Dissacratorio, Simbolico, Culto delle Vestali: il Fuoco – La Vita Interiore di Alberto Moravia


Da: La Vita Interiore di Alberto Moravia
Dialogo tra il mio Io e la mia Voce: 
Io: Che cos’è il Desiderio? 
Voce: Sono proprio io, Voce, il Desiderio, sono il linguaggio dell’Inconscio, sono la mancanza…Quello che non potrai mai possedere…. 
Ho tentato, attraverso gli anni, varie volte di leggere questo libro, e non ho mai mancato di interromperne bruscamente la lettura. C’erano sempre validissimi motivi per farlo, voci di rinuncia. Ora l’ho letto tutto d’un fiato, quasi in apnea, mi sono concessa questo amplesso di lettura, me lo meritavo, probabilmente; con dedica. 
Lo trovo illuminante e mai volgare e nemmeno forzatamente irriverente, offensivo, come per il gusto del tempo, figlio del momento storico nel quale è circoscritto, carico di speme per i lunghi sette anni di gestazione. Non ne vedo la natura propriamente eversiva, ne la matrice di incitamento rivoluzionario, continuo fervore dissacratorio che indubbiamente si insinua in tutte le pagine, come un profumo che lascia la sua traccia continua delicata e seduttiva. Un libro di “Atti di Adorazione”, un testo “estetico”, un operazione simbolica, un fuoco, il mito di Danae che si allontana, la devozione per L’origine del mondo di Courbet, i fotogrammi rubati di Tanizaki e tanto altro.
“Secondo Lacan sul piano simbolico, dove s’inscrive la dinamica della coazione a ripetere, della memoria e del passaggio al linguaggio, avrebbe luogo una costante dialettica tra bisogno e desiderio che, ripetendo allucinatoriamente l’esperienza passata, ritrova l’oggetto perduto sul piano fantasmatico e ricerca una realizzazione. 
La dinamica del desiderio è guidata dalla “logica della mancanza” che si manifesta sia in modo negativo sul registro del “reale” (come compromesso nel sintomo) sia in modo positivo sul “registro” immaginario (per esempio nel sogno). 
Lacan colse dietro il “registro” dell’immaginario il sottostante “registro” del simbolico, dominato dal linguaggio e nel quale si svolge la dialettica fondamentale della “domanda”, ossia della richiesta rivolta all’Altro. 
Mentre il bisogno necessita di un oggetto della natura, la domanda è sempre rivolta all’Altro da noi che riconferma noi, l’Altro è il Soggetto. La domanda, dunque, esige il riconoscimento dell’Altro e il desiderio, dominato dalla logica della mancanza, nasce dallo scarto tra bisogno e domanda. 
La scoperta del registro simbolico dimostra per Lacan che la dinamica pulsionale dell’inconscio segue leggi di tipo strutturale simili a quelle poste in evidenza da F. de Saussure per la linguistica e da C. Lévi-Strauss per l’antropologia.”
Il sacrilegio: “La Voce voleva che agissi, non che prendessi coscienza. Secondo lei, la coscienza non doveva venire prima dell’azione, ma dopo.” pag. 135
[…] 
Io: Cosa hai capito? 
Desideria: Ho capito che lui gemeva come chi si trova esposto al freddo, alla paura, allo sconforto e alla solitudine e bussa ad una porta e non gli viene aperto. Lui voleva penetrare dentro di me, non già alla maniera dell’amante, ma come penetrerebbe o meglio rientrerebbe, se questo fosse possibile, un infante appena nato che si rifiutasse di vivere e volesse tornare di nuovo dentro il ventre materno e regredirvi a ritroso, per tutta la serie di trasformazioni attraverso le quali è passato prima di nascere, fino a ridiventare embrione, germe, nulla. Come ho già detto questo significato mi è balenato quando, dopo aver urtato con la fronte contro il mio pube, proprio come chi bussa, frenetico, contro una porta che rimane chiusa, ha cominciato a gemere. Infatti non era davvero un gemito di piacere, sia pure indiretto e mediato ma un lamento di funebre nostalgia, di struggente aspirazione. 
Io: Nostalgia, aspirazione a che cosa? 
Desideria: Nostalgia del tempo in cui non era stato ancora espulso dal ventre materno, aspirazione a rientrarvi. 
[…] Lui sapeva benissimo che era impossibile regredire al nulla prenatale; ma ho sentito con precisione che, pur essendo consapevole di questa impossibilità, nutriva la folle speranza che il miracolo d’improvviso sarebbe avvenuto: improvvisamente il mio sesso si sarebbe aperto abbastanza per permettergli di introdursi nel mio ventre e lui vi avrebbe fatto a ritroso, per trasformazioni successive, verso il buio e il nulla, lo stesso cammino che aveva seguito per venire alla luce. 
Io: Un’interpretazione insolita dell’amore orale. 
Desideria: Un’interpretazione confermata da quello che succede adesso. […] 
Pagg. 224, 225
[…] la Zambrano elabora un antropologia secondo la quale l’uomo possiede una chiara coscienza della propria finitezza, che alimenta in lui nostalgia e speranza a un tempo: è per questo che il futuro dell’uomo (la speranza) coincide con una sua rinascita (la nostalgia), realtà, queste, che hanno la loro sede naturale nel cuore di ciascun essere umano. Afferma a questo proposito ancora Maria Teresa Russo: “di fronte al ‘cogito’, cifra dell’umanesimo cartesiano, Zambrano oppone il cuore, categoria dichiaratamente agostiniana. Proprio a sant’Agostino la pensatrice si riconduce esplicitamente, quando tratta della necessità che il cuore si ricomponga, che riconquisti la perduta armonia con la ragione. È un cuore – prosegue la Russo – che ha bisogno, contemporaneamente di ritrovarsi nella confessione e di esprimersi nella compassione”. Non casualmente la Zambrano ha dedicato uno dei suoi scritti più notevoli proprio al tema della confessione, intesa come possibilità di ricostruire la propria identità attraverso il raccontarsi a un interlocutore privilegiato: a questo riguardo si possono leggere cose molto interessanti nel volumetto Antigone e il sapere femminile dell’anima, curato da Maria Inversi per le Edizioni Lavoro, nel quale si trova questa bella suggestione: “la confessione – secondo Zambrano – è dunque un metodo per trovare questo chi, il soggetto a cui accadono le cose, e in quanto soggetto, colui che resta al di sopra, libero da quanto gli accade” […]
“Si dimenticherà sempre la lacerazione e il patimento dell’Aurora, il suo parto, se non si tiene conto della Notte, se la si vede unicamente come l’annuncio del giorno” 
“Sono i sogni che presiedono il destino, che lo contengono dichiarandolo e celandolo al tempo stesso. E che sono al di là del desiderio e della speranza.” – Pag.88 
e ancora da http://www.anobii.com/marinaf/books: (grazie perché mi hai preso per mano) 
“Come se avessimo dormito, qualcosa del sogno sopravvive in noi, e il sole ha un torpore che riscalda la superficie immobile dei sensi. E’ un’ubriachezza di non esser niente, e la volontà è un secchio che viene rovesciato nel cortile da un movimento indolente di un piede che passa…..(…..)” 21-4-1930 Fernando Pessoa
Critica Letteraria su Moravia:
La tragedia di Antigone, tra natura e cultura

