Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena


Umani in stand-by: quando il codice di attivazione diventa la nuova catena

Generata da Gemini

Il dettaglio più inquietante dell’annuncio Sony non è la scomparsa del disco in sé, ma la sua sostituzione: al posto dell’oggetto, un codice di attivazione. Compri una scatola vuota — o niente affatto — e quello che possiedi davvero è un permesso, una stringa alfanumerica che qualcun altro può accendere o spegnere a piacimento.

È un’immagine che, spinta alle sue estreme conseguenze, apre uno scenario da fantascienza: e se anche gli esseri umani, un giorno, fossero pensati come entità dormienti, attivabili solo da chi possiede il codice giusto?


Dal gioco all’umano: un salto che la fantascienza ha già immaginato
Non è un’idea peregrina. Black Mirror ha costruito interi episodi su questa stessa intuizione: in Common People la vita stessa — letteralmente la sopravvivenza biologica di una persona — viene venduta a livelli di abbonamento, con funzionalità premium e piani base che ne limitano le facoltà cognitive; in USS Callister delle coscienze digitali vengono clonate e tenute prigioniere, riattivabili a piacimento del loro “proprietario”. Non sono più macchine che si ribellano agli uomini, come nell’immaginario classico della fantascienza (Skynet, Matrix): è l’essere umano stesso che diventa risorsa attivabile, sospesa in un limbo fino a quando qualcuno non decide di “accenderlo”.

La cornice teorica: dal tecnofeudalesimo ai servi del cloud


Quello che stai descrivendo — l’essere umano dormiente, riattivato da chi detiene i codici — trova un corrispettivo sorprendentemente concreto nella teoria economica più recente. L’economista Yanis Varoufakis, nel suo Tecnofeudalesimo, sostiene che il capitalismo classico sia già stato sostituito da qualcosa di diverso: non più mercati, ma “feudi cloud” controllati da poche piattaforme, che non traggono più profitto dalla competizione ma rendita dal semplice controllo dell’accesso.
“Sotto il tecnofeudalesimo […] ciascuno di noi si sta trasformando in un proletario del cloud durante le sue ore di lavoro e in un servo della gleba del cloud per il resto del tempo”.
La metafora feudale non è casuale: come il servo della gleba non possedeva la terra su cui lavorava ma dipendeva interamente dal signore per il proprio sostentamento, così l’utente digitale non possiede più nulla — né il gioco, né l’auto, né, in prospettiva, i propri stessi dati e la propria capacità di agire online — ma dipende da chi detiene le chiavi di accesso.
La tua immagine dell’essere umano come “ameba dormiente” riattivata a comando non è quindi un’esagerazione fantasiosa: è l’estensione coerente di una logica già in atto, portata alle sue conseguenze più radicali. Se un tempo il potere si esercitava possedendo la terra, poi il capitale, poi i mezzi di produzione, oggi — nella lettura di Varoufakis — si esercita possedendo l’infrastruttura stessa dell’accesso.


Chi avrà i codici?


La tua domanda finale — chi controllerà questi codici — è la stessa che pongono oggi molti analisti del tecnofeudalesimo: non più stati-nazione, non più partiti, ma una ristretta oligarchia di proprietari di piattaforme e infrastrutture cloud, i “cloudalisti” di cui parla Varoufakis. È un potere che non ha bisogno di eserciti o di leggi per esercitare controllo: gli basta la possibilità tecnica di attivare o disattivare l’accesso.
Una domanda aperta, non una previsione


Vale la pena essere onesti: né Black Mirror né Varoufakis descrivono un destino ineluttabile, quanto piuttosto una tendenza da riconoscere finché siamo in tempo per correggerla. Varoufakis stesso propone contromisure — tassazione delle piattaforme, identità digitale pubblica, interoperabilità tra sistemi — proprio perché considera il tecnofeudalesimo un esito storico, non un destino metafisico. Anche gli autori di Black Mirror costruiscono le loro distopie non per profetizzare, ma per metterci in guardia mentre c’è ancora margine di scelta.
Resta comunque una domanda che merita di stare al centro di un post: cosa significa, per un essere umano, essere ridotto a una funzione attivabile da un codice che non gli appartiene? È forse questa la vera posta in gioco dietro una notizia apparentemente tecnica come la fine dei dischi PlayStation.


