Il terremoto di Casamicciola – 28 Luglio 1883 – Libretto Funebre CLEMENTINA De RISEIS – ISCHIA


Per la sua violenza e drammaticità, il terremoto entrò in locuzioni come “Qui succede Casamicciola”, per dire che succede un putiferio.

Il terremoto di #Casamicciola

28 Luglio 1883

 Libretto Funebre CLEMENTINA De RISEIS

ANDINA


Libretto Funebre

28 Luglio 1883

CLEMENTINA DE RISEIS

detta ANDINA

Ahi! tu passasti, eterno

Sospiro mio: passasti; e fia campagna

D’ogni mio vago immaginar, di tutti

I miei teneri sensi, i tristi e cari

Moti del cor, la rimembranza acerba!

Leopardi



Andina fu il nome che ella diede a sè stessa.

Era Clementina e chiamò sè stessa

medesima Andina. (fiore o dolce fiore).

Parve sì dolce quel caro nomignolo

balbettato da due labbruzze di paradiso,

che non fu mai chiamata in altra guisa.[…]

[…]Infranta che fu per pochi istanti – e che istanti crudeli!-

l’armonia della natura, ella morì, e la sua morte

fu un volo rapidissimo verso l’eterna

bellezza, l’eterna armonia dell’amore.

Andina!Andina!, diletta nostra, ora che vivi

fra i beati, prega per coloro

che oggi piangono nell’umano dolore,

le perdute speranze della tua vita.

LA ZIA TERESA

Pagg. 50 e 51

§

[…] In una chiesetta, tra i pochi edifici risparmiati

dall’orribile flagello, nell’angolo vicino la porta giaceva

la piccola ANDINA.

Tremante sollevai la bianca coverta che l’avvolgeva.

Attorno attorno il silenzio e lo squallore della morte-

qua e là lenzuoli funerari covrivano altri cadaveri- tutto

era solenne e sacro.

Immobile, io rimasi lungamente a contemplare

quel caro corpicciuolo, senza poterlo

baciare nemmeno.

§

La testa mollemente reclinata sul guanciale,

poggiando la bianca manina sul mento bellissimo,

col sorriso che le sfiorava le labbra,

dormiva la povera ANDINA.

Allora allora la mamma sua amorosa, baciandola,

l’aveva benedetta, quando il terreno dell’isola

d’ISCHIA tremò tutto, sprofondò, e nella ruina

sua spense l’angiolo che dormiva.

Fu si rapida la sua fine, che non potè

dire nemmeno  mamma – la morte, nella

sua crudeltà, pietosa, non volle

che soffrisse un istante solo.

E lei, la sventurata madre, a pochi passi di distanza

dall’amor suo, vederlo morire, essere impotente

a soccorrerlo, sprofondata pur essa nell’abisso,

e non avere il conforto crudele di

carezzarlo morto………………….

……………………………

[…]

CARLO ALTOBELLI

Sul terremoto di Casamicciola

Il terremoto di Casamicciola fu un sisma che colpì l’omonima località dell’isola d’Ischia e i territori circostanti, alle ore 21:30 del 28 luglio 1883.

Dati Storici

Alle 21.30 circa del 28 luglio 1883 un violento #terremoto colpì la località di #Casamicciola, nell’isola d’Ischia, e i comuni limitrofi, soprattuttoLacco Ameno e Forio. La scossa tellurica, di tipo sussultorio e ondulatorio[2], durò 13 secondi e fu valutata, nell’epicentro, del X grado dellascala Mercalli[1]; la magnitudo, espressa secondo la scala Richter, è stata successivamente calcolata pari a 5,8[1]: l’apparente discrepanza pare dovuta alla superficialità dell’ipocentro.[3]

Le vittime furono 2.313, di cui la maggior parte a Casamicciola (1.784), Lacco Ameno (146) e Forio (345); altre vittime a Barano (10) e Serrara Fontana (28). I feriti furono complessivamente 762. A Casamicciola, che all’epoca contava 4.300 abitanti, la maggior parte delle abitazioni crollò (79,9%), le rimanenti furono danneggiate (19,9%), una sola restò illesa. Il terremoto fu avvertito con intensità molto diverse in tutta l’isola e anche nella vicina isola di Procida, inoltre a Pozzuoli e a Napoli (IV grado Mercalli).[4]

