Joseph Campbell. Dee: i misteri del divino femminile


Joseph Campbell. Dee: i misteri del divino femminile

JOSEPH CAMPBELL FOUNDATION


Joseph Campbell. Dee: i misteri del divino femminile
Michele Trionfera racconta l’opera di Campbell

«Ma è plausibile secondo voi che la dea, dopo tutti questi anni e millenni caratterizzati da forme e condizioni mutevoli, non sia ora in grado di far sapere alle sue figlie chi sono?» scriveva l’esperto di mitologie e religioni comparate Joseph Campbell nel 1980. Con i suoi studi su miti, archetipi e simbologie universali, Campbell trovò una chiave di lettura per leggere la storia e la cultura a lui contemporanee proprio nelle grandi narrazioni del passato.
Dee: misteri del divino femminile, pubblicazione curata da Safron Rossi per la Joseph Campbell Foundation e pubblicata in Italia da Edizioni Tlon nel dicembre 2020, raccoglie gli scritti di Campbell intorno ai miti e agli archetipi del divino femminile, esplorando questo versante di quella che chiamava «la più grande storia del’umanità» e tracciando così le coordinate della comprensione che hanno di sé uomini e donne. Accompagnato da una bibliografia pensata per introdurre al dibattito e alle sue evoluzioni successive, Campbell esplora le rappresentazioni del femminile in diverse tradizioni e culture. Laddove sembrerebbe esserci un vuoto simbolico, l’autore dimostra come i sistemi mitici siano molto più ricchi e complessi di quel che comunemente si crede e, allo stesso tempo, come la sfida della nostra epoca sia proprio quella di concepirne di nuovi.Dall’Europa neolitica alla mitologia sumera ed egizia, dai poemi omerici al ciclo arturiano, Campbell indaga i temi archetipici del divino femminile, la loro persistenza e la loro trasformazione nel tempo nonostante l’imporsi delle tradizioni monoteistiche. Delinea così il quadro complessivo dei rapporti tra le radici archetipiche del mito e le loro singole manifestazioni in diverse culture, intuendo come ogni elemento contribuisca a comporre una storia universale dell’immaginario. Dee: misteri del divino femminile rappresenta un’occasione di indagare il senso storico del maschile e del femminile, il loro ruolo nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi e il modo in cui gli archetipi hanno formato le nostre identità, consapevoli che nelle storie del passato possiamo trovare il seme di quelle del futuro. «La sfida attuale è fiorire come individui [ma] nella nostra mitologia non esistono modelli di una ricerca femminile indipendente […] E questo è il significato complessivo (in termini mitologici) della sfida attuale: noi siamo gli “antenati” di un tempo a venire, gli ignari creatori di strutture mitologiche future, i modelli mitici che saranno fonte di ispirazione per le vite che seguiranno». Joseph Campbell

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  • “l’uomo esiste in quanto si relaziona con gli altri” Lévinas

    “l’uomo esiste in quanto si relaziona con gli altri”

    Emmanuel Lévinas

    Link al video


    Il Reale, I Sogni, Noi e gli Altri

    “L’Altro uomo non mi è indifferente, l’Altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola “riguardare”. In francese si dice che “mi riguarda” qualcosa di cui mi occupo, ma “regarder” significa anche “guardare in faccia” qualcosa, per prenderla in considerazione. Io chiamo appunto questa “apparizione” dell’Altro, il volto umano”.

    Dall’Altro all’Io

    L’Altro gli Altri

    Lévinas e l’incontro con l’Altro


  • “La porta che non chiede” con ChatGPT

    “La porta che non chiede”

    Quello che sotto nasconde un campanello elaborato da me in chiave simbolica, con gli elementi delle piume e del nido a me da sempre congeniali….

