Louise Bourgeois – The Spider, The Mistress and The Tangerine, I Do I Undo I Redo


…e ci lascia anche la Bourgeois…ma nei miei occhi rimarrà per sempre il suo gigantesco ragno, nella hall della Tate a Londra..dieci anni fa…le visioni rimangono a chi ti ha ammirata..grazie..

“..Lo sguardo però non è mai innocente: noi non vediamo solo con gli occhi, sia perché “in ogni percezione echeggia un pensiero”, sia perché l’occhio “è sempre antico, ossessionato dal proprio passato e dalle suggestioni vecchie e nuove, che gli vengono dall’orecchio, dal naso, dalla lingua, dalle dita, dal cuore e dal cervello”…”

( Remo Bodei – Paesaggi Sublimi )
http://www.tecalibri.info/B/BODEI-R_paesaggi.htm

La personale a lei dedicata alla Tate nel 2007, dopo che il suo Ragno aveva inaugurato nel 2000, l’apertura della Tate stessa: ed io lo vidi per sempre!

E’ scomparsa la scultrice francese Louise Bourgeois, una delle più grandi e significative figure del panorama artistico contemporaneo. Era nata a Parigi il giorno di Natale del 1911. Lo ha reso noto, “con profondo dolore” la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, proprio nel momento in cui si sta ultimando l’allestimento a Venezia della mostra di suoi inediti “Louise Bourgeois. The Fabric Works”.

 

http://www.youtube.com/watch?v=JMdWNwOWnng

Odilon RedonL’Araignée qui pleure(1881)


Louise Bourgeois - The Spider, The Mistress and The Tangerine

“Tessere non significa soltanto predestinare (sul piano antropologico) e riunire insieme realtà diverse (sul piano cosmologico), ma anche creare, far uscire dalla propria sostanza, come fa il ragno costruendo da sé la propria tela”; così si esprime Mircea Eliade nel suo Trattato di storia delle religioni. Nell’immagine della ragnatela, ci sarebbe dunque – presso molti popoli – una compresenza di archetipi: la creazione, il ponte, il destino.
La ragnatela assume tuttavia anche significati più pragmatici seppure sempre legati alla perfetta architettura della sua realizzazione. Tra questi si ricorda la simbologia associata alla dialettica, basata sull’idea che le parole possano intrappolare l’interlocutore come il ragno la sua preda.
Sulla simbologia del Ragno:

Félicien Rops (1833-1898) e il Simbolismo Belga


#FélicienRops

Video
“Uno dei contributi più originali del simbolismo che scompagina l’ordine di ogni scansione disciplinare, scaturisce dall’incontro, nel 1864 di Baudelaire con Félicien Rops. Per il poeta, Rops disegnerà il frontespizio di Les Epaves, dove una donna vestita secondo i canoni del café chantant ha un teschio per testa con gran cappello e un corpo scheletrico. I due amici dialogano, riflettono sulla relazione che corre tra visibile e leggibile, Rops giunge a configurare un’immagine che sia riflesso del testo e non illustrazione banale d’esso.”
Vedi il testo di JOSEPHIN PELADAN,


DELL’ANDROGINO.

Teoria plastica.

A cura di Adriano Marchetti.

Pàtron Editore, Bologna, 1996
Josephin Aimé Péladan
Nato a Lione il 28 marzo 1859, morto a Neully sur Seine il 27 giugno 1918. Si faceva chiamare Sâr Merodak, dal nome di un personaggio principale di una delle sue novelle, o Sâr Peladan. Sâr è una parola assira che signidfica Re. Personaggio eccentrico dell’epoca simbolista, poeta, scrittore, drammaturgo, fu amico di Stanislas de Guaita (con cui saltuariamente rompeva, per rivalità in questioni di donne) di Gabriele D’Annunzio, che era un suo estimatore, di Eric Satie, il musicista e compositore che scrisse la musica per i suoi drammi e fu il musicista ufficiale dell’Ordine Cabbalistico della Rosa+Croce, di Debussy, di Gerard Encausse (Papus). il personaggio più importante dell’esoterismo europeo della sua epoca e di molti degli intellettuali della sua epoca. Nella galleria Durand-Ruel, Peladan organizzò un importante evento artistico della vita parigina, il Salon des Rose+Croix. Nel 1893, dal 38 marzo al 30 aprile, vi si tennero numerose tenute artistiche e che fu visitato da 23.000 persone. Il Salon fu ripetuto anche nel 1897.
Vedi anche: L’Opera Teatrale di Joséphin Péladan
Esoterismo e Magia nel Dramma Simbolista
di Marisa Verna