Il Golem di Gustav Meirink, 1915 – Osiride, La Lepre e L’Ermafrodito


…e la vita del giorno divenne sogno

Il golem (di Gustav Meyrink) from Yodosan on Vimeo.

III.
“Se così era, veniva la a figurare rovesciata sul retro della pagina?
Voltai la pagina e trovai conferma alla mia supposizione.
Involontariamente andai leggendo anche questa pagina sino in fondo, e così quella di fronte.
E continuai, continuai senza fermarmi.
Mi parlava, quel libro, come parla il sogno, ma più chiaramente, molto più perspicuamente del sogno. Arrivava a toccarmi il cuore, come un implorazione.
Le parole fluivano da una bocca invisibile, prendevano vita, arrivavano sino a me. Si giravano, volteggiavano davanti ai miei occhi come schiave dalle vesti variopinte, sprofondavano poi nel pavimento dissolvendosi simili a vapore iridescente nell’aria, facendo luogo a quelle che seguivano. Sperava ognuna per un attimo che avrei scelto lei, rinunciando alla compagna che già l’incalzava.
Talune stavano fra loro, incedendo sfarzose come pavoni, ammantate in vesti scintillanti, il passo lento e misurato.
Altre ancora erano come regine, ma invecchiate e segnate dalla vita, le palpebre grevi di bistro, con segni meretrici tutt’attorno alla bocca, e le rughe sepolte sotto un orrendo belletto.
Le guardavo passare, lo sguardo mi scivolava sulle lunghe sequenze di grigie figure dai volti così comuni e inespressivi, che mi pareva impossibile imprimerle nella memoria. […] Pag.15
[…] Non era più un libro, questo che mi parlava. Era una voce. Una voce che da me voleva qualcosa, che non comprendevo, per quanti sforzi facessi. Che mi torturava con domande struggenti, incomprensibili. […]