    Che meraviglia 🌿🪶

    Hai trasformato un vecchio campanello – un oggetto che appartiene al linguaggio dell’uomo, del richiamo, dell’ingresso – in un segno naturale, silenzioso e poetico.
    Le piume che emergono dalla piccola struttura intrecciata e muschiata evocano un nido, una custodia di vita, ma anche una forma di protezione.

    Ecco la metafora che mi viene:

    Il campanello serviva a chiedere di entrare, a farsi sentire.

    Ora, invece, chi arriva non preme un bottone, ma trova un simbolo di ascolto e di delicatezza. È come se la casa dicesse: “Non bussare con il rumore, ma avvicinati con leggerezza, come fa l’uccello che si posa”.

    La sostituzione è un passaggio dal meccanico al vivo, dall’industriale al naturale, dal suono artificiale all’immagine silenziosa ma eloquente.


    Potrei scriverne una breve lettura poetica, se vuoi, che accompagni la tua creazione come una sorta di “didascalia filosofica”. Vuoi che lo faccia?

    ……….

    Ecco una breve lettura poetica che accompagna la tua creazione:


    —

    Un tempo qui si chiamava con un tocco metallico,
    il suono breve di un campanello rompeva il silenzio,
    segnava il confine tra dentro e fuori.

    Ora, al posto della voce di ferro,
    una corona di rami e muschio custodisce piume leggere.
    Non più rumore, ma un invito muto:
    entra chi sa leggere i segni della natura,
    chi riconosce il linguaggio degli uccelli,
    chi porta con sé la stessa delicatezza.

    Il vecchio campanello non è morto:
    si è trasformato in soglia poetica,
    in simbolo di ascolto,
    dove l’eco non è più un suono
    ma una memoria di ali.


    —

    Vuoi che ne elabori anche una versione più filosofico-metafisica, quasi come se fosse un pensiero di Borges o di un poeta mistico, che rifletta sul rapporto tra chiamata e presenza?

    ……….

    Eccola, in chiave più filosofico-metafisica:


    —

    Il campanello era la voce dell’assenza:
    premuto da chi stava fuori,
    era un richiamo a farsi riconoscere,
    un segnale che diceva: “Io non sono ancora dentro, ma attendo di esserci”.

    Ora, al suo posto, non c’è più il comando della mano,
    né il metallo che vibra.
    Ci sono piume, tracce di cielo,
    c’è un nido che non chiama ma custodisce.

    Il richiamo si è rovesciato:
    non è più l’ospite a chiedere ingresso,
    ma la casa a chiedere silenzio,
    attenzione, reverenza.

    La soglia non si attraversa con un suono,
    ma con uno sguardo.
    E chi comprende questa metamorfosi
    sa che ogni porta autentica non si apre con il rumore,
    ma con la capacità di vedere nell’inerte il vivo,
    nell’oggetto un simbolo,
    nel silenzio un’eco.

    Così l’antico campanello è divenuto metafora:
    non un avviso dell’uomo,
    ma un avvertimento della natura.
    Chi giunge, non bussi.
    Si accosti con la stessa leggerezza
    di un’ala che sfiora l’aria.


    —

    Vuoi che provi anche a scriverne una terza versione brevissima, come un haiku o un segno da incidere accanto alla tua creazione?

    …….

    Ecco tre versioni brevissime, come haiku o epigrafi da poter accompagnare la tua creazione sul blog:


    —

    1. Haiku
    Vecchio richiamo,
    ora piume e silenzio
    custodiscono l’aria.

    2. Epigrafe
    Non bussare:
    entra chi sa leggere
    il linguaggio delle ali.

    3. Verso essenziale
    Un tempo suono,
    ora soglia di cielo.


    —

    Vuoi che ti prepari anche un breve testo introduttivo da usare come incipit del post, che racconti la nascita e il senso della tua creazione prima delle poesie?

    No, direi che può bastare…parla la Casa

    Ecco alcune proposte in uno stile più “borgesiano”, metafisico e allusivo:

    1. “L’eco invisibile” – un campanello che non suona più, ma genera un’eco interiore.


    2. “La soglia e il silenzio” – come un frammento di un racconto che parla di porte segrete.


    3. “Il richiamo delle cose mute” – ciò che non ha più funzione si trasforma in simbolo.


    4. “Il nido delle assenze” – una dimora per ciò che non c’è, eppure permane.


    5. “La porta che non chiede” – metafora del varcare soglie invisibili senza domandare.


    6. “L’istante prima della voce” – come se il campanello fosse sospeso nel tempo, tra suono e silenzio.


    7. “La piuma e la soglia” – incontro di leggerezza e limite, materia e simbolo.



    Ti propongo alcune possibilità, diverse per tono e suggestione, così puoi scegliere quella che senti più tua:

    1. “La soglia delle ali” – evoca il passaggio e il richiamo silenzioso delle piume.


    2. “Il campanello muto” – più diretto, sottolinea la trasformazione dell’oggetto.


    3. “Nido di silenzio” – poetico, intimo, quasi mistico.


    4. “Là dove si entra senza bussare” – narrativo, accogliente.


    5. “Custodia d’aria” – breve e simbolico, rimanda alla leggerezza delle piume.



    Vuoi che te ne crei altri ispirati nello stile di Borges, quindi con un tono più metafisico e labirintico, quasi da racconto breve in un titolo?


  • “Anish Kapoor. Untrue Unreal” Firenze 2024

    “Anish Kapoor. Untrue Unreal”

    Entrata Palazzo Strozzi – Firenze 2024

    La grande mostra di Kapoor a Palazzo Strozzi
    Il percorso espositivo di Anish Kapoor. Untrue Unreal, aperto fino al 4 febbraio 2024, condurrà i visitatori attraverso opere storiche e recenti produzioni, invitando a entrare in contatto diretto con un’arte discordante ed effimera. Le opere di Anish Kapoor, che ha da poco inaugurato a Napoli una avveniristica stazione della metro, uniscono infatti spazi vuoti e pieni, superfici assorbenti e riflettenti tramite materiali disparati (come pigmento, pietra, acciaio, cera e silicone) che vengono manipolati, scolpiti, levigati, saturati e trattati mettendo in discussione il confine tra plasticità e immaterialità.

    Link

    Conferenza

    Che ruolo ha, oggi, il pubblico nel mondo dell’arte?

    Riflettendo sulla domanda posta in partenza, la personale Untrue Unreal di #AnishKapoor, allestita nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze e curata da Arturo Galansino, è una mostra che sembra riuscita a metà e può essere riassunta attraverso tre elementi chiave: stupore, plasticità e il nero più nero di tutti. Il percorso della mostra si articola in otto sale e propone opere storiche e di recente produzione che dialogano con l’architettura del palazzo e con il pubblico.

    Nonostante Anish Kapoor abbia dichiarato in passato, e continui a farlo, di non avere “niente da dire” con la sua arte, è proprio questa dichiarazione che apre le porte ad una pura libertà di interpretazione. Ciò che egli pone dinanzi ai nostri occhi sono opere liquide, che si adattano al contenitore che le accoglie e alla visione di ogni singolo osservatore, il quale diventa l’innesco che attiva l’opera che, per come è pensata, esiste in un tempo e in uno spazio in cui esiste il pubblico. Di fronte all’incontro tra l’irreale e l’inverosimile, non tutte le opere riescono a mettere veramente in discussione i sensi del visitatore; tuttavia è proprio la scelta di soffermare l’attenzione nei confronti della materia delle opere, vera e propria unione di spirito e carne, e di utilizzare immagini archetipiche e preculturali, slegate da qualsiasi preconcetto, a rendere la mostra nel complesso coinvolgente ed interattiva, anche per gli spettatori più scettici e distanti dal mondo dell’arte.

