Disertare il Reale


Spero ed attendo la nebbia di Poseidone
Anelo alla vista della Costellazione di Castore e Polluce
sono desta a salpar la rotta
sul cavallo del destino!
“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio.”
da “Elogio della Fuga” di Henri Laborit


Le tribù






“La storia e la stessa mitologia ribadiscono la funzione fondatrice della violenza, la sua valenza fecondante. L’uomo è un essere istintivo che ha bisogno di eccessi e di effervescenza. In altre parole, l’esistenza individuale e sociale non si forma “superando” la “parte in ombra” dell’essere umano, che è una costante antropologica, ma integrandola, omeopatizzandola. Così ne evitiamo gli aspetti più nocivi”.
“Per me la cultura è la sedimentazione di tante piccole realtà quotidiane:vestirsi, cucinare, divertirsi, giocare etc., che non hanno più niente a che vedere con le grandi astrazioni, le grandi opere, messe in piedi dalla borghesia. Oggi è il popolo, la massa che fa cultura e che, non a caso, fa paura all’intellighenzia“.

Michel Maffesoli
Professore di Sociologia alla Sorbonne di Parigi, che ebbi il piacere di ascoltare, incantata, diversi anni fa..

…studioso di miti cosmogonici, tribali…studioso della post modernità e dell’immaginario..osservatore dei “fatti quotidiani”.

La scimmietta Lucinda


…Libera Interpretazione dell’intervista..

“……sì l’autoscatto…., uno dei miei ricordi più cari è la scimmietta aggrappata al mio stivale,
era una femmina..che chiamai Lucinda…Uno dei grandi amori della mia vita….
….era di una bambina della tribù locale..
Quando tornai in europa, dovetti separarmi da lei,
perchè sarebbe stato come condannarla a morte,
non avrebbe sopportato il clima..
Di Tristi Tropici, mi chiesero di farne un opera,
 che fu poi rappresentata a Strasburgo, senza nessun successo
ed un critico commentò che non era una vera opera,
perchè non c’erano donne;
io commentai che effettivamente se avessi voluto fare un opera
avrei messo una donna
e quella donna sarebbe stata Lucinda.”
Tristi Tropici – 1960
Claude-Lévi Strauss

In memoria di Claude L. Strauss, oggi scompare il suo corpo mortale
ma la sua immortalità di spirito, studio e saggezza, non se ne andrà mai ..
Lucinda ti starà sempre attaccata ed anche io…Grazie!

Alda Merini


La pazza: “Io sono una sedia, una sedia su cui non si siede mai nessuno. Non so se ci sono delle piastrelle o del linoleum o della vernice fresca. Chi mi ha verniciato le mani? Un secondino, immagino, ma ieri è venuta una visita. Una parola, pa-ro-la, la parola, parola, mi bacia le labbra, pronuncio la parola.”
L’AMORE
‘E un petalo la tua memoria
che si adagia sul cuore
e lo sconvolge.
Addio, come ogni sera,
oltre le fratture c’è un cadavere
eretto di discorso,
sembra un frammento di un eutanasia
ma tu mi uccidi come sempre, amore,
e riapri i miei eterni giacimenti.
I sepolcri del Foscolo, gli addii
di certe mani che non sono sepolte
ed emergono futili dal nulla
a chiedere giustizia di parole.
Il SEQUESTRO
Manicomio è parola assai più grande
delle oscure voragini del sogno,
eppur veniva qualche volta al tempo
filamento di azzurro o una canzone
lontana di usignolo o si schiudeva
la tua bocca mordendo nell’azzurro
la menzogna feroce della vita.
LA FAMIGLIA
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
IL DOLORE
Baratro oscuro, deflagrazione,
scintilla che muove il passato,
caviglie che si rompono
nel correrti dietro, dolore,
tu sei la lepre viva
che le mie mani conoscono
fin dall’infanzia.
LA POLVERE CHE FA VOLARE
Conversazione con Alda Merini
Avevo quindici anni quando tornai a casa con la prima recensione a una mia poesia.
Non stavo nella pelle per l’emozione.
La portai subito a mio padre, la persona che mi era più cara, gridando: “Guarda, papà, che cosa scrive Spagnoletti di me” Lui, senza fiatare, me la strappò dalle mani e la fece in mille pezzi.
Poi mi fissò negli occhi:”Ascoltami, cara, la poesia non dà pane”, mi disse serio.
Era un uomo di buon senso.
Alda Merini “La pazza della porta accanto”
Bompiani

La Sorpresa


…sulla sorpresa “Si vive questa sensazione con intensità particolare quando si viaggia in treno seduti in direzione in cui va il treno, vicino al finestrino: come un fiume le cose vengono incontro; appaiono da lontano, minuscole, si avvicinano, si fanno più grandi, inondano gli occhi; si rivelano nella verità della loro figura e dei loro colori; si ha l’impressione di non essere noi ad andare verso di loro, ma loro a venire verso di noi, quasi addosso, come un’onda alta che si rovescia su di noi.

Se di tanto in tanto si guarda anche dal finestrino opposto, si ha proprio la sensazione di solcare un mare di cose, come se si fosse su una nave: prati, alberi, messi, casolari, persone, macchine, fiumi, ponti, binari, colline, scogliere, paesi…,da una parte e dall’altra. Andare è incontrare. E’ una grande fortuna riuscire a conservare il potere e l’attesa di essere stupiti.
Se si è seduti in direzione opposta a quella in cui va il treno, non si ha questa sensazione perché non si va incontro alle cose, ci si separa da esse; appaiano all’improvviso non davanti, ma di fianco, da dietro le spalle e subito scivolano via. Scorgerle e vederle allontanarsi è la stessa cosa; nel momento stesso in cui appaiono, dileguano; non si vedono venire incontro, sempre più grandi; si vedono solo allontanarsi, farsi subito piccole e scomparire. Non vengono; vanno.
Non si ha allora la festa di andare verso di esse con occhi e animo ben aperti e voraci; c’è invece la malinconia d’un incontro insistentemente offerto e sempre perduto.”

Edizioni Paoline

No Man’s Land


Da “Il giunco mormorante” di Nina Berberova ed. Adelphi

Nella vita di ognuno esistono momenti – quando la porta sbattuta all’improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco “no” che sembrava irrevocabile si muta in “forse”-, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci rempiamo di speranza come di nuovo sangue. E’ stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto di un giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di prima di spingerci nel baratro.
(pag. 11)

“Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale, o dal punto di vista della polizia, l’una lecita e l’altra illecita. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all’altra, e queste ore hanno una loro continuità. Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso, e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero. Mi fanno pena le persone che sono sole unicamente nella stanza da bagno, e in nessun altro tempo e luogo.” (pagg. 36-37)

Collegamenti:

"L’ultimo chef Cinese"


“Quando imparai a leggere, mi parve in un certo senso di allontanarmi dal mio vecchio mondo. Certamente abbandonai il mondo limitato dell’immediato, fino ad allora l’unico che conoscevo. Scoprii che tutto ciò di cui avevo bisogno era già stato conosciuto e scritto da qualche parte”.

Nicoles Mones “L’ultimo chef Cinese” pag.55 – 2009 Neri Pozza Editore, Vicenza

“Sam le aveva spiegato che un pasto era sì nutrimento, ma prima di tutto era un insieme di simboli, suggerimenti e riferimenti, che collegavano le persone non solo tra loro, ma anche alla cultura, all’arte e alla storia del proprio Paese.

Nicole Mones “L’ultimo chef Cinese” pag.199 – 2009 Neri Pozza Editore, Vicenza.