Il Bagatto…[…] – Ogni domanda che un uomo possa fare ha già la sua risposta nell’istante medesimo in cui l’abbia posta al suo spirito…L’intera vita altro non è che una serie di domande divenute forme, che hanno in sè il germe della risposta, e di risposte gravide di domande…[…] Pag. 97 Cap.X Luce

[…]E come il Bagatto è la prima carta del gioco, così l’uomo è la prima figura nel suo proprio libro di immagini, il suo doppio: la lettera ebraica aleph che, costruita secondo le forme dell’uomo, con una mano indica verso il cieloe con l’altra il basso; ciò significa, così come è sopra è anche sotto, così come è sotto è anche sopra…[…]Pagg. 98\99 Cap.X Luce

[…] Mi ha detto una volta mio padre che ci sono due aspetti della Cabala: uno magico e uno astratto, che non è mai possibile far coincidere. Quello magico, certo, potrebbe risolvere in se stesso quello astratto, ma mai, in nessun caso, potrebbe avvenire l’inverso. L’aspetto magico è un dono, l’altro invece può essere acquisito, per quanto solo con l’ausilio di una guida. _ Ritornò all’argomento iniziale: – il dono è ciò a cui anelo; quel che posso ottenere lottando è per me indifferente e privo di valore, come polvere. Se solo penso che potrebbe venire un epoca in cui dovessi vivere senza questi miracoli…[…] Pag.145


[…] In particolare l’appeso: che cosa mai poteva significare?
Un uomo è sospeso a una corda tra cielo e terra, la testa in giù, le braccia legate dietro la schiena, la gamba destra incrociata sulla coscia sinistra, sì da configurare una croce su un triangolo capovolto. Incomprensibile simbolo. Pag.144 Cap. XIV Donna

Una cosa sola avevo stabilmente acquisito: che l’insieme e la successione delle cose date che costituiscono di fatto la nostra vita è un vicolo cieco, per vasto e accessibile che possa a prima vista sembrare. Sono gli angusti e occulti sentieri a ricondurci nella patria perduta: ciò che con fine, quasi invisibile scrittura sta inciso nel nostro corpo e non l’orribile cicatrice che vi lascia la raspa dell’esteriorità della vita, nasconde la soluzione degli ultimi segreti. Pag.67 Cap. VII Il Risveglio

Borges, caro Borges:

“Senza riflettere a quel che facevo, ritornai nell’atelier di Savioli e afferrai l’anello della botola, finché mi riusci di sollevarla.
Per qualche istante, nient’altro che oscurità.
Poi vidi: stretti, ripidi gradini precipitavano nel buio fitto. Presi a scenderli.
Per un po’ andai tastando con le mani lungo i muri, ma il percorso sembrava senza fine: nicchie umide di muffa e tanfo – giravolte, angoli, cantoni – corridoi che s’aprivano diritti a destra e a sinistra, resti di una vecchia porta di legno, ramificazioni, e poi ancora gradini, gradini, gradini verso l’alto e verso il basso. D’appertutto un soffocante odore di terra putrida.
Non un filo di luce.Pag.84 Cap. IX Spettri 
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Gustav_Meyrink


Borges da “Testi Prigionieri”
29 aprile 1938
Biografia Sintetica
Gustav Meyrink

[…] Il Golem è un romanzo fantastico. Novalis auspicava . Comporre narrazioni simili è tanto facile quanto è impossibile
comporle in modo che non siano illegibili. Il Golem – incredibilmente- è onirico e tutt’altro che illeggibile.
E’ la storia vertiginosa di un sogno. Nei primi capitoli (i migliori) lo stile è mirabilmente visivo:
negli ultimi si moltiplicano i miracoli da romanzo d’appendice, l’influenza di Baedeker è più forte di
Edgard Allan Poe, …Non so se il Golem sia un libro importante; so che è un libro unico. […]
pag.221\222

Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino


Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino
“La preghiera!”- proruppi. “Il tuo covile caldo, il portone per ripararti quando cambia il vento! Mi ripugna codesto Dio da indossare come una maglia sopra le nostre pleure di cartavelina. A me è sempre piaciuto bagnarmi.”
«William Powell, lui, un losco galante che la sedia elettrica attende alla fine della traversata, e a cui gli sbirri di scorta consentono benevolmente di passeggiare senza manette; Kay Francis, lei spacciata dai medici, che ogni sera indossa una pelliccia più bella. S’incontrano, e ognuno sa della condanna dell’altro, ma finge di non saperlo. E ballano insieme in un grande salone deserto, e si dicono parole sotto la luna… Facili lacrime di ragazzo, altera tenera Kay! Chi avrebbe mai pensato che dovesse mai toccarmi a mia volta, all’ombra degli stessi umidi salici, di danzare una stessa tresca d’amore e di morte, su un motivo di fiacca pianola?».
“O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi…da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi ( degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme). […]
[…] “Oppure si finiva nel quartiere del porto, a cercarsene una qualunque, ma di carne, vera. Bisognava pure ogni tanto, era anche il consiglio del Gran Magro. Bastavano già quei pochi scalini a stremarmi, e l’anchilosi del braccio attorno alla vita di lei. Chi riusciva poi a muoversi come si deve, con la magra dote d’ossigeno che mi restava. E allora, ti pago un extra, fa’ tu…Sentivo il suo corpo ricciuto e pieno di nei ingigantirmi addosso, penetravo in lei col suo aiuto, accompagnando con avari sussulti i suoi, misericordiosi ed esatti, finché si sciogliesse in pioggia di fuoco e di miele in fondo al suo ventre la nube cieca che mi gonfiava le tempie. Più tardi, sopra la coperta militare distesa a riparo della dubbia lindura del letto, mentre lei si lavava senza dolcezza in un angolo, e una tardiva goccia di seme mi correva stancamente per l’inguine, mi piaceva giacere ancora un poco, dissanguato e deserto come un ucciso, con gli occhi fissi al soffitto, a decifrarvi, in una screpolatura o salnitro dell’intonaco, le imboscate future della mia sorte.
Al mio ritorno avrei raccontato tutto ai compagni, seduti a mucchio sopra la stessa branda, avrei risposto ridendo alle loro domande da studenti, mentito anche un poco, forse. Avrei detto: […]
“Tema della memoria e del sogno, con confini incerti fra l’una e l’altro: è l’attacco del libro, ed è come premere a caso un bottone nella macchina del ricordo. D’altronde l’ospedale non è solo carcere, clausura monastica, rocca assediata, ma soprattutto luogo di incantesimo: allo stesso modo i malati, oltre che asceti, galeotti, difensori assediati, sono eroi affatturati, fra i quali potrebbe ambulare fraternamente il Sigismondo di Calderon. Il libro comincia con un sogno. E se tutto fosse un sogno? Ogni ricordo, in fondo, è una favola…”
Gesualdo Bufalino “Diceria dell’Untore – Istruzioni per l’uso – Museo D’ombre” ed. C.D.E. 1982
“Certo oscilla fra contrattempi e incastri senza numero il gioc’a tombola della nostra vita. Non si conosce mai chi si vuole, ma chi si deve o chi capita, secondo che una mano sleale ci rimescoli, accozzi o sparigli, disponendo o cassando a suo grado gli appuntamenti sui canovacci dei suoi millenni”

"L’eternità è un giorno" – Le figure dell’ansia


La speranza che muore

La speranza è una delle strutture portanti della vita, e si realizza in un’antitesi radicale all’angoscia
e alla disperazione: essa ricostruisce, e rigenera ogni volta, la vita come orizzonte
che si apre al futuro: alle incalcolabili possibilità che sono nel futuro.
Quando allora, la speranza è divorata e annientata dall’angoscia e dalla disperazione, si fa fatica a vivere
e a continuare a vivere.[…]
La disperazione, come dice Kierkegaard, “assomiglia più allo stato del moribondo quando
sta agonizzando senza poter morire”; perché la malattia mortale è quella contraddizione “di morire
e tuttavia di non morire, di morire la morte” e allora “morire significa che tutto è passato,
ma morire la morte significa vivere, sperimentare il morire”. […]
..Il sigillo di ogni delirio..