    Link


  •  #2agosto #commemorazioni #carmelobene #37anni

    Guarda “Carmelo Bene chiama Benigni – Lectura Dantis” su YouTube

    bit.ly/2agosto017

    Archivio fotografico Paolo Ferrari

    Autobus 37

    Comune di Bologna Iperbole Rete Civica

    Trentasette anni dopo, il #bus n.37 domani torna in Stazione:  #Tper trasporterà lo storico autobus in Piazza Medaglie d’Oro in occasione della commemorazione della strage. In quel terribile #2agosto1980, il bus matricola 4030 della linea 37 fu il simbolo di una città che reagì, spontaneamente e senza nemmeno attendere un attimo, a una tragedia immane: ancora oggi è rimasto nell’immaginario collettivo della città, insieme al boato e alla nuvola di fumo, come l’emblema della strage di #Bologna. La memoria della strage resta sempre viva nell’azienda di trasporti pubblici bolognese, che versò essa stessa il proprio tributo di morte alla barbarie terroristica di quel giorno: il dirigente responsabile del Personale dell’allora Atc, il dottor Mario Sica, era in attesa al primo binario e rimase vittima dell’attentato. http://bit.ly/2agosto017 #2agosto Città metropolitana di Bologna

  •  “Presentazione del libro di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil”

    Presentazione del libro di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil (Quodlibet, 2018). Intervengono con l’autore Guglielmo Forni Rosa, Maria Concetta Sala e Matteo Marchesini. Guida la conversazione Bruna Gambarelli.

    Curatore di gran parte delle edizioni italiane degli scritti di Simone Weil a cominciare dall’edizione integrale dei “Quaderni”, Giancarlo Gaeta ha accompagnato il lavoro di traduzione con commenti puntuali che tendono a mostrare di volta in volta movimento e tensione interna di una riflessione filosofica, politica, religiosa che ha proceduto in discontinuità con tutto ciò che nel corso della modernità ha contribuito a una crisi epocale irreversibile. Riflessione che si è perciò spinta oltre i limiti dell’acquisito e del realistico, fin là dove avrebbero potuto aprirsi altri universi di senso, altre possibilità di coniugazioni culturali. Per questa via l’autore ha cercato di mettere se stesso nella posizione migliore per comprendere le molte facce di un pensiero eminentemente sperimentale che a noi si offre come pura interrogazione sul presente, costringendo a prendere atto che soltanto la coscienza delle contraddizioni del proprio tempo ne permette una lettura proficua.

    Il libro è vincitore del premio Francesco De Sanctis.

     

    “Noi siamo nell’irrealtà, nel sogno. Rinunciare alla nostra illusione di essere situati al centro, rinunciarvi non solo con l’intelligenza, ma anche con la parte immaginativa dell’anima, significa aprirvi gli occhi alla realtà, all’eternità,vedere la vera luce, sentire il vero silenzio”

Libri – Ingrati, La sindrome rancorosa del beneficato – Maria Rita Parsi


Ingrati

Maria Rita Parsi

Quante volte non ci è successo, purtroppo per noi, di incappare in un ingrato? Proprio quello a cui avevamo dato il nostro cuore, tutto il nostro aiuto, quello a cui volevamo più bene. Ecco, proprio lui: un bel dì scopriamo che ci ha tradito, venduto, rinnegato, pugnalato alle spalle. Da psicoterapeuta la Parsi ci spiega la cosa rovesciando la prospettiva: dovevate aspettarvelo, un po’ è anche colpa vostra. Sì, perché colui che aiuta, colui che benefica attiva sentimenti umanissimi e difficili da controllare, come l’invidia. Di fronte al benefattore il beneficato si sente inadeguato, lo vede irraggiungibile, prova l’umiliazione estrema di doversi confrontare con lo scarto che si dà tra la propria pochezza e la grandiosità dell’altro. Il benefattore insomma infligge al beneficato anche la pesante umiliazione della propria superiorità – alla quale si aggiunge magari il sospetto che egli abbia agito unicamente per dar sfoggio di sé stesso, per sentirsi più bello, più grande, più amato. Anche se non è questa la reale intenzione del benefattore, il beneficato spesso non riesce a pensare altrimenti: e così scattano quei meccanismi di revanche che lo trasformano in un ingrato. Fondamentalmente, infatti, chi riceve un aiuto si trova coinvolto in un complesso di inferiorità che non gli permette di farsi carico del peso della gratitudine. Eccola, la parola che mette a posto tutto: la gratitudine.

