Marc Augé, l’antropologo francese dei non luoghi – Luglio 2023


Marc Augé – Antropologo

Testi di Antropologia

Non Luoghi espressione coniata nel lontano 1992, a quel tempo ebbi il privilegio di partecipare proprio ad una conferenza in merito, nell’ambito della Facoltà di Architettura, esame Antropologia Culturale. Firenze

Letto nei decenni vari testi e visionate video conferenze relative a Sociologia, Antropologia e Geografia Urbana…

Festival di Filosofia

Se c’è una cosa che ha caratterizzato Marc Augé, antropologo e filosofo scomparso ieri all’età di 87 anni, è la laicità. Il suo Genio del paganesimo (1982) è la risposta, a 180 anni di distanza, al Génie du Christianisme (1802) di Chateaubriand, per culminare nella dissacrazione ironica e irriverente de Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), divertissement di genere fantapolitico, dove un insolito Papa Francesco si affaccia su Piazza San Pietro per annunciare che “Dio non esiste”.

«L’uomo è un animale simbiotico – scrive – e ha bisogno di relazioni inscritte nello spazio e nel tempo, ha bisogno di “luoghi” in cui la sua identità individuale si costruisca col contatto e grazie al riconoscimento degli altri». I non-luoghi sono allora quegli spazi realizzati artificialmente per esigenze di scambio, dove l’individuo è un’unità priva di identità personale.

Sono gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i grandi centri commerciali, in cui confluiscono e transitano ogni giorno milioni di persone, senza che questo enorme afflusso riesca a costruire relazioni significative. Qui l’individuo è solo, utilizza codici impersonali e segue regole di comportamento generali. I non-luoghi sono il prodotto della modernità avanzata o, meglio, nella definizione di Augé, della “surmodernità”: l’evoluzione della società per effetto della globalizzazione e del superamento della postmodernità.

I non-luoghi sono il prodotto del consumismo, non solo dei beni materiali o deperibili, ma soprattutto della comunicazione: «La comunicazione è il bene di consumo per eccellenza e, paradossalmente, non smette di individualizzarsi». Il bisogno di relazioni, in cui costruire “luoghi” per confermare la propria identità e uscire da una solitudine devastante, spinge a ricercare brandelli di comunità negli stessi non-luoghi – come quei gruppi di giovani che si ritrovano nei supermercati o attorno alle stazioni – ma soprattutto nella rete, nei social, affascinanti non-luoghi di dipendenza ossessiva e compulsiva, dove si consuma il desiderio insoddisfatto di essere riconosciuti (e amati) dall’Altro.

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I non Luoghi

Bibliografia Raffaello Cortina Editore, con cui ha pubblicato le opere Il tempo senza età (2014), Un etnologo al bistrot (2015), Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), Momenti di felicità (2017), Chi è dunque l’altro? (2019) e Risuscitato! (2020). Da citare anche Il mestiere dell’antropologo (Bollati Boringhieri, 2007), Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri, 2008), Un etnologo nel metrò (Elèuthera, 2019), L’antropologia del mondo contemporaneo (Elèuthera, 2019).

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Antropologia Oggi


  • Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena

    Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena

    Generata da Gemini

    Il dettaglio più inquietante dell’annuncio Sony non è la scomparsa del disco in sé, ma la sua sostituzione: al posto dell’oggetto, un codice di attivazione. Compri una scatola vuota — o niente affatto — e quello che possiedi davvero è un permesso, una stringa alfanumerica che qualcun altro può accendere o spegnere a piacimento.

    È un’immagine che, spinta alle sue estreme conseguenze, apre uno scenario da fantascienza: e se anche gli esseri umani, un giorno, fossero pensati come entità dormienti, attivabili solo da chi possiede il codice giusto?


    Dal gioco all’umano: un salto che la fantascienza ha già immaginato
    Non è un’idea peregrina. Black Mirror ha costruito interi episodi su questa stessa intuizione: in Common People la vita stessa — letteralmente la sopravvivenza biologica di una persona — viene venduta a livelli di abbonamento, con funzionalità premium e piani base che ne limitano le facoltà cognitive; in USS Callister delle coscienze digitali vengono clonate e tenute prigioniere, riattivabili a piacimento del loro “proprietario”. Non sono più macchine che si ribellano agli uomini, come nell’immaginario classico della fantascienza (Skynet, Matrix): è l’essere umano stesso che diventa risorsa attivabile, sospesa in un limbo fino a quando qualcuno non decide di “accenderlo”.

