Bergman e il "Silenzio di Dio"


#bergman

 

#silenzio #dio
Ammettiamo che dio non esista, che differenza c’è? La vita diventa comprensibile. Che sollievo! La morte diventa uno spegnimento, un disfacimento dell’anima. La crudeltà degli uomini, la loro solitudine, la loro paura, tutto diviene chiaro, trasparente.
Link utili

Fernand Khnopff – Des Caresses – 1896 –


IL SIMBOLISMO BELGA
Des Caresses – 1896 –
Per capire un opera, oltre alla conoscenza accademica, allo studio applicato,
alla esperienza fisica e visiva delle mostre,
alla ricerca meticolosa in archivi dimenticati, oltre questo approccio oggettivo utile alla conoscenza, per me è indispensabile saper vedere, guardare oltre ciò che viene rappresentato.
Utilizzare la sensibilità, il linguaggio delle emozioni, che mi contraddistingue come individuo; chiedermi cosa voglio vedere nell’opera d’arte,
che mi appartiene, di intimamente mio, oltre a quella magia estetica che mi rapisce, senza la necessità di adottare logica alcuna.
Non posso fare a meno di collocare temporalmente ciò che vedo,
 il tempo, il concetto circolare, la dimensione cronologica di tutti i fatti che avvolgono un artista e la sua arte, sono elementi imprescindibili per lo studio.
Ed ecco che, come per incanto, un piccolo dettaglio nascosto, sfuocato e apparentemente insignificante, si trasforma nell’elemento chiave,
nella parola magica del mondo incantato che apre le porte del linguaggio nascosto del quadro e dei suoi segreti…nonché dei miei.
“Ritratto di Marguerite Khnopff”
Collezione Personale
A Brussel, una mostra sul simbolismo belga e il suo grande artista Khnopff, autore della figura che ho scelto rappresentare la mia immagine e il mio nome: kolonistuga.
Museo e città che ho avuto il piacere di visitare l’anno passato,
dopo 17 anni di attesa.
Brussel custodisce alcune chiavi importanti per la mia evoluzione artistica,
architettonica e letteraria, per la mia persona.
Khnopff, fu corrispondente per la rivista delle Arts & Crafts “The Studio”, di cui gelosamente custodisco diverse copie di cui una interamente dedicata a lui , con stampe di bozzetti e altre opere, alcune mai compiute. (1893-99) Quella a me particolarmente cara è questa immagine di studio di viso femminile, che ritrae la sorella, che lui amava profondamente e morbosamente. Dalla studio del suo viso, usciranno le linee guida di tutti i tratti e relative re-interpretazioni di visi e figure femminili, delle sue sublimi opere simboliche ed evocative. Oggi su Repubblica ( 1 Maggio 2010), Cesare De Seta, scrive un illuminante articolo su questa mostra e il simbolismo Belga, che invito tutti a leggere e di cui copio alcuni frammenti:
“Bruxelles, l’arte ossessionata dal peccato tra ermafroditi e donne tentatrici”
“.. :al primo colpo salta all’occhio che la donna, incarnazione dell’angelo e del demone, è una protagonista assoluta di questa cultura. (il Simbolismo n.d.r)
Una donna puttana, una donna tentatrice, una donna adescatrice, esibita nel corpo,
nella sua nudità,
in veste e fogge scandalosamente provocanti.
Figure ermafrodite che hanno il loro duraturo trionfo nell’elegantissimo Des Caresses, 1896,
dove un giovane con un torso da scultura prassitelica sfiora il volto ermafrodita di una fanciulla che ha il corpo di un ghepardo:
Fernand Knhopff, ha un segno inconfondibile alla Franz Stuck, ma esibendo il felino chiude la partita con la tradizione dell’esotismo orientalista.
Il realismo del dipinto è solo una foggia esterna, quel che conta sono i significati che il soggetto trasmette:

negli stessi anni gli scambi tra la poesia di Mallarmé e i romanzi del belga Paledan sono assai stretti, stroncati a Parigi, hanno un gran successo in Belgio. …”