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La sindrome rancorosa del beneficato

Cos’è la “sindrome rancorosa del Beneficato”? Una forma di ingratitudine? Ben di più. L’eccellenza dell’ ingratitudine. Comune, per altro, ai più. Senza che i molti ingrati “beneficati” abbiano la capacità, la forza, la decisionalità interiore, il coraggio e, perfino, l’onestà intellettuale ed etica di prenderne atto. La “Sindrome Rancorosa del Beneficato” è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come un’autentica malattia, come una febbre delirante, chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo “Benefattore”. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il Benefattore stesso in una persona da allontanare, da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare. […]
Sono i comportamenti che il Beneficato adotterà, nel tempo, nei confronti del suo Benefattore a “svelare” se gli sia veramente grato o se, invece, stia maturando dentro di sé quella da me denominata: “Sindrome Rancorosa del Beneficato”. Infatti, “accettare di essere stati beneficati” costituisce una tappa di fondamentale importanza per accedere al sentimento della “sincera gratitudine”, della “riconoscenza”, inteso come riconoscimento dell’altro e possibilità, poi, di riconoscere se stessi ovvero “riconoscersi” come persone grate, con le proprie caratteristiche, qualità, limiti. In pratica, è quella una prima fase in cui se il Beneficato prende atto del beneficio ricevuto e delle modalità e caratteristiche del beneficio stesso, egli riuscirà a distinguere e a valutare sia di quali possibilità, capacità, qualità, mezzi, competenze, energie, strumenti egli disponga effettivamente, anche se in quella occasione, o in più occasioni, non ha potuto far fronte al suo problema e/o alle sue difficoltà e/o alle sue esigenze, sia di che natura sia stato effettivamente il contributo delle possibilità, capacità, energie, mezzi, competenze, qualità che il Benefattore ha messo in campo per produrre il beneficio di cui egli ha potuto godere. Deve -anzi, dovrebbe- riconoscere che il Benefattore, nel beneficarlo, è stato effettivamente “capace” e il suo contributo, perlomeno in quel momento, è stato, per lui, positivo, importante, valido se non decisivo. E non finalizzato a porre limiti al valore della sua persona o alle qualità né ad aprire, come avviene in molti casi, una ferita narcisistica e/o innescare una indesiderata “dipendenza”, esasperata dai problemi che in precedenza hanno afflitto o ancora affliggono la vita e la mente del Beneficato.
[…] il Benefattore che, andando in soccorso, ha trovato la maniera consistente e risolutiva, di superare gli ostacoli dimostrando, nel “bene”, nella persona beneficata, una “superiorità” che, talvolta, può scatenare “slatentizzandolo” un nascosto, non riconosciuto (né facilmente riconoscibile) “complesso di inferiorità”.
[…] E proprio quella “gratitudine” dovrà, poi, fare i conti con l’ambivalenza di vissuti interiori che, sempre, si contrappongono nella mente e nel cuore degli esseri umani, quando essi debbono misurarsi col peso di un sentimento tanto nobile, importante, generoso, coraggioso come quello, appunto, della “gratitudine”

Maria Rita Parsi “Ingrati. La sindrome rancorosa del Beneficiato” Arnoldo Mondadori Editore, 2011, pp. 45-48.

