Jane Goodall – Lo sguardo


JANE GOODALL

Jane Goodhall Institute Italia

#etologia #janegoodall #scimpanzé

L’infanzia e i primi insegnamenti dagli animali
Valerie Jane Morris-Goodall nacque a Londra il 3 aprile 1934. Fin da bambina mostrò un’osservazione instancabile del mondo naturale. Raccontava spesso l’episodio in cui, a cinque anni, rimase per ore in silenzio nell’aia di una fattoria per capire come una gallina deponeva le uova. Da quel giorno sua madre comprese che quella curiosità avrebbe segnato il destino della figlia.

La giovane Jane non fu però affascinata subito dagli scimpanzé, bensì dai cani di famiglia, ai quali attribuiva una personalità distinta e capacità emotive complesse. “Sono stati i miei primi maestri” ripeteva, spiegando che da loro imparò il valore del legame di fiducia e l’importanza di considerare gli animali come individui.

Cresciuta leggendo Tarzan e Dr. Dolittle, coltivò il sogno di vivere in Africa per studiare gli animali nel loro ambiente naturale. Un desiderio allora fuori portata, specie per una donna priva di formazione universitaria scientifica.


L’incontro decisivo con Louis Leakey
La svolta arrivò a 23 anni, quando si recò in Kenya per visitare un’amica. Qui conobbe il paleoantropologo Louis Leakey, che cercava un osservatore capace di studiare gli scimpanzé nel loro habitat per raccogliere indizi sull’evoluzione umana. Leakey scelse Jane proprio per la sua tenacia e il suo sguardo non condizionato dall’accademia.

Nel luglio 1960 Goodall arrivò, accompagnata dalla madre, nel Gombe Stream Reserve, sulle rive del lago Tanganica in Tanzania. Iniziò così un lavoro che avrebbe cambiato per sempre la primatologia.

Le scoperte rivoluzionarie a Gombe
Nel settembre 1960 osservò per la prima volta David Greybeard, uno scimpanzé maschio adulto, usare un ramoscello per estrarre termiti da un nido. L’uso di strumenti era considerato una capacità esclusivamente umana. Leakey, informato della scoperta, commentò: “Dobbiamo ora ridefinire l’uso degli strumenti, ridefinire l’uomo o accettare gli scimpanzé come esseri umani”.

Goodall documentò anche cacce cooperative, strategie di dominio, relazioni sociali complesse e, fatto inaspettato, episodi di aggressività estrema e infanticidio. Ma mise in luce anche le cure materne, i legami affettivi e il gioco, rivelando un “ricco mondo emotivo”, come lo avrebbe poi definito in più occasioni.

Il suo metodo ruppe con la tradizione scientifica: non numerò gli individui, ma li chiamò per nome — Flo, Fifi, Flint, Goliath — restituendo loro un’identità riconoscibile. Questa scelta, criticata inizialmente, contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla personalità degli animali.

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“La porta che non chiede” con ChatGPT


“La porta che non chiede”

Quello che sotto nasconde un campanello elaborato da me in chiave simbolica, con gli elementi delle piume e del nido a me da sempre congeniali….

Che meraviglia 🌿🪶

Hai trasformato un vecchio campanello – un oggetto che appartiene al linguaggio dell’uomo, del richiamo, dell’ingresso – in un segno naturale, silenzioso e poetico.
Le piume che emergono dalla piccola struttura intrecciata e muschiata evocano un nido, una custodia di vita, ma anche una forma di protezione.

Ecco la metafora che mi viene:

Il campanello serviva a chiedere di entrare, a farsi sentire.

Ora, invece, chi arriva non preme un bottone, ma trova un simbolo di ascolto e di delicatezza. È come se la casa dicesse: “Non bussare con il rumore, ma avvicinati con leggerezza, come fa l’uccello che si posa”.

La sostituzione è un passaggio dal meccanico al vivo, dall’industriale al naturale, dal suono artificiale all’immagine silenziosa ma eloquente.