Nella vita di ogni giorno noi incontriamo una folla di passanti: sono “passanti” e, come tali, non fanno 
altro che passare; ma se uno di noi si ponesse improvvisamente il problema di sapere perché, in questo 
preciso momento, un passante si abbia a trovare sul suo cammino, ecco che si rischierebbe di cadere
(si cadrebbe) in un iniziale delirio di persecuzione (interpretazione).
Il passante perderebbe immediatamente la sua figura di “passante”, e rientrerebbe nel circolo di 
una figura (di una realtà) di aggressione e di persecuzione.
Sicché, in ogni esperienza delirante (in ogni delirio), il reale assume improvvisamente un altro
senso e un’altra profondità; nuovi sentieri si aprono nel mondo delle percezioni e una nuova
identità personale si viene configurando. La coscienza di un reale diverso da quello che sta abitualmente
dinanzi a noi non è, in fondo, se non la coscienza che nel reale i significati si trasformano vertiginosamente;
e una nuova “logica” delle identità e delle analogie si viene sviluppando. […]
…Ogni volto ha un tempo interiore che lo segna: non il tempo dell’orologio, il tempo della clessidra, ma il tempo vissuto, il tempo soggettivo: nel quale si esprimono i grandi significati della vita…l’angoscia ha tracciato
i suoi confini invalicabili trasformando le persone, che ne siano sommerse, 
in monadi con le finestre sigillate.
Nello sguardo, nelle infinite forme dello sguardo, si rivela una speranza (una nostalgia) di dialogo
e di comunicazione.

Eugenio Borgna “Le figure dell’ansia” Campi del sapere – 1997


E’ così che in ogni istante della nostra vita
siamo afferrati come dal di fuori dai significati
che noi stessi leggiamo nelle apparenze.
Quindi si può discutere senza fine sulla realtà
del mondo esterno. Perché ciò che chiamiamo mondo
sono i significati che noi leggiamo; dunque qualcosa che non è reale.
Ma esso ci afferra come dal di fuori; dunque è reale.
Perché voler risolvere questa contraddizione, quando il
compito più alto del pensiero, su questa terra è quello di
definire e contemplare le contraddizioni insolubili che, 
come dice Platone, tirano verso l’alto?
E’ poi singolare che non ci sono date sensazioni e significati;
ci è dato soltanto ciò che leggiamo;
noi non vediamo le lettere.
Simone Weil, Quaderni, IV
“Una pietra, una figura, un segno, una parola che ci arrivano dal loro contesto sono quella pietra, quella figura, quel segno o parola:possiamo tentare di definirli, di descriverli in quanto tali, e basta; se oltre la faccia che presentano a noi essi anche hanno una faccia nascosta, a noi non è dato di saperlo. Il rifiuto di comprendere più di quello che queste pietre ci mostrano è forse il solo modo possibile per dimostrare rispetto del loro segreto; tentare di indovinare è presunzione, tradimento di quel vero significato perduto.”…ma..” Eppure sa che non potrebbe mai soffocare in sé il bisogno di tradurre, di passare da un linguaggio all’altro da figure concrete a parole astratte, dai simboli astratti a esperienze concrete, di tessere e ritessere una rete d’analogie. Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.”

Italo Calvino, Palomar



“Die Dame auf dem Pferd”
1900-01 Alfred Kubin

Le Orme e Il Destino – Bencivenga-Bergonzoni-Borges-


Solo il pensiero, vede l’invisibile

Allora, quando c’era tutto il tempo, ci si chiese perché. E siccome c’era tutto il tempo, si provò a rispondere. Ma le risposte non cessavano di interrogarci; così molti si stancarono di cercare. Adesso il tempo è finito. Sono rimaste delle parole. Che forse non hanno più niente da dire.