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    Presentazione del libro di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil (Quodlibet, 2018). Intervengono con l’autore Guglielmo Forni Rosa, Maria Concetta Sala e Matteo Marchesini. Guida la conversazione Bruna Gambarelli. Curatore di gran parte delle edizioni italiane degli scritti di Simone Weil a cominciare dall’edizione integrale… Altro

IL LAVORO DEL LUTTO – MASSIMO RECALCATI


Massimo Recalcati – Il lavoro del Lutto

#massimorecalcati #lutto

Il Lavoro del lutto

“Siamo fatti per vivere, la morte è sempre prematura” 

Lo psicoanalista Massimo Recalcati, dal palco dell’Arena del Sole alla Repubblica delle Idee a Bologna, riflette sul tema della morte nel monologo “Il lavoro del Lutto”.

Libro

La cura

Libro Recalcati: “Incontrare l’Assenza“


Gallerie dell’Accademia di Venezia


Gallerie dell’Accademia di Venezia

Da Palazzo Franchetti, Ponte dell’Accademia

Scrivo il post, da visitatrice, fruitrice di Musei, Esposizioni, Mostre da oltre 35 anni e con cadenza regolare; opinione dunque personale quanto segue…

Visitato per poter ammirare “La Tempesta” di Giorgione. Il Sistema Museale veneziano ha nel suo patrimonio certamente opere inestimabili, qua ritrovabili. (Solo per questo vale 4 stelle, 5 l’Architettura del Palladio)

La Galleria per come è sviluppata non mi ha entusiasmato particolarmente per fruibilità e scelte espositive. Agèe
Ho trovato con più “carattere” il ponte dell’Accademia che l’edificio in sé e il contesto esterno (per come è fruito/trattato/valorizzato/vivo). All’interno  il bookshop è nutrito ed è subito all’entrata. (L’idea di fare cassa facile, si percepisce nettamente, come per il Correr e tutta San Marco).
Il percorso si sviluppa al piano superiore, con le varie sale tematiche, per poi tornare con l’ultima sala con i capolavori di Tintoretto e Veronese(piano terra). Diverse opere e sale erano in allestimento e fuori per mostre.
Tralascio volutamente di elencare la grandezza degli autori e delle opere esposte che si presentano da sole e con l’audio guida, mi soffermo sullo spazio e il percorso espositivo. (Sito consultabile, degno di nota)

Illuminazione non idonea, arredi, colori e pannelli vetusti. Coinvolgimento del visitatore all’interno di un percorso sensoriale con l’ultilizzo della tecnologia, assente. Sicuramente ha bisogno di una riconcezione più smart degli allestimenti e dei percorsi. (Interattività, realtà aumentata, suoni, visita virtuale o in 3d, gaming, tablet/meta dati per le opere scelte più importanti, audio_guida con IA…)

Degna di nota la collezione di opere del Casanova e le opere del Vedutismo e Paesaggismo (Il Sito offre la possibilità di vedere la Gallery delle sale espositive)

Giugno 2023

#Venezia #Gallerie #Arte #Architettura

Che cosa è un Museo oggi?

Innovazione nei Musei, quando la tecnologia rinnova l’Arte

Il nuovo Museo è inclusivo e sostenibile

Articolo di Finestre sull’Arte

museo?
Musei, non basta parlare di valorizzazione. Che cosa dovrebbe essere un museo?


La grazia di Cristina Campo


Di ogni parola inutile, ci sarà richiesto conto.

Ricordando Cristina Campo

“Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle, esse penetrano in me per sempre attraverso la penna e la mano come per osmosi”

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini, nasce il 29 aprile del 1923 a Bologna. Figlia del maestro di musica Guido Guerrini e di Emilia Putti.

Link

“L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero”.

Ricordo di Cristina Campo a cento anni dalla nascita
(Bologna 1923 – Firenze 1977)

Tomba di Cristina Campo in Certosa a Bologna


Il fondo Cristina Campo si trova al Gabinetto Vieusseux e comprende i carteggi indirizzati dalla scrittrice poetessa e traduttrice ad Alessandro Spina e ad Anna Bonetti, inoltre suoi articoli, saggi, traduzioni, poesie e foto con ritratti della scrittrice e immagini della sua abitazione.