Le prime notizie del disastro giunsero a Napoli verso la mezzanotte del giorno stesso, ma la macchina dei soccorsi (anche a causa delle difficoltà nelle comunicazioni, non funzionando più il telegrafo), si mosse con una certa lentezza, riscattata dall’eroismo dei singoli.[5]

Le scosse di assestamento furono parecchie, la più forte fu avvertita il 3 agosto. Il sisma era stato preceduto da un fenomeno di minore intensità, dell’ordine di IX gradi della scala Mercalli, il 4 marzo 1881; le località maggiormente colpite erano state Casamicciola e Lacco Ameno; la scossa, durata sette secondi, aveva provocato 126 morti e un numero imprecisato di feriti.[6]

Tra le vittime del terremoto vi furono anche i genitori e la sorella del futuro filosofo Benedetto Croce, il quale – allora diciassettenne – fu estratto vivo dalle macerie.

Per la sua violenza e drammaticità, il terremoto entrò in locuzioni come “Qui succede Casamicciola”, per dire che succede un putiferio.

Link utili:

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Cartolina Postale di Stato 1937 – XV anno – Preaffrancata 30 cent


Cartolina Postale di Stato 1937 – XV anno – Preaffrancata 30 cent

147×105

Monte San Pietro, Bologna

 

Fronte

Affrancata 30 cent. Ferrovie isolato e annullo meccanico PUBBLICITARIO della 

LOTTERIA AUTOMOBILISTICA DI TRIPOLI

 

Retro 

Alcuni Cenni di Storia della Cartolina Postale di Stato estratti dal seguente sito:

http://www.postaesocieta.it/magazzino_totale/pagine_htm/cartoline_postali.htm

La cartolina postale (dal regolamento postale definita “cartolina per corrispondenza”) venne introdotta in Italia il 1 Gennaio 1874 dopo che da alcuni anni era in uso all’estero. Inizialmente per le norme U.P.U. solo quelle emesse dalle amministrazioni statali potevano fregiarsi di tale appellativo.

Ufficialmente nacque in Austria-Ungheria, emessa dall’Amministrazione postale di quel paese il 1° Dicembre 1869 (o il 1° Ottobre 1869?) come cartoncino postale a tariffa ridotta (il peso ridotto ne faceva una mezza lettera che giustamente richiedeva meno affrancatura).

In verità già da tempo nelle aziende e presso gli uffici che necessitavano di molti contatti epistolari erano in uso per economia e praticità dei cartoncini prestampati da completare e spedire senza busta (affrancati come lettere).

Tale pratica era una semplificazione sia per il mittente che per il destinatario nelle operazioni di scrittura, controllo e di archiviazione.

L’innovazione a tariffa ridotta ebbe quindi un immediato successo, seguìto dai principali paesi del mondo (è da sottolineare, e ripetere, che la facilitazione a tariffa ridotta riguardava solo l’oggetto cartolina emessa dallo stato, non si poteva perciò applicare ai cartoncini di emissione privata, che invece erano da affrancare come lettera).

Al suo esordio in Italia la Cartolina Postale emessa dall’amministrazione postale era di formato ridotto, aveva impressa una immagine di Re Vittorio Emanuele II°, con il valore postale dell’oggetto impresso sulla cartolina. Per regolamento, da allora, sulle cartoline del Regno fu sempre impressa l’immagine reale. L’impronta con il ritratto Reale era stata scelta per evitare falsificazioni, inoltre era di un colore inedito che non assomigliava a nessun francobollo per evitare ritagli da incollare sulle buste.

La cartolina era divisa burocraticamente in un recto o fronte ad uso della posta con l’indirizzo del destinatario (lato su cui era stampata l’immagine o il valore postale) e da un verso o retroad uso del mittente per gli scritti. Era stato specificato dalla normativa che poteva essere scritta a matita o a penna con colori a piacimento, che era esonerata dall’obbligo di firma e poteva essere raccomandata.

Dimensioni

 

La normativa delle cartoline per corrispondenza venne mutata nel tempo con continui aggiustamenti; per esempio si mutarono anche le misure, nel regolamento postale del 1908 troviamo che le cartoline prodotte dall’industria privata non devono essere superiori a quelle dell’amministrazione postale che erano di: mm 140 X 90, peso massimo grammi 5, né essere inferiori ai mm 100 X 70 (le cartoline postali “piccole” da Cent 5 dell’89 per il distretto erano state emesse di mm 110 X 70).

Questo formato venne mantenuto per molti anni in tutte le emissioni delle cartoline postali (comprese le cartoline in franchigia militare della guerra “15 – 18).

Nella lunga storia delle cartoline postali si ebbero parecchie variazioni nel disegno degli stemmi stampati sul fronte dal lato indirizzo, nella prima emissione lo stemma era molto semplice, il solo scudo crociato dei Savoia. Successivamente divenne imbandierato e con ghirlande di quercia ed alloro, poi acquisì il Collare dell’Annunciata, poi perse le bandiere, per finire abbinato allo stemma fascista e successivamente fuso con i fasci.

Le misure cambiarono il 1° Luglio 1931 con l’emissione della serie di quattro cartoline di uguale valore con immagini diverse, stampate sul lato indirizzo, celebranti l’inaugurazione della nuova stazione ferroviaria di Milano; il nuovo formato di mm 150 X 105 fu poi mantenuto (millimetro più millimetro meno) fino alla fine del periodo di nostro interesse. In questa ultima serie l’impronta di valore applicata era la nuova effige del Re da 30 cent della serie”Imperiale”, con la stessa dimensione del francobollo di mm 17 X 21. Successivamente sulle cartoline ne fu aumentata la dimensione a mm 19,5 X 24,5 per evitare che venisse ritagliato e usato in affrancatura come ricupero, (cosa che avvenne ugualmente nonostante fosse vietato).

Ulteriori informazioni sul collezionismo e storia postale al seguente link:

http://www.storiapostale.org

La casa sull’albero, Franca Rocchi, mia madre 1955/60


La casa sull’albero, Franca Rocchi,

mia madre 1955/60

Auguri, buon compleanno
«Sono stata allevata in campagna, e ho
creduto tanto a lungo alla realtà di
certe visioni che io non ho sperimentato
ma che ho visto sperimentare intorno a
me che, ancora oggi, non saprei
davvero precisare dove finisce la realtà
e dove inizia l’allucinazione»
(George Sand)
La casa sull’albero non è un sogno, non lo è mai stato per me;
ho sempre tenuto vicino al cuore questa favola incorniciata,
ho sempre pensato a te bambina, che ti costringi a scendere
e a diventare grande con una figlia a soli 21 anni,
quando in realtà non ci pensavi minimamente di scendere…
..e lo rivedo ora nei tuoi occhi, lo stesso sorriso di chi è rimasto
sulla casa sull’albero. Come biasimarti mamma, ci starò io
per tutta la vita, lassù. Ci starò io anche per te!
E in fondo ci stiamo entrambe, anche in questi giorni
così difficili, (la nonna riposa lì) i sogni rimangono sempre, nella casa sull’albero….
(Ricordo 2012)

Il Resto del Carlino – Cartolina Postale – 1901 – Bollo Erinnofilo 1918


Il Resto del Carlino – Cartolina Postale – 1901

il resto del carlino 1901 - cartolina fronte
Il Resto del Carlino – Cartolina Postale viaggiata, 1901
Cartolina Postale viaggiata da Bologna a Bari 1901
Diretta al direttore della rivista letteraria Aspasia da tale Dott. Cervi di Bologna
da Via Clavature 13.
Vista la chiusura di tale rivista, il suddetto Cervi andava a richiedere copia delle uscite precedenti
della rivista per completarne la collezione già in parte acquistata..
Veramente splendido.
retro - cartolina postale il resto del carlino 1901
Retro, Cartolina Postale viaggiata de Il Resto del Carlino, 1901
Su informazioni della rivista Aspesia vedi il seguente link, da cui copio il riferimento

qua sotto:

ANNA MARIA COTUGNO, “Aspasia” e la cultura letteraria in Puglia fra Otto e Novecento
 
Profilo della rivista letteraria “Aspasia”, pubblicata a Bari dal 1899 al 1900 sotto la direzione di Piero Delfino Pesce e con la collaborazione di Arnaldo Cervesato. Di orientamento classicista, “Aspasia” ebbe come obiettivo programmatico quello di “combattere le forme deteriori dell’arte contemporanea, assumendo una posizione critica nei confronti del Verismo e del Naturalismo, accusati di non avere ideali, di sguazzare nella volgarità, di cedere alle tentazioni del morboso e dell’osceno […]” (p. 486). Salvo qualche “interessata eccezione”, tuttavia, la rivista non esibì neppure una predilezione per il Decadentismo, col quale mal si conciliava per la tendenza del movimento a ridurre l’arte a mistero riservato a pochi iniziati.

