Estetica dell’Abdicazione, Pessoa e Ulisse


1891- J. H. Waterhouse – Ulisse e le Sirene
 
Estetica dell’abdicazione: “Conformarsi è sottomettersi e vincere è conformarsi, essere vinto. Perciò ogni vittoria è una grossolanità. I vincitori perdono sempre tutte le qualità di sconforto di fronte al presente, le quali li hanno portati alla lotta che ha dato loro la vittoria. Restano soddisfatti, e soddisfatto può essere solo chi si conforma, che non ha la mentalità del vincitore. Vince solo chi non ottiene nulla. ‘E forte solo chi si disanima sempre. La cosa migliore e la più regale è abdicare. L’impero supremo è quello dell’Imperatore che abdica a tutta la vita normale, degli altri uomini, su cui la preoccupazione della supremazia non pesa come un fardello di gioielli.

Pessoa – pag.22 – Imminenza dell’ignoto

 

Abdicazione 

Prendimi, o notte eterna, tra le braccia
e chiamami tuo figlio.
    Io sono un re
che volontariamente ho abbandonato
Il mio trono di sogni e di stanchezze.
La mia spada, gravosa e braccia stanche,
ho affidato a virili e calme mani;
lo scettro e la corona, – li ho lasciati
nell’atrio, fatti a pezzi.
La mia cotta di maglia, così inutile,
gli speroni, dal futile tintinno,
sulla gelida scala li ho lasciati.
Corpo ed anima, la regalità
deposi, e alla tranquilla e antica notte
tornai, paesaggio nel morir del giorno.
Per tutta la notte il sonno non venne. Adesso
     raggia dal fondo
dell’orizzonte, coperto e freddo, il mattino.
     che faccio nel mondo?
Nulla che la notte plachi o sollevi l’aurora,
    cosa seria o vana.
Con occhi spenti dalla febbre vana della veglia
      vedo con orrore
Il nuovo giorno recarmi lo stesso giorno della fine
      del mondo e del dolore:
un giorno eguale agli altri, della eterna famiglia
      dei giorni così.
E nemmeno il simbolo vale, il significato
      del mattino che viene
uscendo lento dalla stessa essenza della notte che era,
      per chi,
avendo tante volte sempre sperato invano,
più nulla spera.
Ah! L’angoscia, la rabbia vile, la disperazione
di non poter confessare
In un tono di grido, in un ultimo grido austero
Il mio cuore che sanguina.
Parlo, e le parole che dico sono un suono
represso, e sono io.
Ah! Strappare alla musica il segreto del tono
del grido suo!
Ah! Furia del dolore che non ha sorte nel gridare.
Del grido che non ha
potere più del silenzio, che torna, dall’aria
nella notte senza essere!
Lieve, breve, soave,
un canto d’uccello
sale nell’aria con cui principia
il giorno.
Ascolto ed è svanito…
Sembra che solo perché l’ascoltai
s’è fermato.
Mai, mai, in nulla,
raggi il mattino, o infuri sul declino,
ebbi piacere che durasse
più del nulla, la perdita, prima che lo potessi
godere.
Cade pioggia. E’ notte… Una piccola brezza
      subentra alla calura.
Per essere felici molte cose abbisognano.
      Questa luce è migliore.
Che cos’è la vita? Lo spazio è qualcuno per me.
      Mentre sogno ci sono soltanto io.
Con luce, in chi non ha fine
      e, senza voler, s’addolora.
Estesa, lieve, inutile passeggera,
      sfiorandomi porta
illusione di sogno, e nella scia
      la mia vita dimora.
Battello indelebile nello spazio dell’anima,
      luce del lume al di là
d’eterna assenza di calma anelata,
      meta del bene superfluo.
Si vuole e – se venne – si disconosce
      che, se pur fosse, sarebbe
Il tedio di averlo… E la pioggia aumenta
       nella notte qui fredda.
Essere stanca, sentire duole, pensare distruggere.
Aliena a noi, in noi e fuori,
precipita l’ora, e tutto nell’ora precipita.
Inutilmente l’anima piange.
Quel che è: a che serve? A che deve servire?
Pallido, lieve abbozzo
del sole d’inverno sul mio letto ridente…
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui si desta il mattino,
della premessa futile del giorno,
morta sul nascere, nella speranza remota e assurda
in cui l’anima confida.
Qualunque sentiero porta in un luogo,
qualunque sentiero
in qualunque punto in due si divide
e uno conduce dove segna una strada,
l’altro è solo.
Uno conduce al termine della pura strada, fermo
dove è conclusa.
L’altro è margine astratto
……………………………………………………………………..
Nella teoria inutile di sensazioni
chiamata vita,
nel vacillare coerente di visioni
del […]
Ah! i sentieri sono tutti in me.
Qualunque distanza o direzione, o termine
mi appartiene, sono io. Il resto è la parte
di me che chiamo il mondo esteriore.