<Il cordino>

“Quando ero piccolo avevo un grosso problema. Ogni tanto mi faceva male la testa o la gola, e fin qui niente di strano: non era piacevole, ma è una cosa che capita a tutti e, come si dice, mal comune… C’era anche, però, un male che non era affatto comune; anzi ce ne erano molti. Succedeva per esempio che mi facessero male i pantaloni, quando la mamma li metteva in lavatrice e quella specie di ventola che c’è li dentro li sbatteva di qua e di là. Mi faceva male la porta se il vento la chiudeva con un gran fracasso, mi faceva male il gatto se qualcuno gli tirava la coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva su lo zio Pasquale, che pesa più di un quintale e a momenti la sfonda.
A un certo punto la mamma decise di portarmi dal dottore. Era un signore alto e tutto bianco, con degli occhiali così spessi che gli occhi neanche si vedevano. Mi fece sedere e sdraiare, mi tastò davanti e dietro, mi guardò con certi altri occhiali ancora più spessi e finalmente si schiarì la voce e cominciò a spiegare. Tutti quanti, disse, quando veniamo al mondo ci stacchiamo dal resto delle cose. Alcune cose rimangono nostre, come la testa e la gola, e altre cose – la maggior parte delle cose – no. Il gatto e i pantaloni e la sedia, per esempio, non sono nostri; o meglio sono nostri nel senso che ce li possiamo tenere e se un altro li vuole ce li deve chiedere, ma non nel senso che fanno parte di noi come la testa e la gola. Ecco questo è quello che capita a tutti, anzi a quasi tutti. Per motivi che nessuno comprende, ogni tanto nasce un bambino che non si stacca dal resto delle cose. Io ero un bambino così: un cordino invisibile ma molto resistente mi legava al gatto e alla sedia, e anche alla pastasciutta e alla luna. Per farmi diventare come gli altri bisognava tagliare il cordino.
Detto fatto, il dottore prese uno strumento invisibile ma molto resistente (che strumento fosse non lo so, perché non l’ho visto) e tagliò il cordino. Da allora va tutto bene. O forse dovrei dire: non va male. Non mi fanno più male i pantaloni quando la mamma li mette in lavatrice, o il gatto quando qualcuno gli tira la coda, o la porta quando il vento la sbatte con gran fracasso, e tutto sommato non mi dispiace di sentir male solo alla testa e alla gola. C’è qualcosa che mi dispiace però. Prima, quando i pantaloni uscivano dalla lavatrice e la mamma li stendeva al sole, sentivo tutto questo caldo che mi scorreva dentro come una tazza di cioccolata d’inverno. Poi la mamma li ritirava nell’armadio fresco e profumato di lavanda, ed era come addormentarsi nell’erba, sotto un albero, dopo un pranzo all’aperto e tante corse dietro il pallone. Per non parlare di quando il gatto si accoccolava sulla sedia: il suo pelo morbido contro il cuoio liscio e vellutato. O quando la mamma sfogliava un libro e senza accorgersene accarezzava le pagine. Quelle carezze non le sento più da quando se ne è andato il cordino.”
Pagg.29 e 31
Ermanno Bencivenga “La filosofia in trentadue favole” Arnoldo Mondadori Editore Prima Edizione Novembre 1991
Questo libro mi fu regalato per il mio compleanno nel 1992…allora disegnavo di notte…la dedica dice: “Alla persona, che con le sue belle mani, riesce a trattenere il sonno meglio di chiunque altro!”…ecco io il mio cordino c’è l’ho ancora e nessuno strumento invisibile è mai stato tanto resistente da riuscire a tagliarmelo…

<La scimmia dell’inchiostro>

Quest’animale abbonda nelle regioni settentrionali, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso. Ha gli occhi come di cornalina e il pelo d’un nero lustro, serico, morbido come un cuscino. E’ amatissimo dall’inchiostro di Cina: quando uno scrive lui si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate, aspetta che quello abbia finito, e si beve il resto dell’inchiostro. Poi torna a sedersi accoccolato e resta tranquillo.
WANG TA-HAI(1791)
Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero- Manuale di zoologia Fantastica Einaudi 1962

Un genio con il cordoncino

Nonna cara, un saluto, il cordino mi lega a te, ti stringo al cuore

Sovvertimento dei Sensi – Stefan Zweig – Corbaccio 1932


“Perché l’amore è una liaison tra un riflesso e il suo oggetto”
Iosif Brodskij Fondamenta degli incurabili pag.100

Sovvertimento dei Sensi

* * *
Da quella sera, in cui quest’uomo venerato mi aprì la sua anima, da quella sera, quarant’anni fa, tutto quello che i nostri romanzieri e poeti raccontano come straordinario, tutto quello che le commedie rappresentano sotto la maschera della tragedia, mi sembra infantile, mi sembra inutile. E’ per comodità, per mancanza di coraggio o per avere un orizzonte troppo ristretto che essi tutti mostrano sempre e solo l’orlo superficiale della vita, dove i sensi operano alla chiara luce del giorno, apertamente e metodicamente, mentre giù in fondo, nei sotterranei, nelle caverne o cloache del cuore, s’agitano sinistramente fosforescenti le perigliose belve della passione, nel buio unendosi e dilaniandosi in ogni più fantastico accoppiamento?