A seguire alcuni link utili:

http://www.riflessioni.it/enciclopedia/simbolismo.htm

http://www.artivisive.sns.it/fototeca/scheda.php?id=11029#

L’inevitabile risveglio



Sull’Artista Angelo Palazzini alcuni link a seguire:
http://www.galleriastefanoforni.com/?page_id=201
http://www.nautilaus.com/incontro/Giornale1-2002.htm

Da Arte poetica (L’artefice, 1960)

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.
Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.
Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
convertire l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore e un simbolo.
Vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, tale è la poesia
che è immortale e povera. La poesia
ritorna, come l’aurora e il tramonto.
da Limiti (L’altro lo stesso, 1964)
Di queste strade che scavano il tramonto,
una ci sarà (non so quale) che ho percorso
già per l’ultima volta, indifferente
e, senza indovinarlo, sottomesso
a Colui che prefigge onnipotenti norme
e una segreta e rigida misura
alle ombre, ai sogni e alle forme
che intessono e che stessono questa vita.
Se per tutto c’è termine e punto fermo
e ultima volta e mai più e oblio,
chi ci dirà a chi, in questa casa,
senza saperlo abbiamo detto addio?
da Il Rimorso (La Moneta di Ferro, 1976)
Ho commesso il peggiore dei peccati
che un uomo può commettere. Non sono stato 
felice. Mi travolgano e disperdano,
spietati, i ghiacci dell’oblio. I miei
mi avevano creato per il gioco
azzardato e stupendo della vita,
per la terra, per l’acqua, l’aria, il fuoco.
Li ho delusi. Non si compì la loro 
giovane volontà. Non fui felice.
Mi applicai alle caparbie simmetrie
dell’arte, che congegna vacuità.
Ereditai audacia. Non fui audace.
Non mi abbandona. Mi sta sempre accanto
l’ombra di essere stato un disgraziato.

Vedere oltre le cose – La Casa del Fascio di Terragni


Sulla storia del telaio, rimando al seguente link:
Sulla luce, l’ombra , l’Astrattismo, la Metafisica: c’era una volta l’Architettura:

L’Uomo di Porlock, Pessoa


“…Il sonno perfetto è un appendice dell’amore..quel tuffo inevitabile..un oceano nel quale ci vengono incontro i morti…nel sonno una cosa ci rassicura ed è il fatto di uscirne e di uscirne immutati..”

Memorie di Adriano – M. Yourcenar


L’UOMO DI PORLOCK

Fernando Pessoa

La storia marginale della letteratura registra come curiosità il modo in cui fu composto e scritto il
Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della letteratura inglese – la più grande, a parte la greca di tutte le letterature. E la straordinarietà dell’intreccio coesiste e si fonde con la straordinarietà della sua origine. E’ stato composto, racconta Coleridge, in sogno.
Egli soggiornava, di tanto in tanto in una tenuta solitaria, fra il villaggio di Porlock e quello di Linton.
Un giorno, per effetto di un sedativo che aveva preso, si addormentò; dormì tre ore, durante le quali, dice,
compose l’opera, poiché le immagini e le espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano nella sua mente parallelamente e senza sforzo.
Una volta sveglio, pensò di scrivere quello che aveva composto; aveva già scritto una trentina di versi, quando gli venne annunciata la visita di un uomo di Porlock.
Coleridge si sentì obbligato a riceverlo.
Passò con lui quasi un ora. Ma al momento di rimettersi a trascrivere quello che aveva composto in sogno,
si accorse di essersi dimenticato il resto; si ricordava solo il finale del testo – altri ventiquattro versi.
E’ così che ci è giunto il Kubla Kahn come frammento o frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un altro mondo, raffigurato in termini di mistero che l’immaginazione umana non può concepire,
e di cui ignoriamo, con un brivido, quale potrebbe essere stata la trama. Edgar Poe (discepolo, che lo sapesse o meno di Coleridge), non ha mai raggiunto, in versi o in prosa, l’Altro Mondo in modo così spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in forma negativa; nel Kubla Kahn tutto è altro, tutto è Aldilà;
e ciò che non si riesce a decifrare accade in un Oriente impossibile, ma che il poeta ha visto davvero.
Non si sa – Coleridge non ce lo ha detto – chi fosse quell’ uomo di Porlock che tanti, come me, avranno maledetto. Sarà stato per una coincidenza fortuita che è spuntato questo seccatore sconosciuto a disturbare una comunicazione fra l’abisso e la vita? Sarà sorta, tale apparente coincidenza, da qualche occulta presenza reale, di quelle che sembrano impedire di proposito la rivelazione dei Misteri, anche se intuitiva e lecita, o la trascrizione dei sogni, se in essi sia latente qualche forma di rivelazione?
Comunque sia, credo che il caso di Coleridge rappresenti – in forma esasperata destinata a dar vita ad una allegoria vissuta – ciò che capita a tutti noi in quando questo mondo tentiamo, con la sensibilità per cui si fa arte, di comunicare, falsi pontefici, con L’Altro Mondo di noi stessi.
Il fatto è che tutti noi quando componiamo, anche se siamo svegli, è come se lo facessimo in sogno.
E a tutti noi, anche se nessuno viene a trovarci, si presenta nel nostro intimo, L’uomo di Porlock, il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce (quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l’interruzione fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita, di noi stessi: la somma vivente di ciò che impariamo, di ciò che pensiamo di essere e di ciò che desideriamo essere.
Quel visitatore – perennemente sconosciuto perché, pur essendo noi, – questo seccatore – perennemente anonimo, perché, pur essendo vivo è – tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza nostra, fra l’inizio e la fine di una poesia concepita per intero, che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima.
Fossimo capaci di essere fanciulli, per non avere visite, né visitatori che ci sentiamo obbligati a ricevere!
Ma non vogliamo far aspettare chi non esiste, non vogliamo offendere l’ estraneo che è noi.
E così, di quello che sarebbe potuto essere, resta solo ciò che è; della poesia, o della opera omnia, solo il principio e la fine di qualcosa andato perduto – disiecta membra che come disse Carlyle, sono ciò che resta di ogni poeta, o di ogni uomo. [ OOP, III, 398-400]
L’Uomo di Porlock, (Fernando Pessoa, Pagine Esoteriche Adelphi, cit. pp 32-35)

..”casta per disdegno delle cose facili, l’amicizia era un fatto elettivo per lei…l’intimità dei corpi, che non è mai esistita tra noi, è stata compensata da questo contatto di due spiriti intimamente fusi l’un con l’altro; la nostra intesa non ebbe bisogno di confessioni, di spiegazioni, di reticenze, i fatti bastavano da soli ed ella le osservava meglio di me”…eravamo complici..”

“…un istante ancora, guardiamo insieme le rive famigliari, le cose che certamente non vedremo mai più, cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti…”
Memorie di Adriano – M. Yourcenar

…dedicato a colei che è sempre stata fonte di ispirazione, nei miei sogni e in tutto il mio tempo..
alla ricerca del culto di Mitra, tanto caro all’Imperatore…verso la fonte della complicità!
Colei che incontrata ed adulata in sogno, mi rivelò il segreto di me stessa!

La scimmia dell’inchiostro : Marco Di Noia


LA SCIMMIA DELL’INCHIOSTRO


LA SCIMMIA DELL’INCHIOSTRO
Questo animale abbonda nelle regioni del Nord,
è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso; gli occhi sono come corniole, 
e il pelo è nerissimo, serico e leggero, morbido come un cuscino.
Ama molto l’inchiostro di china, e quando la gente scrive,
si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate ad aspettare che abbiano finito.
Poi beve il resto dell’inchiostro e torna ad accoccolarsi tranquillo.
Wang Tai-hai, 1791
La scimmia dell’inchiostro (Il libro degli esseri immaginari, J.L.Borges, 1967, cit. pag. 187)