Ma il sentiero dio ecco si biparte
In chi io sono e nell’altro da me
[…]
O curva d’orizzonte, che ti varca,
elude la vista, vuoto d’essere o stare.
Freccia, che il petto enorme mi trapassa.
Non dolere: morire è continuare.
Più non vedo chi amai. La coppa,
d’oro, non s’è rotta. Caduta nel mare,
sommersa, ma identica sul fondo la grazia
occulta per noi, ma immutata.
O curva d’orizzonte, m’avvicino,
per chi rimane, un giorno sparirò
dalla vista dell’ultimo sull’ultima vetta,
ma per me lo stesso eterno andrò
sulla curva, finché il tempo l’aspetta
e dove sono stato un giorno tornerò.
Vento che passi
nelle pinete,
quante sventure
ricordano i tuoi lai.
Quanta tristezza,
senza conforto
di pianto, grava
sul cuore.
E, vento errante
delle solitudini,
reca un sollievo
ai cuori.
Offri alla pena
che ignori i tuoi lai,
vento che piangi
nelle piante.
Vive sepolto chi si consegna ad altri.
e chi all’altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
Sciogliere le mie mani?
Trilla nella notte un flauto. ‘E di qualche
pastore? Che importa? Perduta
Serie di note vaga e senza senso alcuno.
Come la vita.
Senza nesso o principio o fine ondeggia
L’aria alata.
Povera aria fuori della musica e della voce, così piena
di non essere nulla!
Non c’è nesso o filo perché si ricordi quell’aria,
se si ferma;
e già all’udirla ne soffro la nostalgia
e il quando cesserà.
Mattino degli altri! O sole che dai fiducia
      solo a chi già confida!
E solo alla dormiente, e non alla morta, speranza
      che si desta il tuo giorno.
A chi sogna di giorno e sogna di notte, sapendo
      inutile ogni sogno
ma sogna sempre, soltanto per sentirsi vivere
      e avere cuore,
a costoro risplendi senza il giorno che porti, o solamente
      come qualcuno che viene
per la via, impercettibile al nostro sguardo cosciente,
      per non essere noi nessuno.
Trema in luce l’acqua.
Mal vedo. Mi sembra
che un aliena pena
nella mia anima scende –
pena erma di qualcuno
di alcun altro mondo
dove il dolore è un bene
e l’amore è profondo.
e solo punge vedere,
in lontananza, illusa,
la vita che muore
il sogno della vita.
Dormi sopra il mio seno,
sognando di sognare…
Nel tuo sguardo leggo
un lubrico vagare.
Dormi nel sogno di esistere
e nell’illusione di amare.
Tutto è nulla, e tutto
Un sogno finge di essere.
Lo spazio nero è muto.
Dormi, e, addormentandoti
Sappi cordialmente sorridere
sorrisi da scordare.
Dormi sopra il mio seno,
senza pena né amore…
Nel tuo sguardo leggo
L’intimo torpore
di chi conosce il nulla-essere
di vita, gaudio e dolore.
Lontano alla luna,
sul fiume una vela,
serena passando,
che cosa mi rivela?
Non so, ma il mio essere
Mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
Che angoscia mi allaccia?
Che amore non si dispiega?
‘E la vela che passa
nella notte che resta.
La parte dell’indolente è la vita astratta.
Chi non impiega lo sforzo nel conseguire,
ma lo lascia inattivo, lo lascia sopito,
lo lascia senza futuro e senza rifugio,
cosa mai può succhiare dalla morta lotta,
dall’avvertita vanità di seguire
un cammino, dall’inerzia di sentire,
dal fuoco estinto e dalla visione perduta,
se non la calma acquiescenza nell’aver
consegnato nel sangue, e per il corpo tutto
la coscienza di nulla volere né essere,
l’intervisione delle cose attingibili,
e il rifiutarle, come una bella maniera
delle mani che il pallore rende impassibili?
‘E una brezza lieve
che l’aria ebbe un momento
e trascorre ma non conquista
poi che quasi è il tutto.
Non esiste chi amo
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.
E frattanto l’aroma
Che la brezza porta mi sorge
alla coscienza un momento
come una confidenza.
Ah, suona dolcemente
come a chi sta per piangere
ogni canzone tessuta
d’artificio e di luna:
      nulla che ricordi
la vita.
Preludio di cortesie,
o sorriso trascorso…
Giardino remoto e freddo…
E nell’anima di chi l’ ha trovato
solo l’eco assurda del volo
      inane.
Oggi, in quest’ozio incerto
Senza piacere né motivo,
come un tumulo aperto
chiudo il mio cuore.
Nell’inutile coscienza
Che è inutile tutto,
lo chiudo, contro la violenza
del mondo duro e rozzo.
Ma che male soffre un morto?
Contro che cosa difenderlo?
Lo chiudo, nel chiuderlo assorto,
e senza volerlo sapere.
Pessoa Studio e Antologia Poetica a cura di Luigi Panarese – Imminenze dell’Ignoto – Edizioni Accademia 1972 – Pagg. 105121

