Dissacratorio, Simbolico, Culto delle Vestali: il Fuoco – La Vita Interiore di Alberto Moravia


Da: La Vita Interiore di Alberto Moravia
Dialogo tra il mio Io e la mia Voce: 
Io: Che cos’è il Desiderio? 
Voce: Sono proprio io, Voce, il Desiderio, sono il linguaggio dell’Inconscio, sono la mancanza…Quello che non potrai mai possedere…. 
Ho tentato, attraverso gli anni, varie volte di leggere questo libro, e non ho mai mancato di interromperne bruscamente la lettura. C’erano sempre validissimi motivi per farlo, voci di rinuncia. Ora l’ho letto tutto d’un fiato, quasi in apnea, mi sono concessa questo amplesso di lettura, me lo meritavo, probabilmente; con dedica. 
Lo trovo illuminante e mai volgare e nemmeno forzatamente irriverente, offensivo, come per il gusto del tempo, figlio del momento storico nel quale è circoscritto, carico di speme per i lunghi sette anni di gestazione. Non ne vedo la natura propriamente eversiva, ne la matrice di incitamento rivoluzionario, continuo fervore dissacratorio che indubbiamente si insinua in tutte le pagine, come un profumo che lascia la sua traccia continua delicata e seduttiva. Un libro di “Atti di Adorazione”, un testo “estetico”, un operazione simbolica, un fuoco, il mito di Danae che si allontana, la devozione per L’origine del mondo di Courbet, i fotogrammi rubati di Tanizaki e tanto altro.
“Secondo Lacan sul piano simbolico, dove s’inscrive la dinamica della coazione a ripetere, della memoria e del passaggio al linguaggio, avrebbe luogo una costante dialettica tra bisogno e desiderio che, ripetendo allucinatoriamente l’esperienza passata, ritrova l’oggetto perduto sul piano fantasmatico e ricerca una realizzazione. 
La dinamica del desiderio è guidata dalla “logica della mancanza” che si manifesta sia in modo negativo sul registro del “reale” (come compromesso nel sintomo) sia in modo positivo sul “registro” immaginario (per esempio nel sogno). 
Lacan colse dietro il “registro” dell’immaginario il sottostante “registro” del simbolico, dominato dal linguaggio e nel quale si svolge la dialettica fondamentale della “domanda”, ossia della richiesta rivolta all’Altro. 
Mentre il bisogno necessita di un oggetto della natura, la domanda è sempre rivolta all’Altro da noi che riconferma noi, l’Altro è il Soggetto. La domanda, dunque, esige il riconoscimento dell’Altro e il desiderio, dominato dalla logica della mancanza, nasce dallo scarto tra bisogno e domanda. 
La scoperta del registro simbolico dimostra per Lacan che la dinamica pulsionale dell’inconscio segue leggi di tipo strutturale simili a quelle poste in evidenza da F. de Saussure per la linguistica e da C. Lévi-Strauss per l’antropologia.”
Il sacrilegio: “La Voce voleva che agissi, non che prendessi coscienza. Secondo lei, la coscienza non doveva venire prima dell’azione, ma dopo.” pag. 135
[…] 
Io: Cosa hai capito? 
Desideria: Ho capito che lui gemeva come chi si trova esposto al freddo, alla paura, allo sconforto e alla solitudine e bussa ad una porta e non gli viene aperto. Lui voleva penetrare dentro di me, non già alla maniera dell’amante, ma come penetrerebbe o meglio rientrerebbe, se questo fosse possibile, un infante appena nato che si rifiutasse di vivere e volesse tornare di nuovo dentro il ventre materno e regredirvi a ritroso, per tutta la serie di trasformazioni attraverso le quali è passato prima di nascere, fino a ridiventare embrione, germe, nulla. Come ho già detto questo significato mi è balenato quando, dopo aver urtato con la fronte contro il mio pube, proprio come chi bussa, frenetico, contro una porta che rimane chiusa, ha cominciato a gemere. Infatti non era davvero un gemito di piacere, sia pure indiretto e mediato ma un lamento di funebre nostalgia, di struggente aspirazione. 
Io: Nostalgia, aspirazione a che cosa? 
Desideria: Nostalgia del tempo in cui non era stato ancora espulso dal ventre materno, aspirazione a rientrarvi. 
[…] Lui sapeva benissimo che era impossibile regredire al nulla prenatale; ma ho sentito con precisione che, pur essendo consapevole di questa impossibilità, nutriva la folle speranza che il miracolo d’improvviso sarebbe avvenuto: improvvisamente il mio sesso si sarebbe aperto abbastanza per permettergli di introdursi nel mio ventre e lui vi avrebbe fatto a ritroso, per trasformazioni successive, verso il buio e il nulla, lo stesso cammino che aveva seguito per venire alla luce. 
Io: Un’interpretazione insolita dell’amore orale. 
Desideria: Un’interpretazione confermata da quello che succede adesso. […] 
Pagg. 224, 225
[…] la Zambrano elabora un antropologia secondo la quale l’uomo possiede una chiara coscienza della propria finitezza, che alimenta in lui nostalgia e speranza a un tempo: è per questo che il futuro dell’uomo (la speranza) coincide con una sua rinascita (la nostalgia), realtà, queste, che hanno la loro sede naturale nel cuore di ciascun essere umano. Afferma a questo proposito ancora Maria Teresa Russo: “di fronte al ‘cogito’, cifra dell’umanesimo cartesiano, Zambrano oppone il cuore, categoria dichiaratamente agostiniana. Proprio a sant’Agostino la pensatrice si riconduce esplicitamente, quando tratta della necessità che il cuore si ricomponga, che riconquisti la perduta armonia con la ragione. È un cuore – prosegue la Russo – che ha bisogno, contemporaneamente di ritrovarsi nella confessione e di esprimersi nella compassione”. Non casualmente la Zambrano ha dedicato uno dei suoi scritti più notevoli proprio al tema della confessione, intesa come possibilità di ricostruire la propria identità attraverso il raccontarsi a un interlocutore privilegiato: a questo riguardo si possono leggere cose molto interessanti nel volumetto Antigone e il sapere femminile dell’anima, curato da Maria Inversi per le Edizioni Lavoro, nel quale si trova questa bella suggestione: “la confessione – secondo Zambrano – è dunque un metodo per trovare questo chi, il soggetto a cui accadono le cose, e in quanto soggetto, colui che resta al di sopra, libero da quanto gli accade” […]
“Si dimenticherà sempre la lacerazione e il patimento dell’Aurora, il suo parto, se non si tiene conto della Notte, se la si vede unicamente come l’annuncio del giorno” 
“Sono i sogni che presiedono il destino, che lo contengono dichiarandolo e celandolo al tempo stesso. E che sono al di là del desiderio e della speranza.” – Pag.88 
e ancora da http://www.anobii.com/marinaf/books: (grazie perché mi hai preso per mano) 
“Come se avessimo dormito, qualcosa del sogno sopravvive in noi, e il sole ha un torpore che riscalda la superficie immobile dei sensi. E’ un’ubriachezza di non esser niente, e la volontà è un secchio che viene rovesciato nel cortile da un movimento indolente di un piede che passa…..(…..)” 21-4-1930 Fernando Pessoa
Critica Letteraria su Moravia:
La tragedia di Antigone, tra natura e cultura

Il Golem di Gustav Meirink, 1915 – Osiride, La Lepre e L’Ermafrodito


…e la vita del giorno divenne sogno

Il golem (di Gustav Meyrink) from Yodosan on Vimeo.

III.
“Se così era, veniva la a figurare rovesciata sul retro della pagina?
Voltai la pagina e trovai conferma alla mia supposizione.
Involontariamente andai leggendo anche questa pagina sino in fondo, e così quella di fronte.
E continuai, continuai senza fermarmi.
Mi parlava, quel libro, come parla il sogno, ma più chiaramente, molto più perspicuamente del sogno. Arrivava a toccarmi il cuore, come un implorazione.
Le parole fluivano da una bocca invisibile, prendevano vita, arrivavano sino a me. Si giravano, volteggiavano davanti ai miei occhi come schiave dalle vesti variopinte, sprofondavano poi nel pavimento dissolvendosi simili a vapore iridescente nell’aria, facendo luogo a quelle che seguivano. Sperava ognuna per un attimo che avrei scelto lei, rinunciando alla compagna che già l’incalzava.
Talune stavano fra loro, incedendo sfarzose come pavoni, ammantate in vesti scintillanti, il passo lento e misurato.
Altre ancora erano come regine, ma invecchiate e segnate dalla vita, le palpebre grevi di bistro, con segni meretrici tutt’attorno alla bocca, e le rughe sepolte sotto un orrendo belletto.
Le guardavo passare, lo sguardo mi scivolava sulle lunghe sequenze di grigie figure dai volti così comuni e inespressivi, che mi pareva impossibile imprimerle nella memoria. […] Pag.15
[…] Non era più un libro, questo che mi parlava. Era una voce. Una voce che da me voleva qualcosa, che non comprendevo, per quanti sforzi facessi. Che mi torturava con domande struggenti, incomprensibili. […]


Il Bagatto…[…] – Ogni domanda che un uomo possa fare ha già la sua risposta nell’istante medesimo in cui l’abbia posta al suo spirito…L’intera vita altro non è che una serie di domande divenute forme, che hanno in sè il germe della risposta, e di risposte gravide di domande…[…] Pag. 97 Cap.X Luce

[…]E come il Bagatto è la prima carta del gioco, così l’uomo è la prima figura nel suo proprio libro di immagini, il suo doppio: la lettera ebraica aleph che, costruita secondo le forme dell’uomo, con una mano indica verso il cieloe con l’altra il basso; ciò significa, così come è sopra è anche sotto, così come è sotto è anche sopra…[…]Pagg. 98\99 Cap.X Luce

[…] Mi ha detto una volta mio padre che ci sono due aspetti della Cabala: uno magico e uno astratto, che non è mai possibile far coincidere. Quello magico, certo, potrebbe risolvere in se stesso quello astratto, ma mai, in nessun caso, potrebbe avvenire l’inverso. L’aspetto magico è un dono, l’altro invece può essere acquisito, per quanto solo con l’ausilio di una guida. _ Ritornò all’argomento iniziale: – il dono è ciò a cui anelo; quel che posso ottenere lottando è per me indifferente e privo di valore, come polvere. Se solo penso che potrebbe venire un epoca in cui dovessi vivere senza questi miracoli…[…] Pag.145


[…] In particolare l’appeso: che cosa mai poteva significare?
Un uomo è sospeso a una corda tra cielo e terra, la testa in giù, le braccia legate dietro la schiena, la gamba destra incrociata sulla coscia sinistra, sì da configurare una croce su un triangolo capovolto. Incomprensibile simbolo. Pag.144 Cap. XIV Donna

Una cosa sola avevo stabilmente acquisito: che l’insieme e la successione delle cose date che costituiscono di fatto la nostra vita è un vicolo cieco, per vasto e accessibile che possa a prima vista sembrare. Sono gli angusti e occulti sentieri a ricondurci nella patria perduta: ciò che con fine, quasi invisibile scrittura sta inciso nel nostro corpo e non l’orribile cicatrice che vi lascia la raspa dell’esteriorità della vita, nasconde la soluzione degli ultimi segreti. Pag.67 Cap. VII Il Risveglio

Borges, caro Borges:

“Senza riflettere a quel che facevo, ritornai nell’atelier di Savioli e afferrai l’anello della botola, finché mi riusci di sollevarla.
Per qualche istante, nient’altro che oscurità.
Poi vidi: stretti, ripidi gradini precipitavano nel buio fitto. Presi a scenderli.
Per un po’ andai tastando con le mani lungo i muri, ma il percorso sembrava senza fine: nicchie umide di muffa e tanfo – giravolte, angoli, cantoni – corridoi che s’aprivano diritti a destra e a sinistra, resti di una vecchia porta di legno, ramificazioni, e poi ancora gradini, gradini, gradini verso l’alto e verso il basso. D’appertutto un soffocante odore di terra putrida.
Non un filo di luce.Pag.84 Cap. IX Spettri 
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Gustav_Meyrink


Borges da “Testi Prigionieri”
29 aprile 1938
Biografia Sintetica
Gustav Meyrink

[…] Il Golem è un romanzo fantastico. Novalis auspicava . Comporre narrazioni simili è tanto facile quanto è impossibile
comporle in modo che non siano illegibili. Il Golem – incredibilmente- è onirico e tutt’altro che illeggibile.
E’ la storia vertiginosa di un sogno. Nei primi capitoli (i migliori) lo stile è mirabilmente visivo:
negli ultimi si moltiplicano i miracoli da romanzo d’appendice, l’influenza di Baedeker è più forte di
Edgard Allan Poe, …Non so se il Golem sia un libro importante; so che è un libro unico. […]
pag.221\222

Il Labirinto di Borges. venezia, isola di san giorgio maggiore


Oggi voglio ricordare e pensare molto di più di quanto non faccia tutti i giorni.. a Borges, con gratitudine e oltre, tanto di più..all’essere immaginario per totalità ed immensità..alla mia vita immaginaria, ai miei sogni, i miei amori, i miei ideali…al labirinto…si muore fisicamente, non dimenticartelo, si commettono i più efferati omicidi, attraverso l’indifferenza..grazie a Borges e a me..
In occasione dei 25 anni dalla morte di Jorge Luis Borges sarà realizzato a Venezia il giardino-labirinto disegnato da Randoll Coate. Per l’inaugurazione sarà eseguita una composizione inedita di Julio Viera
…e quello che accade accade a me.
Martedì 14 giugno 2011, in occasione dei 25 anni dalla morte del celebre scrittore argentino Jorge Luis Borges(14 giugno 1986 – 14 giugno 2011), la Fundación Internacional Jorge Luis Borges e la Fondazione Giorgio Cini inaugureranno a Venezia, con un inedito evento musicale di Julio Viera, Il Labirinto Borges, ricostruzione del giardino-labirinto che l’architetto Randoll Coate progettò in suo onore. Opera permanente, il labirinto sarà poi accessibile al pubblico tramite servizio di visite guidate.
Il disegno originale del labirinto, ispirato al racconto borgesiano Il Giardino dei sentieri che si biforcano, venne progettato tra il 1979 e il 1986 dall’architetto inglese Randoll Coate, grande amico dello scrittore. Dopo aver realizzato una prima versione nel 2003 a “Los Alamos” nei pressi di San Rafael (Mendoza) in Argentina, la Fundación Internacional Jorge Luis Borges, diretta dalla vedova dello scrittore María Kodama, assieme alla Fondazione Giorgio Cini, presenterà la ricostruzione del labirinto a Venezia, uno dei luoghi più amati da Jorge Luis Borges e significativamente legati alla sua opera, in occasione dei 25 anni dalla morte.
Il Labirinto Borges sarà inaugurato il 14 giugno 2011 con un grande evento musicale che vedrà l’esecuzione di un brano inedito per quintetto strumentale e voce recitante, di Julio Viera, noto compositore argentino, vicino allo scrittore.
e ancora:
Il Labirinto sarà collocato nello spazio retrostante il Chiostro del Palladio e il Chiostro dei Cipressi, così da costituire una sorta di ‘terzo chiostro’ di dimensioni all’incirca uguali a quelle degli altri due.Lo scopo del progetto è quello di creare un giardino in memoria dello scrittore realizzando uno spazio pieno di significati spirituali, per avvicinare il pubblico al mondo di Borges.

Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino


Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino
“La preghiera!”- proruppi. “Il tuo covile caldo, il portone per ripararti quando cambia il vento! Mi ripugna codesto Dio da indossare come una maglia sopra le nostre pleure di cartavelina. A me è sempre piaciuto bagnarmi.”
«William Powell, lui, un losco galante che la sedia elettrica attende alla fine della traversata, e a cui gli sbirri di scorta consentono benevolmente di passeggiare senza manette; Kay Francis, lei spacciata dai medici, che ogni sera indossa una pelliccia più bella. S’incontrano, e ognuno sa della condanna dell’altro, ma finge di non saperlo. E ballano insieme in un grande salone deserto, e si dicono parole sotto la luna… Facili lacrime di ragazzo, altera tenera Kay! Chi avrebbe mai pensato che dovesse mai toccarmi a mia volta, all’ombra degli stessi umidi salici, di danzare una stessa tresca d’amore e di morte, su un motivo di fiacca pianola?».
“O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi…da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi ( degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme). […]
[…] “Oppure si finiva nel quartiere del porto, a cercarsene una qualunque, ma di carne, vera. Bisognava pure ogni tanto, era anche il consiglio del Gran Magro. Bastavano già quei pochi scalini a stremarmi, e l’anchilosi del braccio attorno alla vita di lei. Chi riusciva poi a muoversi come si deve, con la magra dote d’ossigeno che mi restava. E allora, ti pago un extra, fa’ tu…Sentivo il suo corpo ricciuto e pieno di nei ingigantirmi addosso, penetravo in lei col suo aiuto, accompagnando con avari sussulti i suoi, misericordiosi ed esatti, finché si sciogliesse in pioggia di fuoco e di miele in fondo al suo ventre la nube cieca che mi gonfiava le tempie. Più tardi, sopra la coperta militare distesa a riparo della dubbia lindura del letto, mentre lei si lavava senza dolcezza in un angolo, e una tardiva goccia di seme mi correva stancamente per l’inguine, mi piaceva giacere ancora un poco, dissanguato e deserto come un ucciso, con gli occhi fissi al soffitto, a decifrarvi, in una screpolatura o salnitro dell’intonaco, le imboscate future della mia sorte.
Al mio ritorno avrei raccontato tutto ai compagni, seduti a mucchio sopra la stessa branda, avrei risposto ridendo alle loro domande da studenti, mentito anche un poco, forse. Avrei detto: […]
“Tema della memoria e del sogno, con confini incerti fra l’una e l’altro: è l’attacco del libro, ed è come premere a caso un bottone nella macchina del ricordo. D’altronde l’ospedale non è solo carcere, clausura monastica, rocca assediata, ma soprattutto luogo di incantesimo: allo stesso modo i malati, oltre che asceti, galeotti, difensori assediati, sono eroi affatturati, fra i quali potrebbe ambulare fraternamente il Sigismondo di Calderon. Il libro comincia con un sogno. E se tutto fosse un sogno? Ogni ricordo, in fondo, è una favola…”
Gesualdo Bufalino “Diceria dell’Untore – Istruzioni per l’uso – Museo D’ombre” ed. C.D.E. 1982
“Certo oscilla fra contrattempi e incastri senza numero il gioc’a tombola della nostra vita. Non si conosce mai chi si vuole, ma chi si deve o chi capita, secondo che una mano sleale ci rimescoli, accozzi o sparigli, disponendo o cassando a suo grado gli appuntamenti sui canovacci dei suoi millenni”

In viaggio


<“Non ci siamo già visti a Cincinnati?”>
-“Non sono mai stato a Cincinnati”-
<“Neanche io, devono essere stati altri due”>
Enjoyment of Laughter”di Max Eastman nota 103 pag.179 “Testi Prigionieri
Il corsaro rosso – Salgari ed. Pagani
D.o-C.p
Borges : ” Se stessi a casa, continuerei a rivivere sempre lo stesso giorno. Quando viaggio, ogni giorno è diverso.Ogni giorno porta con sé il suo dono. Per questo mi piace viaggiare. Se stessi a casa, tutto sarebbe incolore. Ogni giorno è la replica esatta di quello precedente.”

Io: Stamane, mi hanno detto e non come prima volta, che io sembro sempre in viaggio; o appena tornata o in prossimità di partire…ed è proprio così, non sono mai dove sembro essere…o almeno non solo!


…poi capita che nella vita ci siano periodi nei quali ti viene negata questa dimensione o addirittura te la neghi e il viaggio fisico si trasforma in un altro tipo di “movimento”..un viaggio ad occhi chiusi, cuore spalancato, piedi inchiodati..

…… il viaggio fisico e quello immaginario…

la stessa natura!


Tutta la mia esistenza
Di nuovo qui, le labbra evocatrici, unico e a voi somigliante.
Sono quella balorda intensità ch’è un anima.
A lungo mi mantenni in prossimità della gioia e
nell’immunità della pena.
Ho traversato il mare.
Conobbi molte plaghe; ho notato una donna
e due o tre uomini.
Dilessi una bimbetta altera e bianca,
e per giunta di placida ispànica.
Vidi un sobborgo interminato dove si inciela perenne
una inesausta fuga di tramonti.
Assaporai molteplici parole.
Nel profondo di me credo che questo sia tutto e che
non vedrò né porterò ad effetto cose nuove.
Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino
in penuria e in ricchezza quelle di Domineddio e
degli umani tutti.
da: “Luna de enfrente” 1925


Mi assento!…all’ombra del profumo del glicine…


Mi assento…ci sono persone che riescono a mentire anche quando dicono la verità…ci sono dolori che ti colpiscono anche quando sembrano gioie, ci sono malattie che ti uccidono anche quando vivi fino all’ultimo, ci sono amori che si negano perché non amano abbastanza loro stessi…io sono affranta..per questo…speranzosa!


” Da uno dei tuoi cortili aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina dell’ombra aver guardato
quelle luci disperse
che la mia ignoranza non ha imparato a nominare
nè a ordinare in costellazioni
Aver sentito il cerchio dell’acqua nella segreta cisterna,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzio dell’uccello addormentato
l’arco dell’androne,
l’umidità.
Queste cose forse, sono la poesia.
– Jorge Luis Borges –

«Sono stata allevata in campagna, e ho 
creduto tanto a lungo alla realtà di 
certe visioni che io non ho sperimentato 
ma che ho visto sperimentare intorno a 
me che, ancora oggi, non saprei 
davvero precisare dove finisce la realtà 
e dove inizia l’allucinazione» 
(George Sand)


Supplica D’amore – Ragione e Sentimento



“…la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.” J. L. Borges

Cari amati Dioscuri, io vi sono sempre stata fedele,

non mi avete mai tediato con inutili tormenti,

ogni battaglia sofferta ha restituito conquiste!

Ho bramato per la vostra unione, per il vostro equilibrio.

Sul vello del pensiero abbiamo vagato

per le derive; le nostre ali.

Dopo tempo immortale di dedizione, sono a supplicarvi

da vostra schiava devota quale sono sempre stata:

Ragione! Sentimento! vi prego…

trovate una terra che vi regali l’estasi senza attanagliarvi

alle sue radici, senza che vi si tarpino le ali della libertà

o la mia emicrania ci ucciderà…



…e allora, chi consolerà il pianto del cigno che ci ha procreato?

…e chi libererà Leda dalla tela di Moreau?