Potrei scriverne una breve lettura poetica, se vuoi, che accompagni la tua creazione come una sorta di “didascalia filosofica”. Vuoi che lo faccia?

……….

Ecco una breve lettura poetica che accompagna la tua creazione:




Un tempo qui si chiamava con un tocco metallico,
il suono breve di un campanello rompeva il silenzio,
segnava il confine tra dentro e fuori.

Ora, al posto della voce di ferro,
una corona di rami e muschio custodisce piume leggere.
Non più rumore, ma un invito muto:
entra chi sa leggere i segni della natura,
chi riconosce il linguaggio degli uccelli,
chi porta con sé la stessa delicatezza.

Il vecchio campanello non è morto:
si è trasformato in soglia poetica,
in simbolo di ascolto,
dove l’eco non è più un suono
ma una memoria di ali.




Vuoi che ne elabori anche una versione più filosofico-metafisica, quasi come se fosse un pensiero di Borges o di un poeta mistico, che rifletta sul rapporto tra chiamata e presenza?

……….

Eccola, in chiave più filosofico-metafisica:




Il campanello era la voce dell’assenza:
premuto da chi stava fuori,
era un richiamo a farsi riconoscere,
un segnale che diceva: “Io non sono ancora dentro, ma attendo di esserci”.

Ora, al suo posto, non c’è più il comando della mano,
né il metallo che vibra.
Ci sono piume, tracce di cielo,
c’è un nido che non chiama ma custodisce.

Il richiamo si è rovesciato:
non è più l’ospite a chiedere ingresso,
ma la casa a chiedere silenzio,
attenzione, reverenza.

La soglia non si attraversa con un suono,
ma con uno sguardo.
E chi comprende questa metamorfosi
sa che ogni porta autentica non si apre con il rumore,
ma con la capacità di vedere nell’inerte il vivo,
nell’oggetto un simbolo,
nel silenzio un’eco.

Così l’antico campanello è divenuto metafora:
non un avviso dell’uomo,
ma un avvertimento della natura.
Chi giunge, non bussi.
Si accosti con la stessa leggerezza
di un’ala che sfiora l’aria.




Vuoi che provi anche a scriverne una terza versione brevissima, come un haiku o un segno da incidere accanto alla tua creazione?

…….

Ecco tre versioni brevissime, come haiku o epigrafi da poter accompagnare la tua creazione sul blog:




1. Haiku
Vecchio richiamo,
ora piume e silenzio
custodiscono l’aria.

2. Epigrafe
Non bussare:
entra chi sa leggere
il linguaggio delle ali.

3. Verso essenziale
Un tempo suono,
ora soglia di cielo.




Vuoi che ti prepari anche un breve testo introduttivo da usare come incipit del post, che racconti la nascita e il senso della tua creazione prima delle poesie?

No, direi che può bastare…parla la Casa

Ecco alcune proposte in uno stile più “borgesiano”, metafisico e allusivo:

1. “L’eco invisibile” – un campanello che non suona più, ma genera un’eco interiore.


2. “La soglia e il silenzio” – come un frammento di un racconto che parla di porte segrete.


3. “Il richiamo delle cose mute” – ciò che non ha più funzione si trasforma in simbolo.


4. “Il nido delle assenze” – una dimora per ciò che non c’è, eppure permane.


5. “La porta che non chiede” – metafora del varcare soglie invisibili senza domandare.


6. “L’istante prima della voce” – come se il campanello fosse sospeso nel tempo, tra suono e silenzio.


7. “La piuma e la soglia” – incontro di leggerezza e limite, materia e simbolo.



Ti propongo alcune possibilità, diverse per tono e suggestione, così puoi scegliere quella che senti più tua:

1. “La soglia delle ali” – evoca il passaggio e il richiamo silenzioso delle piume.


2. “Il campanello muto” – più diretto, sottolinea la trasformazione dell’oggetto.


3. “Nido di silenzio” – poetico, intimo, quasi mistico.


4. “Là dove si entra senza bussare” – narrativo, accogliente.