Bergman e il "Silenzio di Dio"


#bergman

 

#silenzio #dio
Ammettiamo che dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo! La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura, tutto diviene chiaro, trasparente.
Link utili

Nel giardino di Epitteto


Prima dì a te stesso cosa vorresti essere:
poi fai ciò che devi fare.
Epitteto

J. Millais, Ofelia


” Il piacere di vedere questi frutti e la frescura prodotta da questi alberi frondosi sono”

disse il Maestro
altrettante sollecitazioni della natura ad abbandonarsi alle migliori delizie 
di un pensiero sereno.
Non c’è ora più adatta alla meditazione sulla vita, per inutile che sia,
di questa in cui, sebbene il sole non volga ancora al tramonto, il pomeriggio perde
già il calore del giorno e pare si levi una brezza dai campi che si rinfrescano.
“Sono molti i problemi che ci occupano e tanto il tempo che abbiamo perso per
scoprire che non possiamo risolverli. Metterli da parte, come chi passa senza voler vedere,
sarebbe stato molto per l’uomo e poco per Dio; affidarvisi, fino ad esserne dominati,
sarebbe stato vendere ciò che non possediamo.
“Riposate con me all’ombra degli alberi verdi, su cui non pesa altro pensiero che il seccarsi
delle foglie quando viene l’autunno o il molteplice distendersi di irte dita verso il cielo
dell’inverno che va. Riposate con me e meditate quanto sia inutile lo sforzo, 
estranea la volontà.
Riflettete anche come una vita che non vuole niente non possa pesare sul corso degli eventi,
perchè non può ottenere tutto.
E ottenere meno che tutto non è degno delle anime che aspirano alla verità.
“Vale di più, figlioli, l’ombra di un albero che la conoscenza della verità, perché
l’ombra dell’albero è vera finché dura, mentre la conoscenza della verità è di per sé falsa.
Vale di più, per una giusta comprensione, il verde delle foglie che non un grande pensiero,
perché il verde delle foglie potete mostrarlo agli altri, ma mai potrete mostrare agli altri un grande pensiero.
Nasciamo senza saper parlare e moriamo senza aver saputo dire. La nostra vita trascorre
fra il silenzio di chi tace e il silenzio di chi non è stato compreso, e intorno a tutto ciò,
come un’ape in un luogo senza fiori, aleggia sconosciuto un inutile destino.
[PI, 429]
Nel giardino di Epitteto pag. 50 – Pagine Esoteriche – Fernando Pessoa

Alberto Caraco "Breviario del Caos" Adelphi


Alberto Caraco “Breviario del Caos” Adelphi 

“Gli uomini sono al tempo stesso liberi e legati, più liberi di quanto non desiderino, più legati di quanto non avvertano, giacché la massa dei mortali è fatta di sonnambuli, e all’ordine non conviene mai che escano dal sonno, perchè diventerebbero ingovernabili. 
L’ordine non è amico degli uomini, esso si limita a tiranneggiarli, di rado a incivilirli, ancor più di rado a umanizzarli. Poichè l’ordine non è infallibile, spetta alla guerra riparare un giorno ai suoi errori, e poichè l’ordine continua a moltiplicarsi, noi andiamo verso la guerra, la guerra e il futuro sembrano inscindibili. Questa è l’unica certezza: la morte è, in definitiva, il senso di ogni cosa, e l’uomo è una cosa difronte alla morte, i popoli lo sanno anch’essi, la Storia è una passione e le sue vittime una moltitudine, il mondo che la abitano è l’Inferno temperato dal nulla, dove l’uomo, che rifiuta di conoscere se stesso, preferisce immolarsi come le specie animali troppo numerose, immolarsi come gli sciami di cavallette e gli eserciti di ratti, pensando che sia più sublime perire, perire innumerevoli, piuttosto che ripensare finalmente il mondo che egli abita.” pag.13

Il libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares – Fernando Pessoa



“Le figure immaginarie hanno più spessore e verità di quelle reali. Il mio mondo immaginario è stato sempre per me l’unico mondo vero. Non ho mai avuto amori così reali, così pieni di verve, di sangue e di vita come l’amore vissuto con figure uscite da me stesso. Che peccato! Ne ho nostalgia perchè, come ogni amore, anche questi amori passano”…nota 198(367) Il Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares – Fernando Pessoa
“Non ho fatto altro che sognare. Questo, e questo soltanto, è sempre stato il senso della mia vita. Non ho mai avuto altra preoccupazione vera se non la mia vita interiore. I più grandi dolori della mia vita sfumano, quando, aprendo la finestra che si affaccia sulla strada del mio sogno, e guardando il suo andamento, posso dimenticare me stesso”. 200(373) Il Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares – Fernando Pessoa

Volando sopra le note di Pessoa
Sono convalescente in campagna
Nausea
Ho soprattutto sonno
Sono svenuto durante un brano della mia vita
Tutto quanto succede nel dove in cui viviamo, succede in noi. Tutto quanto cessa in ciò che vediamo, cessa in noi. Tutto ciò che è stato, se lo abbiamo visto quando era, quando se ne va è tolto da dentro di noi.

…..L’Inquietudine di stare qui, la nostalgia di un altra cosa che non si è conosciuta.
Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto.

La vita è per noi ciò che immaginiamo di essa.

Uno stato d’animo è un paesaggio;

Cìò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.

Il tedio è la mancanza di una mitologia,
della capacità di un illusione.

ASPETTO DUNQUE AFFACCIATO AL PONTE

Ti conosco dal 1992, ti ho visto a Lisbona nel 1998, ricordo la Piazza del Rossio,
Elephant Man e il lustra scarpe,
ti ho letto e riletto, tra decine di appunti
fogli sparsi, passando tra i labirinti di Borges, le intuizioni di Croce, lo spazio e la coscienza di Bergson, i giardini di Kawabata, le lezioni di Calvino, e la scimmietta di Strauss…Valery c’era!
Ho trovato i frammanti, di ciò che lessi
sparsi nel Tago, Lisbona
luce giallastra, fiume dai due sessi;
Io che ho amato salire al Castello di Sao Jorge, dall’Alfama,
con l’odore dell’arringa che mi spingeva
e la coda del Pavone
Guardiano che mi accarezzava e custodiva
pensando a Murakami e
la saudade e la passione mistica
del sublime visionario Hieronymus Bosh,
dall’alto del Barrio!



"Spesso si scrive male; talvolta si scrive troppo; non sempre si scrive abbastanza."


Si scrive Troppo
Cap. Secondo Abate Dinouart
L’arte di tacere Parigi 1771
Da Pag. 62
Ci sono uomini che scrivono tanto per scrivere, proprio come quelli che parlano per parlare; nei libri degli uni come nei discorsi degli altri non c’è nessuna genialità, nessun proposito: si leggono, non si capiscono e non si impara niente.
La strana malattia di cui siamo da tempo affetti, che ci spinge a scrivere o a leggere ciò che si scrive, continua ad aggravarsi. I libri sembrano colmare un bisogno dell’anima; occorrono libri per ogni indole e per ogni grado di intelligenza; essi, dunque, non devono essere meno vari in sostanza e qualità, di quanto lo sono gli alimenti.
Da questo punto di vista, che sia buono, mediocre, fragile, insignificante, o altro, non esiste libro che non trovi lettore a cui destinarsi. Poiché è la testa che digerisce, è fondamentale scegliere i libri più adatti alle proprie necessità, mentre capita, talvolta, di leggere a caso per tutta la vita, senza aver saputo fare la giusta scelta. Ecco la ragione di tanti spiriti malaticci, di tante teste appesantite dalle troppe letture, inutili nel migliore dei casi. Ci si rammarica dell’incontinenza dello spirito, che diffonde prodigiosamente tra noi autori di ogni tempra, libri di ogni specie e lettori di ogni calibro. Mai infatti si era vista una fermentazione di cervelli paragonabile a quella degli ultimi venticinque-trent’anni. Ovunque brulicano “letterati”; questa stessa definizione è diventata così comune, persino banale, che oggi esserlo o non esserlo è quasi indifferente; tuttavia questa straordinaria fecondità ci insospettisce: temiamo che presagisca una inevitabile decadenza.
Gli stranieri ci osservano e profetizzano una rivoluzione letteraria: calcolano già le nostre perdite, desiderosi di mostrarcele. Una volta in Francia sapevano leggere soltanto i monaci; verrà il giorno in cui non ci saranno che letterati. Soffermiamoci su questo argomento che ci offre gli spunti più suggestivi. C’era una volta in Palestina una città che si chiamava Città delle lettere o dei Libri, Cariat Sefèr. Proviamo ad immaginare un’intera nazione (se ci sembra eccessivo facciamo a metà) in una delle più belle contade d’Europa, interamente consacrata alle lettere, immaginiamola abitata dal popolo-corpo e dal popolo-spirito; ora, sebbene lo spirito eserciti una forte attrazione, il corpo è comunemente assai più utile all’uomo per tutta una serie di usi, e quindi, in tali circostanze spetterà alla natura ristabilire la parità  tra i due popoli: la densità e la durata del popolo-corpo non destano alcuna preoccupazione; ma come potrà mai il popolo-spirito diventare altrettanto numeroso? Ci riuscirà grazie alla progressione naturale, stabilita nell’ordine delle cose. Per poco che possa diffondersi la tendenza all’istruzione, o anche se continuasse a crescere in proporzione alla frenesia di scrivere, tutti, quasi senza accorgercene, ci trasformeremmo in letterati, poiché ci elettrizzeremmo reciprocamente. Niente è più sottile e rapidamente contagioso dei libri. I poeti, soprattutto, specie feconda che da noi cresce nelle brughiere più aride, ben presto pulluleranno in ogni punto di questa regione, da le Conquet fino a Saint-Jean-Pied-de-Porc, e per ogni grado della nostra latitudine.
Se tutti scrivono e diventano autori, che ce ne faremo di tutto questo ingegno e di tutti i libri dai quali saremo esasperati, inondati, sommersi senza risparmio? In una parola,  quando tutto sarà detto, a cosa lo spirito umano potrà dedicarsi? Quando tutto sarà stato pensato, e tutto sarà già stato detto, si ricomincerà, come si fa da tempo immemorabile, a pensare ancora e a dire le stesse cose; a quel punto non saremo più, come alla fine del ciclo, sovraccarichi di letterati e di una moltitudine di libri che hanno vissuto per un istante, che nascono e muoiono, che risorgono e spariscono nuovamente. Il mondo morale e quello fisico subiscono le stesse vicende. Pensate allo sfoggio, all’ostentazione di ricchezze che la terra esibisce a primavera. Quale lusso! Quale profusione di foglie e di fiori! Ma in pochi giorni, quegli alberi così belli, così frondosi sono spogliati. Poi l’inverno completa la distruzione, cancellando ogni ricordo di verde dai giardini, dai boschi dalle campagne.
Impercettibile si consuma allo stesso modo, fino ad essere un giorno completamente consumata, la straordinaria quantità di libri la cui nascita è annunciata dai giornali, e un giorno non ne resterà più traccia.
Apprenez, petits ouvrages,
A mourir sans murmurer.
« Imparate piccole opere, a morire senza mormorii »

L’ora del Diavolo – L’uomo di Porlock – Sogni


FERNANDO PESSOA – ANTONIO TABUCCHI

http://www.letteratura.rai.it/embed/tabucchi-pessoa-e-il-portoghese/98/default.aspx

l'ora del diavolo, Pessoa

Come la notte è il mio regno, il sogno è il mio dominio. pag.25

L’anima vive perchè è perpetuamente tentata, benchè resista. Tutto vive perchè si oppone a qualcosa.

