Borges di Nasos Vaghenàs


Apollo e le nove Muse

Gustave Moreau, Apollo e le nove Muse, 1856
Kavafis
(1863-1933)
Torna

Torna spesso e prendimi,
amato senso torna e prendimi-
quando si desta la memoria del corpo
e antica brama palpita nel sangue,
quando labbra e carne ricordano
e le mani sentono ancora come toccassero.

Torna spesso e prendimi di notte
quando labbra e carne ricordano…

(traduzione di Mario Vitti)
da Poesia n. 257 Febbraio 2011
Mensile Internazionale di Cultura Poetica
I sette Pilastri della Grecità
pag.16
Nasos Vaghenàs
Borges

Tu vedevi con le viscere, non con gli occhi
che erano spenti prima ancora che li aprissi.
E scandagliavi la vita tramite tocchi
in luoghi misteriosi oltre le superfici
del visibile, scendendo in antri profondi
lontano dal deserto di folle indistinte,
e ricercando nuovi labirinti
là dove il tempo non si calcola in secondi.
(a Rètimno parlavi di cose prodigiose
– “come brezze nel cuore del tornado”-
brandendo come pieno un bicchierino vuoto.)
Vita astratta, la tua, ma il concreto t’era noto:
vene di foglie, il rosso del sole che cade.
Gli altri vedevano soltanto le ombre delle cose.
traduzione di: Filippo Maria Pontani

da: “Poeti Greci del Novecento” a cura di
Nicola Crocetti e Filippo Maria Pontani,
I Meridiani Mondadori

Sito per Poesia:
Su Nasos Vaghenàs
Nasos Vaghenàs è nato a Drama (nella Grecia settentrionale) nel 1945. Ha esordito nel 1974 con la raccolta Campo di Marte, a cui hanno fatto seguito: Biografia (1978); Le ginocchia di Roxane (1981); Vagabondaggi di un non viaggiatore (1986); La caduta dell’uomo in volo (1989); Odi barbare (1992). È autore di importanti saggi di teoria letteraria e sulla traduzione (La veste della dea, 1988; Poesia e traduzione, 1989), e di studi sui maggiori autori della letteratura greca contemporanea (tra i quali si ricorda Il poeta e il ballerino, 1979, sulla poesia di Seferis). È stato tradotto in numerose lingue. In Italiano: Vagabondaggi di un non viaggiatore, a cura di Caterina Carpinato (Crocetti Editore 1997).


Citazione:
Kavafis, insieme con l’argentino Borges e il portoghese Pessoa, è uno dei tre poeti della periferia letteraria i quali, pun non essendo in vita, godono oggi di una fama mondiale e costituiscono un saldo punto di riferimento in virtù della loro singolarità. La fama di Borges è dovuta più alle opere in prosa che a quelle in poesia, fermo restando che la prosa borgesiana si caratterizza per la sua poeticità, tanto da poterla definire prosa poetica.

"L’eternità è un giorno" – Le figure dell’ansia


La speranza che muore

La speranza è una delle strutture portanti della vita, e si realizza in un’antitesi radicale all’angoscia
e alla disperazione: essa ricostruisce, e rigenera ogni volta, la vita come orizzonte
che si apre al futuro: alle incalcolabili possibilità che sono nel futuro.
Quando allora, la speranza è divorata e annientata dall’angoscia e dalla disperazione, si fa fatica a vivere
e a continuare a vivere.[…]
La disperazione, come dice Kierkegaard, “assomiglia più allo stato del moribondo quando
sta agonizzando senza poter morire”; perché la malattia mortale è quella contraddizione “di morire
e tuttavia di non morire, di morire la morte” e allora “morire significa che tutto è passato,
ma morire la morte significa vivere, sperimentare il morire”. […]
..Il sigillo di ogni delirio..