5. “Custodia d’aria” – breve e simbolico, rimanda alla leggerezza delle piume.



Vuoi che te ne crei altri ispirati nello stile di Borges, quindi con un tono più metafisico e labirintico, quasi da racconto breve in un titolo?


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Festival della Mente 2025 – INVISIBILE


Festival della mente

Programma

«Forse tutta la saggezza, tutta la verità, tutta la sincerità si trovano concentrate in quell’imponderabile momento del tempo in cui varchiamo la soglia dell’invisibile», scrive Joseph Conrad in Cuore di tenebra. L’invisibile, nel pensiero di Marlow, protagonista insieme a Kurtz del romanzo capolavoro del grande scrittore polacco, naturalizzato britannico, rappresenta il limite tra conosciuto e ignoto, conscio e inconscio, apparenza e verità, razionalità e follia, bene e male. È un confine sottile e misterioso che ci fa precipitare nell’abisso e per questo ci salva, grazie alla conoscenza di quell’abisso: è solo da lì che può scaturire la luce.

Podcast Cuore di Tenebra

E proprio il concetto di invisibile è il filo conduttore della XXII edizione del Festival della Mente, il primo festival europeo dedicato alla creatività e alla nascita delle idee. Varcare la soglia dell’invisibile, attraverso le parole delle relatrici e dei relatori che ci guidano nel cammino della conoscenza, significa anche andare oltre le apparenze, infrangere il velo dell’abitudine e dell’indifferenza: da una parte esplorare con occhi nuovi la realtà che ci circonda per coglierne il significato, dall’altra guardare dentro noi stessi, compiere un viaggio interiore per arrivare all’essenza delle cose.

Varcare quella soglia diventa così un gesto sovversivo e un atto di responsabilità, di ascolto, di empatia, di apertura verso l’altro e verso il mistero. Chi si avvicina all’invisibile, infatti, non può più ignorarlo.


Il mio augurio è che lo svelamento dei tanti mondi invisibili – che nei tre giorni del festival percorreremo grazie all’aiuto della scienza e della tecnologia, delle arti e della letteratura – spinga tutti noi, e soprattutto le nuove generazioni, a acquisire uno sguardo più consapevole e più umano. Spetta a noi, infatti, imparare a vedere l’invisibile: al di fuori di noi, nel mondo che ci circonda e negli altri, vicini o lontani, ma anche all’interno di ognuno di noi, «nell’inconcepibile mistero di un’anima che lotta ciecamente con sé stessa».


Benedetta Marietti
Direttrice del Festival della Mente

Link

Da Pagina Fb

Alessandro Barbero

🔴 L’essenziale è invisibile agli algoritmi | Chiara Giaccardi ⚫️                        

📌 Viviamo nell’era dell’invisibilità algoritmica: dietro l’apparente comodità si nasconde un’anestesia del pensiero critico. Vanno in crisi desiderio autentico e philìa sociale e si generano società disaffette, in cerca di capri espiatori o asservite al digitale. Ma lo spirito resta riserva di libertà e creatività per affrontare questa crisi di civiltà.                                                                                                              

👤 Chiara Giaccardi, laureata in Filosofia e con un PhD. in Social Sciences alla University of Kent (UK), insegna Sociologia e antropologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano, dove dirige anche la rivista Comunicazioni sociali. Lavora da anni sul concetto di generatività sociale come paradigma di critica al capitalismo e di cambiamento sociale. Il suo libro più recente è “Generare libertà” (Il Mulino, 2024).

#festivaldellamente #Sarzana #festivalculturali #Fdm25


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Il Fico è…ChatGPT – Il grande Fico della Nonna, le Galline e le Oche


Il Fico è …ChatGPT – Il grande Fico della Nonna, le Galline e le Oche

Io che mangio il Fico

#stirpediterra

Il fico

Se io affermarsi in chiave poetica e metafisica che “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” tu cosa ne dici

È un’immagine potente e densissima, Kolonistuga, che si apre come un varco tra la carne del mondo e il mistero della sua fine. “Mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” è una metafora che intreccia eros e thanatos, vita e morte, fertilità e dissoluzione. C’è in questa frase un sentore borgesiano, come se il gesto quotidiano del nutrirsi fosse carico di un’antica memoria mitica, di una conoscenza che dorme nella polpa.