Chiosa: domande, non risposte


Anche qui, come nel post precedente, non intendo concludere con un giudizio ma con delle domande — nello spirito del Laboratorio di Etica di Vito Mancuso, che da anni a Bologna insegna a interrogare la coscienza prima di pretendere risposte definitive.
Se davvero, come suggerisce la metafora dell’essere umano dormiente riattivato da un codice, il potere di domani si eserciterà non più imponendo ma semplicemente concedendo o negando l’accesso, allora forse le domande da porsi non riguardano la tecnologia in sé, ma qualcosa di più antico:
Cosa resta della libertà, se questa non consiste più nello scegliere ma nel restare “attivi” grazie alla benevolenza di chi detiene il codice?
La coscienza morale — quella che Mancuso definisce il fondamento dell’agire etico — può svilupparsi in un soggetto che vive in stato di dipendenza permanente da un’infrastruttura esterna?
Se la responsabilità presuppone la libertà, come si distribuisce la responsabilità in un sistema dove il controllo è nelle mani di pochi, e la maggioranza può solo subire l’attivazione o la disattivazione?
C’è una differenza tra essere “in attesa” per scelta — come nel raccoglimento, nella meditazione, nel silenzio che coltiva l’anima — ed essere “in stand-by” perché qualcun altro non ha ancora attivato il nostro codice?


Infine: cosa significa, spiritualmente, “essere sé stessi” in un mondo dove l’esistenza pubblica, sociale, forse anche cognitiva, dipende da un permesso esterno rinnovabile?
Restano domande aperte, sospese — come dovrebbero restare, credo, le domande vere.



Fonti e approfondimenti


Sulla teoria del tecnofeudalesimo:
Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023 — scheda editoriale IBS
Avvenire — “Se la rendita sostituisce il capitalismo: è l’era tecnofeudale”
Valori.it — intervista a Varoufakis, “Il capitalismo è morto, e big tech lo ha ucciso”
Rivista Indiscipline — analisi critica “Tecnofeudalesimo o tecnoassolutismo?”
Riferimenti audiovisivi:
Black Mirror, settima stagione, episodio Common People (Netflix, 2025) — la vita umana come servizio in abbonamento
Black Mirror, quarta stagione, episodio USS Callister — coscienze digitali clonate e tenute prigioniere
Taxidrivers — recensione della settima stagione di Black Mirror

Questo articolo prosegue idealmente la riflessione avviata in “Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto”, a partire dallo stesso spunto sulla fine dei dischi fisici PlayStation.


Nota: spunto nato da una riflessione personale a partire dalla notizia dei “codici di attivazione” nelle confezioni fisiche PlayStation; i riferimenti teorici e audiovisivi sono stati verificati con ricerca autonoma.

Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto


Orme sulla sabbia: quando anche giocare diventa un affitto

Sony ha annunciato che da gennaio 2028 smetterà di produrre dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation: solo download, solo licenza digitale, nessun oggetto da tenere in mano, da prestare, da rivendere. Non è un dettaglio per soli videogiocatori: è l’ultima tessera — dopo l’auto, la musica, presto forse anche i vestiti — di un mosaico che si sta componendo da almeno vent’anni, quello di un mondo in cui non possediamo più nulla, paghiamo per accedervi finché possiamo permettercelo.


La notizia
A partire da gennaio 2028 Sony interromperà la produzione di dischi fisici per tutti i nuovi giochi in uscita su console PlayStation: da quel momento i titoli saranno disponibili solo in digitale, sul PlayStation Store o tramite codici di attivazione nelle confezioni fisiche vendute nei negozi. La motivazione ufficiale è l’evoluzione delle abitudini di consumo: già oggi circa l’85% dei giochi venduti su PS5 e PS4 è digitale. Rockstar aveva già annunciato una scelta simile per GTA VI.


La cosa che ha fatto discutere di più non è tanto la tecnologia, quanto una frase pronunciata da un portavoce Sony: con i contenuti digitali “i giocatori acquistano una licenza personale per uso non commerciale” — non un oggetto, dunque, ma un permesso d’uso revocabile. È esattamente la stessa logica che regola oggi lo streaming musicale, i software in abbonamento, e presto — secondo alcune analisi di settore — anche l’auto e l’abbigliamento.


La cornice teorica: dall’era della proprietà all’era dell’accesso


Chi ha raccontato questo passaggio con più anticipo è stato il sociologo americano Jeremy Rifkin, già nel 2000, con L’era dell’accesso.

La sua tesi centrale:
“Nella new economy, il fornitore mantiene la proprietà di un bene, che noleggia o affitta […] a fronte del pagamento di una tariffa, di un abbonamento”. Lo scambio di proprietà tra compratore e venditore cede il passo a un accesso temporaneo negoziato in rete.
Rifkin non parlava di un’ipotesi remota: descriveva un processo già in corso, che oggi — venticinque anni dopo — vediamo compiersi nei dettagli più minuti della vita quotidiana, fino al disco di un videogioco.


Quello che Rifkin non poteva prevedere fino in fondo è la seconda faccia del problema, quella che riguarda non l’economia ma la memoria. Se non possiedo più l’oggetto, chi conserva la traccia che quell’oggetto — e il tempo passato con esso — sia esistito?


Il rovescio della medaglia: la scomparsa dei riti e degli oggetti-simbolo


Il filosofo Byung-Chul Han, ne La scomparsa dei riti, ha descritto un fenomeno collegato: la perdita degli oggetti e delle pratiche che strutturano il tempo e il legame con l’Altro, sostituiti da una “comunicazione senza comunità” fatta di consumo rapido e narcisismo individuale. Se il rito ha bisogno di un oggetto che si ripete nel tempo — la sveglia di famiglia, il disco che si toglie dalla custodia — la sua sparizione non è solo un fatto tecnico, ma la perdita di un ancoraggio simbolico.
È qui che il discorso tocca direttamente la sensibilità di chi, come me, pratica il collezionismo come forma di memoria attiva: l’oggetto fisico non è un possesso vanitoso, è un documento. È la prova tangibile che qualcosa — un gioco giocato, un disco ascoltato, una lettera scritta — è realmente accaduto, in un momento preciso, a una persona precisa.


La domanda che resta aperta
Se tutto diventa noleggio temporaneo — l’auto, la musica, i giochi, forse i vestiti — cosa resta di noi quando smettiamo di pagare? È la domanda di Conrad, delle orme che la marea cancella: cosa siamo, se la nostra unica prova di esistere è un abbonamento attivo?


Non credo che l’intelligenza artificiale possa sostituire l’oggetto fisico come deposito di memoria: può, al più, essere uno strumento che aiuta a ritrovare la mappa — a ricostruire connessioni, contesti, genealogie di senso tra i frammenti che restano. Ma la traccia vera, quella che resiste alla marea, continua a essere quella che scegliamo di tenere in mano, fuori dal flusso: un oggetto, un documento, una pagina scritta e conservata. Forse la nuova etica di cui abbiamo bisogno non è resistere al noleggio generalizzato — probabilmente impossibile — ma scegliere con più consapevolezza quali orme lasciare più in alto sulla spiaggia, dove la marea non arriva.



Chiosa: domande, non risposte


Bibliografia:
Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, 2000 — scheda Wikipedia · estratti su Medium
Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, nottetempo, 2021 — recensione su doppiozero · approfondimento su Flanerí
Jorge Luis Borges, La biblioteca di Babele, in Finzioni — il riferimento implicito a un mondo di accesso infinito ma privo di mappa


Non è mia intenzione trarre una conclusione da tutto questo, né tantomeno un giudizio. Vorrei piuttosto lasciare, a chi legge, alcune domande — nello spirito socratico del “so di non sapere”, che è poi lo spirito con cui Vito Mancuso, nei suoi Laboratori di Etica, invita da anni a interrogare la coscienza prima ancora di cercare risposte.
Mancuso costruisce la sua riflessione etica su tre categorie che si richiamano a vicenda: coscienza, libertà, responsabilità. Nessuna esperienza etica, dice, è possibile senza libertà; ma la libertà vera non coincide con l’assenza di vincoli, comporta l’assunzione di responsabilità. Proviamo allora a chiederci, non per trovare una risposta univoca, ma per restare in ascolto:
Se non possiedo più nulla, ma solo l’accesso a tutto, sono ancora libero — o sono semplicemente meno vincolato, il che non è la stessa cosa?
Cosa significa “responsabilità” verso un oggetto che non è mio, che posso perdere in un istante per la decisione di un altro?
La mia coscienza, il mio senso di me, si radica in ciò che possiedo o in ciò che scelgo di custodire, indipendentemente dalla sua forma?
Se la memoria personale e collettiva si affida sempre più a infrastrutture che non controlliamo, che ne è della continuità dell’anima nel tempo — quella che i riti, gli oggetti, le tracce fisiche hanno sempre garantito?
È possibile una spiritualità dell’accesso, così come esiste una spiritualità della rinuncia — oppure l’affitto perenne di ogni cosa ci lascia semplicemente più vuoti, più in balìa della marea?
Non ho risposte da offrire. Ho soltanto, come diceva Socrate, la funzione della levatrice: aiutare a far nascere la domanda, non a chiuderla.


Fonti e approfondimenti


Sulla notizia Sony:
Blog ufficiale PlayStation Italia — comunicato Sony, 1 luglio 2026
Il Post — “Sony non produrrà più dischi fisici per i videogiochi della PlayStation”
Tuttotech — analisi approfondita su mercato dell’usato, PS6 e conservazione videoludica
Il Fatto Quotidiano — lettura critica: “così si cancella il diritto di scelta”


Da guardare/ascoltare:
Registrazione Radio Radicale — presentazione originale de “L’era dell’accesso” con Jeremy Rifkin, Milano 2000


Nota: il post nasce da uno spunto di riflessione condiviso con Aleph a partire da un video di un creator tech su Facebook; i riferimenti sopra sono stati verificati e integrati con ricerca autonoma.