Li spaventa il fiato caldo e struggitore degli istinti demoniaci, l’esalazione del sangue che brucia, temono di imbrattarsi le mani troppo delicate alle piaghe dell’umanità, oppure il loro occhio avezzo a una luce più blanda

non trova la via per scendere gli sdrucciolosi gradini umidi di putredine?

Eppure per colui che ama sapere, non v’è piacere più grande che quello di conoscere l’occulto segreto,
non v’è brivido più potente di quello che accompagna il pericolo, e non v’è sofferenza più sacra di quella che non sa esprimersi per vergogna.

Qui però un uomo mi si apriva nella più assoluta nudità, si dilaniava il petto profondo, pronto a scoprire il suo cuore torturato, avvelenato, arso e marcito. Con selvaggia voluttà si martoriava flagellandosi con questa confessione repressa per anni ed anni. Solo colui che per tutta la vita ha provato la vergogna per tutta la vita s’è celato, s’è nascosto e abbassato, poteva scoppiare in uno sfogo così impressionantemente travolgente

com’egli nella spietata sua confessione. Quest’uomo scavava la sua vita pezzo per pezzo dal proprio petto,

e per la prima volta io, ragazzo, spinsi lo sguardo giù nei più profondi abissi del sentimento umano.

D’apprima la sua voce vagava incorporea nel buio, oscuro presentimento dell’emozione, vago accenno ai misteriosi fatti, eppure intuivo proprio dalla volontà che penosamente raffrenava questa passione, tutta la potenza che stava per scatenarsi, come in certe battute molto rallentate precedenti un ritmo assai accellerato s’indovina, si sente con ogni fibra il “furioso” che dovrà seguire…..

Capriccio audace del fatal destino,

Ancor dal chiaro giorno tu ci tenti

Verso gli abissi, verso il labirinto

Del cuore umano, oh sovversion dei sensi!

Dal dualismo nostro puoi salvarci

Tu solo nell’amplesso tuo mortale;

Svegli, ci difendiam contro la sorte,

Temendo vili la passion fatale.

Ardono sangue e spirito in scissa fiamma,

Solo il destin, velato in scuri anni,

Nella tempesta sua unir li sa.

Finchè ci conteniam non siamo veri:
Il lampo sol, che rosso in noi s’accende

Spirito in sangue e sangue in spirito fonde.
Biografia:

“Perché l’amore è una liaison tra un riflesso e il suo oggetto”
Iosif Brodskij Fondamenta degli incurabili pag.100

Sognatori di Parole – La poetica delle Reverie – Immaginario e Immaginale


La poetica delle Reverie
Gaston Bachelard
Edizioni Dedalo 1993

…”L’infanzia è il pozzo dell’essere”…Il pozzo è un archetipo, una delle immagini più pesanti per l’anima umana…

Juan Ramon Jimenez (Platero et moi, trad. ed. Seghers, pag.64), scrive: . Un sognatore di parole non può passare davanti ad una simile reverie senza notarla…
..personale Reverie sugli incontri e sui luoghi dell’etere..:
..cosa è il mondo virtuale.. …è un po’ come ritrovarsi a dover raggiungere una meta preposta attraverso una tratta giornaliera di un bus di linea..stessi orari, stesse coincidenze, stesso affollamento, stessi volti..a volte odori insopportabili, altre volte ammiccamenti sensuali, altre volte fastidio epidermico..poi capita di intavolare conversazioni edificanti con lo sconosciuto che sale a metà tragitto e speri di rivedere l’indomani, oppure dai per certo che hai trovato le persone “giuste” perfette per fantasticare, poi ti rendi conto che ti eri addormentata con la testa al finestrino… si era oramai appannato tutto e avevi perso la fermata…
Su Bachelard e la sua poetica: