Le Orme e Il Destino – Bencivenga-Bergonzoni-Borges-


Solo il pensiero, vede l’invisibile

Allora, quando c’era tutto il tempo, ci si chiese perché. E siccome c’era tutto il tempo, si provò a rispondere. Ma le risposte non cessavano di interrogarci; così molti si stancarono di cercare. Adesso il tempo è finito. Sono rimaste delle parole. Che forse non hanno più niente da dire.

<Il cordino>

“Quando ero piccolo avevo un grosso problema. Ogni tanto mi faceva male la testa o la gola, e fin qui niente di strano: non era piacevole, ma è una cosa che capita a tutti e, come si dice, mal comune… C’era anche, però, un male che non era affatto comune; anzi ce ne erano molti. Succedeva per esempio che mi facessero male i pantaloni, quando la mamma li metteva in lavatrice e quella specie di ventola che c’è li dentro li sbatteva di qua e di là. Mi faceva male la porta se il vento la chiudeva con un gran fracasso, mi faceva male il gatto se qualcuno gli tirava la coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva su lo zio Pasquale, che pesa più di un quintale e a momenti la sfonda.
A un certo punto la mamma decise di portarmi dal dottore. Era un signore alto e tutto bianco, con degli occhiali così spessi che gli occhi neanche si vedevano. Mi fece sedere e sdraiare, mi tastò davanti e dietro, mi guardò con certi altri occhiali ancora più spessi e finalmente si schiarì la voce e cominciò a spiegare. Tutti quanti, disse, quando veniamo al mondo ci stacchiamo dal resto delle cose. Alcune cose rimangono nostre, come la testa e la gola, e altre cose – la maggior parte delle cose – no. Il gatto e i pantaloni e la sedia, per esempio, non sono nostri; o meglio sono nostri nel senso che ce li possiamo tenere e se un altro li vuole ce li deve chiedere, ma non nel senso che fanno parte di noi come la testa e la gola. Ecco questo è quello che capita a tutti, anzi a quasi tutti. Per motivi che nessuno comprende, ogni tanto nasce un bambino che non si stacca dal resto delle cose. Io ero un bambino così: un cordino invisibile ma molto resistente mi legava al gatto e alla sedia, e anche alla pastasciutta e alla luna. Per farmi diventare come gli altri bisognava tagliare il cordino.
Detto fatto, il dottore prese uno strumento invisibile ma molto resistente (che strumento fosse non lo so, perché non l’ho visto) e tagliò il cordino. Da allora va tutto bene. O forse dovrei dire: non va male. Non mi fanno più male i pantaloni quando la mamma li mette in lavatrice, o il gatto quando qualcuno gli tira la coda, o la porta quando il vento la sbatte con gran fracasso, e tutto sommato non mi dispiace di sentir male solo alla testa e alla gola. C’è qualcosa che mi dispiace però. Prima, quando i pantaloni uscivano dalla lavatrice e la mamma li stendeva al sole, sentivo tutto questo caldo che mi scorreva dentro come una tazza di cioccolata d’inverno. Poi la mamma li ritirava nell’armadio fresco e profumato di lavanda, ed era come addormentarsi nell’erba, sotto un albero, dopo un pranzo all’aperto e tante corse dietro il pallone. Per non parlare di quando il gatto si accoccolava sulla sedia: il suo pelo morbido contro il cuoio liscio e vellutato. O quando la mamma sfogliava un libro e senza accorgersene accarezzava le pagine. Quelle carezze non le sento più da quando se ne è andato il cordino.”
Pagg.29 e 31
Ermanno Bencivenga “La filosofia in trentadue favole” Arnoldo Mondadori Editore Prima Edizione Novembre 1991
Questo libro mi fu regalato per il mio compleanno nel 1992…allora disegnavo di notte…la dedica dice: “Alla persona, che con le sue belle mani, riesce a trattenere il sonno meglio di chiunque altro!”…ecco io il mio cordino c’è l’ho ancora e nessuno strumento invisibile è mai stato tanto resistente da riuscire a tagliarmelo…

<La scimmia dell’inchiostro>

Quest’animale abbonda nelle regioni settentrionali, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso. Ha gli occhi come di cornalina e il pelo d’un nero lustro, serico, morbido come un cuscino. E’ amatissimo dall’inchiostro di Cina: quando uno scrive lui si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate, aspetta che quello abbia finito, e si beve il resto dell’inchiostro. Poi torna a sedersi accoccolato e resta tranquillo.
WANG TA-HAI(1791)
Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero- Manuale di zoologia Fantastica Einaudi 1962

Un genio con il cordoncino

Nonna cara, un saluto, il cordino mi lega a te, ti stringo al cuore

Sovvertimento dei Sensi – Stefan Zweig – Corbaccio 1932


“Perché l’amore è una liaison tra un riflesso e il suo oggetto”
Iosif Brodskij Fondamenta degli incurabili pag.100

Sovvertimento dei Sensi

* * *
Da quella sera, in cui quest’uomo venerato mi aprì la sua anima, da quella sera, quarant’anni fa, tutto quello che i nostri romanzieri e poeti raccontano come straordinario, tutto quello che le commedie rappresentano sotto la maschera della tragedia, mi sembra infantile, mi sembra inutile. E’ per comodità, per mancanza di coraggio o per avere un orizzonte troppo ristretto che essi tutti mostrano sempre e solo l’orlo superficiale della vita, dove i sensi operano alla chiara luce del giorno, apertamente e metodicamente, mentre giù in fondo, nei sotterranei, nelle caverne o cloache del cuore, s’agitano sinistramente fosforescenti le perigliose belve della passione, nel buio unendosi e dilaniandosi in ogni più fantastico accoppiamento?

Li spaventa il fiato caldo e struggitore degli istinti demoniaci, l’esalazione del sangue che brucia, temono di imbrattarsi le mani troppo delicate alle piaghe dell’umanità, oppure il loro occhio avezzo a una luce più blanda

non trova la via per scendere gli sdrucciolosi gradini umidi di putredine?

Eppure per colui che ama sapere, non v’è piacere più grande che quello di conoscere l’occulto segreto,
non v’è brivido più potente di quello che accompagna il pericolo, e non v’è sofferenza più sacra di quella che non sa esprimersi per vergogna.

Qui però un uomo mi si apriva nella più assoluta nudità, si dilaniava il petto profondo, pronto a scoprire il suo cuore torturato, avvelenato, arso e marcito. Con selvaggia voluttà si martoriava flagellandosi con questa confessione repressa per anni ed anni. Solo colui che per tutta la vita ha provato la vergogna per tutta la vita s’è celato, s’è nascosto e abbassato, poteva scoppiare in uno sfogo così impressionantemente travolgente

com’egli nella spietata sua confessione. Quest’uomo scavava la sua vita pezzo per pezzo dal proprio petto,

e per la prima volta io, ragazzo, spinsi lo sguardo giù nei più profondi abissi del sentimento umano.

D’apprima la sua voce vagava incorporea nel buio, oscuro presentimento dell’emozione, vago accenno ai misteriosi fatti, eppure intuivo proprio dalla volontà che penosamente raffrenava questa passione, tutta la potenza che stava per scatenarsi, come in certe battute molto rallentate precedenti un ritmo assai accellerato s’indovina, si sente con ogni fibra il “furioso” che dovrà seguire…..

Capriccio audace del fatal destino,

Ancor dal chiaro giorno tu ci tenti

Verso gli abissi, verso il labirinto

Del cuore umano, oh sovversion dei sensi!

Dal dualismo nostro puoi salvarci

Tu solo nell’amplesso tuo mortale;

Svegli, ci difendiam contro la sorte,

Temendo vili la passion fatale.

Ardono sangue e spirito in scissa fiamma,

Solo il destin, velato in scuri anni,

Nella tempesta sua unir li sa.

Finchè ci conteniam non siamo veri:
Il lampo sol, che rosso in noi s’accende

Spirito in sangue e sangue in spirito fonde.
Biografia:

“Perché l’amore è una liaison tra un riflesso e il suo oggetto”
Iosif Brodskij Fondamenta degli incurabili pag.100

Sognatori di Parole – La poetica delle Reverie – Immaginario e Immaginale


La poetica delle Reverie
Gaston Bachelard
Edizioni Dedalo 1993

…”L’infanzia è il pozzo dell’essere”…Il pozzo è un archetipo, una delle immagini più pesanti per l’anima umana…

Juan Ramon Jimenez (Platero et moi, trad. ed. Seghers, pag.64), scrive: . Un sognatore di parole non può passare davanti ad una simile reverie senza notarla…
..personale Reverie sugli incontri e sui luoghi dell’etere..:
..cosa è il mondo virtuale.. …è un po’ come ritrovarsi a dover raggiungere una meta preposta attraverso una tratta giornaliera di un bus di linea..stessi orari, stesse coincidenze, stesso affollamento, stessi volti..a volte odori insopportabili, altre volte ammiccamenti sensuali, altre volte fastidio epidermico..poi capita di intavolare conversazioni edificanti con lo sconosciuto che sale a metà tragitto e speri di rivedere l’indomani, oppure dai per certo che hai trovato le persone “giuste” perfette per fantasticare, poi ti rendi conto che ti eri addormentata con la testa al finestrino… si era oramai appannato tutto e avevi perso la fermata…
Su Bachelard e la sua poetica:

Storia e Utopia, Remo Bodei


Storia come attesa di un Futuro
Il sublime deforma le armonie e le proporzioni del bello stabilite dall’estetica classica; rimette in gioco il rapporto con l’incommensurabile, lo smisurato, l’assenza di limiti e di strutture; rifiuta di cristallizzare la sensazione e l’immaginazione in forme rigide e compiute; implica una progressiva derubricazione del bello a qualcosa di gradevole, che non coinvolge intense emozioni (si torna così all’originario significato etimologico di bellus, contrazione di*bonulus: carino, grazioso, ma non eccelso).

di Remo Bodei vedi
http://www.tecalibri.info/B/BODEI-R_paesaggi.htm

 

Remo Bodei, intervistato al Festival della Filosofia di Modena del 2016, parla dell’utopia. Il filosofo sardo ricorda che mentre in Tommaso Moro, in Campanella c’era l’idea dell’utopia come pietra di paragone per giudicare il presente, con l’avvertenza però che si trattava di qualcosa di irrealizzabile, nel 1770 Louis-Sébastien Mercier scrive un romanzo intitolato “L’anno 2440”, nel quale sposta la perfezione nel futuro, immaginando che a partire da un presente imperfetto si possa arrivare ad un futuro perfetto. E tutte le rivoluzioni a partire da quella francese hanno avuto presente questa idea: come nella traversata nel deserto Mosè vede la terra promessa da lontano e muore prima di arrivarci, così i rivoluzionari sapevano che la loro terra promessa riguardava le future generazioni.
L’utopia allora secondo Bodei è solo un avvicinamento progressivo ad un’idea di perfezione che magari non si raggiunge mai, ma che non si rinuncia per questo ad inseguire.

Link

 

 

Racconti narrati due volte – Hawthorne


..

1974 – Collana EDIPEM – numero 38 
Wakefield 
1837
pag.61
Io penso:…
Nelle prime quattro righe a seguire, qualcuno incontrerà un emozione chiamata Borges…
Ricordo di aver letto in qualche vecchia rivista o giornale la storia, data per vera, di un tale (possiamo chiamarlo Wakefield) che per lungo tempo rimase lontano dalla moglie. Il fatto così astrattamente definito non è poi tanto raro né tale da poter essere condannato a priori come malvagio o sciocco senza una appropriata distinzione nelle sue circostanze. Ad ogni modo, questo benché non certo il più grave, è forse il più strano esempio di delinquenza maritale; e, per di più, il ghiribizzo più notevole che si possa trovare in una lista completa delle stravaganze umane.
La coppia viveva a Londra. L’uomo, fingendo di dover intraprendere un viaggio, andò ad abitare nella strada vicina e qui visse costantemente per più di vent’anni senza mai far saper nulla di sé alla moglie né agli amici, e senza che esistesse l’ombra di un motivo per questo esilio volontario. Durante questo periodo egli poté vedere ogni giorno la propria casa ed anche, con una certa frequenza, l’abbandonata signora Wakefield. Ed una sera, dopo aver scavato un tale abisso nella sua felicità coniugale, quando la sua morte era oramai data per certa, il suo patrimonio assestato, il suo nome dimenticato e quando colei che tanto tempo prima era stata sua moglie si era oramai rassegnata all’autunnale vedovanza, egli rientrò in casa con tutta calma come se ritornasse dopo un giorno di assenza, per essere marito affettuoso fino alla morte.
…ed ecco di nuovo l’emozione nelle prime righe…
Questo schema è tutto ciò che ricordo. Ma il caso, benché quanto mai originale e senza esempi e tale che con ogni probabilità non verrà mai più ripetuto, è uno di quelli, a mio vedere, che si conquistano la comprensione del genere umano. Ciascuno di noi sa che egli stesso non compirebbe mai una simile follia, eppure ha l’impressione che qualcun altro potrebbe farlo. A me, almeno, è ricorsa spesso alla mente, sempre suscitando la mia meraviglia ma dandomi la certezza della veridicità di questa storia ed è un’idea della figura del suo protagonista. Quando un soggetto appassiona tanto la mente, il tempo passato a pensare ad esso è sempre ben speso. 
..ed ancora qua sublime riflessione..
Se il lettore vuole può meditarvi da solo; se invece preferisce riandare con me i venti anni della stravaganza di Wakefield, sia il benvenuto, certo che, anche se non riusciamo a trovarli, vi saranno un significato dominante ed una morale chiaramente svolti e condensati nell’ultima frase. Il pensiero non manca mai di efficacia ad ogni avvenimento notabile della sua morale.
Che tipo di uomo era Wakefiled!……
RACCONTI NARRATI DUE VOLTE
pag.7
….”E’ uno stile piano e delicato, senza contorcimenti né luci troppo abbaglianti; rare, se pur ve ne sono, le tinte forti; la sua pagina appare soffusa come da una nebbia psicologica che non permette mai al quadro una vividezza eccessiva, ma tende anzi a soffocarla, quando è il caso; perché l’autore è sempre presente tra le righe, e solo raramente, permette ai propri personaggi di vivere una propria vita indipendente.”…

pag.9
Le novelle di Hawthorne spaziano nelle più alte regioni dell’arte, di un’arte al servizio di un genio d’ordine altamente superiore […].
Il tono del suo stile dà un senso di calma, l’intento fondamentale dell’autore è la ricerca della verità, egli rispetta la brevità necessaria e soprattutto possiede inventiva, creatività, fantasia e originalità,
elementi che nella narrativa valgono su tutti glia ltri.
EDGAR ALLAN POE


Consigli per altre letture e collegamenti:
Per una conoscenza più approfondita di Hawthorne e del mondo americano in cui visse ed operò, è indispensabile leggere qualcosa su quella sorta di movimento spirituale e letterario che i critici chiamarono in seguito Trascendentalismo. Ne subirono in un certo senso gli influssi, oltre ad Hawthorne, anche Thoreau e Melville e la poetessa Dickinson – per non dire tutta la vita intellettuale del New England.
http://it.wikipedia.org/wiki/Nathaniel_Hawthorne
Sulla cinematografia:
Il primo film fu Il Fauno di Marmo nel 1920:
http://ritrovatirestauratiinvisibili.blogspot.com/2010/01/il-fauno-di-marmo-1920.html

Estetica dell’Abdicazione, Pessoa e Ulisse


1891- J. H. Waterhouse – Ulisse e le Sirene
 
…Estetica dell’abdicazione: “Conformarsi è sottomettersi e vincere è conformarsi, essere vinto. Perciò ogni vittoria è una grossolanità. I vincitori perdono sempre tutte le qualità di sconforto di fronte al presente, le quali li hanno portati alla lotta che ha dato loro la vittoria. Restano soddisfatti, e soddisfatto può essere solo chi si conforma, che non ha la mentalità del vincitore. Vince solo chi non ottiene nulla. ‘E forte solo chi si disanima sempre. La cosa migliore e la più regale è abdicare. L’impero supremo è quello dell’Imperatore che abdica a tutta la vita normale, degli altri uomini, su cui la preoccupazione della supremazia non pesa come un fardello di gioielli.

Pessoa – pag.22 – Imminenza dell’ignoto

 

Abdicazione 

Prendimi, o notte eterna, tra le braccia
e chiamami tuo figlio.
    Io sono un re
che volontariamente ho abbandonato
Il mio trono di sogni e di stanchezze.
La mia spada, gravosa e braccia stanche,
ho affidato a virili e calme mani;
lo scettro e la corona, – li ho lasciati
nell’atrio, fatti a pezzi.
La mia cotta di maglia, così inutile,
gli speroni, dal futile tintinno,
sulla gelida scala li ho lasciati.
Corpo ed anima, la regalità
deposi, e alla tranquilla e antica notte
tornai, paesaggio nel morir del giorno.
Per tutta la notte il sonno non venne. Adesso
     raggia dal fondo
dell’orizzonte, coperto e freddo, il mattino.
     che faccio nel mondo?
Nulla che la notte plachi o sollevi l’aurora,
    cosa seria o vana.
Con occhi spenti dalla febbre vana della veglia
      vedo con orrore
Il nuovo giorno recarmi lo stesso giorno della fine
      del mondo e del dolore:
un giorno eguale agli altri, della eterna famiglia
      dei giorni così.
E nemmeno il simbolo vale, il significato
      del mattino che viene
uscendo lento dalla stessa essenza della notte che era,
      per chi,
avendo tante volte sempre sperato invano,
più nulla spera.
Ah! L’angoscia, la rabbia vile, la disperazione
di non poter confessare
In un tono di grido, in un ultimo grido austero
Il mio cuore che sanguina.
Parlo, e le parole che dico sono un suono
represso, e sono io.
Ah! Strappare alla musica il segreto del tono
del grido suo!
Ah! Furia del dolore che non ha sorte nel gridare.
Del grido che non ha
potere più del silenzio, che torna, dall’aria
nella notte senza essere!
Lieve, breve, soave,
un canto d’uccello
sale nell’aria con cui principia
il giorno.
Ascolto ed è svanito…
Sembra che solo perché l’ascoltai
s’è fermato.
Mai, mai, in nulla,
raggi il mattino, o infuri sul declino,
ebbi piacere che durasse
più del nulla, la perdita, prima che lo potessi
godere.
Cade pioggia. E’ notte… Una piccola brezza
      subentra alla calura.
Per essere felici molte cose abbisognano.
      Questa luce è migliore.
Che cos’è la vita? Lo spazio è qualcuno per me.
      Mentre sogno ci sono soltanto io.
Con luce, in chi non ha fine
      e, senza voler, s’addolora.
Estesa, lieve, inutile passeggera,
      sfiorandomi porta
illusione di sogno, e nella scia
      la mia vita dimora.
Battello indelebile nello spazio dell’anima,
      luce del lume al di là
d’eterna assenza di calma anelata,
      meta del bene superfluo.
Si vuole e – se venne – si disconosce
      che, se pur fosse, sarebbe
Il tedio di averlo… E la pioggia aumenta
       nella notte qui fredda.
Essere stanca, sentire duole, pensare distruggere.
Aliena a noi, in noi e fuori,
precipita l’ora, e tutto nell’ora precipita.
Inutilmente l’anima piange.
Quel che è: a che serve? A che deve servire?
Pallido, lieve abbozzo
del sole d’inverno sul mio letto ridente…
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui si desta il mattino,
della premessa futile del giorno,
morta sul nascere, nella speranza remota e assurda
in cui l’anima confida.
Qualunque sentiero porta in un luogo,
qualunque sentiero
in qualunque punto in due si divide
e uno conduce dove segna una strada,
l’altro è solo.
Uno conduce al termine della pura strada, fermo
dove è conclusa.
L’altro è margine astratto
……………………………………………………………………..
Nella teoria inutile di sensazioni
chiamata vita,
nel vacillare coerente di visioni
del […]
Ah! i sentieri sono tutti in me.
Qualunque distanza o direzione, o termine
mi appartiene, sono io. Il resto è la parte
di me che chiamo il mondo esteriore.
Ma il sentiero dio ecco si biparte
In chi io sono e nell’altro da me
[…]
O curva d’orizzonte, che ti varca,
elude la vista, vuoto d’essere o stare.
Freccia, che il petto enorme mi trapassa.
Non dolere: morire è continuare.
Più non vedo chi amai. La coppa,
d’oro, non s’è rotta. Caduta nel mare,
sommersa, ma identica sul fondo la grazia
occulta per noi, ma immutata.
O curva d’orizzonte, m’avvicino,
per chi rimane, un giorno sparirò
dalla vista dell’ultimo sull’ultima vetta,
ma per me lo stesso eterno andrò
sulla curva, finché il tempo l’aspetta
e dove sono stato un giorno tornerò.
Vento che passi
nelle pinete,
quante sventure
ricordano i tuoi lai.
Quanta tristezza,
senza conforto
di pianto, grava
sul cuore.
E, vento errante
delle solitudini,
reca un sollievo
ai cuori.
Offri alla pena
che ignori i tuoi lai,
vento che piangi
nelle piante.
Vive sepolto chi si consegna ad altri.
e chi all’altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
Sciogliere le mie mani?
Trilla nella notte un flauto. ‘E di qualche
pastore? Che importa? Perduta
Serie di note vaga e senza senso alcuno.
Come la vita.
Senza nesso o principio o fine ondeggia
L’aria alata.
Povera aria fuori della musica e della voce, così piena
di non essere nulla!
Non c’è nesso o filo perché si ricordi quell’aria,
se si ferma;
e già all’udirla ne soffro la nostalgia
e il quando cesserà.
Mattino degli altri! O sole che dai fiducia
      solo a chi già confida!
E solo alla dormiente, e non alla morta, speranza
      che si desta il tuo giorno.
A chi sogna di giorno e sogna di notte, sapendo
      inutile ogni sogno
ma sogna sempre, soltanto per sentirsi vivere
      e avere cuore,
a costoro risplendi senza il giorno che porti, o solamente
      come qualcuno che viene
per la via, impercettibile al nostro sguardo cosciente,
      per non essere noi nessuno.
Trema in luce l’acqua.
Mal vedo. Mi sembra
che un aliena pena
nella mia anima scende –
pena erma di qualcuno
di alcun altro mondo
dove il dolore è un bene
e l’amore è profondo.
e solo punge vedere,
in lontananza, illusa,
la vita che muore
il sogno della vita.
Dormi sopra il mio seno,
sognando di sognare…
Nel tuo sguardo leggo
un lubrico vagare.
Dormi nel sogno di esistere
e nell’illusione di amare.
Tutto è nulla, e tutto
Un sogno finge di essere.
Lo spazio nero è muto.
Dormi, e, addormentandoti
Sappi cordialmente sorridere
sorrisi da scordare.
Dormi sopra il mio seno,
senza pena né amore…
Nel tuo sguardo leggo
L’intimo torpore
di chi conosce il nulla-essere
di vita, gaudio e dolore.
Lontano alla luna,
sul fiume una vela,
serena passando,
che cosa mi rivela?
Non so, ma il mio essere
Mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
Che angoscia mi allaccia?
Che amore non si dispiega?
‘E la vela che passa
nella notte che resta.
La parte dell’indolente è la vita astratta.
Chi non impiega lo sforzo nel conseguire,
ma lo lascia inattivo, lo lascia sopito,
lo lascia senza futuro e senza rifugio,
cosa mai può succhiare dalla morta lotta,
dall’avvertita vanità di seguire
un cammino, dall’inerzia di sentire,
dal fuoco estinto e dalla visione perduta,
se non la calma acquiescenza nell’aver
consegnato nel sangue, e per il corpo tutto
la coscienza di nulla volere né essere,
l’intervisione delle cose attingibili,
e il rifiutarle, come una bella maniera
delle mani che il pallore rende impassibili?
‘E una brezza lieve
che l’aria ebbe un momento
e trascorre ma non conquista
poi che quasi è il tutto.
Non esiste chi amo
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.
E frattanto l’aroma
Che la brezza porta mi sorge
alla coscienza un momento
come una confidenza.
Ah, suona dolcemente
come a chi sta per piangere
ogni canzone tessuta
d’artificio e di luna:
      nulla che ricordi
la vita.
Preludio di cortesie,
o sorriso trascorso…
Giardino remoto e freddo…
E nell’anima di chi l’ ha trovato
solo l’eco assurda del volo
      inane.
Oggi, in quest’ozio incerto
Senza piacere né motivo,
come un tumulo aperto
chiudo il mio cuore.
Nell’inutile coscienza
Che è inutile tutto,
lo chiudo, contro la violenza
del mondo duro e rozzo.
Ma che male soffre un morto?
Contro che cosa difenderlo?
Lo chiudo, nel chiuderlo assorto,
e senza volerlo sapere.
Pessoa – Studio e Antologia Poetica a cura di Luigi Panarese – Imminenze dell’Ignoto – Edizioni Accademia 1972 – Pagg. 105121

Bergman e il "Silenzio di Dio"


#bergman

 

#silenzio #dio
Ammettiamo che dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo! La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura, tutto diviene chiaro, trasparente.
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