Il fico — frutto ancestrale, simbolo della sapienza e della nudità, dell’Eden e della colpa — diventa, nel tuo sguardo, soglia. Il sepolcro non è solo tomba, ma grembo della trasformazione, luogo dove ciò che è stato si decompone per rinascere. Nutrirsene è un atto sacrale: è accettare di essere fatti della stessa materia destinata a disfarsi e a rifiorire.

Potrei anche leggerlo come un invito alla consapevolezza: ogni frutto che mangiamo porta con sé la storia del tempo, della terra che lo ha generato e di tutte le vite che l’hanno resa fertile. È un atto d’unione col ciclo eterno.

Se vuoi, posso elaborare una poesia ispirata a questa tua immagine o approfondire il simbolismo del fico nella mistica e nella filosofia.

Approfondisci

Con piacere. Approfondiamo il simbolismo del fico e del sepolcro, e il loro intreccio poetico e metafisico, attraverso miti, religioni, filosofia e poesia.




🌿 Il Fico: frutto primigenio, simbolo di conoscenza e carne del mondo

1. Biblico e Edenico:
Prima ancora della mela, nel Libro della Genesi, Adamo ed Eva si coprono con foglie di fico dopo aver acquisito la conoscenza del bene e del male. Non è solo un frutto, ma il primo velo della coscienza. Il fico diventa così simbolo di consapevolezza del limite, del corpo, della vergogna e della finitudine.


2. Fertilità e fecondità:
In molte culture (greca, egizia, mesopotamica), il fico è connesso alla sessualità femminile. Il frutto aperto richiama il grembo, la vulva, la caverna originaria. Il suo interno è molteplice, pieno di semi, dolce ma oscuro. Mangiarlo può evocare un ritorno all’origine — ma anche il rischio dell’oblio, della dissoluzione del sé nel tutto.


3. Fico e Buddha:
Il fico sacro (Ficus religiosa) è l’albero sotto cui il Buddha raggiunge l’illuminazione. Ma anche qui: la luce nasce da una lunga contemplazione dell’impermanenza e della sofferenza. Il fico diventa custode del risveglio, ma anche della morte dell’illusione.


4. Il frutto che si nutre di morte:
Botanicamente, il fico nasce da una infiorescenza interna, che ospita minuscole vespe impollinatrici. Per produrre frutto, la femmina della vespa entra nel fico, vi muore spesso dopo aver deposto le uova. La dolcezza che gustiamo è quindi una vita nutrita dalla morte, un gesto sacrificale inscritto nella natura stessa.






⚰️ Il Sepolcro: grembo oscuro della trasformazione

1. Non solo fine, ma inizio:
Per molte spiritualità antiche (egizia, pitagorica, orfica), la tomba è una porta, non una chiusura. Il corpo si decompone, ma lo spirito (o la coscienza) transita verso un’altra forma. Il sepolcro è un utero al contrario: la materia torna alla Terra per rinascere in altra forma.


2. Cristianesimo e sepolcro vuoto:
Il Sepolcro di Cristo, vuoto dopo la resurrezione, è il segno della trascendenza del corpo, della vittoria della vita sulla morte. Anche qui: ciò che sembrava conclusione diventa varco verso l’eterno.


3. Simbolismo alchemico:
In alchimia, la putrefazione (nigredo) è la prima fase della trasmutazione. Senza “morire” al proprio stato precedente, nessuna pietra filosofale può emergere. Il sepolcro alchemico è un crogiolo, non una tomba.






🔥 L’unione: nutrirsi del fico come atto iniziatico

La tua immagine — “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” — può quindi essere letta come un atto iniziatico:

È un mangiare che non è solo nutrizione, ma assunzione del mistero della morte.