 

Joanna Chrobak


La casa di Asterione



So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.
E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra (mente chi afferma che in Egitto ce n‘è una simile). Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti delia folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sulle stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi con volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande: non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’ impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo non mi mancano distrazioni. Come il montone che s’avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all’ombra di una cisterna e all’angolo d’un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino che egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: “Adesso torniamo all’angolo di prima “, o “Adesso sbocchiamo in un altro cortile “, o “Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua”, oppure: “Ora ti faccio vedere una cisterna che s’è riempita di sabbia “, o anche “vedrai come si biforca la cantina “. A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce infondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l’altro, senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori dei mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me?

Il sole della mattina brilla sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.

“Lo crederesti, Arianna? “disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso.”
Jorge Luis Borges


La casa di Asterione from cecilia donaggio luzzatto-fegiz on Vimeo.

“L’Aleph”, La casa di Asterione, 1949
“Il Manuale di zoologia fantastica”, 1967
“Borges e L’Architettura”
Cristina Grau Collana diretta da Bruno Zevi

Poesia Dadaista




Ah…le Avanguardie! Espressionismo, Futurismo, Dadaismo, Esistenzialismo, Surrealismo, Primitivismo, Modernismo…”Der Blaue Reter”, l’Arte Astratta..il respiro del primo ventennio del ‘900. L’inquietudine, la Dissacrazione, la Nostalgia del passato, il fascino delle Arti Primitive, il sogno, la Metafisica, l’Introspezione, gli Ideali violati…il tormento del corpo. 
Di seguito il procedimento dadaista di creazione di una poesia teorizzata nel primo manifesto dadaista da Tristan Tzara:

Per fare una poesia dadaista:

Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.
Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia.
Ritagliate l’articolo.
Tagliare ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettere tutte le parole in un sacchetto.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le estrarrete.
Copiatele coscienziosamente.
La poesia vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare.

Collezionista


Baricco ha la capacità di rappresentare la densità delle parole, 
trasformandole in spazi mentali

Sotto la scala


                                                          http://www.pinacotecabologna.it/
Oggi 15 Agosto, giornata insopportabilmente calda, umida, e opaca!
Il giorno ideale per andare in centro e trovare lo spazio libero, vitale, necessario!
Cerco uma mostra sulle rafffigurazioni del cibo nell’arte dal cinquecento al settecento, in via belle arti; chiuso!
Bene, allora poco oltre, mi fermo alla Pinacoteca Nazionale e ne approfitto per rivedere il Trecento Bolognese, Francesco Francia, Guido Reni e i Carracci e Giotto naturalmente!
Conversazione emozionante alla biglietteria con Signore e Signora piacevolmente sorpresi di conversare sui limiti della Città…e sì, la cultura e la città di Bologna soffrono da tempo di un male incurabile, colpa del Vaticano per il quale la Domenica serve solo per andare a messa e quindi tutto deve essere chiuso…già dico io, oltre al fatto che a Bologna ci sono anche i Massoni…e salta fuori il termine Massone che pensavo di pronunciare solo io, nelle mie elucubrazioni sulle sorti del mondo!
Che bello..allora altri ragionano! Beh, mi viene regalato un book bellissimo in bianco e nero sulla Pinacoteca che è un reperto anni 80 di valore inestimabile, stampato dalla tipografia Labanti&Nanni..sono strafelice!
…non mi dilungo sulle opere meravigliose che ci sono in Pinacoteca e per le quali nel resto d’Europa si realizzerebbero una decina di Musei; mi soffermo su quello che ho trovato nella sala 15, quella di Guido Reni, sotto uno scalone doppio in legno dal quale si accede alle stanze dei Carracci e del Manierismo..ecco lì sotto, invisibile, nascosto dietro ad un piccolo pianoforte stretto rosa, chissa, forse settecentesco, accanto mi ritrovo un modello ligneo, su di un piedistallo, protetto per tre quarti da un vetro curvo, pieno di polvere..devo abbassare la testa perchè non ci sto, mi avvicino e leggo “Bernini” modello per la fontana di P.zza Navona..
Bernini????? rimango con la testa china, scatto una foto in fretta..poi..non so che dire!