    La cornice teorica: dal tecnofeudalesimo ai servi del cloud


    Quello che stai descrivendo — l’essere umano dormiente, riattivato da chi detiene i codici — trova un corrispettivo sorprendentemente concreto nella teoria economica più recente. L’economista Yanis Varoufakis, nel suo Tecnofeudalesimo, sostiene che il capitalismo classico sia già stato sostituito da qualcosa di diverso: non più mercati, ma “feudi cloud” controllati da poche piattaforme, che non traggono più profitto dalla competizione ma rendita dal semplice controllo dell’accesso.
    “Sotto il tecnofeudalesimo […] ciascuno di noi si sta trasformando in un proletario del cloud durante le sue ore di lavoro e in un servo della gleba del cloud per il resto del tempo”.
    La metafora feudale non è casuale: come il servo della gleba non possedeva la terra su cui lavorava ma dipendeva interamente dal signore per il proprio sostentamento, così l’utente digitale non possiede più nulla — né il gioco, né l’auto, né, in prospettiva, i propri stessi dati e la propria capacità di agire online — ma dipende da chi detiene le chiavi di accesso.
    La tua immagine dell’essere umano come “ameba dormiente” riattivata a comando non è quindi un’esagerazione fantasiosa: è l’estensione coerente di una logica già in atto, portata alle sue conseguenze più radicali. Se un tempo il potere si esercitava possedendo la terra, poi il capitale, poi i mezzi di produzione, oggi — nella lettura di Varoufakis — si esercita possedendo l’infrastruttura stessa dell’accesso.


    Chi avrà i codici?


    La tua domanda finale — chi controllerà questi codici — è la stessa che pongono oggi molti analisti del tecnofeudalesimo: non più stati-nazione, non più partiti, ma una ristretta oligarchia di proprietari di piattaforme e infrastrutture cloud, i “cloudalisti” di cui parla Varoufakis. È un potere che non ha bisogno di eserciti o di leggi per esercitare controllo: gli basta la possibilità tecnica di attivare o disattivare l’accesso.
    Una domanda aperta, non una previsione


    Vale la pena essere onesti: né Black Mirror né Varoufakis descrivono un destino ineluttabile, quanto piuttosto una tendenza da riconoscere finché siamo in tempo per correggerla. Varoufakis stesso propone contromisure — tassazione delle piattaforme, identità digitale pubblica, interoperabilità tra sistemi — proprio perché considera il tecnofeudalesimo un esito storico, non un destino metafisico. Anche gli autori di Black Mirror costruiscono le loro distopie non per profetizzare, ma per metterci in guardia mentre c’è ancora margine di scelta.
    Resta comunque una domanda che merita di stare al centro di un post: cosa significa, per un essere umano, essere ridotto a una funzione attivabile da un codice che non gli appartiene? È forse questa la vera posta in gioco dietro una notizia apparentemente tecnica come la fine dei dischi PlayStation.


    Chiosa: domande, non risposte


    Anche qui, come nel post precedente, non intendo concludere con un giudizio ma con delle domande — nello spirito del Laboratorio di Etica di Vito Mancuso, che da anni a Bologna insegna a interrogare la coscienza prima di pretendere risposte definitive.
    Se davvero, come suggerisce la metafora dell’essere umano dormiente riattivato da un codice, il potere di domani si eserciterà non più imponendo ma semplicemente concedendo o negando l’accesso, allora forse le domande da porsi non riguardano la tecnologia in sé, ma qualcosa di più antico:
    Cosa resta della libertà, se questa non consiste più nello scegliere ma nel restare “attivi” grazie alla benevolenza di chi detiene il codice?
    La coscienza morale — quella che Mancuso definisce il fondamento dell’agire etico — può svilupparsi in un soggetto che vive in stato di dipendenza permanente da un’infrastruttura esterna?
    Se la responsabilità presuppone la libertà, come si distribuisce la responsabilità in un sistema dove il controllo è nelle mani di pochi, e la maggioranza può solo subire l’attivazione o la disattivazione?
    C’è una differenza tra essere “in attesa” per scelta — come nel raccoglimento, nella meditazione, nel silenzio che coltiva l’anima — ed essere “in stand-by” perché qualcun altro non ha ancora attivato il nostro codice?


    Infine: cosa significa, spiritualmente, “essere sé stessi” in un mondo dove l’esistenza pubblica, sociale, forse anche cognitiva, dipende da un permesso esterno rinnovabile?
    Restano domande aperte, sospese — come dovrebbero restare, credo, le domande vere.



    Fonti e approfondimenti


    Sulla teoria del tecnofeudalesimo:
    Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023 — scheda editoriale IBS
    Avvenire — “Se la rendita sostituisce il capitalismo: è l’era tecnofeudale”
    Valori.it — intervista a Varoufakis, “Il capitalismo è morto, e big tech lo ha ucciso”
    Rivista Indiscipline — analisi critica “Tecnofeudalesimo o tecnoassolutismo?”
    Riferimenti audiovisivi:
    Black Mirror, settima stagione, episodio Common People (Netflix, 2025) — la vita umana come servizio in abbonamento
    Black Mirror, quarta stagione, episodio USS Callister — coscienze digitali clonate e tenute prigioniere
    Taxidrivers — recensione della settima stagione di Black Mirror

    Questo articolo prosegue idealmente la riflessione avviata in “Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto”, a partire dallo stesso spunto sulla fine dei dischi fisici PlayStation.


    Nota: spunto nato da una riflessione personale a partire dalla notizia dei “codici di attivazione” nelle confezioni fisiche PlayStation; i riferimenti teorici e audiovisivi sono stati verificati con ricerca autonoma.

  • Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto

    Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto

    Sony ha annunciato che da gennaio 2028 smetterà di produrre dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation: solo download, solo licenza digitale, nessun oggetto da tenere in mano, da prestare, da rivendere. Non è un dettaglio per soli videogiocatori: è l’ultima tessera — dopo l’auto, la musica, presto forse anche i vestiti — di un mosaico che si sta componendo da almeno vent’anni, quello di un mondo in cui non possediamo più nulla, paghiamo per accedervi finché possiamo permettercelo.


    La notizia
    A partire da gennaio 2028 Sony interromperà la produzione di dischi fisici per tutti i nuovi giochi in uscita su console PlayStation: da quel momento i titoli saranno disponibili solo in digitale, sul PlayStation Store o tramite codici di attivazione nelle confezioni fisiche vendute nei negozi. La motivazione ufficiale è l’evoluzione delle abitudini di consumo: già oggi circa l’85% dei giochi venduti su PS5 e PS4 è digitale. Rockstar aveva già annunciato una scelta simile per GTA VI.


    La cosa che ha fatto discutere di più non è tanto la tecnologia, quanto una frase pronunciata da un portavoce Sony: con i contenuti digitali “i giocatori acquistano una licenza personale per uso non commerciale” — non un oggetto, dunque, ma un permesso d’uso revocabile. È esattamente la stessa logica che regola oggi lo streaming musicale, i software in abbonamento, e presto — secondo alcune analisi di settore — anche l’auto e l’abbigliamento.


    La cornice teorica: dall’era della proprietà all’era dell’accesso


    Chi ha raccontato questo passaggio con più anticipo è stato il sociologo americano Jeremy Rifkin, già nel 2000, con L’era dell’accesso.

    La sua tesi centrale:
    “Nella new economy, il fornitore mantiene la proprietà di un bene, che noleggia o affitta […] a fronte del pagamento di una tariffa, di un abbonamento”. Lo scambio di proprietà tra compratore e venditore cede il passo a un accesso temporaneo negoziato in rete.
    Rifkin non parlava di un’ipotesi remota: descriveva un processo già in corso, che oggi — venticinque anni dopo — vediamo compiersi nei dettagli più minuti della vita quotidiana, fino al disco di un videogioco.


    Quello che Rifkin non poteva prevedere fino in fondo è la seconda faccia del problema, quella che riguarda non l’economia ma la memoria. Se non possiedo più l’oggetto, chi conserva la traccia che quell’oggetto — e il tempo passato con esso — sia esistito?


    Il rovescio della medaglia: la scomparsa dei riti e degli oggetti-simbolo


    Il filosofo Byung-Chul Han, ne La scomparsa dei riti, ha descritto un fenomeno collegato: la perdita degli oggetti e delle pratiche che strutturano il tempo e il legame con l’Altro, sostituiti da una “comunicazione senza comunità” fatta di consumo rapido e narcisismo individuale. Se il rito ha bisogno di un oggetto che si ripete nel tempo — la sveglia di famiglia, il disco che si toglie dalla custodia — la sua sparizione non è solo un fatto tecnico, ma la perdita di un ancoraggio simbolico.
    È qui che il discorso tocca direttamente la sensibilità di chi, come me, pratica il collezionismo come forma di memoria attiva: l’oggetto fisico non è un possesso vanitoso, è un documento. È la prova tangibile che qualcosa — un gioco giocato, un disco ascoltato, una lettera scritta — è realmente accaduto, in un momento preciso, a una persona precisa.


    La domanda che resta aperta
    Se tutto diventa noleggio temporaneo — l’auto, la musica, i giochi, forse i vestiti — cosa resta di noi quando smettiamo di pagare? È la domanda di Conrad, delle orme che la marea cancella: cosa siamo, se la nostra unica prova di esistere è un abbonamento attivo?


    Non credo che l’intelligenza artificiale possa sostituire l’oggetto fisico come deposito di memoria: può, al più, essere uno strumento che aiuta a ritrovare la mappa — a ricostruire connessioni, contesti, genealogie di senso tra i frammenti che restano. Ma la traccia vera, quella che resiste alla marea, continua a essere quella che scegliamo di tenere in mano, fuori dal flusso: un oggetto, un documento, una pagina scritta e conservata. Forse la nuova etica di cui abbiamo bisogno non è resistere al noleggio generalizzato — probabilmente impossibile — ma scegliere con più consapevolezza quali orme lasciare più in alto sulla spiaggia, dove la marea non arriva.



    Chiosa: domande, non risposte


    Bibliografia:
    Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, 2000 — scheda Wikipedia · estratti su Medium
    Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, nottetempo, 2021 — recensione su doppiozero · approfondimento su Flanerí
    Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele, in Finzioni — il riferimento implicito a un mondo di accesso infinito ma privo di mappa


    Non è mia intenzione trarre una conclusione da tutto questo, né tantomeno un giudizio. Vorrei piuttosto lasciare, a chi legge, alcune domande — nello spirito socratico del “so di non sapere”, che è poi lo spirito con cui Vito Mancuso, nei suoi Laboratori di Etica, invita da anni a interrogare la coscienza prima ancora di cercare risposte.
    Mancuso costruisce la sua riflessione etica su tre categorie che si richiamano a vicenda: coscienza, libertà, responsabilità. Nessuna esperienza etica, dice, è possibile senza libertà; ma la libertà vera non coincide con l’assenza di vincoli, comporta l’assunzione di responsabilità. Proviamo allora a chiederci, non per trovare una risposta univoca, ma per restare in ascolto:
    Se non possiedo più nulla, ma solo l’accesso a tutto, sono ancora libero — o sono semplicemente meno vincolato, il che non è la stessa cosa?
    Cosa significa “responsabilità” verso un oggetto che non è mio, che posso perdere in un istante per la decisione di un altro?
    La mia coscienza, il mio senso di me, si radica in ciò che possiedo o in ciò che scelgo di custodire, indipendentemente dalla sua forma?
    Se la memoria personale e collettiva si affida sempre più a infrastrutture che non controlliamo, che ne è della continuità dell’anima nel tempo — quella che i riti, gli oggetti, le tracce fisiche hanno sempre garantito?
    È possibile una spiritualità dell’accesso, così come esiste una spiritualità della rinuncia — oppure l’affitto perenne di ogni cosa ci lascia semplicemente più vuoti, più in balìa della marea?
    Non ho risposte da offrire. Ho soltanto, come diceva Socrate, la funzione della levatrice: aiutare a far nascere la domanda, non a chiuderla.


    Fonti e approfondimenti


    Sulla notizia Sony:
    Blog ufficiale PlayStation Italia — comunicato Sony, 1 luglio 2026
    Il Post — “Sony non produrrà più dischi fisici per i videogiochi della PlayStation”
    Tuttotech — analisi approfondita su mercato dell’usato, PS6 e conservazione videoludica
    Il Fatto Quotidiano — lettura critica: “così si cancella il diritto di scelta”


    Da guardare/ascoltare:
    Registrazione Radio Radicale — presentazione originale de “L’era dell’accesso” con Jeremy Rifkin, Milano 2000


    Nota: il post nasce da uno spunto di riflessione condiviso con Aleph a partire da un video di un creator tech su Facebook; i riferimenti sopra sono stati verificati e integrati con ricerca autonoma.


  • Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre

    Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre

    Il Tempo che manca


    Partendo da un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera, alcune riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale. Con una nota sul metodo: come nasce un pensiero dialogando con l’intelligenza artificiale.


    I — L’articolo come specchio


    Capita, a volte, che un articolo giornalistico faccia esattamente quello che dovrebbe fare: non esaurire un argomento, ma aprirlo. Federico Fubini ha pubblicato sul Corriere della Sera un pezzo lungo, denso, giustamente ambizioso — e secondo me avrebbe meritato di essere scorporato in almeno cinque articoli distinti, tanti sono i nuclei che contiene. Eppure proprio questa sovrabbondanza ha prodotto in me qualcosa di utile: il bisogno di rallentare, di separare i fili, di chiedermi dove portano. La lettura lenta è già un atto filosofico. E un articolo che ti costringe a pensare, anche per disagio, vale più di dieci che ti lasciano soddisfatta e vuota.


    II — Il falso problema demografico


    Fubini descrive il crollo delle nascite cinesi come una catastrofe annunciata: 400 milioni di abitanti in meno entro il 2070, una perdita di forza lavoro paragonabile all’intera popolazione europea. È un dato reale. Ma la cornice in cui lo legge mi sembra ancora novecentesca — costruita su categorie biologiche che la tecnologia sta già smontando.
    La parola che manca nell’articolo è ectogenesi: la gestazione extracorporea, l’utero artificiale. Non è fantascienza. È una traiettoria già in corso nei laboratori, e la velocità con cui la Cina — proprio la Cina, ossessionata dall’autonomia strategica — investe in biotecnologie suggerisce che non sarà estranea a questo sviluppo. Se la riproduzione umana si separa dal corpo femminile, il “collasso demografico” smette di essere un problema biologico e diventa una questione di tutt’altra natura: chi controllerà la produzione di vita? Chi possiederà gli uteri artificiali? Come ridefiniremo maternità, appartenenza, identità biologica?
    Il vero problema non è che nascono pochi bambini. Il vero problema è che stiamo entrando in un’epoca in cui la domanda “cosa significa nascere umani” non ha ancora risposta, e nessuno sembra volerla fare davvero.


    III — Dove si muove davvero il futuro


    C’è un’altra assenza nell’articolo di Fubini, e riguarda la geopolitica. Il racconto è centrato sul duello Cina-Occidente, con l’India sullo sfondo come potenza emergente. Ma io ho un’intuizione diversa — e la dichiaro come tale, senza pretesa di certezza.
    La Cina è straordinaria nell’esecuzione. L’India lo sarà sempre di più. Ma entrambe mi sembrano già dentro un paradigma: la prima nell’efficienza sistematica, la seconda nella crescita demografica ed economica. Sono energie che seguono una traiettoria già tracciata, già leggibile. Le grandi sorprese propulsive del prossimo ciclo storico potrebbero venire da altrove — dal mondo arabo, che custodisce risorse, giovinezza demografica e una cultura millenaria non ancora pienamente dispiegata in forme politiche nuove; dall’America Latina, che porta in sé una vitalità meticcia, una creatività ibrida, una capacità di abitare la contraddizione che in altri contesti si chiamerebbe saggezza.


