“cacciare il dolore con verità”, Eschilo, tradotto da Emanuele Severino


Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del LARIO e oltre ...

da l’Inno a Zeus, che sta al centro del primo canto intorno all’ara, nell’AGAMENNONE di Eschilo, nella traduzione di Emanuele Severino

in Interpretazione e traduzione dell’Orestea di Eschilo, Rizzoli, 1985

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da Emanuele Severino, IL GIOGO, alle origini della  ragione: Eschilo, Adelphi, 1989

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Arcobaleno “Sogni – Il Matrimonio delle Volpi”


Sogni – Arcobaleno

Kitsune no Yomeiri

Favola Giapponese:

« Strana è la follia di coloro in cui entra un demone volpe. Talvolta corrono nudi gridando per le strade. Talvolta giacciono e con la bava alla bocca, ululano come ululano le volpi. E su alcune parti del corpo del posseduto compare un bozzo mobile sotto la pelle, che sembra avere una vita tutta sua. Pungilo con un ago, e istantaneamente scivola in un altro posto. In nessuna presa può essere così strettamente compresso da una mano forte che non scivoli da sotto le dita. La gente posseduta si dice che parli e scriva in lingue di cui erano completamente all’oscuro prima della possessione. Mangiano solo ciò che sembra piacere alle volpi e ne mangiano una gran quantità, come se non loro, ma la volpe che li possiede, sia affamata. »

…Quando piove e contemporaneamente c’è il sole avviene il matrimonio delle volpi, e bisogna stare attenti a non capitarci in mezzo per sbaglio, perché le volpi sono spiriti dispettosi e si vendicherebbero dell’incauto osservatore. (Akira Kurosawa – Sogni.)

https://www.youtube.com/v/oNbI2ddLMr0

http://www.musubi.it/index.php/cinema/gendai/258-sogni?showall=&start=1

Estetica dell’Abdicazione, Pessoa e Ulisse


1891- J. H. Waterhouse – Ulisse e le Sirene
 
Estetica dell’abdicazione: “Conformarsi è sottomettersi e vincere è conformarsi, essere vinto. Perciò ogni vittoria è una grossolanità. I vincitori perdono sempre tutte le qualità di sconforto di fronte al presente, le quali li hanno portati alla lotta che ha dato loro la vittoria. Restano soddisfatti, e soddisfatto può essere solo chi si conforma, che non ha la mentalità del vincitore. Vince solo chi non ottiene nulla. ‘E forte solo chi si disanima sempre. La cosa migliore e la più regale è abdicare. L’impero supremo è quello dell’Imperatore che abdica a tutta la vita normale, degli altri uomini, su cui la preoccupazione della supremazia non pesa come un fardello di gioielli.

Pessoa – pag.22 – Imminenza dell’ignoto

 

Abdicazione 

Prendimi, o notte eterna, tra le braccia
e chiamami tuo figlio.
    Io sono un re
che volontariamente ho abbandonato
Il mio trono di sogni e di stanchezze.
La mia spada, gravosa e braccia stanche,
ho affidato a virili e calme mani;
lo scettro e la corona, – li ho lasciati
nell’atrio, fatti a pezzi.
La mia cotta di maglia, così inutile,
gli speroni, dal futile tintinno,
sulla gelida scala li ho lasciati.
Corpo ed anima, la regalità
deposi, e alla tranquilla e antica notte
tornai, paesaggio nel morir del giorno.
Per tutta la notte il sonno non venne. Adesso
     raggia dal fondo
dell’orizzonte, coperto e freddo, il mattino.
     che faccio nel mondo?
Nulla che la notte plachi o sollevi l’aurora,
    cosa seria o vana.
Con occhi spenti dalla febbre vana della veglia
      vedo con orrore
Il nuovo giorno recarmi lo stesso giorno della fine
      del mondo e del dolore:
un giorno eguale agli altri, della eterna famiglia
      dei giorni così.
E nemmeno il simbolo vale, il significato
      del mattino che viene
uscendo lento dalla stessa essenza della notte che era,
      per chi,
avendo tante volte sempre sperato invano,
più nulla spera.
Ah! L’angoscia, la rabbia vile, la disperazione
di non poter confessare
In un tono di grido, in un ultimo grido austero
Il mio cuore che sanguina.
Parlo, e le parole che dico sono un suono
represso, e sono io.
Ah! Strappare alla musica il segreto del tono
del grido suo!
Ah! Furia del dolore che non ha sorte nel gridare.
Del grido che non ha
potere più del silenzio, che torna, dall’aria
nella notte senza essere!
Lieve, breve, soave,
un canto d’uccello
sale nell’aria con cui principia
il giorno.
Ascolto ed è svanito…
Sembra che solo perché l’ascoltai
s’è fermato.
Mai, mai, in nulla,
raggi il mattino, o infuri sul declino,
ebbi piacere che durasse
più del nulla, la perdita, prima che lo potessi
godere.
Cade pioggia. E’ notte… Una piccola brezza
      subentra alla calura.
Per essere felici molte cose abbisognano.
      Questa luce è migliore.
Che cos’è la vita? Lo spazio è qualcuno per me.
      Mentre sogno ci sono soltanto io.
Con luce, in chi non ha fine
      e, senza voler, s’addolora.
Estesa, lieve, inutile passeggera,
      sfiorandomi porta
illusione di sogno, e nella scia
      la mia vita dimora.
Battello indelebile nello spazio dell’anima,
      luce del lume al di là
d’eterna assenza di calma anelata,
      meta del bene superfluo.
Si vuole e – se venne – si disconosce
      che, se pur fosse, sarebbe
Il tedio di averlo… E la pioggia aumenta
       nella notte qui fredda.
Essere stanca, sentire duole, pensare distruggere.
Aliena a noi, in noi e fuori,
precipita l’ora, e tutto nell’ora precipita.
Inutilmente l’anima piange.
Quel che è: a che serve? A che deve servire?
Pallido, lieve abbozzo
del sole d’inverno sul mio letto ridente…
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui si desta il mattino,
della premessa futile del giorno,
morta sul nascere, nella speranza remota e assurda
in cui l’anima confida.
Qualunque sentiero porta in un luogo,
qualunque sentiero
in qualunque punto in due si divide
e uno conduce dove segna una strada,
l’altro è solo.
Uno conduce al termine della pura strada, fermo
dove è conclusa.
L’altro è margine astratto
……………………………………………………………………..
Nella teoria inutile di sensazioni
chiamata vita,
nel vacillare coerente di visioni
del […]
Ah! i sentieri sono tutti in me.
Qualunque distanza o direzione, o termine
mi appartiene, sono io. Il resto è la parte
di me che chiamo il mondo esteriore.
Ma il sentiero dio ecco si biparte
In chi io sono e nell’altro da me
[…]
O curva d’orizzonte, che ti varca,
elude la vista, vuoto d’essere o stare.
Freccia, che il petto enorme mi trapassa.
Non dolere: morire è continuare.
Più non vedo chi amai. La coppa,
d’oro, non s’è rotta. Caduta nel mare,
sommersa, ma identica sul fondo la grazia
occulta per noi, ma immutata.
O curva d’orizzonte, m’avvicino,
per chi rimane, un giorno sparirò
dalla vista dell’ultimo sull’ultima vetta,
ma per me lo stesso eterno andrò
sulla curva, finché il tempo l’aspetta
e dove sono stato un giorno tornerò.
Vento che passi
nelle pinete,
quante sventure
ricordano i tuoi lai.
Quanta tristezza,
senza conforto
di pianto, grava
sul cuore.
E, vento errante
delle solitudini,
reca un sollievo
ai cuori.
Offri alla pena
che ignori i tuoi lai,
vento che piangi
nelle piante.
Vive sepolto chi si consegna ad altri.
e chi all’altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
Sciogliere le mie mani?
Trilla nella notte un flauto. ‘E di qualche
pastore? Che importa? Perduta
Serie di note vaga e senza senso alcuno.
Come la vita.
Senza nesso o principio o fine ondeggia
L’aria alata.
Povera aria fuori della musica e della voce, così piena
di non essere nulla!
Non c’è nesso o filo perché si ricordi quell’aria,
se si ferma;
e già all’udirla ne soffro la nostalgia
e il quando cesserà.
Mattino degli altri! O sole che dai fiducia
      solo a chi già confida!
E solo alla dormiente, e non alla morta, speranza
      che si desta il tuo giorno.
A chi sogna di giorno e sogna di notte, sapendo
      inutile ogni sogno
ma sogna sempre, soltanto per sentirsi vivere
      e avere cuore,
a costoro risplendi senza il giorno che porti, o solamente
      come qualcuno che viene
per la via, impercettibile al nostro sguardo cosciente,
      per non essere noi nessuno.
Trema in luce l’acqua.
Mal vedo. Mi sembra
che un aliena pena
nella mia anima scende –
pena erma di qualcuno
di alcun altro mondo
dove il dolore è un bene
e l’amore è profondo.
e solo punge vedere,
in lontananza, illusa,
la vita che muore
il sogno della vita.
Dormi sopra il mio seno,
sognando di sognare…
Nel tuo sguardo leggo
un lubrico vagare.
Dormi nel sogno di esistere
e nell’illusione di amare.
Tutto è nulla, e tutto
Un sogno finge di essere.
Lo spazio nero è muto.
Dormi, e, addormentandoti
Sappi cordialmente sorridere
sorrisi da scordare.
Dormi sopra il mio seno,
senza pena né amore…
Nel tuo sguardo leggo
L’intimo torpore
di chi conosce il nulla-essere
di vita, gaudio e dolore.
Lontano alla luna,
sul fiume una vela,
serena passando,
che cosa mi rivela?
Non so, ma il mio essere
Mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
Che angoscia mi allaccia?
Che amore non si dispiega?
‘E la vela che passa
nella notte che resta.
La parte dell’indolente è la vita astratta.
Chi non impiega lo sforzo nel conseguire,
ma lo lascia inattivo, lo lascia sopito,
lo lascia senza futuro e senza rifugio,
cosa mai può succhiare dalla morta lotta,
dall’avvertita vanità di seguire
un cammino, dall’inerzia di sentire,
dal fuoco estinto e dalla visione perduta,
se non la calma acquiescenza nell’aver
consegnato nel sangue, e per il corpo tutto
la coscienza di nulla volere né essere,
l’intervisione delle cose attingibili,
e il rifiutarle, come una bella maniera
delle mani che il pallore rende impassibili?
‘E una brezza lieve
che l’aria ebbe un momento
e trascorre ma non conquista
poi che quasi è il tutto.
Non esiste chi amo
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.
E frattanto l’aroma
Che la brezza porta mi sorge
alla coscienza un momento
come una confidenza.
Ah, suona dolcemente
come a chi sta per piangere
ogni canzone tessuta
d’artificio e di luna:
      nulla che ricordi
la vita.
Preludio di cortesie,
o sorriso trascorso…
Giardino remoto e freddo…
E nell’anima di chi l’ ha trovato
solo l’eco assurda del volo
      inane.
Oggi, in quest’ozio incerto
Senza piacere né motivo,
come un tumulo aperto
chiudo il mio cuore.
Nell’inutile coscienza
Che è inutile tutto,
lo chiudo, contro la violenza
del mondo duro e rozzo.
Ma che male soffre un morto?
Contro che cosa difenderlo?
Lo chiudo, nel chiuderlo assorto,
e senza volerlo sapere.
Pessoa Studio e Antologia Poetica a cura di Luigi Panarese – Imminenze dell’Ignoto – Edizioni Accademia 1972 – Pagg. 105121

Louise Bourgeois – The Spider, The Mistress and The Tangerine, I Do I Undo I Redo


…e ci lascia anche la Bourgeois…ma nei miei occhi rimarrà per sempre il suo gigantesco ragno, nella hall della Tate a Londra..dieci anni fa…le visioni rimangono a chi ti ha ammirata..grazie..

“..Lo sguardo però non è mai innocente: noi non vediamo solo con gli occhi, sia perché “in ogni percezione echeggia un pensiero”, sia perché l’occhio “è sempre antico, ossessionato dal proprio passato e dalle suggestioni vecchie e nuove, che gli vengono dall’orecchio, dal naso, dalla lingua, dalle dita, dal cuore e dal cervello”…”

( Remo Bodei – Paesaggi Sublimi )
http://www.tecalibri.info/B/BODEI-R_paesaggi.htm

La personale a lei dedicata alla Tate nel 2007, dopo che il suo Ragno aveva inaugurato nel 2000, l’apertura della Tate stessa: ed io lo vidi per sempre!

E’ scomparsa la scultrice francese Louise Bourgeois, una delle più grandi e significative figure del panorama artistico contemporaneo. Era nata a Parigi il giorno di Natale del 1911. Lo ha reso noto, “con profondo dolore” la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, proprio nel momento in cui si sta ultimando l’allestimento a Venezia della mostra di suoi inediti “Louise Bourgeois. The Fabric Works”.

 

http://www.youtube.com/watch?v=JMdWNwOWnng

Odilon RedonL’Araignée qui pleure(1881)


Louise Bourgeois - The Spider, The Mistress and The Tangerine

“Tessere non significa soltanto predestinare (sul piano antropologico) e riunire insieme realtà diverse (sul piano cosmologico), ma anche creare, far uscire dalla propria sostanza, come fa il ragno costruendo da sé la propria tela”; così si esprime Mircea Eliade nel suo Trattato di storia delle religioni. Nell’immagine della ragnatela, ci sarebbe dunque – presso molti popoli – una compresenza di archetipi: la creazione, il ponte, il destino.
La ragnatela assume tuttavia anche significati più pragmatici seppure sempre legati alla perfetta architettura della sua realizzazione. Tra questi si ricorda la simbologia associata alla dialettica, basata sull’idea che le parole possano intrappolare l’interlocutore come il ragno la sua preda.
Sulla simbologia del Ragno:

Bergman e il "Silenzio di Dio"


#bergman

 

#silenzio #dio
Ammettiamo che dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo! La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura, tutto diviene chiaro, trasparente.
Link utili

L’ora del Diavolo – L’uomo di Porlock – Sogni


FERNANDO PESSOA – ANTONIO TABUCCHI

http://www.letteratura.rai.it/embed/tabucchi-pessoa-e-il-portoghese/98/default.aspx

l'ora del diavolo, Pessoa

Come la notte è il mio regno, il sogno è il mio dominio. pag.25

L’anima vive perchè è perpetuamente tentata, benchè resista. Tutto vive perchè si oppone a qualcosa.

Io sono quello a cui tutto si oppone. pag.10

“E’ che il sogno, signora, è un azione divenuta idea; e che, perciò, conserva, la forza del mondo e ne ripudia la materia, cioè l’essere nello spazio. Non è forse vero che siamo liberi nel sogno?”pag.11

L’Uomo di Porlock

La storia marginale della letteratura registra come curiosità il modo in cui fu composto e scritto il Kubla Kahn di Coleridge.

Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della letteratura inglese – la più grande, a parte la greca di tutte le letterature. E la straordinarietà dell’intreccio coesiste e si fonde con la straordinarietà della sua origine. E’ stato composto, racconta Coleridge, in sogno.

Egli soggiornava, di tanto in tanto in una tenuta solitaria, fra il villaggio di Porlock e quello di Linton.

Un giorno, per effetto di un sedativo che aveva preso, si addormentò; dormì tre ore, durante le quali, dice, compose l’opera, poiché le immagini e le espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano nella sua mente parallelamente e senza sforzo.

Una volta sveglio, pensò di scrivere quello che aveva composto;

aveva già scritto una trentina di versi, quando gli venne annunciata la visita di un uomo di Porlock.

Coleridge si sentì obbligato a riceverlo.

Passò con lui quasi un ora. Ma al momento di rimettersi a trascrivere quello che aveva composto in sogno,

si accorse di essersi dimenticato il resto; si ricordava solo il finale del testo – altri ventiquattro versi.

E’ così che ci è giunto il Kubla Kahn come frammento o frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un altro mondo, raffigurato in termini di mistero che l’immaginazione umana non può concepire, e di cui ignoriamo, con un brivido, quale potrebbe essere stata la trama. Edgar Poe (discepolo, che lo sapesse o meno di Coleridge), non ha mai raggiunto, in versi o in prosa, l’Altro Mondo in modo così spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in forma negativa; nel Kubla Kahn tutto è altro, tutto è Aldilà;

e ciò che non si riesce a decifrare accade in un Oriente impossibile, ma che il poeta ha visto davvero.

Non si sa – Coleridge non ce lo ha detto – chi fosse quell’ uomo di Porlock che tanti, come me, avranno maledetto. Sarà stato per una coincidenza fortuita che è spuntato questo seccatore sconosciuto a disturbare una comunicazione fra l’abisso e la vita? Sarà sorta, tale apparente coincidenza, da qualche occulta presenza reale, di quelle che sembrano impedire di proposito la rivelazione dei Misteri, anche se intuitiva e lecita, o la trascrizione dei sogni, se in essi sia latente qualche forma di rivelazione?

Comunque sia, credo che il caso di Coleridge rappresenti – in forma esasperata destinata a dar vita ad una allegoria vissuta – ciò che capita a tutti noi in quando questo mondo tentiamo, con la sensibilità per cui si fa arte, di comunicare, falsi pontefici, con L’Altro Mondo di noi stessi.

Il fatto è che tutti noi quando componiamo, anche se siamo svegli, è come se lo facessimo in sogno.

E a tutti noi, anche se nessuno viene a trovarci, si presenta nel nostro intimo, L’uomo di Porlock, il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce (quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l’interruzione fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita. di noi stessi: la somma vivente di ciò che impariamo, di ciò che pensiamo di essere e di ciò che desideriamo essere.

Quel visitatore – perennemente sconosciuto perché, pur essendo noi, – questo seccatore – perennemente anonimo, perché, pur essendo vivo è – tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza nostra, fra l’inizio e la fine di una poesia concepita per intero, che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima.

Fossimo capaci di essere fanciulli, per non avere visite, né visitatori che ci sentiamo obbligati a ricevere!

Ma non vogliamo far aspettare chi non esiste, non vogliamo offendere l’ estraneo che è noi.

E così, di quello che sarebbe potuto essere, resta solo ciò che è; della poesia, o della opera omnia, solo il principio e la fine di qualcosa andato perduto – disiecta membra che come disse Carlyle, sono ciò che resta di ogni poeta, o di ogni uomo. [ OOP, III, 398-400]

L’Uomo di Porlock, (Fernando Pessoa, Pagine Esoteriche Adelphi, cit. pp 32-35)

 

CORROMPO, CERTO, PERCHE’ FACCIO IMMAGINARE. pag.13

CORROMPO MA ILLUMINO pag. 20