattino; sapevamo che stavano per giungere le prime luci dell’alba. Un camion ci portò in un luogo ancor più distante, rimorchiando la navicella. Arrivammo in un posto della pianura che poteva essere qualsiasi altro. 
Sbarcarono la navicella, che era un canestro rettangolare di legno e di giunco e accuratamente
estrassero il grande pallone da una valigia, lo spiegarono per terra, gonfiarono il tessuto in nylon con ventilatori, e il pallone la cui forma era quella di una pera rovesciata come nelle enciclopedie della nostra infanzia, crebbe senza fretta fino a raggiungere l’altezza e la larghezza di una casa di diversi piani. Non c’era né porta laterale né scala; dovettero issarmi a bordo. Eravamo cinque passeggeri e il pilota che periodicamente gonfiava col gas il grande pallone concavo. In piedi, appoggiammo le mani sul bordo della navicella.
Albeggiava; ai nostri piedi da un’altezza angelicale o di alto uccello, si stendevano i vigneti e i campi. Lo spazio era aperto, l’ozioso vento che ci trascinava come fosse un lento fiume, ci accarezzava la fronte, la nuca e le guance. Tutti sentimmo, credo, una felicità quasi fisica. Scrivo, quasi perché non c’è felicità o dolore che siano soltanto fisici, sempre intervengono il passato, le circostanze, lo stupore ed altri fatti della coscienza. La gita, che durò circa un’ora e mezza, era anche un viaggio in quel paradiso perduto che fu il diciannovesimo secolo. Viaggiare nel pallone immaginato da Montgolfier era anche ritornare alle pagine di Poe, di Giulio Verne e di Wells. Si ricorderà che i suoi seleniti, che abitano all’interno della luna, viaggiavano dall’una all’altra galleria con palloni simili al nostro e non conoscevano la vertigine.
Prima Edizione Agosto 1985
Arnoldo Mondadori Editore

Verne-Cinque settimane in pallone
http://it.wikipedia.org/wiki/Cinque_settimane_in_pallone

Vedi anche il film “Viaggio nella luna”:

Viaggio nella Luna è un film fantastico del 1902 realizzato da Georges Méliès.

http://it.wikipedia.org/wiki/Viaggio_nella_Luna

Le Orme e Il Destino – Bencivenga-Bergonzoni-Borges-


Solo il pensiero, vede l’invisibile

Allora, quando c’era tutto il tempo, ci si chiese perché. E siccome c’era tutto il tempo, si provò a rispondere. Ma le risposte non cessavano di interrogarci; così molti si stancarono di cercare. Adesso il tempo è finito. Sono rimaste delle parole. Che forse non hanno più niente da dire.

<Il cordino>

“Quando ero piccolo avevo un grosso problema. Ogni tanto mi faceva male la testa o la gola, e fin qui niente di strano: non era piacevole, ma è una cosa che capita a tutti e, come si dice, mal comune… C’era anche, però, un male che non era affatto comune; anzi ce ne erano molti. Succedeva per esempio che mi facessero male i pantaloni, quando la mamma li metteva in lavatrice e quella specie di ventola che c’è li dentro li sbatteva di qua e di là. Mi faceva male la porta se il vento la chiudeva con un gran fracasso, mi faceva male il gatto se qualcuno gli tirava la coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva su lo zio Pasquale, che pesa più di un quintale e a momenti la sfonda.
A un certo punto la mamma decise di portarmi dal dottore. Era un signore alto e tutto bianco, con degli occhiali così spessi che gli occhi neanche si vedevano. Mi fece sedere e sdraiare, mi tastò davanti e dietro, mi guardò con certi altri occhiali ancora più spessi e finalmente si schiarì la voce e cominciò a spiegare. Tutti quanti, disse, quando veniamo al mondo ci stacchiamo dal resto delle cose. Alcune cose rimangono nostre, come la testa e la gola, e altre cose – la maggior parte delle cose – no. Il gatto e i pantaloni e la sedia, per esempio, non sono nostri; o meglio sono nostri nel senso che ce li possiamo tenere e se un altro li vuole ce li deve chiedere, ma non nel senso che fanno parte di noi come la testa e la gola. Ecco questo è quello che capita a tutti, anzi a quasi tutti. Per motivi che nessuno comprende, ogni tanto nasce un bambino che non si stacca dal resto delle cose. Io ero un bambino così: un cordino invisibile ma molto resistente mi legava al gatto e alla sedia, e anche alla pastasciutta e alla luna. Per farmi diventare come gli altri bisognava tagliare il cordino.
Detto fatto, il dottore prese uno strumento invisibile ma molto resistente (che strumento fosse non lo so, perché non l’ho visto) e tagliò il cordino. Da allora va tutto bene. O forse dovrei dire: non va male. Non mi fanno più male i pantaloni quando la mamma li mette in lavatrice, o il gatto quando qualcuno gli tira la coda, o la porta quando il vento la sbatte con gran fracasso, e tutto sommato non mi dispiace di sentir male solo alla testa e alla gola. C’è qualcosa che mi dispiace però. Prima, quando i pantaloni uscivano dalla lavatrice e la mamma li stendeva al sole, sentivo tutto questo caldo che mi scorreva dentro come una tazza di cioccolata d’inverno. Poi la mamma li ritirava nell’armadio fresco e profumato di lavanda, ed era come addormentarsi nell’erba, sotto un albero, dopo un pranzo all’aperto e tante corse dietro il pallone. Per non parlare di quando il gatto si accoccolava sulla sedia: il suo pelo morbido contro il cuoio liscio e vellutato. O quando la mamma sfogliava un libro e senza accorgersene accarezzava le pagine. Quelle carezze non le sento più da quando se ne è andato il cordino.”
Pagg.29 e 31
Ermanno Bencivenga “La filosofia in trentadue favole” Arnoldo Mondadori Editore Prima Edizione Novembre 1991
Questo libro mi fu regalato per il mio compleanno nel 1992…allora disegnavo di notte…la dedica dice: “Alla persona, che con le sue belle mani, riesce a trattenere il sonno meglio di chiunque altro!”…ecco io il mio cordino c’è l’ho ancora e nessuno strumento invisibile è mai stato tanto resistente da riuscire a tagliarmelo…

<La scimmia dell’inchiostro>

Quest’animale abbonda nelle regioni settentrionali, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso. Ha gli occhi come di cornalina e il pelo d’un nero lustro, serico, morbido come un cuscino. E’ amatissimo dall’inchiostro di Cina: quando uno scrive lui si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate, aspetta che quello abbia finito, e si beve il resto dell’inchiostro. Poi torna a sedersi accoccolato e resta tranquillo.
WANG TA-HAI(1791)
Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero- Manuale di zoologia Fantastica Einaudi 1962

Un genio con il cordoncino

Nonna cara, un saluto, il cordino mi lega a te, ti stringo al cuore