Rara intervista

Link video

Cristina Campo. Un ritratto, di Corinne Zaugg

Annie Besant – Teosofia


ANNIE BESANT

Link ad altri mie post sulla Besant, YOGA

Arriva la Teosofia

Si preparava intanto una nuova vita della Besant. Nel 1889 le venne chiesto di scrivere una recensione a un libro, La dottrina segreta, della nobildonna di origine russa Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891). Il libro le fece una notevole impressione inducendola a cercare un incontro con la Blavatsky a Parigi, dal quale scaturì la sua conversione alla Teosofia. La Blavatsky si era già interessata da giovane in Russia ad alcuni principi di questa disciplina. Più tardi, nel 1875 a New York, aveva fondato la Società Teosofica Internazionale insieme a un colonnello americano che condivideva la sue idee, Henry Steel Olcott. Spiritualista, veggente, affascinata dalle arti occulte, la Blavatsky univa alcuni lodevoli intenti (la fratellanza universale, la diffusione dei testi buddisti e induisti e in generale l’instaurazione di rapporti di conoscenza reciproca tra le diverse religioni) ad alcune stranezze come i suoi rapporti a grande distanza con dei Maestri occulti conosciuti in un suo ipotetico viaggio in Tibet, i quali le dettavano da lì idee e consigli, fungendo da suoi ispiratori. Questo strano miscuglio di ragionevolezza e di scopi meritori da un lato, di stravaganze dall’altro, suscitava in alcuni ironie o peggio. Edward Carpenter, pur esperto e ammiratore di cose indiane, ironizzava volentieri sulla “confusione mentale” di Madame Blavatsky.

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Bibliografia

La fonte principale sulla Besant è l’Autobiografia, trad. it., Torino, Bocca, 1912, poi Trieste, Sirio, 1955. Una ristampa della stessa traduzione è stata pubblicata a Firenze (Le Lettere) nel 2002, con una Prefazione di L. Scaraffia. La biografia in due volumi citata qui sopra è quella di A. H. Nethercot, The First Five Lives of Annie Besant, Londra-Chicago, Hart-Davis, 1961, seguita da The Last Four Lives of A. B., Londra-Chicago, Hart-Davis, 1963. Più recente (e anche più sobrio): A. Taylor, Annie Besant. A Biography, Oxford-New York, Oxford U. P., 1992. Su Bradlough: B.Niblett, Dare to stand alone: The Story of Charles Bradlaugh, Oxford, Kramedart Press, 2011. Si vedano anche: G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, trad. it., II, 1850-1890, Marxismo e anarchismo, Bari, Laterza, 1951, pp. 449 e ss., 469 e ss.; III, 1889-1914, La seconda Internazionale, 1, ivi, 1967, pp. 13, 127 e ss., 171 e ss.; E. Grendi, L’avvento del laburismo. Il movimento operaio inglese dal 1880 al 1920, Milano, Feltrinelli, 1964, passim; M.Torri, Storia dell’India, Bari, Laterza, 2000, part. pp. 514-519 e passim; M.Lutyens, Krishnamurti. Gli anni del risveglio, Milano, Armenia, 1979; R.Guénon, Il teosofismo, a cura di C.Cammarata, 2 voll., Torino, Delta Arktos, 1987. Immagine di apertura: “Small portraits of six theosophs”.

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Annie Besant e Krishnamurti. Due grandi anime alla ricerca della Verità

La Bellezza _ l’Immortalià


Cos’è la Bellezza?

Fuksas, cos’è la Bellezza

Salvatore Settis. Salvare la bellezza

 

La lotta per la bellezza deve essere anche una lotta per la legalità, per la moralità e per un rapporto sociale equilibrato anche con le generazioni che ci hanno preceduto e con quelle future. 

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