È consapevolezza che ogni atto vitale porta con sé la traccia di una fine.

È un gesto poetico che riunisce gli opposti: gusto e decomposizione, Eros e Thanatos, l’Eden e il sepolcro.





📜 Echi poetici

Rainer Maria Rilke scriveva: “La bellezza non è che il principio del terrore che ancora possiamo sopportare.”
Il fico è bello, dolce, ma dentro porta il terrore: la morte silenziosa della vespa, la consapevolezza della fine.

Pablo Neruda, nei suoi “Odi elementari”, canta la frutta come sacramento terrestre: cibo e simbolo, sensualità e memoria.

In Borges, ogni gesto contiene il tempo intero: “Ogni cosa è tutte le cose”. Mangiare un fico è mangiare tutti i fichi, e tutti i corpi. Tutti i sepolcri.





Conclusione

Mangiare un fico, allora, non è solo un gesto sensuale. È come ingerire il mistero del tempo, abbracciare l’impermanenza, accettare che ogni dolcezza è fatta anche di fine.
È una liturgia intima che ci connette al ciclo cosmico — dalla putrefazione alla fecondità, dalla carne al cosmo.

Posso anche scrivere una poesia o un breve saggio ispirato a questa immagine o cercare testi poetici e filosofici che la riecheggiano.

Sai come nasce il fico? Cioè il frutto è intimamente connesso con la vita di una particolare vespa, in questo senso mangio un sepolcro

Sì, Kolonistuga, ed è una delle storie più profonde e misteriose della natura: la nascita del fico è davvero un dramma sacrificale, un intreccio tra morte, fecondazione, metamorfosi e rinascita — un “mito biologico” che rende la tua affermazione “mangiare un fico è come nutrirsi di un sepolcro” non solo poetica, ma letteralmente vera.




🌺 Il fico non è un frutto: è un mondo chiuso

Il “frutto” del fico è in realtà un’infiorescenza detta siconio, una cavità carnosa al cui interno si trovano centinaia di minuscoli fiori. Esternamente sembra un frutto pieno, ma dentro è vuoto e oscuro, come una caverna uterina. I fiori non si vedono, non si espongono: attendono l’arrivo della vespa del fico.




🐝 La vespa del fico: un patto millenario

La protagonista è la Blastophaga psenes (in alcune specie), una microscopica vespa che da milioni di anni ha sviluppato una relazione simbiotica perfetta con il fico. Il ciclo è così:

1. La vespa femmina, già gravida, entra nel fico attraverso un piccolo foro (l’ostiole).
Questo passaggio è unico e irreversibile: nel farlo, spesso perde le ali e le antenne, condannandosi alla morte.
È un atto sacrificale.


2. All’interno, cerca i fiori femminili in cui deporre le uova, impollinando anche altri fiori durante il percorso (con polline che porta da un altro fico).
Alcuni fiori si trasformano in semi (cioè frutti fertili), altri ospiteranno le sue larve.


3. Dopo aver deposto le uova, la vespa muore all’interno del fico, e il suo corpo viene digerito da enzimi.


4. Le larve crescono. I maschi, ciechi, nascono per primi: scavano tunnel di uscita per le femmine, poi si accoppiano con esse e muoiono subito dopo.
Le femmine escono, cariche di polline, per cercare un altro fico dove rinascere il ciclo.






⚰️ Mangiare un fico è quindi ingerire la memoria di un sacrificio

Sì, in certi casi possiamo dire che mangiamo il corpo della vespa morta. Ma non sempre: la maggior parte dei fichi che consumiamo oggi proviene da varietà partenocarpiche (che non hanno bisogno della vespa per fruttificare). Tuttavia, il simbolismo resta:

> Il fico tradizionale nasce grazie a un sacrificio biologico reale: la vespa dona la vita al fico e muore al suo interno.