Nella vita di ogni giorno noi incontriamo una folla di passanti: sono “passanti” e, come tali, non fanno 
altro che passare; ma se uno di noi si ponesse improvvisamente il problema di sapere perché, in questo 
preciso momento, un passante si abbia a trovare sul suo cammino, ecco che si rischierebbe di cadere
(si cadrebbe) in un iniziale delirio di persecuzione (interpretazione).
Il passante perderebbe immediatamente la sua figura di “passante”, e rientrerebbe nel circolo di 
una figura (di una realtà) di aggressione e di persecuzione.
Sicché, in ogni esperienza delirante (in ogni delirio), il reale assume improvvisamente un altro
senso e un’altra profondità; nuovi sentieri si aprono nel mondo delle percezioni e una nuova
identità personale si viene configurando. La coscienza di un reale diverso da quello che sta abitualmente
dinanzi a noi non è, in fondo, se non la coscienza che nel reale i significati si trasformano vertiginosamente;
e una nuova “logica” delle identità e delle analogie si viene sviluppando. […]
…Ogni volto ha un tempo interiore che lo segna: non il tempo dell’orologio, il tempo della clessidra, ma il tempo vissuto, il tempo soggettivo: nel quale si esprimono i grandi significati della vita…l’angoscia ha tracciato
i suoi confini invalicabili trasformando le persone, che ne siano sommerse, 
in monadi con le finestre sigillate.
Nello sguardo, nelle infinite forme dello sguardo, si rivela una speranza (una nostalgia) di dialogo
e di comunicazione.

Eugenio Borgna “Le figure dell’ansia” Campi del sapere – 1997


E’ così che in ogni istante della nostra vita
siamo afferrati come dal di fuori dai significati
che noi stessi leggiamo nelle apparenze.
Quindi si può discutere senza fine sulla realtà
del mondo esterno. Perché ciò che chiamiamo mondo
sono i significati che noi leggiamo; dunque qualcosa che non è reale.
Ma esso ci afferra come dal di fuori; dunque è reale.
Perché voler risolvere questa contraddizione, quando il
compito più alto del pensiero, su questa terra è quello di
definire e contemplare le contraddizioni insolubili che, 
come dice Platone, tirano verso l’alto?
E’ poi singolare che non ci sono date sensazioni e significati;
ci è dato soltanto ciò che leggiamo;
noi non vediamo le lettere.
Simone Weil, Quaderni, IV
“Una pietra, una figura, un segno, una parola che ci arrivano dal loro contesto sono quella pietra, quella figura, quel segno o parola:possiamo tentare di definirli, di descriverli in quanto tali, e basta; se oltre la faccia che presentano a noi essi anche hanno una faccia nascosta, a noi non è dato di saperlo. Il rifiuto di comprendere più di quello che queste pietre ci mostrano è forse il solo modo possibile per dimostrare rispetto del loro segreto; tentare di indovinare è presunzione, tradimento di quel vero significato perduto.”…ma..” Eppure sa che non potrebbe mai soffocare in sé il bisogno di tradurre, di passare da un linguaggio all’altro da figure concrete a parole astratte, dai simboli astratti a esperienze concrete, di tessere e ritessere una rete d’analogie. Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.”

Italo Calvino, Palomar



“Die Dame auf dem Pferd”
1900-01 Alfred Kubin

Il Viaggio in pallone – Atlante – Jorge Luis Borges


Mio adorato luogo, materia dei miei sogni e delle mie fughe:
elemento della mia natura: l’aria.
Sempre eternamente grata a Borges

