Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto


Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto

Sony ha annunciato che da gennaio 2028 smetterà di produrre dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation: solo download, solo licenza digitale, nessun oggetto da tenere in mano, da prestare, da rivendere. Non è un dettaglio per soli videogiocatori: è l’ultima tessera — dopo l’auto, la musica, presto forse anche i vestiti — di un mosaico che si sta componendo da almeno vent’anni, quello di un mondo in cui non possediamo più nulla, paghiamo per accedervi finché possiamo permettercelo.


La notizia
A partire da gennaio 2028 Sony interromperà la produzione di dischi fisici per tutti i nuovi giochi in uscita su console PlayStation: da quel momento i titoli saranno disponibili solo in digitale, sul PlayStation Store o tramite codici di attivazione nelle confezioni fisiche vendute nei negozi. La motivazione ufficiale è l’evoluzione delle abitudini di consumo: già oggi circa l’85% dei giochi venduti su PS5 e PS4 è digitale. Rockstar aveva già annunciato una scelta simile per GTA VI.


La cosa che ha fatto discutere di più non è tanto la tecnologia, quanto una frase pronunciata da un portavoce Sony: con i contenuti digitali “i giocatori acquistano una licenza personale per uso non commerciale” — non un oggetto, dunque, ma un permesso d’uso revocabile. È esattamente la stessa logica che regola oggi lo streaming musicale, i software in abbonamento, e presto — secondo alcune analisi di settore — anche l’auto e l’abbigliamento.


La cornice teorica: dall’era della proprietà all’era dell’accesso


Chi ha raccontato questo passaggio con più anticipo è stato il sociologo americano Jeremy Rifkin, già nel 2000, con L’era dell’accesso.

La sua tesi centrale:
“Nella new economy, il fornitore mantiene la proprietà di un bene, che noleggia o affitta […] a fronte del pagamento di una tariffa, di un abbonamento”. Lo scambio di proprietà tra compratore e venditore cede il passo a un accesso temporaneo negoziato in rete.
Rifkin non parlava di un’ipotesi remota: descriveva un processo già in corso, che oggi — venticinque anni dopo — vediamo compiersi nei dettagli più minuti della vita quotidiana, fino al disco di un videogioco.


Quello che Rifkin non poteva prevedere fino in fondo è la seconda faccia del problema, quella che riguarda non l’economia ma la memoria. Se non possiedo più l’oggetto, chi conserva la traccia che quell’oggetto — e il tempo passato con esso — sia esistito?


Il rovescio della medaglia: la scomparsa dei riti e degli oggetti-simbolo


Il filosofo Byung-Chul Han, ne La scomparsa dei riti, ha descritto un fenomeno collegato: la perdita degli oggetti e delle pratiche che strutturano il tempo e il legame con l’Altro, sostituiti da una “comunicazione senza comunità” fatta di consumo rapido e narcisismo individuale. Se il rito ha bisogno di un oggetto che si ripete nel tempo — la sveglia di famiglia, il disco che si toglie dalla custodia — la sua sparizione non è solo un fatto tecnico, ma la perdita di un ancoraggio simbolico.
È qui che il discorso tocca direttamente la sensibilità di chi, come me, pratica il collezionismo come forma di memoria attiva: l’oggetto fisico non è un possesso vanitoso, è un documento. È la prova tangibile che qualcosa — un gioco giocato, un disco ascoltato, una lettera scritta — è realmente accaduto, in un momento preciso, a una persona precisa.


La domanda che resta aperta
Se tutto diventa noleggio temporaneo — l’auto, la musica, i giochi, forse i vestiti — cosa resta di noi quando smettiamo di pagare? È la domanda di Conrad, delle orme che la marea cancella: cosa siamo, se la nostra unica prova di esistere è un abbonamento attivo?


Non credo che l’intelligenza artificiale possa sostituire l’oggetto fisico come deposito di memoria: può, al più, essere uno strumento che aiuta a ritrovare la mappa — a ricostruire connessioni, contesti, genealogie di senso tra i frammenti che restano. Ma la traccia vera, quella che resiste alla marea, continua a essere quella che scegliamo di tenere in mano, fuori dal flusso: un oggetto, un documento, una pagina scritta e conservata. Forse la nuova etica di cui abbiamo bisogno non è resistere al noleggio generalizzato — probabilmente impossibile — ma scegliere con più consapevolezza quali orme lasciare più in alto sulla spiaggia, dove la marea non arriva.



Chiosa: domande, non risposte


Bibliografia:
Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, 2000 — scheda Wikipedia · estratti su Medium
Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, nottetempo, 2021 — recensione su doppiozero · approfondimento su Flanerí
Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele, in Finzioni — il riferimento implicito a un mondo di accesso infinito ma privo di mappa


Non è mia intenzione trarre una conclusione da tutto questo, né tantomeno un giudizio. Vorrei piuttosto lasciare, a chi legge, alcune domande — nello spirito socratico del “so di non sapere”, che è poi lo spirito con cui Vito Mancuso, nei suoi Laboratori di Etica, invita da anni a interrogare la coscienza prima ancora di cercare risposte.
Mancuso costruisce la sua riflessione etica su tre categorie che si richiamano a vicenda: coscienza, libertà, responsabilità. Nessuna esperienza etica, dice, è possibile senza libertà; ma la libertà vera non coincide con l’assenza di vincoli, comporta l’assunzione di responsabilità. Proviamo allora a chiederci, non per trovare una risposta univoca, ma per restare in ascolto:
Se non possiedo più nulla, ma solo l’accesso a tutto, sono ancora libero — o sono semplicemente meno vincolato, il che non è la stessa cosa?
Cosa significa “responsabilità” verso un oggetto che non è mio, che posso perdere in un istante per la decisione di un altro?
La mia coscienza, il mio senso di me, si radica in ciò che possiedo o in ciò che scelgo di custodire, indipendentemente dalla sua forma?
Se la memoria personale e collettiva si affida sempre più a infrastrutture che non controlliamo, che ne è della continuità dell’anima nel tempo — quella che i riti, gli oggetti, le tracce fisiche hanno sempre garantito?
È possibile una spiritualità dell’accesso, così come esiste una spiritualità della rinuncia — oppure l’affitto perenne di ogni cosa ci lascia semplicemente più vuoti, più in balìa della marea?
Non ho risposte da offrire. Ho soltanto, come diceva Socrate, la funzione della levatrice: aiutare a far nascere la domanda, non a chiuderla.


Fonti e approfondimenti


Sulla notizia Sony:
Blog ufficiale PlayStation Italia — comunicato Sony, 1 luglio 2026
Il Post — “Sony non produrrà più dischi fisici per i videogiochi della PlayStation”
Tuttotech — analisi approfondita su mercato dell’usato, PS6 e conservazione videoludica
Il Fatto Quotidiano — lettura critica: “così si cancella il diritto di scelta”


Da guardare/ascoltare:
Registrazione Radio Radicale — presentazione originale de “L’era dell’accesso” con Jeremy Rifkin, Milano 2000


Nota: il post nasce da uno spunto di riflessione condiviso con Aleph a partire da un video di un creator tech su Facebook; i riferimenti sopra sono stati verificati e integrati con ricerca autonoma.


Ereditare Eco, abitare BolognaIl sorriso dei biasanot



Ereditare Eco, abitare Bologna
Il sorriso dei biasanot

«La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce» — Borges amava Angelus Silesius, e amava le rose. Eco lo sapeva bene. E quando scelse quel titolo — Il Nome della Rosa — sapeva anche lui che il nome non è la cosa, che il segno sopravvive all’oggetto, che le parole restano quando i petali sono caduti da un pezzo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Della rosa antica rimane il nome: nudi nomi teniamo. È lì, in quel verso medievale che chiude il romanzo, tutta la semiotica di una vita.

L’avevo già incontrato nelle aule, alle sue Lectio. Eco era uno di quegli intellettuali capaci di stare dentro il pensiero più denso e al tempo stesso dentro la vita — quella vera, quella che sa di vino e di selciato bagnato.

Ecco perché la notizia che ho letto in questi giorni mi ha fatto piacere in modo fisico, non solo cerebrale.

Dal 27 al 29 maggio, l’Università di Bologna ospita “Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo” — il primo convegno scientifico internazionale dedicato alla sua opera e alla sua eredità culturale. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa. E il convegno arriva esattamente adesso perché fu lui stesso a chiederlo: aspettate dieci anni prima di fare convegni sulla mia opera. Lasciate che il tempo faccia il suo lavoro di setaccio, che separi ciò che merita di essere dimenticato da ciò che è destinato a durare e a generare nuovo pensiero. Persino nell’organizzare la propria memoria postuma, Eco era un semiologo.

Oltre 300 studiosi da tutto il mondo si riuniranno in sette Dipartimenti dell’Ateneo per attraversare i molteplici universi di Eco: la narrativa, la semiotica, la filosofia, i media, il Medioevo, la traduzione. Tra gli ospiti Susan Bassnett, Laurent Binet, Maurizio Ferraris, Alexander Stille. Non una commemorazione, dunque, ma un convegno-opera aperta. Che è già, in sé, un omaggio perfettamente ecoiano.

La cosa più bella è che Bologna non resta fuori dalla porta. Dal 26 al 29 maggio la città è coinvolta con eventi aperti a tutti: la proiezione del documentario di Davide Ferrario sulla sua biblioteca privata — più di trentamila volumi, millecinquecento libri rari e antichi — al Cinema Modernissimo; un evento musicale al Teatro DAMSLab; una tavola rotonda su Eco e l’editoria alla Sala Borsa; un incontro con i suoi traduttori alla Fondazione Zeri, su quel confine sottile tra tradurre e tradire.

«Non sperate di liberarvi dei libri» — lo disse Eco, e lo disse sapendo. E aveva ragione.

E aveva ragione. Ma io aggiungerei: non sperate di liberarvi di Bologna, se l’avete vissuta davvero.

C’è una sera di inizio anni Duemila che ogni tanto torna. Via Cartoleria, un bistrot, un bicchiere di vino nero. Ero sola, come si sta bene da soli a Bologna quando la città ti avvolge e non ti chiede niente. A un certo punto alzo gli occhi e lui era lì — cappello, il suo bicchiere di rosso, una ragazza accanto, probabilmente un’allieva. Umberto Eco. Ci siamo guardati. Ci siamo sorrisi. Uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di parole perché dicono tutto: sì, anche tu stai abitando bene questa sera. La cara Bologna dei biasanot, di quelli che la notte la mordono lentamente.

Della rosa antica rimane il nome. Del maestro, rimane tutto il resto.


“Ereditare Eco” — Università di Bologna, 27-29 maggio 2026. Programma completo su eventi.unibo.it


Mercoledì 27 maggio, dalle 19 alle 20:30, al Teatro DAMSLab (Piazzetta P. P. Pasolini 5b, Bologna), è in programma l’evento musicale “Ecolalie. Umberto Eco, il suono, la musica”, a cura di Emiliano Battistini, Andrea Valle, Francesco Giomi con l’intervento di Maurizio Bettini. L’evento è organizzato in collaborazione con il Conservatorio di Musica di Bologna e con il sostegno del progetto PNRR IRACF – INTERNATIONAL ROUTES: ARTS CREATING FUTURE.

Giovedì 28 maggio, dalle 18 alle 19:30, presso la Sala Borsa – Auditorium Enzo Biagi (Piazza Del Nettuno 3, Bologna), ci sarà la tavola rotonda organizzata con il patrocinio del Comune di Bologna “Il libro… la passione predominante. Umberto Eco, i libri, l’editoria”, partendo dall’affermazione dello studioso “Non sperate di liberarvi dei libri ”. Parteciperanno: Mario Andreose, Nave di Teseo – Milano, Giulio Blasi (Horizon/MLOL, Bologna), James M. Bradburne (CIRCI, Reggio Emilia), Beppe Cottafavi (Editor, Modena), Elisabetta Sgarbi (Nave di Teseo – Milano).

