Marc Augé, l’antropologo francese dei non luoghi – Luglio 2023

Marc Augé – Antropologo

Testi di Antropologia

Non Luoghi espressione coniata nel lontano 1992, a quel tempo ebbi il privilegio di partecipare proprio ad una conferenza in merito, nell’ambito della Facoltà di Architettura, esame Antropologia Culturale. Firenze

Letto nei decenni vari testi e visionate video conferenze relative a Sociologia, Antropologia e Geografia Urbana…

Festival di Filosofia

Se c’è una cosa che ha caratterizzato Marc Augé, antropologo e filosofo scomparso ieri all’età di 87 anni, è la laicità. Il suo Genio del paganesimo (1982) è la risposta, a 180 anni di distanza, al Génie du Christianisme (1802) di Chateaubriand, per culminare nella dissacrazione ironica e irriverente de Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), divertissement di genere fantapolitico, dove un insolito Papa Francesco si affaccia su Piazza San Pietro per annunciare che “Dio non esiste”.

«L’uomo è un animale simbiotico – scrive – e ha bisogno di relazioni inscritte nello spazio e nel tempo, ha bisogno di “luoghi” in cui la sua identità individuale si costruisca col contatto e grazie al riconoscimento degli altri». I non-luoghi sono allora quegli spazi realizzati artificialmente per esigenze di scambio, dove l’individuo è un’unità priva di identità personale.

Sono gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i grandi centri commerciali, in cui confluiscono e transitano ogni giorno milioni di persone, senza che questo enorme afflusso riesca a costruire relazioni significative. Qui l’individuo è solo, utilizza codici impersonali e segue regole di comportamento generali. I non-luoghi sono il prodotto della modernità avanzata o, meglio, nella definizione di Augé, della “surmodernità”: l’evoluzione della società per effetto della globalizzazione e del superamento della postmodernità.

I non-luoghi sono il prodotto del consumismo, non solo dei beni materiali o deperibili, ma soprattutto della comunicazione: «La comunicazione è il bene di consumo per eccellenza e, paradossalmente, non smette di individualizzarsi». Il bisogno di relazioni, in cui costruire “luoghi” per confermare la propria identità e uscire da una solitudine devastante, spinge a ricercare brandelli di comunità negli stessi non-luoghi – come quei gruppi di giovani che si ritrovano nei supermercati o attorno alle stazioni – ma soprattutto nella rete, nei social, affascinanti non-luoghi di dipendenza ossessiva e compulsiva, dove si consuma il desiderio insoddisfatto di essere riconosciuti (e amati) dall’Altro.

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I non Luoghi

Bibliografia Raffaello Cortina Editore, con cui ha pubblicato le opere Il tempo senza età (2014), Un etnologo al bistrot (2015), Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), Momenti di felicità (2017), Chi è dunque l’altro? (2019) e Risuscitato! (2020). Da citare anche Il mestiere dell’antropologo (Bollati Boringhieri, 2007), Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri, 2008), Un etnologo nel metrò (Elèuthera, 2019), L’antropologia del mondo contemporaneo (Elèuthera, 2019).

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Antropologia Oggi


  • IL FILO E LA PERGAMENA. Bayeux, Nonantola e la domanda su chi racconta il potere

    Il filo e la pergamena. Bayeux, Nonantola, e la domanda su chi racconta il potere



    *La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*



    Il 2 settembre re Carlo III ed Emmanuel Macron hanno percorso, a Londra, i quasi settanta metri dell’Arazzo di Bayeux — un ricamo, non un arazzo in senso tecnico, che da mille anni non lasciava la Francia. Al British Museum, nella Sainsbury Exhibitions Gallery, la mostra apre al pubblico il 10 settembre e resterà fino all’11 luglio 2027- Londra resta, per me, una meta cara, anche quando non è la destinazione della riflessione – in cambio, Londra presta a sua volta i tesori di Sutton Hoo e i Lewis Chessmen. Macron ha parlato di un legame da “tessere stretto come i fili” del ricamo. Non so se la diplomazia culturale funzioni davvero come una metafora tessile, ma la suggestione mi ha fatto alzare gli occhi — non verso l’Inghilterra, bensì verso il fondo del mio giardino, per così dire. Perché nel territorio matildico dove vivo, a Nonantola, si custodisce lo stesso secolo — l’XI — in una forma diversa, meno nota, forse non meno eloquente.

    Arazzo di Bayeaux



    L’Abbazia di San Silvestro — non è una cattedrale, come per lungo tempo ho creduto, ma concattedrale dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola — non ha una striscia di lino ricamato lunga come una strada. Ha, nel suo Museo Benedettino e Diocesano, qualcosa di più frammentario e per questo, forse, di più commovente: pergamene, sete, un libro rilegato in argento.

    Il tessuto che non racconta, ma dichiara

    A Bayeux la lana ricamata sul lino racconta — la conquista, la battaglia, la morte di Harold trafitto da una freccia. È un tessuto popolare nella tecnica, pensato perché la storia arrivasse a chi non sapeva leggere: un fumetto, si è detto, e non a torto.

    A Nonantola, nel 2002, durante un restauro, sono riemersi due sciamiti — non dentro l’arca di San Silvestro, mi correggo subito, ma tra i frammenti dell’abbazia, forse legati all’uso di avvolgere le spoglie dei santi. Uno, di manifattura bizantina, VIII-IX secolo: fondo rosso, aquile imperiali racchiuse in medaglioni. L’altro, palermitano o dell’Egitto fatimide, XI-XII secolo: fondo giallo pallido, leonesse, cervi, leprotti. Non raccontano nulla — non hanno bisogno di farlo. La seta pura e l’oro erano, in sé, il messaggio: appartengono a chi può permettersi di non dover spiegare il proprio potere, ma solo di indossarlo, o di avvolgervi un santo.



    Mi chiedo, e non ho una risposta netta, se questa differenza — tra il tessuto che narra e il tessuto che semplicemente è — non dica qualcosa anche sul nostro presente: quanto della nostra comunicazione oggi insegue ancora la logica del racconto per immagini, pensato per la folla e quanto invece la logica dello sciamita, il segno che non spiega perché non ha bisogno di essere creduto.

    Chi firma, chi è raccontato

    C’è poi, nel Museo, l’Evangelistario di Matilde di Canossa — fine XI secolo, legatura in lamine d’argento sbalzato e parzialmente dorato. E accanto, nell’Archivio Abbaziale, tra le oltre quattromilacinquecento pergamene, quella che porta il monogramma della Gran Contessa, insieme a quelli di Carlo Magno e di Federico Barbarossa.

    Qui il confronto con Bayeux si fa, credo, più interessante — e più scomodo. A Bayeux un uomo, Guglielmo, viene raccontato da mani che restano anonime, quasi certamente inglesi, per celebrare una conquista che non era la loro. A Nonantola, Matilde “firma”. Non è raffigurata mentre agisce: agisce direttamente sulla pergamena, lascia il proprio segno grafico su un documento che impone all’abbazia — durante la lotta per le investiture — di cambiare schieramento, dall’imperatore al papato. Non so se questa differenza regga a un’analisi più rigorosa di quanto io possa condurre qui, in un pomeriggio di settembre; ma la tentazione di leggervi due grammatiche del potere femminile e maschile nel Medioevo — l’una rappresentata, l’altra firmante — mi pare legittima, almeno come domanda aperta.

    Il portale, e ciò che resta

    Fuori dal museo, davanti alla basilica, le formelle della scuola di Wiligelmo assolvono la stessa funzione dell’Arazzo: raccontare per immagini a chi non poteva leggere le pergamene dentro. Sant’Anselmo, i re longobardi, la fondazione del monastero — scolpiti nella pietra invece che ricamati nel lino, ma con la stessa urgenza comunicativa, la stessa fiducia che l’immagine arrivi dove la scrittura si ferma.



    Non concludo — non credo che questi paralleli abbiano bisogno di una sintesi che li chiuda. Segnalo piuttosto uno scarto che il confronto tra Bayeux e Nonantola lascia aperto, più che chiarire: non è questione di stabilire dove si conservi meglio l’XI secolo, ma di chiedersi chi, in quel secolo, aveva diritto a raccontare e chi doveva limitarsi a lasciare un segno.
    Le mani anonime che ricamano Bayeux raccontano un uomo. La mano di Matilde, sulla pergamena nonantolana, non racconta: agisce, e nell’agire si firma.
    Resta da capire — e un pomeriggio di settembre non basta a deciderlo — se firmare sia già una forma di potere, o se sia piuttosto ciò che resta a chi il potere non può permettersi di rappresentarsi per immagini.






    *Nota: questo testo nasce da una riflessione a voce, poi elaborata e distesa con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — con cui ho curato i riferimenti culturali, la verifica delle fonti e i rimandi ai link. La stesura finale, comprese eventuali correzioni, aggiunte, inserimento di immagini di libri o modifiche di significati e rimandi , resta un intervento “umano”.*



    *Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*
    *[simonarinaldi.com](https://www.simonarinaldi.com)*

  • GRAZIE VARENNE

    Grazie #Varenne

    Ogni volta che vado a visitare i cavalli fuori all’aperto nella magica tenuta di Orsi Mangelli a pochi passi da casa mia… un pensiero é sempre dedicato a lui, da oltre 25 anni… sarà per sempre un pensiero dedicato…

    Varenne dalla pagina fb dell’allevamento di Zenzalino

    Il figlio del Vento

    Purtroppo il momento è giunto, lo sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato, ma non volevamo pensarci, per noi sei sempre stato immortale, un figlio sempre presente che ci riempiva di orgoglio.

    Ti vogliamo salutare ancora una volta ricordando le tue imprese in pista e quindi non soffermarti a guardare le nostre lacrime ma guarda solo il sorriso che hai regalato a noi e a tutta l’Italia.

    Grazie immenso Capitano VARENNE, il tuo Allevamento di Zenzalino.

    Concepito a Le Budrie. Stiamo parlando del campione di trotto di tutti i tempi, Varenne, scomparso l’altro giorno. Il Capitano, così era chiamato il fuoriclasse, infatti è stato il frutto di una inseminazione artificiale avvenuta nel giugno del 1994 nella stazione di fecondazione dell’allevamento #OrsiMangelli, a Le Budrie di San Giovanni in Persiceto, come raccontano i protagonisti: Giacomo Frassina che all’epoca si occupava della cura degli stalloni, Bruno Farneti, manager della Orsi Mangelli, e Francesco Parmeggiani, il veterinario che seguì le operazioni di inseminazione.



    “La madre biologica di Varenne – ricordano Frassina, Farneti e Parmeggiani – si chiamava Ialmaz, nata nel 1987, figlia di Zebu stallone di Orsi Mangelli e Baree, una fattrice cresciuta all’allevamento di Zenzalino a Copparo. Il padre di Varenne si chiamava Waikiki Beach. È stato un celebre stallone americano, nato nel 1984 e morto nel 2021 alla straordinaria età di 37 anni, considerato uno dei padri fondatori del trotto moderno in Italia”. Al contrario del Galoppo, dove l’inseminazione artificiale è rigidamente vietata per regolamento internazionale, nel mondo del Trotto è nata una vera e propria industria basata sulle provette. Tanto che lo stesso Varenne, una volta diventato stallone, ha generato tutti i suoi figli esclusivamente tramite inseminazione artificiale.



    “Ci accordammo riguardo l’inseminazione – continua Farneti – e Ialmaz fu portata da noi. Tutto avvenne secondo le procedure, la cavalla fu inseminata artificialmente e rimase nel nostro allevamento per qualche tempo. Successivamente fu riportata nell’allevamento di Zenzalino. E lì diede alla luce undici mesi dopo, il 19 maggio 1995 Varenne”. Farneti è stato poi colui che salvò e prese in custodia Waikiki Beach per oltre dieci anni offrendogli una vecchiaia serena fino alla sua scomparsa, quando la scuderia Orsi Mangelli chiuse l’attività. Bruno Farneti decise di salvare Waikiki Beach, considerandolo non come un semplice animale da profitto, ma come un amico e un compagno di vita. Portò lo stallone nella tenuta di famiglia ad Anzola e lì, insieme al figlio Paolo, lo ha accudito giorno dopo giorno con immenso amore, curando i piccoli acciacchi dell’età fino a farlo arrivare alla longevità record di 37 anni. Farneti si batté persino per fargli ottenere la cittadinanza onoraria del Comune di Anzola dell’Emilia, definendolo “patrimonio dell’ippica internazionale”.

    “La storia di Waikiki Beach stallone in Italia – prosegue Farneti –, ebbe inizio nel 1987 quando fu acquistato negli Usa dal talent scout Massimo Bianchi che cedette il 75% alla Orsi Mangelli, la scuderia di livello mondiale della quale ero il manager. Waikiki come riproduttore ebbe più di 1.200 eredi e, a parte Varenne, si possono citare vincitori di Gran Premi e soggetti di spessore come Brandy dei Fiori, Alesi OM, Almahurst OM, Arkansas OM, Echo’ dei Veltri, vincitore del Derby del 2004, e oltre 100 figli da 1.15 al chilometro o meglio”. “Complessivamente – prosegue Farneti – i suoi diretti discendenti hanno vinto più di 53 milioni di euro. Ed infinita emozione e grande suggestione fu quando il 25 agosto 2005, in Costa Azzurra e precisamente all’ippodromo di Cagnes-Sur-Mer in occasione di un gran premio, il Grand Prix de vitesse, Waikiki Beach e il nobile figlio Varenne si incontrarono e sfilarono in pista insieme tra scroscianti applausi di un pubblico in visibilio. Varenne, una leggenda per i 51 gran premi vinti, irraggiungibile, rimane nel cuore di tutti gli appassionati dell’ippica del mondo”.

    Scuderie Orsi Mangelli #madonnadeiprati

    La terza tigre. Un ricordo di Varenne tra Borges e i boschi di Orsi Mangelli

    Campagna di Madonna dei Prati – http://www.stirpediterra.com


    Il bosco di Orsi Mangelli è qui, davanti a me, mentre scrivo — a Madonna Prati basta camminare pochi minuti per raggiungerlo. Chi non conosce questi luoghi immaginerà forse un semplice maneggio; chi li conosce sa che si tratta di altro: una tenuta di fine Ottocento, con quella decadenza signorile che a me è cara — cara al punto da sembrarmi, ogni volta, non un declino ma una forma superiore di persistenza. I paddock si aprono tra gli alberi, e i cavalli — quando sono liberi, senza finimenti, senza fretta — restituiscono qualcosa che nessuna pista, nessun ippodromo, potrà mai restituire: la loro natura prima di ogni gloria.
    È qui che ho sempre pensato a Varenne.
    Non perché Varenne stesso abbia mai corso in questi prati — le sue corse appartengono a un altrove fatto di piste illuminate e folle internazionali —, ma perché suo padre, Waikiki Beach, è stato tenuto, forse è nato, proprio in queste scuderie, a un chilometro da casa mia. È un fatto minimo, quasi un dettaglio d’archivio, eppure ogni volta che mi affaccio su quei recinti — e lo faccio ancora, anche oggi — sento che qualcosa del sangue di un campione universale riposa, o è riposato, in questo angolo di Emilia che considero mio.
    Avevo trent’anni, forse trentadue, quando Varenne correva le sue stagioni più grandi, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. Un’età che oggi mi appare — e non so bene se per pudore o per verità — come la soglia in cui si comincia a misurare il tempo non più in progetti ma in ricordi già formati. Varenne, il Capitano, non era soltanto un cavallo: era, per chi lo seguiva, un architetto di traiettorie, un geometra del destino applicato al trotto — passo più meditativo, meno concesso all’istinto puro, e per questo forse più vicino alla scrittura che alla corsa.
    Ho ripensato spesso, in questi anni, a L’altra tigre di Borges — la poesia in cui il poeta insegue una tigre reale, quella che compie il suo rito di caccia e di morte nelle giungle d’Oriente, sapendo però che la tigre dei suoi versi resterà sempre tigre di simboli e di ombre (L’artefice), mai la belva vera. Borges cerca allora una terza tigre — non quella reale, inattingibile, né quella scritta, già finzione — ma qualcosa che sta nel mezzo, nel desiderio stesso di cercarla.
    Varenne, per me, ha sempre abitato quello stesso spazio intermedio. C’è il Varenne-simbolo — il campione assoluto, la leggenda del trotto mondiale, il nome che oggi compare nei manuali di zootecnia e nelle cronache sportive come sinonimo di perfezione — e c’è, da qualche parte, un altro Varenne: quello fatto di sangue e di genealogia concreta, di un padre tenuto in un bosco a un chilometro da casa mia, di paddock reali dove ancora oggi altri cavalli, ignari di ogni gloria, si muovono con la stessa fierezza indifferente. Io non ho mai visto Varenne in carne e ossa. Ho visto, però, e vedo ancora, il luogo che lo precede — la terra, il bosco, la decadenza architettonica che lo ha reso, in un certo senso, possibile.
    Forse è proprio questo il punto: come la tigre di Borges, anche Varenne mi sfugge nella sua interezza. Resta la sua ombra sui prati che conosco, resta il nome pronunciato come un rito privato ogni volta che passo davanti a quei cancelli. E resta — questo sì, tangibile — il bosco di Orsi Mangelli, che non è cambiato, che è ancora lì, circolare come tutto ciò che davvero conta, a custodire senza saperlo l’inizio di una leggenda che io, per pudore o per fedeltà, continuo a chiamare mia.
    Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare

    Varenne immortale come i cavalli nella storia dell’arte


  • Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena

    Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena

    Generata da Gemini

    Il dettaglio più inquietante dell’annuncio Sony non è la scomparsa del disco in sé, ma la sua sostituzione: al posto dell’oggetto, un codice di attivazione. Compri una scatola vuota — o niente affatto — e quello che possiedi davvero è un permesso, una stringa alfanumerica che qualcun altro può accendere o spegnere a piacimento.

    È un’immagine che, spinta alle sue estreme conseguenze, apre uno scenario da fantascienza: e se anche gli esseri umani, un giorno, fossero pensati come entità dormienti, attivabili solo da chi possiede il codice giusto?


    Dal gioco all’umano: un salto che la fantascienza ha già immaginato
    Non è un’idea peregrina. Black Mirror ha costruito interi episodi su questa stessa intuizione: in Common People la vita stessa — letteralmente la sopravvivenza biologica di una persona — viene venduta a livelli di abbonamento, con funzionalità premium e piani base che ne limitano le facoltà cognitive; in USS Callister delle coscienze digitali vengono clonate e tenute prigioniere, riattivabili a piacimento del loro “proprietario”. Non sono più macchine che si ribellano agli uomini, come nell’immaginario classico della fantascienza (Skynet, Matrix): è l’essere umano stesso che diventa risorsa attivabile, sospesa in un limbo fino a quando qualcuno non decide di “accenderlo”.

    La cornice teorica: dal tecnofeudalesimo ai servi del cloud


    Quello che stai descrivendo — l’essere umano dormiente, riattivato da chi detiene i codici — trova un corrispettivo sorprendentemente concreto nella teoria economica più recente. L’economista Yanis Varoufakis, nel suo Tecnofeudalesimo, sostiene che il capitalismo classico sia già stato sostituito da qualcosa di diverso: non più mercati, ma “feudi cloud” controllati da poche piattaforme, che non traggono più profitto dalla competizione ma rendita dal semplice controllo dell’accesso.
    “Sotto il tecnofeudalesimo […] ciascuno di noi si sta trasformando in un proletario del cloud durante le sue ore di lavoro e in un servo della gleba del cloud per il resto del tempo”.
    La metafora feudale non è casuale: come il servo della gleba non possedeva la terra su cui lavorava ma dipendeva interamente dal signore per il proprio sostentamento, così l’utente digitale non possiede più nulla — né il gioco, né l’auto, né, in prospettiva, i propri stessi dati e la propria capacità di agire online — ma dipende da chi detiene le chiavi di accesso.
    La tua immagine dell’essere umano come “ameba dormiente” riattivata a comando non è quindi un’esagerazione fantasiosa: è l’estensione coerente di una logica già in atto, portata alle sue conseguenze più radicali. Se un tempo il potere si esercitava possedendo la terra, poi il capitale, poi i mezzi di produzione, oggi — nella lettura di Varoufakis — si esercita possedendo l’infrastruttura stessa dell’accesso.


    Chi avrà i codici?


    La tua domanda finale — chi controllerà questi codici — è la stessa che pongono oggi molti analisti del tecnofeudalesimo: non più stati-nazione, non più partiti, ma una ristretta oligarchia di proprietari di piattaforme e infrastrutture cloud, i “cloudalisti” di cui parla Varoufakis. È un potere che non ha bisogno di eserciti o di leggi per esercitare controllo: gli basta la possibilità tecnica di attivare o disattivare l’accesso.
    Una domanda aperta, non una previsione


    Vale la pena essere onesti: né Black Mirror né Varoufakis descrivono un destino ineluttabile, quanto piuttosto una tendenza da riconoscere finché siamo in tempo per correggerla. Varoufakis stesso propone contromisure — tassazione delle piattaforme, identità digitale pubblica, interoperabilità tra sistemi — proprio perché considera il tecnofeudalesimo un esito storico, non un destino metafisico. Anche gli autori di Black Mirror costruiscono le loro distopie non per profetizzare, ma per metterci in guardia mentre c’è ancora margine di scelta.
    Resta comunque una domanda che merita di stare al centro di un post: cosa significa, per un essere umano, essere ridotto a una funzione attivabile da un codice che non gli appartiene? È forse questa la vera posta in gioco dietro una notizia apparentemente tecnica come la fine dei dischi PlayStation.


    Chiosa: domande, non risposte


    Anche qui, come nel post precedente, non intendo concludere con un giudizio ma con delle domande — nello spirito del Laboratorio di Etica di Vito Mancuso, che da anni a Bologna insegna a interrogare la coscienza prima di pretendere risposte definitive.
    Se davvero, come suggerisce la metafora dell’essere umano dormiente riattivato da un codice, il potere di domani si eserciterà non più imponendo ma semplicemente concedendo o negando l’accesso, allora forse le domande da porsi non riguardano la tecnologia in sé, ma qualcosa di più antico:
    Cosa resta della libertà, se questa non consiste più nello scegliere ma nel restare “attivi” grazie alla benevolenza di chi detiene il codice?
    La coscienza morale — quella che Mancuso definisce il fondamento dell’agire etico — può svilupparsi in un soggetto che vive in stato di dipendenza permanente da un’infrastruttura esterna?
    Se la responsabilità presuppone la libertà, come si distribuisce la responsabilità in un sistema dove il controllo è nelle mani di pochi, e la maggioranza può solo subire l’attivazione o la disattivazione?
    C’è una differenza tra essere “in attesa” per scelta — come nel raccoglimento, nella meditazione, nel silenzio che coltiva l’anima — ed essere “in stand-by” perché qualcun altro non ha ancora attivato il nostro codice?


    Infine: cosa significa, spiritualmente, “essere sé stessi” in un mondo dove l’esistenza pubblica, sociale, forse anche cognitiva, dipende da un permesso esterno rinnovabile?
    Restano domande aperte, sospese — come dovrebbero restare, credo, le domande vere.



    Fonti e approfondimenti


    Sulla teoria del tecnofeudalesimo:
    Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023 — scheda editoriale IBS
    Avvenire — “Se la rendita sostituisce il capitalismo: è l’era tecnofeudale”
    Valori.it — intervista a Varoufakis, “Il capitalismo è morto, e big tech lo ha ucciso”
    Rivista Indiscipline — analisi critica “Tecnofeudalesimo o tecnoassolutismo?”
    Riferimenti audiovisivi:
    Black Mirror, settima stagione, episodio Common People (Netflix, 2025) — la vita umana come servizio in abbonamento
    Black Mirror, quarta stagione, episodio USS Callister — coscienze digitali clonate e tenute prigioniere
    Taxidrivers — recensione della settima stagione di Black Mirror

    Questo articolo prosegue idealmente la riflessione avviata in “Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto”, a partire dallo stesso spunto sulla fine dei dischi fisici PlayStation.


    Nota: spunto nato da una riflessione personale a partire dalla notizia dei “codici di attivazione” nelle confezioni fisiche PlayStation; i riferimenti teorici e audiovisivi sono stati verificati con ricerca autonoma.

  • Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto

    Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto

    Sony ha annunciato che da gennaio 2028 smetterà di produrre dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation: solo download, solo licenza digitale, nessun oggetto da tenere in mano, da prestare, da rivendere. Non è un dettaglio per soli videogiocatori: è l’ultima tessera — dopo l’auto, la musica, presto forse anche i vestiti — di un mosaico che si sta componendo da almeno vent’anni, quello di un mondo in cui non possediamo più nulla, paghiamo per accedervi finché possiamo permettercelo.


    La notizia
    A partire da gennaio 2028 Sony interromperà la produzione di dischi fisici per tutti i nuovi giochi in uscita su console PlayStation: da quel momento i titoli saranno disponibili solo in digitale, sul PlayStation Store o tramite codici di attivazione nelle confezioni fisiche vendute nei negozi. La motivazione ufficiale è l’evoluzione delle abitudini di consumo: già oggi circa l’85% dei giochi venduti su PS5 e PS4 è digitale. Rockstar aveva già annunciato una scelta simile per GTA VI.


    La cosa che ha fatto discutere di più non è tanto la tecnologia, quanto una frase pronunciata da un portavoce Sony: con i contenuti digitali “i giocatori acquistano una licenza personale per uso non commerciale” — non un oggetto, dunque, ma un permesso d’uso revocabile. È esattamente la stessa logica che regola oggi lo streaming musicale, i software in abbonamento, e presto — secondo alcune analisi di settore — anche l’auto e l’abbigliamento.


    La cornice teorica: dall’era della proprietà all’era dell’accesso


    Chi ha raccontato questo passaggio con più anticipo è stato il sociologo americano Jeremy Rifkin, già nel 2000, con L’era dell’accesso.

    La sua tesi centrale:
    “Nella new economy, il fornitore mantiene la proprietà di un bene, che noleggia o affitta […] a fronte del pagamento di una tariffa, di un abbonamento”. Lo scambio di proprietà tra compratore e venditore cede il passo a un accesso temporaneo negoziato in rete.
    Rifkin non parlava di un’ipotesi remota: descriveva un processo già in corso, che oggi — venticinque anni dopo — vediamo compiersi nei dettagli più minuti della vita quotidiana, fino al disco di un videogioco.


    Quello che Rifkin non poteva prevedere fino in fondo è la seconda faccia del problema, quella che riguarda non l’economia ma la memoria. Se non possiedo più l’oggetto, chi conserva la traccia che quell’oggetto — e il tempo passato con esso — sia esistito?


    Il rovescio della medaglia: la scomparsa dei riti e degli oggetti-simbolo


    Il filosofo Byung-Chul Han, ne La scomparsa dei riti, ha descritto un fenomeno collegato: la perdita degli oggetti e delle pratiche che strutturano il tempo e il legame con l’Altro, sostituiti da una “comunicazione senza comunità” fatta di consumo rapido e narcisismo individuale. Se il rito ha bisogno di un oggetto che si ripete nel tempo — la sveglia di famiglia, il disco che si toglie dalla custodia — la sua sparizione non è solo un fatto tecnico, ma la perdita di un ancoraggio simbolico.
    È qui che il discorso tocca direttamente la sensibilità di chi, come me, pratica il collezionismo come forma di memoria attiva: l’oggetto fisico non è un possesso vanitoso, è un documento. È la prova tangibile che qualcosa — un gioco giocato, un disco ascoltato, una lettera scritta — è realmente accaduto, in un momento preciso, a una persona precisa.


    La domanda che resta aperta
    Se tutto diventa noleggio temporaneo — l’auto, la musica, i giochi, forse i vestiti — cosa resta di noi quando smettiamo di pagare? È la domanda di Conrad, delle orme che la marea cancella: cosa siamo, se la nostra unica prova di esistere è un abbonamento attivo?


    Non credo che l’intelligenza artificiale possa sostituire l’oggetto fisico come deposito di memoria: può, al più, essere uno strumento che aiuta a ritrovare la mappa — a ricostruire connessioni, contesti, genealogie di senso tra i frammenti che restano. Ma la traccia vera, quella che resiste alla marea, continua a essere quella che scegliamo di tenere in mano, fuori dal flusso: un oggetto, un documento, una pagina scritta e conservata. Forse la nuova etica di cui abbiamo bisogno non è resistere al noleggio generalizzato — probabilmente impossibile — ma scegliere con più consapevolezza quali orme lasciare più in alto sulla spiaggia, dove la marea non arriva.



    Chiosa: domande, non risposte


    Bibliografia:
    Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, 2000 — scheda Wikipedia · estratti su Medium
    Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, nottetempo, 2021 — recensione su doppiozero · approfondimento su Flanerí
    Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele, in Finzioni — il riferimento implicito a un mondo di accesso infinito ma privo di mappa


    Non è mia intenzione trarre una conclusione da tutto questo, né tantomeno un giudizio. Vorrei piuttosto lasciare, a chi legge, alcune domande — nello spirito socratico del “so di non sapere”, che è poi lo spirito con cui Vito Mancuso, nei suoi Laboratori di Etica, invita da anni a interrogare la coscienza prima ancora di cercare risposte.
    Mancuso costruisce la sua riflessione etica su tre categorie che si richiamano a vicenda: coscienza, libertà, responsabilità. Nessuna esperienza etica, dice, è possibile senza libertà; ma la libertà vera non coincide con l’assenza di vincoli, comporta l’assunzione di responsabilità. Proviamo allora a chiederci, non per trovare una risposta univoca, ma per restare in ascolto:
    Se non possiedo più nulla, ma solo l’accesso a tutto, sono ancora libero — o sono semplicemente meno vincolato, il che non è la stessa cosa?
    Cosa significa “responsabilità” verso un oggetto che non è mio, che posso perdere in un istante per la decisione di un altro?
    La mia coscienza, il mio senso di me, si radica in ciò che possiedo o in ciò che scelgo di custodire, indipendentemente dalla sua forma?
    Se la memoria personale e collettiva si affida sempre più a infrastrutture che non controlliamo, che ne è della continuità dell’anima nel tempo — quella che i riti, gli oggetti, le tracce fisiche hanno sempre garantito?
    È possibile una spiritualità dell’accesso, così come esiste una spiritualità della rinuncia — oppure l’affitto perenne di ogni cosa ci lascia semplicemente più vuoti, più in balìa della marea?
    Non ho risposte da offrire. Ho soltanto, come diceva Socrate, la funzione della levatrice: aiutare a far nascere la domanda, non a chiuderla.


    Fonti e approfondimenti


    Sulla notizia Sony:
    Blog ufficiale PlayStation Italia — comunicato Sony, 1 luglio 2026
    Il Post — “Sony non produrrà più dischi fisici per i videogiochi della PlayStation”
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    Nota: il post nasce da uno spunto di riflessione condiviso con Aleph a partire da un video di un creator tech su Facebook; i riferimenti sopra sono stati verificati e integrati con ricerca autonoma.


  • Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre

    Il tempo che manca. Riflessioni a margine di una Cina che corre

    Il Tempo che manca


    Partendo da un articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera, alcune riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale. Con una nota sul metodo: come nasce un pensiero dialogando con l’intelligenza artificiale.


    I — L’articolo come specchio


    Capita, a volte, che un articolo giornalistico faccia esattamente quello che dovrebbe fare: non esaurire un argomento, ma aprirlo. Federico Fubini ha pubblicato sul Corriere della Sera un pezzo lungo, denso, giustamente ambizioso — e secondo me avrebbe meritato di essere scorporato in almeno cinque articoli distinti, tanti sono i nuclei che contiene. Eppure proprio questa sovrabbondanza ha prodotto in me qualcosa di utile: il bisogno di rallentare, di separare i fili, di chiedermi dove portano. La lettura lenta è già un atto filosofico. E un articolo che ti costringe a pensare, anche per disagio, vale più di dieci che ti lasciano soddisfatta e vuota.


    II — Il falso problema demografico


    Fubini descrive il crollo delle nascite cinesi come una catastrofe annunciata: 400 milioni di abitanti in meno entro il 2070, una perdita di forza lavoro paragonabile all’intera popolazione europea. È un dato reale. Ma la cornice in cui lo legge mi sembra ancora novecentesca — costruita su categorie biologiche che la tecnologia sta già smontando.
    La parola che manca nell’articolo è ectogenesi: la gestazione extracorporea, l’utero artificiale. Non è fantascienza. È una traiettoria già in corso nei laboratori, e la velocità con cui la Cina — proprio la Cina, ossessionata dall’autonomia strategica — investe in biotecnologie suggerisce che non sarà estranea a questo sviluppo. Se la riproduzione umana si separa dal corpo femminile, il “collasso demografico” smette di essere un problema biologico e diventa una questione di tutt’altra natura: chi controllerà la produzione di vita? Chi possiederà gli uteri artificiali? Come ridefiniremo maternità, appartenenza, identità biologica?
    Il vero problema non è che nascono pochi bambini. Il vero problema è che stiamo entrando in un’epoca in cui la domanda “cosa significa nascere umani” non ha ancora risposta, e nessuno sembra volerla fare davvero.


    III — Dove si muove davvero il futuro


    C’è un’altra assenza nell’articolo di Fubini, e riguarda la geopolitica. Il racconto è centrato sul duello Cina-Occidente, con l’India sullo sfondo come potenza emergente. Ma io ho un’intuizione diversa — e la dichiaro come tale, senza pretesa di certezza.
    La Cina è straordinaria nell’esecuzione. L’India lo sarà sempre di più. Ma entrambe mi sembrano già dentro un paradigma: la prima nell’efficienza sistematica, la seconda nella crescita demografica ed economica. Sono energie che seguono una traiettoria già tracciata, già leggibile. Le grandi sorprese propulsive del prossimo ciclo storico potrebbero venire da altrove — dal mondo arabo, che custodisce risorse, giovinezza demografica e una cultura millenaria non ancora pienamente dispiegata in forme politiche nuove; dall’America Latina, che porta in sé una vitalità meticcia, una creatività ibrida, una capacità di abitare la contraddizione che in altri contesti si chiamerebbe saggezza.


    E poi c’è l’Africa. L’Africa che non riesco ancora a collocare — e forse è proprio questo il punto. È la madre terra nel senso più letterale e più profondo: culla dell’umanità, serbatoio di archetipi, custode di una sapienza che non si è mai lasciata tradurre del tutto in sistema. Nei rituali attorno al fuoco, nell’antropologia delle sue culture, nell’inconscio collettivo che Jung avrebbe riconosciuto come primordiale, c’è qualcosa che la modernità non ha ancora saputo — o voluto — nominare. L’Africa è stata colonizzata nei corpi, nelle risorse, nella storia. E ora viene colonizzata di nuovo, digitalmente, dalla stessa Cina che ne estrae terre rare e vi installa infrastrutture tecnologiche come nuovo strumento di dipendenza.
    Eppure — e questa è la mia intuizione più azzardata — proprio perché è rimasta ai margini del grande gioco dell’efficienza e della velocità, l’Africa potrebbe custodire qualcosa di inestimabile: un rapporto col tempo, con la terra, con il sacro che il mondo iperconnesso ha perduto e di cui potrebbe, un giorno, avere disperatamente bisogno. Ne parlerò più a fondo in un prossimo articolo. Per ora la lascio qui come domanda aperta — che è il modo più onesto di trattare ciò che ancora non si comprende del tutto.


    IV — Il kairos europeo


    I cinesi, dice Fubini, ci vedono come conservatori — anzi, conservativi. Afflitti da immobilismo. Terribilmente lenti. Lo dice senza giudizio esplicito, ma la direzione è chiara: la velocità è virtù, la lentezza è limite.
    Io la vedo diversamente. E non per spirito di rivalsa, ma perché credo che esistano due tempi, e che confonderli sia un errore che si paga.
    C’è il chronos — il tempo quantitativo, misurabile, la sequenza degli istanti, la velocità come metrica del valore. È il tempo della produzione, dell’automazione, del piano quinquennale. È il tempo in cui la Cina eccelle, e non è poco.
    C’è poi il kairos — il tempo qualitativo, il momento giusto, l’istante in cui qualcosa matura perché è pronto a maturare. È il tempo dell’intuizione, della filosofia, della domanda che non cerca risposta immediata ma verità più profonda. È il tempo in cui l’Europa — con tutte le sue contraddizioni, le sue lentezze, i suoi fallimenti — ha storicamente prodotto le idee che hanno cambiato il mondo.
    La lentezza europea non è inerzia: è il substrato in cui l’intuizione cresce. Un’idea non si produce in serie. Non fi sussidi. Non si ottimizza con un piano quinquennale. Nasce nella sosta, nel dubbio, nella conversazione che non ha fretta di concludersi.
    Questo non significa opporsi alla tecnologia — sarebbe ingenuo e inutile. Significa abitarla con un’intenzione diversa: non quanto veloce ma verso dove. Non quanti robot ma che cosa vogliamo che facciano di noi.


    V — La conversazione come metodo


    Questo articolo è nato così: ho letto il pezzo di Fubini, l’ho trovato troppo lungo e troppo compresso insieme, e ho cominciato a parlarne.  Con un’amica, che mi aveva consigliata la lettura — con un’intelligenza artificiale.
    Lo dico apertamente, come ho già fatto in altri contesti su questo sito — puoi leggere il mio approccio in Il prompt come domanda viva — perché la trasparenza sul metodo fa parte del metodo stesso. Il dialogo con l’IA non ha sostituito il mio pensiero: lo ha specchiato, ha fatto rimbalzare le mie intuizioni su una superficie che le restituiva più nitide, mi ha chiesto di precisare dove ero vaga, ha sintetizzato dove ero ridondante. È stato maieutico nel senso più letterale: ha aiutato a tirare fuori quello che era già dentro.
    Ciò che trovo significativo — e lo dico come fotografia di questo momento storico — è che la mia intelligenza naturale, con tutti i suoi limiti di conoscenza ed esperienza, dialogando con quella artificiale ha prodotto qualcosa che nessuna delle due avrebbe prodotto da sola. Non è fusione. Non è delega. È conversazione. E la conversazione, da Socrate in poi, rimane lo strumento più potente che abbiamo per pensare.
    La Cina corre. Noi pensiamo. Forse il secolo avrà bisogno di entrambe le cose. Forse — e questa è la mia scommessa — avrà bisogno soprattutto della seconda.


    Nota di trasparenza
    Questo articolo è nato da una conversazione con Claude (Anthropic). Il ragionamento, le intuizioni e le posizioni espresse sono miei. L’IA ha funzionato da interlocutore maieutico. Per saperne di più sul mio metodo di lavoro con l’intelligenza artificiale: Il prompt come domanda viva.


    Title tag: Il tempo che manca. Riflessioni su Cina, robot e kairos europeo


    Meta description: Partendo da un articolo di Fubini sulla Cina dei robot, riflessioni su ectogenesi, geopolitica futura, il kairos europeo e l’Africa come incognita ancestrale.


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