Il viaggio in pallone
da Atlante di Jorge Luis Borges con la collaborazione di
Maria Kodama pagg.24,25,26
Come dimostrano i sogni, come dimostrano gli angeli, volare è uno dei desideri fondamentali dell’uomo. La levitazione non mi è stata ancora concessa e non c’è nessuna ragione per supporre che la conoscerò prima di morire. Certamente l’aereo non ci offre nulla che somigli al volo. Il fatto di sentirsi rinchiuso in un ordinato recinto di ferro e vetro non somiglia al volo degli uccelli né al volo degli angeli. I vaticini terrorizzanti del personale di bordo, con la loro sinistra enumerazione di maschere d’ossigeno, di cinture di sicurezza, di sportelli laterali di uscita e di impossibili acrobazie aeree non sono, né possono essere, augurali.
Le nubi coprono e nascondono i continenti e i mari. I tragitti confinano con la noia. Il pallone, al contrario, ci offre la convinzione del volo, l’agitazione del vento amichevole, la vicinanza degli uccelli. Ogni parola presuppone un esperienza condivisa. Se qualcuno non ha mai visto il rosso, è inutile che io lo compari alla sanguinosa luna di San Giovanni il Teologo o con l’ira; se qualcuno ignora la particolare felicità di 
una gita in pallone è difficile che io gliela possa spiegare. Ho pronunciato la parola felicità;
credo sia la più adatta. In California, circa trenta giorni fa, Maria Kodama ed io andammo ad una modesta officina sperduta nella valle di Napa. Saranno state le quattro o le cinque del mattino; sapevamo che stavano per giungere le prime luci dell’alba. Un camion ci portò in un luogo ancor più distante, rimorchiando la navicella. Arrivammo in un posto della pianura che poteva essere qualsiasi altro. 
Sbarcarono la navicella, che era un canestro rettangolare di legno e di giunco e accuratamente
estrassero il grande pallone da una valigia, lo spiegarono per terra, gonfiarono il tessuto in nylon con ventilatori, e il pallone la cui forma era quella di una pera rovesciata come nelle enciclopedie della nostra infanzia, crebbe senza fretta fino a raggiungere l’altezza e la larghezza di una casa di diversi piani. Non c’era né porta laterale né scala; dovettero issarmi a bordo. Eravamo cinque passeggeri e il pilota che periodicamente gonfiava col gas il grande pallone concavo. In piedi, appoggiammo le mani sul bordo della navicella.
Albeggiava; ai nostri piedi da un’altezza angelicale o di alto uccello, si stendevano i vigneti e i campi. Lo spazio era aperto, l’ozioso vento che ci trascinava come fosse un lento fiume, ci accarezzava la fronte, la nuca e le guance. Tutti sentimmo, credo, una felicità quasi fisica. Scrivo, quasi perché non c’è felicità o dolore che siano soltanto fisici, sempre intervengono il passato, le circostanze, lo stupore ed altri fatti della coscienza. La gita, che durò circa un’ora e mezza, era anche un viaggio in quel paradiso perduto che fu il diciannovesimo secolo. Viaggiare nel pallone immaginato da Montgolfier era anche ritornare alle pagine di Poe, di Giulio Verne e di Wells. Si ricorderà che i suoi seleniti, che abitano all’interno della luna, viaggiavano dall’una all’altra galleria con palloni simili al nostro e non conoscevano la vertigine.
Prima Edizione Agosto 1985
Arnoldo Mondadori Editore

Verne-Cinque settimane in pallone
http://it.wikipedia.org/wiki/Cinque_settimane_in_pallone

Vedi anche il film “Viaggio nella luna”:

Viaggio nella Luna è un film fantastico del 1902 realizzato da Georges Méliès.

http://it.wikipedia.org/wiki/Viaggio_nella_Luna

Le Orme e Il Destino – Bencivenga-Bergonzoni-Borges-


Solo il pensiero, vede l’invisibile

Allora, quando c’era tutto il tempo, ci si chiese perché. E siccome c’era tutto il tempo, si provò a rispondere. Ma le risposte non cessavano di interrogarci; così molti si stancarono di cercare. Adesso il tempo è finito. Sono rimaste delle parole. Che forse non hanno più niente da dire.

<Il cordino>

“Quando ero piccolo avevo un grosso problema. Ogni tanto mi faceva male la testa o la gola, e fin qui niente di strano: non era piacevole, ma è una cosa che capita a tutti e, come si dice, mal comune… C’era anche, però, un male che non era affatto comune; anzi ce ne erano molti. Succedeva per esempio che mi facessero male i pantaloni, quando la mamma li metteva in lavatrice e quella specie di ventola che c’è li dentro li sbatteva di qua e di là. Mi faceva male la porta se il vento la chiudeva con un gran fracasso, mi faceva male il gatto se qualcuno gli tirava la coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva su lo zio Pasquale, che pesa più di un quintale e a momenti la sfonda.
A un certo punto la mamma decise di portarmi dal dottore. Era un signore alto e tutto bianco, con degli occhiali così spessi che gli occhi neanche si vedevano. Mi fece sedere e sdraiare, mi tastò davanti e dietro, mi guardò con certi altri occhiali ancora più spessi e finalmente si schiarì la voce e cominciò a spiegare. Tutti quanti, disse, quando veniamo al mondo ci stacchiamo dal resto delle cose. Alcune cose rimangono nostre, come la testa e la gola, e altre cose – la maggior parte delle cose – no. Il gatto e i pantaloni e la sedia, per esempio, non sono nostri; o meglio sono nostri nel senso che ce li possiamo tenere e se un altro li vuole ce li deve chiedere, ma non nel senso che fanno parte di noi come la testa e la gola. Ecco questo è quello che capita a tutti, anzi a quasi tutti. Per motivi che nessuno comprende, ogni tanto nasce un bambino che non si stacca dal resto delle cose. Io ero un bambino così: un cordino invisibile ma molto resistente mi legava al gatto e alla sedia, e anche alla pastasciutta e alla luna. Per farmi diventare come gli altri bisognava tagliare il cordino.
Detto fatto, il dottore prese uno strumento invisibile ma molto resistente (che strumento fosse non lo so, perché non l’ho visto) e tagliò il cordino. Da allora va tutto bene. O forse dovrei dire: non va male. Non mi fanno più male i pantaloni quando la mamma li mette in lavatrice, o il gatto quando qualcuno gli tira la coda, o la porta quando il vento la sbatte con gran fracasso, e tutto sommato non mi dispiace di sentir male solo alla testa e alla gola. C’è qualcosa che mi dispiace però. Prima, quando i pantaloni uscivano dalla lavatrice e la mamma li stendeva al sole, sentivo tutto questo caldo che mi scorreva dentro come una tazza di cioccolata d’inverno. Poi la mamma li ritirava nell’armadio fresco e profumato di lavanda, ed era come addormentarsi nell’erba, sotto un albero, dopo un pranzo all’aperto e tante corse dietro il pallone. Per non parlare di quando il gatto si accoccolava sulla sedia: il suo pelo morbido contro il cuoio liscio e vellutato. O quando la mamma sfogliava un libro e senza accorgersene accarezzava le pagine. Quelle carezze non le sento più da quando se ne è andato il cordino.”
Pagg.29 e 31
Ermanno Bencivenga “La filosofia in trentadue favole” Arnoldo Mondadori Editore Prima Edizione Novembre 1991
Questo libro mi fu regalato per il mio compleanno nel 1992…allora disegnavo di notte…la dedica dice: “Alla persona, che con le sue belle mani, riesce a trattenere il sonno meglio di chiunque altro!”…ecco io il mio cordino c’è l’ho ancora e nessuno strumento invisibile è mai stato tanto resistente da riuscire a tagliarmelo…

<La scimmia dell’inchiostro>

Quest’animale abbonda nelle regioni settentrionali, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso. Ha gli occhi come di cornalina e il pelo d’un nero lustro, serico, morbido come un cuscino. E’ amatissimo dall’inchiostro di Cina: quando uno scrive lui si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate, aspetta che quello abbia finito, e si beve il resto dell’inchiostro. Poi torna a sedersi accoccolato e resta tranquillo.
WANG TA-HAI(1791)
Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero- Manuale di zoologia Fantastica Einaudi 1962

Un genio con il cordoncino

Nonna cara, un saluto, il cordino mi lega a te, ti stringo al cuore

Sovvertimento dei Sensi – Stefan Zweig – Corbaccio 1932


“Perché l’amore è una liaison tra un riflesso e il suo oggetto”
Iosif Brodskij Fondamenta degli incurabili pag.100

Sovvertimento dei Sensi

* * *
Da quella sera, in cui quest’uomo venerato mi aprì la sua anima, da quella sera, quarant’anni fa, tutto quello che i nostri romanzieri e poeti raccontano come straordinario, tutto quello che le commedie rappresentano sotto la maschera della tragedia, mi sembra infantile, mi sembra inutile. E’ per comodità, per mancanza di coraggio o per avere un orizzonte troppo ristretto che essi tutti mostrano sempre e solo l’orlo superficiale della vita, dove i sensi operano alla chiara luce del giorno, apertamente e metodicamente, mentre giù in fondo, nei sotterranei, nelle caverne o cloache del cuore, s’agitano sinistramente fosforescenti le perigliose belve della passione, nel buio unendosi e dilaniandosi in ogni più fantastico accoppiamento?

Li spaventa il fiato caldo e struggitore degli istinti demoniaci, l’esalazione del sangue che brucia, temono di imbrattarsi le mani troppo delicate alle piaghe dell’umanità, oppure il loro occhio avezzo a una luce più blanda

non trova la via per scendere gli sdrucciolosi gradini umidi di putredine?

Eppure per colui che ama sapere, non v’è piacere più grande che quello di conoscere l’occulto segreto,
non v’è brivido più potente di quello che accompagna il pericolo, e non v’è sofferenza più sacra di quella che non sa esprimersi per vergogna.

Qui però un uomo mi si apriva nella più assoluta nudità, si dilaniava il petto profondo, pronto a scoprire il suo cuore torturato, avvelenato, arso e marcito. Con selvaggia voluttà si martoriava flagellandosi con questa confessione repressa per anni ed anni. Solo colui che per tutta la vita ha provato la vergogna per tutta la vita s’è celato, s’è nascosto e abbassato, poteva scoppiare in uno sfogo così impressionantemente travolgente

com’egli nella spietata sua confessione. Quest’uomo scavava la sua vita pezzo per pezzo dal proprio petto,

e per la prima volta io, ragazzo, spinsi lo sguardo giù nei più profondi abissi del sentimento umano.

D’apprima la sua voce vagava incorporea nel buio, oscuro presentimento dell’emozione, vago accenno ai misteriosi fatti, eppure intuivo proprio dalla volontà che penosamente raffrenava questa passione, tutta la potenza che stava per scatenarsi, come in certe battute molto rallentate precedenti un ritmo assai accellerato s’indovina, si sente con ogni fibra il “furioso” che dovrà seguire…..

Capriccio audace del fatal destino,

Ancor dal chiaro giorno tu ci tenti

Verso gli abissi, verso il labirinto

Del cuore umano, oh sovversion dei sensi!

Dal dualismo nostro puoi salvarci

Tu solo nell’amplesso tuo mortale;

Svegli, ci difendiam contro la sorte,

Temendo vili la passion fatale.

Ardono sangue e spirito in scissa fiamma,

Solo il destin, velato in scuri anni,

Nella tempesta sua unir li sa.

