L’Uomo di Porlock, Pessoa
“…Il sonno perfetto è un appendice dell’amore..quel tuffo inevitabile..un oceano nel quale ci vengono incontro i morti…nel sonno una cosa ci rassicura ed è il fatto di uscirne e di uscirne immutati..”
Memorie di Adriano – M. Yourcenar
L’UOMO DI PORLOCK
Fernando Pessoa
compose l’opera, poiché le immagini e le espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano nella sua mente parallelamente e senza sforzo.
si accorse di essersi dimenticato il resto; si ricordava solo il finale del testo – altri ventiquattro versi.
e di cui ignoriamo, con un brivido, quale potrebbe essere stata la trama. Edgar Poe (discepolo, che lo sapesse o meno di Coleridge), non ha mai raggiunto, in versi o in prosa, l’Altro Mondo in modo così spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in forma negativa; nel Kubla Kahn tutto è altro, tutto è Aldilà;
alla ricerca del culto di Mitra, tanto caro all’Imperatore…verso la fonte della complicità!
Colei che incontrata ed adulata in sogno, mi rivelò il segreto di me stessa!
La scimmia dell’inchiostro : Marco Di Noia
LA SCIMMIA DELL’INCHIOSTRO
La volpe – Borges e Kurosawa
http://www.sellerio.it/merchant.php?bid=666
http://it.wikipedia.org/wiki/Kitsune
L’Odradek e il Complesso
L’ODRADEK*
Alcuni fanno derivare la parola dallo slavo e attraverso questa origine vogliono
spiegarne la formazione. Altri la fanno derivare dal tedesco e ammettono solo un’influenza dello slavo.
L’incertezza di entrambe le interpretazioni è la prova migliore della loro erroneità:
inoltre, nessuna delle due ce ne fornisce il significato.
Naturalmente nessuno perderebbe tempo in tali studi se non esistesse davvero un essere che si chiama
Odradek.
Ha l’aspetto di un rocchetto di filo, piatto e a forma di stella, e in effetti sembra fatto di filo,
ma di pezzi di filo tagliati, vecchi, annodati e confusi di diverso tipo e colore.
Non è solo un rocchetto; dal centro della stele parte un bastoncino trasversale,
e da questo bastoncino se ne stacca un altro ad angolo retto.
Con l’aiuto di quest’ultimo bastoncino da un lato, e di un raggio della stella dall’altro,
l’insieme può sollevarsi, come se avesse due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che tale struttura, una volta, convenisse a una funzione, e che ora sia rotta.
Tuttavia pare che non sia andata così, o per lo meno non c’è alcuno indizio in questo senso:
da nessuna parte si vedono riparazioni o rotture; l’insieme appare inservibile, ma a suo modo completo.
In ogni caso non possiamo dire altro, perché Odradek è straordinariamente mobile
e non si lascia catturare.
Può stare in soffitta, nel vano delle scale, nei corridoi, nell’androne. A volte passa mesi senza
farsi vedere. Si è spostato nelle case vicine, ma torna sempre nella nostra.
Spesso, quando uno esce dalla porta e lo trova sul pianerottolo delle scale, viene voglia di parlargli.
Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – per via delle dimensioni minuscole –
come un bambino.
gli chiedono. risponde. .
dice e ride, ma è una risata senza polmoni.
Suona come un fruscio di foglie secche. In genere il dialogo finisce lì.
Non sempre poi si ottengono queste risposte; a volte resta a lungo in silenzio,
come il legno, di cui sembra fatto.
Mi chiedo invano cosa gli accadrà. Può morire?
Tutto ciò che muore ha avuto prima uno scopo, una specie di attività,
e per questo si è logorato; non è così per Odradek. Scenderà la scala trascinando filacce
davanti ai piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Non fa male a nessuno,
ma l’idea che possa sopravvivermi è quasi dolorosa per me.