    E poi c’è l’Africa. L’Africa che non riesco ancora a collocare — e forse è proprio questo il punto. È la madre terra nel senso più letterale e più profondo: culla dell’umanità, serbatoio di archetipi, custode di una sapienza che non si è mai lasciata tradurre del tutto in sistema. Nei rituali attorno al fuoco, nell’antropologia delle sue culture, nell’inconscio collettivo che Jung avrebbe riconosciuto come primordiale, c’è qualcosa che la modernità non ha ancora saputo — o voluto — nominare. L’Africa è stata colonizzata nei corpi, nelle risorse, nella storia. E ora viene colonizzata di nuovo, digitalmente, dalla stessa Cina che ne estrae terre rare e vi installa infrastrutture tecnologiche come nuovo strumento di dipendenza.
    Eppure — e questa è la mia intuizione più azzardata — proprio perché è rimasta ai margini del grande gioco dell’efficienza e della velocità, l’Africa potrebbe custodire qualcosa di inestimabile: un rapporto col tempo, con la terra, con il sacro che il mondo iperconnesso ha perduto e di cui potrebbe, un giorno, avere disperatamente bisogno. Ne parlerò più a fondo in un prossimo articolo. Per ora la lascio qui come domanda aperta — che è il modo più onesto di trattare ciò che ancora non si comprende del tutto.


    IV — Il kairos europeo


    I cinesi, dice Fubini, ci vedono come conservatori — anzi, conservativi. Afflitti da immobilismo. Terribilmente lenti. Lo dice senza giudizio esplicito, ma la direzione è chiara: la velocità è virtù, la lentezza è limite.
    Io la vedo diversamente. E non per spirito di rivalsa, ma perché credo che esistano due tempi, e che confonderli sia un errore che si paga.
    C’è il chronos — il tempo quantitativo, misurabile, la sequenza degli istanti, la velocità come metrica del valore. È il tempo della produzione, dell’automazione, del piano quinquennale. È il tempo in cui la Cina eccelle, e non è poco.
    C’è poi il kairos — il tempo qualitativo, il momento giusto, l’istante in cui qualcosa matura perché è pronto a maturare. È il tempo dell’intuizione, della filosofia, della domanda che non cerca risposta immediata ma verità più profonda. È il tempo in cui l’Europa — con tutte le sue contraddizioni, le sue lentezze, i suoi fallimenti — ha storicamente prodotto le idee che hanno cambiato il mondo.
    La lentezza europea non è inerzia: è il substrato in cui l’intuizione cresce. Un’idea non si produce in serie. Non fi sussidi. Non si ottimizza con un piano quinquennale. Nasce nella sosta, nel dubbio, nella conversazione che non ha fretta di concludersi.
    Questo non significa opporsi alla tecnologia — sarebbe ingenuo e inutile. Significa abitarla con un’intenzione diversa: non quanto veloce ma verso dove. Non quanti robot ma che cosa vogliamo che facciano di noi.


    V — La conversazione come metodo


    Questo articolo è nato così: ho letto il pezzo di Fubini, l’ho trovato troppo lungo e troppo compresso insieme, e ho cominciato a parlarne.  Con un’amica, che mi aveva consigliata la lettura — con un’intelligenza artificiale.
    Lo dico apertamente, come ho già fatto in altri contesti su questo sito — puoi leggere il mio approccio in Il prompt come domanda viva — perché la trasparenza sul metodo fa parte del metodo stesso. Il dialogo con l’IA non ha sostituito il mio pensiero: lo ha specchiato, ha fatto rimbalzare le mie intuizioni su una superficie che le restituiva più nitide, mi ha chiesto di precisare dove ero vaga, ha sintetizzato dove ero ridondante. È stato maieutico nel senso più letterale: ha aiutato a tirare fuori quello che era già dentro.
    Ciò che trovo significativo — e lo dico come fotografia di questo momento storico — è che la mia intelligenza naturale, con tutti i suoi limiti di conoscenza ed esperienza, dialogando con quella artificiale ha prodotto qualcosa che nessuna delle due avrebbe prodotto da sola. Non è fusione. Non è delega. È conversazione. E la conversazione, da Socrate in poi, rimane lo strumento più potente che abbiamo per pensare.
    La Cina corre. Noi pensiamo. Forse il secolo avrà bisogno di entrambe le cose. Forse — e questa è la mia scommessa — avrà bisogno soprattutto della seconda.


    Nota di trasparenza
    Questo articolo è nato da una conversazione con Claude (Anthropic). Il ragionamento, le intuizioni e le posizioni espresse sono miei. L’IA ha funzionato da interlocutore maieutico. Per saperne di più sul mio metodo di lavoro con l’intelligenza artificiale: Il prompt come domanda viva.


    Title tag: Il tempo che manca. Riflessioni su Cina, robot e kairos europeo


    Meta description: Partendo da un articolo di Fubini sulla Cina dei robot, riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale.


  • Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza

    Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza

    “€189.300. Prezzi a partire da. La televisione mostrava solo la rata mensile.”



    *La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*



    Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma e l’altro, scorrono spot di automobili. Non automobili qualsiasi: SUV lucidissimi, berlina tedesche, crossover con interni in pelle che sembrano salotti. Centottantanove euro al mese. Duecentoventinove euro al mese. Cifre che sembrano piccole, modeste, quasi alla portata di chiunque abbia uno stipendio nella media — milleseicentocinquanta, milleottocento, al massimo duemila euro. E invece no. Quella cifra piccola è solo la soglia d’ingresso a un sistema che non ti lascerà più uscire.

    Il noleggio a lungo termine — NLT nel gergo del settore — è uno dei meccanismi più eleganti e silenziosi di cattura economica prodotti dal capitalismo contemporaneo. Non compri un’automobile: sottoscrivi una rendita mensile che ti dà l’accesso temporaneo a un oggetto che non possiederai mai. La maxi rata finale, quella che teoricamente ti permetterebbe di riscattare il veicolo, nella stragrande maggioranza dei casi non viene pagata. Non perché non si voglia, ma perché l’intero sistema è congegnato perché non convenga. Meglio rinnovare, si dice. Meglio passare al modello successivo. E così il ciclo ricomincia, più moderno, più costoso, più vincolante.


    Una trappola costruita sull’identità, non sul bisogno

    Sarebbe riduttivo, però, liquidare il fenomeno come mera irrazionalità economica o analfabetismo finanziario. La questione è più profonda, e riguarda il modo in cui le società contemporanee costruiscono — o meglio, demoliscono — l’identità individuale.

    Per secoli, l’identità si è formata attraverso appartenenze stabili: al territorio, alla famiglia, a una professione, a una tradizione spirituale o culturale. Queste appartenenze erano contenitori di senso. Sapevi chi eri perché sapevi *da dove venivi* e *a cosa appartenevi*. La modernità liquida — per usare la fortunata metafora di Zygmunt Bauman — ha progressivamente eroso questi contenitori. La mobilità geografica, la precarietà lavorativa, la frammentazione delle reti familiari e comunitarie hanno lasciato un vuoto enorme. E il mercato ha occupato quel vuoto con grande efficienza.

    L’automobile, in questo contesto, non è più un mezzo di trasporto. È un autoritratto. È la risposta — rapida, visibile, socialmente leggibile — alla domanda *chi sono io?* Un SUV da quarantamila euro dice: sono una persona di successo, sono competente, ho gusto, ho potere d’acquisto. Dice tutto questo nel tempo che ci vuole a parcheggiare sotto casa. È un’identità a noleggio, esattamente come la macchina che la veicola.



    Hannah Arendt e il confine tra essere e apparire

    Hannah Arendt, nella sua *Vita activa* (1958), distingue tre forme fondamentali dell’attività umana: il *labor* (il ciclo biologico della sopravvivenza), il *work* (la produzione di oggetti duraturi che abitano il mondo) e l’*action* (l’agire nella sfera pubblica attraverso parole e atti che lasciano un’impronta). Questa tripartizione, elaborata a metà del Novecento, si rivela sorprendentemente attuale.



    Il noleggio a lungo termine è, strutturalmente, *labor* travestito da *action*. È un ciclo — mensile, automatico, inarrestabile — che consuma reddito senza produrre nulla di duraturo. Non si possiede, non si lascia niente. Eppure viene percepito e vissuto come affermazione di sé, come gesto identitario, come partecipazione a una certa forma di mondo. La confusione tra le due categorie non è accidentale: è il risultato di decenni di pubblicità che hanno sistematicamente colonizzato il territorio dell’*action* — l’essere qualcuno nel mondo — con oggetti del *labor*.

    Guy Debord, nel suo *La société du spectacle* (1967), aveva già intuito questa dinamica con estrema chiarezza: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» L’automobile non è più vissuta: è rappresentata. Il suo valore non è d’uso, ma di scena.

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    Il cinquantenne vestito da quindicenne

    C’è un’immagine che mi torna in mente con fastidio ricorrente: quell’uomo di cinquant’anni che scende da un’auto di rappresentanza vestito con sneakers di lusso e felpa oversize, con l’aria di chi vuole comunicare giovinezza, energia, successo. Non è una critica alla persona — è una diagnosi di sistema. Io penso che *quella persona* non ha trovato, nel proprio percorso di vita, una narrazione identitaria abbastanza forte da non aver bisogno di essere sostenuta da oggetti costosi e rimandi ad un tempo biologico altro. O, più probabilmente, quella narrazione esisteva ma è stata sistematicamente svalorizzata dalla cultura dominante.

    Perché è questo il meccanismo più insidioso: non si vende solo un’automobile, si svaluta preventivamente tutto ciò che non è misurabile in termini di consumo. La casa di proprietà, i libri, un orto, un archivio di mappe antiche, un blog scritto con cura — queste cose non fanno spettacolo. Non si vedono dal finestrino. Non si capiscono in tre secondi. E quindi, nell’economia dell’attenzione e dell’impressione istantanea, non contano. Ovviamente il discorso è più complesso.

    Io ho sempre guidato e scelto utilitarie. Per me un’automobile non dovrebbe costare più di diecimila euro, perché non è lì che risiede la mia sostanza, da sempre. La mia sostanza è nella casa, nei libri, nel territorio che conosco e abito, nelle cose che scrivo e che costruisco nel tempo. Non è un atteggiamento virtuoso — è semplicemente una coerenza tra ciò che sono e ciò che mostro. La forma che segue l’essere, non l’essere che segue la forma.



    Libertà o perpetua servitù?

    C’è un paradosso profondo nel sistema del noleggio a lungo termine che non viene quasi mai nominato: si vende come *libertà* — libertà di cambiare, di aggiornare, di non vincolarsi — e invece è la forma più rigorosa di vincolo economico. Non possiedi nulla, ma paghi per sempre. Non hai debiti visibili, ma hai obbligazioni permanenti. Non sei proprietario, ma sei consumatore a vita.

    Veblen, nel suo *The Theory of the Leisure Class* (1899), aveva coniato il concetto di *consumo vistoso* per descrivere l’uso dei beni come segnale di status sociale. Quello che non aveva potuto prevedere è che il consumo vistoso sarebbe diventato accessibile anche a chi non può permetterselo, attraverso forme di credito sempre più creative. Il risultato è una democrazia dello status apparente e una oligarchia della sostanza reale: tutti possono *sembrare* ricchi, pochi possono *essere* liberi.

    La vera libertà economica — quella che consente di scegliere come vivere, di fermarsi, di cambiare direzione senza essere schiacciati da obbligazioni mensili — richiede, paradossalmente, di rinunciare all’apparenza. Richiede di possedere cose meno costose, di abitare spazi più autentici, di costruire un’identità che non dipenda da ciò che si guida o che si indossa.

    Non è ascetismo. È strategia.





    #Bibliografia

    Arendt, H. (1958). *The Human Condition*. University of Chicago Press. [trad. it. *Vita activa. La condizione umana*, Bompiani, 1964]
    Bauman, Z. (2000). *Liquid Modernity*. Polity Press. [trad. it. *Modernità liquida*, Laterza, 2002]
    Debord, G. (1967). *La société du spectacle*. Buchet-Chastel. [trad. it. *La società dello spettacolo*, Baldini Castoldi Dalai, 2008]
    Veblen, T. (1899). *The Theory of the Leisure Class*. Macmillan. [trad. it. *La teoria della classe agiata*, Einaudi, 2007]
    Han, B.-C. (2012). *Transparenzgesellschaft*. Matthes & Seitz. [trad. it. *La società della trasparenza*, Nottetempo, 2014]
    Fromm, E. (1976). *To Have or to Be?*. Harper & Row. [trad. it. *Avere o essere?*, Mondadori, 1977]
    Lipovetsky, G. (1987). *L’empire de l’éphémère*. Gallimard. [trad. it. *L’impero dell’effimero*, Garzanti, 1989]

    #NLT #consumovistoso #identità, #HannahArendt #GuyDebord, #Veblen #psicologiadelconsumo, #statussymbol #automobile #libertà #essereeavere, #Kahneman #modernitàliquida #Bauman #priceanchoring #LandRoverDefender

    *Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*

  • Ereditare Eco, abitare BolognaIl sorriso dei biasanot

    Ereditare Eco, abitare Bologna
    Il sorriso dei biasanot

    «La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce» — Borges amava Angelus Silesius, e amava le rose. Eco lo sapeva bene. E quando scelse quel titolo — Il Nome della Rosa — sapeva anche lui che il nome non è la cosa, che il segno sopravvive all’oggetto, che le parole restano quando i petali sono caduti da un pezzo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Della rosa antica rimane il nome: nudi nomi teniamo. È lì, in quel verso medievale che chiude il romanzo, tutta la semiotica di una vita.

    L’avevo già incontrato nelle aule, alle sue Lectio. Eco era uno di quegli intellettuali capaci di stare dentro il pensiero più denso e al tempo stesso dentro la vita — quella vera, quella che sa di vino e di selciato bagnato.

    Ecco perché la notizia che ho letto in questi giorni mi ha fatto piacere in modo fisico, non solo cerebrale.

    Dal 27 al 29 maggio, l’Università di Bologna ospita “Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo” — il primo convegno scientifico internazionale dedicato alla sua opera e alla sua eredità culturale. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa. E il convegno arriva esattamente adesso perché fu lui stesso a chiederlo: aspettate dieci anni prima di fare convegni sulla mia opera. Lasciate che il tempo faccia il suo lavoro di setaccio, che separi ciò che merita di essere dimenticato da ciò che è destinato a durare e a generare nuovo pensiero. Persino nell’organizzare la propria memoria postuma, Eco era un semiologo.

    Oltre 300 studiosi da tutto il mondo si riuniranno in sette Dipartimenti dell’Ateneo per attraversare i molteplici universi di Eco: la narrativa, la semiotica, la filosofia, i media, il Medioevo, la traduzione. Tra gli ospiti Susan Bassnett, Laurent Binet, Maurizio Ferraris, Alexander Stille. Non una commemorazione, dunque, ma un convegno-opera aperta. Che è già, in sé, un omaggio perfettamente ecoiano.

    La cosa più bella è che Bologna non resta fuori dalla porta. Dal 26 al 29 maggio la città è coinvolta con eventi aperti a tutti: la proiezione del documentario di Davide Ferrario sulla sua biblioteca privata — più di trentamila volumi, millecinquecento libri rari e antichi — al Cinema Modernissimo; un evento musicale al Teatro DAMSLab; una tavola rotonda su Eco e l’editoria alla Sala Borsa; un incontro con i suoi traduttori alla Fondazione Zeri, su quel confine sottile tra tradurre e tradire.

    «Non sperate di liberarvi dei libri» — lo disse Eco, e lo disse sapendo. E aveva ragione.

    E aveva ragione. Ma io aggiungerei: non sperate di liberarvi di Bologna, se l’avete vissuta davvero.

    C’è una sera di inizio anni Duemila che ogni tanto torna. Via Cartoleria, un bistrot, un bicchiere di vino nero. Ero sola, come si sta bene da soli a Bologna quando la città ti avvolge e non ti chiede niente. A un certo punto alzo gli occhi e lui era lì — cappello, il suo bicchiere di rosso, una ragazza accanto, probabilmente un’allieva. Umberto Eco. Ci siamo guardati. Ci siamo sorrisi. Uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di parole perché dicono tutto: sì, anche tu stai abitando bene questa sera. La cara Bologna dei biasanot, di quelli che la notte la mordono lentamente.

    Della rosa antica rimane il nome. Del maestro, rimane tutto il resto.


    “Ereditare Eco” — Università di Bologna, 27-29 maggio 2026. Programma completo su eventi.unibo.it


    Mercoledì 27 maggio, dalle 19 alle 20:30, al Teatro DAMSLab (Piazzetta P. P. Pasolini 5b, Bologna), è in programma l’evento musicale “Ecolalie. Umberto Eco, il suono, la musica”, a cura di Emiliano Battistini, Andrea Valle, Francesco Giomi con l’intervento di Maurizio Bettini. L’evento è organizzato in collaborazione con il Conservatorio di Musica di Bologna e con il sostegno del progetto PNRR IRACF – INTERNATIONAL ROUTES: ARTS CREATING FUTURE.

    Giovedì 28 maggio, dalle 18 alle 19:30, presso la Sala Borsa – Auditorium Enzo Biagi (Piazza Del Nettuno 3, Bologna), ci sarà la tavola rotonda organizzata con il patrocinio del Comune di Bologna “Il libro… la passione predominante. Umberto Eco, i libri, l’editoria”, partendo dall’affermazione dello studioso “Non sperate di liberarvi dei libri ”. Parteciperanno: Mario Andreose, Nave di Teseo – Milano, Giulio Blasi (Horizon/MLOL, Bologna), James M. Bradburne (CIRCI, Reggio Emilia), Beppe Cottafavi (Editor, Modena), Elisabetta Sgarbi (Nave di Teseo – Milano).

    Per l’ultimo appuntamento in calendario, venerdì 29 maggio, dalle 18:30 alle 19:30, presso la Fondazione Zeri (P.zza Giorgio Morandi 2, Bologna), appuntamento con i traduttori di Eco e non solo: “Tradurre e non tradire? Il piacere della parola tra una lingua e l’altra”.
    Relatori: Elena Kostioukovitch (Milano), Helena Lozano Miralles (Dipartimento di Studi Umanistici – Università di Trieste), Siri Neergard (Department of Languages and Literature Studies – University of South-Eastern Norway), Tadahiko Wada (Tokyo University of Foreign Studies).

    Umberto Eco con gli studenti nell’aula V della Facoltà di Lettere e Filosofia, 15 dicembre 1988 – Foto Archivio storico Unibo


 #2agosto #commemorazioni #carmelobene #37anni


Guarda “Carmelo Bene chiama Benigni – Lectura Dantis” su YouTube

bit.ly/2agosto017

Archivio fotografico Paolo Ferrari

Autobus 37

Comune di Bologna Iperbole Rete Civica

Trentasette anni dopo, il #bus n.37 domani torna in Stazione:  #Tper trasporterà lo storico autobus in Piazza Medaglie d’Oro in occasione della commemorazione della strage.
In quel terribile #2agosto1980, il bus matricola 4030 della linea 37 fu il simbolo di una città che reagì, spontaneamente e senza nemmeno attendere un attimo, a una tragedia immane: ancora oggi è rimasto nell’immaginario collettivo della città, insieme al boato e alla nuvola di fumo, come l’emblema della strage di #Bologna.
La memoria della strage resta sempre viva nell’azienda di trasporti pubblici bolognese, che versò essa stessa il proprio tributo di morte alla barbarie terroristica di quel giorno: il dirigente responsabile del Personale dell’allora Atc, il dottor Mario Sica, era in attesa al primo binario e rimase vittima dell’attentato. http://bit.ly/2agosto017 #2agosto Città metropolitana di Bologna