Finchè ci conteniam non siamo veri:
Il lampo sol, che rosso in noi s’accende

Spirito in sangue e sangue in spirito fonde.
Biografia:

“Perché l’amore è una liaison tra un riflesso e il suo oggetto”
Iosif Brodskij Fondamenta degli incurabili pag.100

Il Caffé politico e letterario Bimestrale 3 Giugno 1963


RIVISTA “IL CAFFE’ POLITICO E LETTERARIO” Giugno 1963-n.3. Pagine 127 con saggi di Robert Musil, W. Schnurre, Carlo Manzoni, Jorge Luis Borges, ecc con disegni di Folon e Schnurre.
Il Risveglio 
di JORGE LUIS BORGES
Entra la luce e salgo goffamente
dai sogni fino al sogno condiviso
e gli oggetti riprendono il dovuto 
e atteso loro posto e nel presente
converge soverchiante e vasto il vago
ieri: le secolari migrazioni
dell’uccello e dell’uomo, le legioni
che il ferrò dilaniò, Roma e Cartago.
Ritorna anche la quotidiana storia:
la mia angoscia, il mio viso, la mia sorte.
Ah se quell’altro risveglio, la morte,
mi offrisse un tempo privo di memoria
del mio nome e di ciò che sono stato!
Se in quel mattino ci fosse anche l’oblio!
(traduzione di J. Rodolfo Wilcock)
pag. 83

La Vita – Album di Famiglia – 1946




ANNO 1946

Fotografia originale formato 6cmx8cm
Renato, Maria e Graziano
Costo della vita nell’anno 1946
Stipendio di un operaio era circa di Lire 10.000, Costo del giornale Lire 4, Tazzina di Caffè Lire 20 (cominciate a notare il “valore” delle cose..ora il giornale costa quanto un caffè, oggi per mantenere questa proporzione il caffè costerebbe, rapportato ad € 1,10, cinque volte tanto ciò € 5,50)
A voi le considerazioni sul nostro quotidiano….
Pane Lire 45 (sì sì, avete compreso bene), Latte 30 Lire, un libro Lire 25 (come un caffè?..povera cultura odierna)Vino 75 Lire, Pasta Lire 120, Riso Lire 60
Polpa di Manzo Lire 400,  Zucchero Lire 720(!) [..ed ora pensate a quanto zucchero utilizziamo oggi..]
Un grammo di Oro Lire 818

1936,27 Lire per 1 €

LE DUE PRINCIPALI NOTIZIE DELL’ANNO:

IL 9 MAGGIO, IL RE D’ITALIA VITTORIO EMANUELE III DI SAVOIA
abdica a favore di UMBERTO II. In precedenza gli aveva concesso solo la luogotenenza. 
Il nuovo RE d’Italia regnerà solo 35 giorni.
IL 2 GIUGNO, ELEZIONI
si vota per il REFERENDUM. Il responso che arriva dalle urne è il seguente:
“REPUBBLICA” VOTI 12.717.923
“MONARCHIA” VOTI 10.719.284
Dichiarati non validi 1.509.735
Il pretendente al trono, Re Umberto II è infuriato e grida allo scandalo dei brogli (..e la nostra Italia è ancora quella…) fino all’ultimo non si rassegna. (..nulla è cambiato..)
Dal sito:
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1946.htm

Piccole notizie di Costume e Società:
Nel 1946 viene commercializzata per la prima volta la Vespa, al costo di 68000 Lire

e viene inventato il bikini dal sarto francese Louis Réard a Parigi nel 1946 (introdotto ufficialmente il 5 luglio).
Nello stesso anno vinse il nobel per la letteratura Hermann Hesse.

Cartolina Postale Originale – Foto di Famiglia
Renato, Maria, Graziano
Formato cm 13,9×8,8
Grazie alla provenienza contadina (dalla seconda metà dell’800) e alla fortuna di essere contadini proprietari e non mezzadri
i miei godevano di “molto”, erano fortunati, rispetto ad altri…ma la vera fortuna è stata la mia, quella di aver respirato letteralmente il senso, il valore, la poesia delle cose, il fatto a mano, ad arte, l’unicità..di ogni cosa…
…nell’amore e nel conflitto…
Tutto è riconducibile alle origini, sempre; ognuno ha il suo punto di partenza.
La mia nonna, un tipo …avrò preso da lei?
Sulla condizione femminile: