Pali Cosmogonici – MITI – Eliade


Miti Cosmogonici

Mito e realtà

Miti e Riti di ORIENTAMENTO – Abitazione, IMAGO MUNDI (Mircea Eliade)

E’ difficile, per noi moderni, apprezzare l’enorme importanza che assumeva per il “primitivo”, l’orientamento nello spazio. L’orientamento, vale a dire, in ultima istanza, la divisione dello spazio in quattro orizzonti, equivaleva a una fondazione del mondo. L’Omogeneità dello spazio conosciuto, era in un certo senso assimilata al Caos. Il conseguimento di un “centro” attraverso l’incrociarsi di due linee diritte e la proiezione dei quattro orizzonti nelle quattro direzioni cardinali, rappresentava una vera e propria . Il cerchio o il quadrato, costruito a partire da un Centro è un Imago Mundi. Nel centro si erge il Palo, che rappresenta l’Asse Cosmico, poichè è intorno ad esso che il territorio diventa abitabile, dunque si trasforma in un .
In tutte le società tradizionali, cosmizzare uno spazio equivale a consacrarlo, poichè il cosmo essendo opera divina è sacro nella sua stessa struttura. Vivere in un cosmo significa, prima di tutto, vivere in uno spazio santificato, che offre la possibilità di comunicare con gli Dei. La cosmizzazione, dunque la consacrazione, dello spazio con una tecnica qualsiasi di orientamento rituale, si ripete anche in occasione della costruzione di una casa. La cosmizzazione si lascia percepire nella struttura stessa della dimora. Presso un gran numero di popoli arcaici, e particolarmente presso i cacciatori e i pastori semi-nomadi, l’abitazione comporta un simbolismo che la trasforma in imago mundi.
Presso i nomadi, il paletto che sostiene la tenda è assimilato all’Asse cosmico; presso i sedentari, questo ruolo è assunto dal pilastro centrale o dal buco di evacuazione del fumo.
Abbiamo qui a che fare con il simbolismo del ; come il territorio occupato, la città o il villaggio riproducono l’Universo, anche la casa diventa una imago mundi grazie all’orientamento rituale e al simbololismo del Centro.
Vorremmo mostrare adesso, come, in certe culture, la costruzione delle case è strutturalmente solidale con il mito cosmogonico.
Ecco come si procede in India: prima di posare la prima pietra, l’astrologo indica il punto delle fondamenta che si trova al di sopra del Serpente che sostiene il Mondo. Il capomastro taglia un palo e lo conficca nel terreno esattamente nel punto designato, per fissare bene la testa del Serpente. Una pietra di base è posata in seguito al di sopra del palo. La pietra si trova così esattamente al centro.
Questo è il rito grazie al quale ogni casa indiana è simbolicamente situata al centro stesso dell’Universo.
Questo rito, tuttavia non è che la ritualizzazione del mito cosmogonico. In effetti, conficcare il palo nella testa del Serpente e “fissarlo”, significa imitare il gesto primordiale di Soma o di Indra, quando quest’ultimo, come si esprime il Rg-Veda (I,52,10). Il Serpente è Vrtra; simbolizza il Caos, l’amorfo, il non manifesto. Decapitarlo equivale a un atto di creazione, al passaggio dal virtuale a dell’amorfo all’attuale e al formale.
Con questo esempio indiano, abbiamo evidentemente a che fare con un nuovo tema. La cosmogonia simbolicamente ripetuta con il rituale di costruzione comporta la messa a morte di un Mostro primordiale, il Serpente Vrtra. In altre parole, la creazione si produce attraverso un sacrificio sanguinoso: un Essere vivente deve essere immolato se si vuole che un opera prenda forma e duri. Questo nuovo motivo mitico contiene nella sua stessa struttura un elemento tragico: la Creazione non si effettua più con la potenza del pensiero e della parola divina, come era il caso nel mito polinesiano e in numerosi altri miti: la Creazione si realizza con l’immolazione di una vittima. Questo nuovo tema mitico ha avuto enormi conseguenze per la storia dello spirito umano. Attraverso questo mito, l’uomo ha preso coscienza del fatto che ogni creazione, per essere valida e per durare, deve derivare da un sacrificio.

M.Eliade “Struttura e Funzione” dei Miti, in M.Eliade “Spezzare il tetto della casa” Milano 1988 pp. 59-81

Cultura Alta e Cultura Bassa (Nazione Indiana)


Cultura alta e bassa
di Marco Rovelli
Di tanto in tanto tornano, in rete, riflessioni e accesissimi dibattiti sul rapporto tra cultura “alta” e “bassa”. E’ il caso del pezzo che Massimo Rizzante ha postato su Nazione Indiana qualche giorno fa, che inizia così: “Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che “Happy days”, la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij…”. E alla fine del thread di commenti, Francesca Matteoni chiosava così: “Il problema è la sempre più assoluta incapacità del contemporaneo di vedere il passato, di aprire brecce e fessure nell’esperienza, di sentire le radici. Non si tratta di una gara: cultura popolare contro cultura accademica, ma di ritrovare l’anello che le tiene insieme.” E Simona Carretta poneva l’accetto sull’invenzione formale. Mi sono ricordato di quanto scrissi qualche anno fa in un altro dei lit-blog cardinali, Lipperatura di Loredana Lipperini – a riprova di quanto la rete tenda a tornare sui suoi passi. Potremmo considerare due concetti limite, che hanno a che fare con la forma/sostanza di un’opera: da un parte una cultura ‘alta’, ovvero autocosciente, consapevole di sé: ‘si sa’ in quanto relazione avendo presente la rete di ‘rimandi’ che la costituisce. Riconosce la propria urgenza. Si inserisce attivamente nel reticolo culturale della sua epoca, trasformandolo. E’ uno scarto: lascia intravedere altro. E’ memoria e anticipazione (ha un contenuto di verità che emerge nel tempo). Dall’altra parte una cultura ‘bassa’, che è un oggetto inerte: non dice, ma viene detta – e prodotta unicamente in quanto merce. Non ha parola, gliela si dà. Non è attiva, ma passiva: è un risultato, può compiere ma non trasforma nulla. Non lascia intravedere nulla. Ha ricordi, non memoria. Non anticipa nulla. Ecco, è sulla capacità di anticipare il tempo e produrre il nuovo, che deve continuare a misurarsi la qualità della nostra produzione letteraria. 
(pubblicato su l’Unità, 7/11/2009)
La difficoltà di fare memoria è lo specchio di una crisi qualitativa, Estetica. La memoria come analisi, dettaglio,recupero del passato in termini creativi, attraverso documenti e studio di eventi, rapporto tra storia e presente; quanto ci sappiamo riappropriare del tempo? del dispiegarsi del passato, presente e futuro? Quanto sappiamo domandarci, sulla nostra provenienza?
Il passato necessita di essere re-interpretato, continuamente, per scavalcare il concetto di lettura ideologica dei fatti, per essere ri-animato dalla posizione neutrale nel quale viene segregato; Per me, collezionista cartacea, andare a recuperare documenti storici,( prigioni del “passato”) è come andare a cercare le chiavi delle porte del futuro.

Le tribù






“La storia e la stessa mitologia ribadiscono la funzione fondatrice della violenza, la sua valenza fecondante. L’uomo è un essere istintivo che ha bisogno di eccessi e di effervescenza. In altre parole, l’esistenza individuale e sociale non si forma “superando” la “parte in ombra” dell’essere umano, che è una costante antropologica, ma integrandola, omeopatizzandola. Così ne evitiamo gli aspetti più nocivi”.
“Per me la cultura è la sedimentazione di tante piccole realtà quotidiane:vestirsi, cucinare, divertirsi, giocare etc., che non hanno più niente a che vedere con le grandi astrazioni, le grandi opere, messe in piedi dalla borghesia. Oggi è il popolo, la massa che fa cultura e che, non a caso, fa paura all’intellighenzia“.

Michel Maffesoli
Professore di Sociologia alla Sorbonne di Parigi, che ebbi il piacere di ascoltare, incantata, diversi anni fa..

…studioso di miti cosmogonici, tribali…studioso della post modernità e dell’immaginario..osservatore dei “fatti quotidiani”.

La scimmietta Lucinda


…Libera Interpretazione dell’intervista..

“……sì l’autoscatto…., uno dei miei ricordi più cari è la scimmietta aggrappata al mio stivale,
era una femmina..che chiamai Lucinda…Uno dei grandi amori della mia vita….
….era di una bambina della tribù locale..
Quando tornai in europa, dovetti separarmi da lei,
perchè sarebbe stato come condannarla a morte,
non avrebbe sopportato il clima..
Di Tristi Tropici, mi chiesero di farne un opera,
 che fu poi rappresentata a Strasburgo, senza nessun successo
ed un critico commentò che non era una vera opera,
perchè non c’erano donne;
io commentai che effettivamente se avessi voluto fare un opera
avrei messo una donna
e quella donna sarebbe stata Lucinda.”
Tristi Tropici – 1960
Claude-Lévi Strauss

In memoria di Claude L. Strauss, oggi scompare il suo corpo mortale
ma la sua immortalità di spirito, studio e saggezza, non se ne andrà mai ..
Lucinda ti starà sempre attaccata ed anche io…Grazie!

Alda Merini


La pazza: “Io sono una sedia, una sedia su cui non si siede mai nessuno. Non so se ci sono delle piastrelle o del linoleum o della vernice fresca. Chi mi ha verniciato le mani? Un secondino, immagino, ma ieri è venuta una visita. Una parola, pa-ro-la, la parola, parola, mi bacia le labbra, pronuncio la parola.”
L’AMORE
‘E un petalo la tua memoria
che si adagia sul cuore
e lo sconvolge.
Addio, come ogni sera,
oltre le fratture c’è un cadavere
eretto di discorso,
sembra un frammento di un eutanasia
ma tu mi uccidi come sempre, amore,
e riapri i miei eterni giacimenti.
I sepolcri del Foscolo, gli addii
di certe mani che non sono sepolte
ed emergono futili dal nulla
a chiedere giustizia di parole.
Il SEQUESTRO
Manicomio è parola assai più grande
delle oscure voragini del sogno,
eppur veniva qualche volta al tempo
filamento di azzurro o una canzone
lontana di usignolo o si schiudeva
la tua bocca mordendo nell’azzurro
la menzogna feroce della vita.
LA FAMIGLIA
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
IL DOLORE
Baratro oscuro, deflagrazione,
scintilla che muove il passato,
caviglie che si rompono
nel correrti dietro, dolore,
tu sei la lepre viva
che le mie mani conoscono
fin dall’infanzia.
LA POLVERE CHE FA VOLARE
Conversazione con Alda Merini
Avevo quindici anni quando tornai a casa con la prima recensione a una mia poesia.
Non stavo nella pelle per l’emozione.
La portai subito a mio padre, la persona che mi era più cara, gridando: “Guarda, papà, che cosa scrive Spagnoletti di me” Lui, senza fiatare, me la strappò dalle mani e la fece in mille pezzi.
Poi mi fissò negli occhi:”Ascoltami, cara, la poesia non dà pane”, mi disse serio.
Era un uomo di buon senso.
Alda Merini “La pazza della porta accanto”
Bompiani

Mio Nonno – Carta d’identità tedesca ( La seconda Guerra )


Carta d’Identità tedesca 1945 Mio Nonno
Cartolina Postale – Esercizi Ginnici – Mio Nonno

“Per di più lo sport è in generale uno dei “valori” che il fascismo colloca su un piedistallo di riguardo perché consente sviluppi propagandistici, oltreché nel senso nazionalistico, anche in direzione del militarismo, della polemica antiborghese (ma, tutta e solo moralistica, contro il “panciafichismo” della borghesia italiana giudaico-massonica-capitalistica, contro la sua pavidità, la sua inerzia, il suo temperamento, mai contro i reali assetti di potere e i conseguenti rapporti tra le classi), del mito della giovinezza eterna, dell’eugenetica, della razza, della modernizzazione che deve attraversare la società italiana riaffiorata dalle rovine del mondo liberale. La costruzione insomma dell’uomo nuovo, che il fascismo ha in mente, passa attraverso l’uso dello sport.”

http://it.encarta.msn.com/sidebar_221635128/Sport_e_propaganda_durante_il_fascismo.html

In centro a Bologna 1945 – Mio Nonno
Collezione Personale

La Sorpresa


…sulla sorpresa “Si vive questa sensazione con intensità particolare quando si viaggia in treno seduti in direzione in cui va il treno, vicino al finestrino: come un fiume le cose vengono incontro; appaiono da lontano, minuscole, si avvicinano, si fanno più grandi, inondano gli occhi; si rivelano nella verità della loro figura e dei loro colori; si ha l’impressione di non essere noi ad andare verso di loro, ma loro a venire verso di noi, quasi addosso, come un’onda alta che si rovescia su di noi.

Se di tanto in tanto si guarda anche dal finestrino opposto, si ha proprio la sensazione di solcare un mare di cose, come se si fosse su una nave: prati, alberi, messi, casolari, persone, macchine, fiumi, ponti, binari, colline, scogliere, paesi…,da una parte e dall’altra. Andare è incontrare. E’ una grande fortuna riuscire a conservare il potere e l’attesa di essere stupiti.
Se si è seduti in direzione opposta a quella in cui va il treno, non si ha questa sensazione perché non si va incontro alle cose, ci si separa da esse; appaiano all’improvviso non davanti, ma di fianco, da dietro le spalle e subito scivolano via. Scorgerle e vederle allontanarsi è la stessa cosa; nel momento stesso in cui appaiono, dileguano; non si vedono venire incontro, sempre più grandi; si vedono solo allontanarsi, farsi subito piccole e scomparire. Non vengono; vanno.
Non si ha allora la festa di andare verso di esse con occhi e animo ben aperti e voraci; c’è invece la malinconia d’un incontro insistentemente offerto e sempre perduto.”

Edizioni Paoline