Per l’ultimo appuntamento in calendario, venerdì 29 maggio, dalle 18:30 alle 19:30, presso la Fondazione Zeri (P.zza Giorgio Morandi 2, Bologna), appuntamento con i traduttori di Eco e non solo: “Tradurre e non tradire? Il piacere della parola tra una lingua e l’altra”.
Relatori: Elena Kostioukovitch (Milano), Helena Lozano Miralles (Dipartimento di Studi Umanistici – Università di Trieste), Siri Neergard (Department of Languages and Literature Studies – University of South-Eastern Norway), Tadahiko Wada (Tokyo University of Foreign Studies).

Umberto Eco con gli studenti nell’aula V della Facoltà di Lettere e Filosofia, 15 dicembre 1988 – Foto Archivio storico Unibo


Meditare con gli Animali – Roberto Ferrari dialoga con Vito Mancuso


Meditare con gli Animali – Roberto Ferrari dialoga con Vito Mancuso

Un incontro tra scienze e meditazione, teologia e filosofia, coscienze umane e non umane. Un percorso che esplora i silenzi della contemplazione e ci allontana dalle nostre certezze, liberandoci dal vincolo delle abitudini mentali.

Mercoledì 8 aprile, alle ore 17, nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” (Via Filippo Re 6, Bologna), si terrà la presentazione del volume Meditare con gli animali. 8 esercizi di mindfulness nella natura (Laterza, 2025) di Roberto Ferrari.

Biologo e docente di mindfulness, Ferrari propone otto esercizi pratici da svolgere nella natura, in cui l’incontro con gli animali diventa occasione di attenzione, ascolto e consapevolezza, in un viaggio nell’interiorità.

L’autore dialogherà con Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, in un confronto che attraversa alcuni dei temi più rilevanti del dibattito contemporaneo: il significato della coscienza, il rapporto tra umano e non umano e la possibilità di una relazione più consapevole con la natura.

Modera l’incontro Rita Casadei, professoressa di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bologna.

Archivio di Stato di Bologna – Araldica


L’Araldica: Scienza Storica, Documentaria e Simbolica

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Archivio di Stato di Bologna – Araldica

All’interno del ciclo di incontri di studio promossi per gli studenti della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica, l’Archivio di Stato di Bologna presenta il ciclo di #seminari “L’araldica: scienza storica, documentaria e simbolica”. L’iniziativa intende offrire ai partecipanti una #formazione scientifica sull’#araldica come strumento interpretativo fondamentale per la lettura delle fonti archivistiche, iconografiche e monumentali.Attraverso quattro seminari tematici si analizzeranno le principali dimensioni della disciplina: dalla nascita medievale del sistema araldico, alla sua evoluzione normativa negli stati italiani, fino alle forme contemporanee dell’araldica istituzionale e alla sua relazione con l’emblematica moderna. Particolare attenzione sarà dedicata alla città di #Bologna e al patrimonio araldico conservato nell’Archiginnasio di Bologna, uno dei più straordinari complessi araldici esistenti al mondo.

Gli incontri saranno aperti a tutti e si terranno presso l’aula didattica, in vicolo Spirito Santo 2, nelle seguenti date: giovedì 30 aprile, giovedì 14 maggio, giovedì 21 maggio e giovedì 28 maggio, dalle ore 16.00 alle 18.00.Non è necessaria prenotazione.

Ricerca Digitale, Collezionismo Presentazioni Editoriali, Mostre, Convegni, Festival, Libri, Letteratura, Saggi, Filosofia, Psicologia, Spiritualità, Eventi, Bologna, About Me, Simona Rinaldi

La Biblioteca delle Cose Sepolte – Radio 3 Suite Magazine


La Biblioteca delle Cose Sepolte – Radio 3 Suite Magazine

Radio3 Suite – Magazine1. La biblioteca delle cose sepolte – prima puntata

Prima Puntata

Radio3 Suite – Magazine

1. La biblioteca delle cose sepolte – prima puntata

Di e con Elena Calandra. Stendhal o l’invenzione dello scavo. Come noto “La Certosa di Parma” (prima edizione del 1839), uno dei romanzi più celebri di Stendhal (pseudonimo di Marie-Henry Beyle, Grenoble 1783 – Parigi 1842), ha al centro la figura di Fabrizio del Dongo, avviato alla carriera ecclesiastica dopo i trascorsi napoleonici giovanili. Meno conosciuto e commentato un aspetto della personalità di del Dongo, dipinto come archeologo a imitazione dei modelli di aristocratici che per diletto si dedicavano a scavare e collezionare: tra le sue aspirazioni, i il giovane spera di disporre di qualche scudo per effettuare scavi e formare un «cabinet», ma intanto si dedica agli scavi in una località di fantasia, Sanguigna. Per evocare tali scavi Stendhal ha certamente presenti quelli di Velleia nel ducato di Parma e di Pompei, tutti sotto i Borboni, e si avvale delle conoscenze archeologiche acquisite durante i suoi viaggi. L’invenzione degli scavi di Sanguigna sembra configurarsi come una metafora della creazione letteraria: lo stesso Stendhal si trova a pronunciare, nei Souvenirs d’égotisme, il notissimo aforisma «Il n’y a de vérité que dans le roman».

#ABOUTME “sιмσηα яιηαℓ∂ι — яιcεяcαтяιcε ∂σcυмεηтαℓιsтα ε вℓσggεя. cυяα ι ρяσgεттι: тαяαвαяαℓℓα (cσℓℓεzισηιsмσ), sтιяρε ∂ι тεяяα (sтσяια ℓσcαℓε) ε ιℓ тεмρσ cιяcσℓαяε (ℓεттεяαтυяα ε ғιℓσsσғια).”

Massimo Montanari – Cucina Politica


Massimo Montanari

Cucina Politica

Il cibo è uno straordinario strumento di comunicazione. È una forma di linguaggio che comunica idee e valori, caricando il gesto del mangiare di significati che pur cambiando nel tempo e nello spazio hanno sempre una straordinaria forza espressiva – quella che solo gli oggetti e le pratiche d’uso quotidiano possono avere. Questo libro descrive la dimensione politica del linguaggio alimentare, in due direzioni. Da un lato guarda al cibo come segno di appartenenza a una comunità, capace di definire l’identità di gruppi sociali, economici, culturali, religiosi – per ciò stesso assumendo una dimensione politica. Dall’altro guarda alle azioni promosse dai pubblici poteri per garantire sicurezza alimentare ai sudditi, o cittadini: politici sono quegli interventi; politici i ‘discorsi’ che li accompagnano, facendone veicolo di propaganda e di narrazioni collettive. Intrecciando e facendo interagire tali prospettive, il ‘linguaggio del cibo’ non si limita a esprimere il reale, ma contribuisce a crearlo – come tutte le forme di comunicazione. I saggi del volume si muovono liberamente nel tempo e nello spazio, attraversando i territori della storia, dell’antropologia, della semiotica, della filosofia, della storia dell’arte. Approcci diversi e complementari, che evidenziano le sorprendenti potenzialità della storia dell’alimentazione come chiave di accesso alla storia.

Accademia delle scienze

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Il Salotto di Ulisse – Imperium il potere a Roma


Imperium, il Potere a Roma

Podcast, Il Salotto di Ulisse

🏛️ Imperium: il potere a Roma
Un viaggio nella storia politica e morale dell’antica Roma, per comprendere come il concetto di imperium — nato come potere etico e responsabile — si sia progressivamente trasformato in strumento assoluto e divino nelle mani dei sovrani.

Attraverso un’analisi profonda dei valori repubblicani, delle istituzioni e della religione romana, l’incontro ripercorre l’evoluzione del potere da principio civile a forma teocratica. Un dialogo che tocca le radici della nostra idea di autorità, giustizia e responsabilità pubblica.



🎙️ Interventi:
Giovanni Brizzi — Università di Bologna
Introduce: Paola Monari, Vicepresidente dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna

🔗 Riascolta tutti gli incontri dell’Accademia su YouTube e Spotify: conferenze, dialoghi e approfondimenti dedicati alla storia, alla filosofia e alla scienza.

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