Io sono quello a cui tutto si oppone. pag.10

“E’ che il sogno, signora, è un azione divenuta idea; e che, perciò, conserva, la forza del mondo e ne ripudia la materia, cioè l’essere nello spazio. Non è forse vero che siamo liberi nel sogno?”pag.11

L’Uomo di Porlock

La storia marginale della letteratura registra come curiosità il modo in cui fu composto e scritto il Kubla Kahn di Coleridge.

Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della letteratura inglese – la più grande, a parte la greca di tutte le letterature. E la straordinarietà dell’intreccio coesiste e si fonde con la straordinarietà della sua origine. E’ stato composto, racconta Coleridge, in sogno.

Egli soggiornava, di tanto in tanto in una tenuta solitaria, fra il villaggio di Porlock e quello di Linton.

Un giorno, per effetto di un sedativo che aveva preso, si addormentò; dormì tre ore, durante le quali, dice, compose l’opera, poiché le immagini e le espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano nella sua mente parallelamente e senza sforzo.

Una volta sveglio, pensò di scrivere quello che aveva composto;

aveva già scritto una trentina di versi, quando gli venne annunciata la visita di un uomo di Porlock.

Coleridge si sentì obbligato a riceverlo.

Passò con lui quasi un ora. Ma al momento di rimettersi a trascrivere quello che aveva composto in sogno,

si accorse di essersi dimenticato il resto; si ricordava solo il finale del testo – altri ventiquattro versi.

E’ così che ci è giunto il Kubla Kahn come frammento o frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un altro mondo, raffigurato in termini di mistero che l’immaginazione umana non può concepire, e di cui ignoriamo, con un brivido, quale potrebbe essere stata la trama. Edgar Poe (discepolo, che lo sapesse o meno di Coleridge), non ha mai raggiunto, in versi o in prosa, l’Altro Mondo in modo così spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in forma negativa; nel Kubla Kahn tutto è altro, tutto è Aldilà;

e ciò che non si riesce a decifrare accade in un Oriente impossibile, ma che il poeta ha visto davvero.

Non si sa – Coleridge non ce lo ha detto – chi fosse quell’ uomo di Porlock che tanti, come me, avranno maledetto. Sarà stato per una coincidenza fortuita che è spuntato questo seccatore sconosciuto a disturbare una comunicazione fra l’abisso e la vita? Sarà sorta, tale apparente coincidenza, da qualche occulta presenza reale, di quelle che sembrano impedire di proposito la rivelazione dei Misteri, anche se intuitiva e lecita, o la trascrizione dei sogni, se in essi sia latente qualche forma di rivelazione?

Comunque sia, credo che il caso di Coleridge rappresenti – in forma esasperata destinata a dar vita ad una allegoria vissuta – ciò che capita a tutti noi in quando questo mondo tentiamo, con la sensibilità per cui si fa arte, di comunicare, falsi pontefici, con L’Altro Mondo di noi stessi.

Il fatto è che tutti noi quando componiamo, anche se siamo svegli, è come se lo facessimo in sogno.

E a tutti noi, anche se nessuno viene a trovarci, si presenta nel nostro intimo, L’uomo di Porlock, il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce (quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l’interruzione fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita. di noi stessi: la somma vivente di ciò che impariamo, di ciò che pensiamo di essere e di ciò che desideriamo essere.

Quel visitatore – perennemente sconosciuto perché, pur essendo noi, – questo seccatore – perennemente anonimo, perché, pur essendo vivo è – tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza nostra, fra l’inizio e la fine di una poesia concepita per intero, che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima.

Fossimo capaci di essere fanciulli, per non avere visite, né visitatori che ci sentiamo obbligati a ricevere!

Ma non vogliamo far aspettare chi non esiste, non vogliamo offendere l’ estraneo che è noi.

E così, di quello che sarebbe potuto essere, resta solo ciò che è; della poesia, o della opera omnia, solo il principio e la fine di qualcosa andato perduto – disiecta membra che come disse Carlyle, sono ciò che resta di ogni poeta, o di ogni uomo. [ OOP, III, 398-400]

L’Uomo di Porlock, (Fernando Pessoa, Pagine Esoteriche Adelphi, cit. pp 32-35)

 

CORROMPO, CERTO, PERCHE’ FACCIO IMMAGINARE. pag.13

CORROMPO MA ILLUMINO pag. 20