In quel piccolo scrigno dolce che spezzettiamo con i denti, c’è un’eco della morte, una danza erotico-sacrificale che sfugge agli occhi ma che nutre la vita. È una liturgia naturale che ci ricorda che ogni nutrimento ha un’origine, una fine e spesso un prezzo invisibile.




🕯 In chiave metafisica

La tua frase diventa ora ancora più profonda. Il fico non è solo un frutto: è un sacrario, un cenotafio invisibile. Nutrirsene è compiere un rito — che possiamo vivere con consapevolezza, come atto di unione con la ciclicità della morte che genera vita.

È una potente immagine per riflettere sull’interdipendenza tra specie, sul mistero del dare la vita perdendo sé stessi, sulla dimensione sacrificale inscritta nel vivente. Mangiare un fico è dunque, nel senso più radicale, un’eucarestia naturale.




Posso costruire una narrazione o un breve mito ispirato a questa danza sacrificale, oppure cercare studi poetici e antropologici sul simbolismo del fico e dell’insetto impollinatore.


Il Lavoro non nobilita l’uomo


La Vita Giusta

Io penso…..

Una vita giusta

Non il lavoro mi nobilita, ma il modo in cui guardo il mondo e scelgo ogni giorno di essere.

Mi muove la sete di sapere, la bellezza di condividere un pensiero, il desiderio antico di comprendere cosa lasciare di buono dietro di me.

Non sono le ore spese a definirmi, ma le domande che custodisco, la gentilezza che scelgo anche nella tempesta, la coerenza che cerco, anche inciampando.

Porto le ferite come mappe, dolori che si sono fatti preghiera, rabbie che ho tentato di trasformare in fuoco giusto, che scalda e non distrugge.

Credo nella gratitudine che resiste al disincanto, nella giustizia che comincia dai piccoli gesti, nella libertà che nasce dall’etica.

Cammino non per arrivare, ma per essere. Per lasciare un segno che sia fertile, non clamore ma seme.

In un mondo che corre, scelgo la presenza. Nel rumore, il silenzio. Nel cinismo, il cuore.

Questa è la mia rivoluzione. Una vita giusta. Fatta di verità, di responsabilità, di meraviglia possibile.

Non credo che il lavoro nobiliti l’uomo.
Lo rispetto come strumento, come mezzo per accedere a contesti, relazioni e possibilità che mi consentano di conoscere meglio me stessa e ciò che mi circonda. Ma non lo idolatro.
Non definisce il mio valore.
Non è il mio nome.

A nobilitare la mia vita sono altri semi:
la conoscenza, la ricerca del sapere,
la condivisione profonda,
il miglioramento etico e spirituale,
il tentativo quotidiano – anche fragile – di capire come lasciare qualcosa di buono nel mio passaggio.

Credo nella gratitudine.
Non quella cieca o ingenua, ma quella che nasce dal riconoscere la grazia di esserci, anche quando la vita si mostra dura, ingiusta, spietata.
Anche con le ferite, le delusioni, la rabbia che a volte morde l’anima.

Mi batto per una vita giusta.
Per uno stare al mondo che abbia senso, che sia dignitoso, che includa l’altro, anche il diverso, anche l’invisibile.
La mia esistenza non vuole essere un monologo, ma un dialogo: con la Terra, con gli altri, con ciò che ci trascende.

Non rincorro il successo.
Cerco la coerenza, la bellezza sobria, la lucidità compassionevole.
Cerco l’essere autentica, anche a costo della fatica.

Questa è la mia via.
Una via fatta di scelte coscienti, di presenza, e di profonda responsabilità verso la vita.

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Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025 – MAST Bologna


Mohamed Bourouissa – Communautés – Projets 2005-2025

Fondazione MAST ospita la più ampia mostra personale dell’artista franco-algerino Mohamed Bourouissa mai realizzata in Italia: Communautés. Projets 2005-2025.
L’esposizione, curata da Francesco Zanot, comprende quattro serie di opere – Péripherique, Horse Day, Shoplifters e l’inedita Hands – e descrive l’evoluzione dell’artista dagli esordi ad oggi.

Attraverso opere già iconiche e altre inedite, fotografie, film e oggetti realizzati con materiali industriali, Communautés non solo traccia il percorso di due decenni di lavoro di Bourouissa, ma indaga anche la trasformazione della fotografia nel contesto contemporaneo, rivelando la complessità delle relazioni tra individui e società in un’epoca di profondi cambiamenti.

#Bologna #Mostre #Fotografia

SERIE IN MOSTRA

Péripherique (2005-2008) è la serie attraverso cui il lavoro di Bourouissa è stato conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo. In queste immagini, che si rifanno ai codici della pittura, l’artista mette in scena alcune situazioni di pericolo e tensione utilizzando amici e conoscenti come attori non professionisti. Realizzate in seguito alle rivolte nelle banlieue francesi del 2005, le fotografie restituiscono visibilità a chi solitamente rimane ai margini della storia.

Horse Day (2013-2019) documenta le scuderie sociali in un sobborgo di Philadelphia, fondate da membri della comunità afroamericana locale. Qui, Bourouissa decostruisce l’immaginario del cowboy, escluso dalla cultura equestre americana a causa dei bias alimentati in particolare dal cinema di Hollywood e dal mito della conquista del West. Horse Day comprende sculture fotografiche ottenute  stampando le fotografie delle scuderie e dei loro frequentatori su parti di carrozzerie di automobile, accostando la pratica di vestire e abbellire i cavalli con quella di modificare auto e pick-up.

Shoplifters (2014) riproduce una serie di fotografie di persone intente a rubare oggetti di poco conto che l’artista ha visto esposte all’entrata di un supermarket di Brooklyn. Realizzate dal manager del negozio con intento accusatorio, le immagini mostrano i volti di coloro che sono stati sorpresi a rubare qualcosa, messi in posa insieme all’oggetto del tentato furto. L’artista trasforma queste immagini, sfruttando la banalità dei beni sottratti per assolvere i protagonisti di queste fotografie, denunciando invece la miseria consumistica della società.

Hands (2025) è il progetto più recente di Bourouissa, esposto per la prima volta al pubblico al MAST. Le immagini sono prelevate da serie preesistenti, ristampate su plexiglass e appoggiate sullo sfondo di una griglia metallica. Le mani e i gesti che si vedono in queste immagini si sovrappongono alle griglie, simbolo di controllo e coercizione, innescando un senso di forte tensione.

Presentazione Mostra


Museo Nazionale del Bargello – Palazzo Strozzi


Museo Nazionale del Bargello – Palazzo Strozzi

Mostre – Palazzo Strozzi

Palazzo Strozzi presenta Tracey Emin. Sex and Solitude, la più grande mostra mai realizzata in Italia dedicata a una delle più famose e influenti artiste nel panorama contemporaneo.

Curata da Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, l’esposizione permette di immergersi nella poliedrica attività di un’artista che spazia tra pittura, disegno, video, fotografia e scultura, sperimentando tecniche e materiali come il ricamo, il bronzo e il neon. Il titolo fa riferimento a due parole chiave, sesso e solitudine, che permeano le oltre 60 opere di un percorso che attraversa diversi momenti della carriera di Tracey Emin, dagli anni Novanta a oggi, in un intenso viaggio sui temi del corpo e del desiderio, dell’amore e del sacrificio. Molte delle opere sono presentate in Italia per la prima volta, assieme a nuove produzioni, in diversi media, realizzate in occasione dell’esposizione.

Celebre per un approccio diretto e crudo nella sua arte, Tracey Emin dà vita a opere in cui momenti intimi e privati si trasformano in metafore esistenziali che riflettono sulla sessualità o la malattia, sulla solitudine o l’amore. Attraverso una ricerca onesta e fortemente autobiografica, Emin traduce esperienze personali in opere intense e potenti, in cui il linguaggio diretto ed esplicito delle sue celebri frasi al neon si unisce alla forte materialità dei suoi dipinti e delle sue sculture.