 

Pag. 485-488
Su Piero Delfino Pesce, il Direttore della Rivista:

 

BOLLO ERINNOFILO – BOLOGNA 1918

Il Resto del Carlino

erinnofilo - 1918 il resto del carlino - bologna
1918, Bologna – Il Resto del Carlino. Soggetto: donna con palma d’alloro e i simboli del progresso tecnico ( elettricità, telefono, e macchina da stampa). “La Patria. Il Resto del Carlino. Giornale di Bologna”. Policromo, contorno rosso mattone Piccolo Formato (30×50) Tipografia R.V.D. Aut. Franzoni . Particolare viso donna malamente ritoccato, cartiglio con fondo colorato.

Eupremio Malorzo

Associazione Nazionale Collezionisti Erinnofili

Didascalia dal Testo: Catalogo degli Erinnofili Italiani

Edizioni Digitalis srl – Torino

La Moda Illustrata – Abbigliamento femminile fra Otto e Novecento -Ottocento


LA MODA ILLUSTRATA

LaModaIllustrataN.48-1885
LA MODA ILLUSTRATA – COLLEZIONE @SIMONARINALDI-KOLONISTUGA
LA MODA ILLUSTRATA
Giornale settimanale illustrato per le famiglie
due numeri
il n. 48 novembre 1895 e n. 49 di dicembre 1895
AFFRANCATI DA FRANCOBOLLI PER GIORNALI AUSTRIA
2 KREUZER VERDE
RetroN.48LaModaI_LI
Sulla moda femminile, il costume si veda il seguente link:
http://babilonia61.com/2010/05/12/la-moda-femminile-dell%E2%80%99ottocento/

Abbigliamento femminile fra Otto e Novecento

L’evoluzione dell’abbigliamento è specchio dell’evoluzione del ruolo femminile nella società: dalla crinolina, che ingabbia a metà dell’Ottocento la donna-bambola nel suo ambito domestico e salottiero, si arriva all’abito sciolto, senza busti e costrizioni, che nel Novecento asseconda l’uscita di casa da parte della donna adulta per affrontare le novità del mondo esterno, caratterizzato dalla tecnica e dalla velocità.
L’abito è simbolo di uno status sociale e riassume uno stile di vita: tra Otto e Novecento si assiste al distacco da una concezione “decorativa” dell’abito femminile per passare a una semplificazione dove si coniuga eleganza a praticità. Inoltre la moda è sintesi di linguaggi artistici diversi, come quello della pittura, dell’oreficeria e della tessitura. Henry van de Velde (1863-1957), l’architetto belga creatore dello stile Art Nouveau caratterizzato dalle lunghe linee serpeggianti derivate dalle forme della natura, incominciò ad inserire l’abito all’interno di una progettazione generale e unitaria delle arti, che, dall’architettura, si estendeva all’arredo e alle suppellettili.

Nel secolo del Romanticismo la moda riflette gli ideali e lo stile della famiglia borghese, che riservava alla donna esclusivamente lo spazio privato dove era custode dell’ordine, della pace e della moralità. I periodici femminili diffondono l’immagine della donna portatrice di valori e di virtù, incarnando l’ideale dell’angelo del focolare: obbligatori la modestia del gesto, la prudenza del comportamento, lo sguardo dolce e timido, a complemento di un tipo di bellezza che esaltava i segnali infantili, suscitatori di protezione e inibitori di violenza: l’ovale del volto racchiudeva guance piene, occhi grandi, bocca a cuore, mentre le linee del corpo tondeggianti, a clessidra, simboleggiavano fragilità, dolcezza e arrendevolezza.
La sensualità era rigorosamente controllata: l’abito, chiuso attorno al collo (le scollature vennero accettate solo negli abiti da sera), aveva maniche lunghe e spalle cadenti; gonne lunghe e strati di biancheria – camicia, busto, copribusto, sottogonne, mutandoni – nascondevano il corpo. Il busto era una corazza di tela irrigidita da stecche di balena, che doveva assicurare il vitino di vespa anche a prezzo di dolori e svenimenti. Era portato obbligatoriamente fin dall’infanzia, in quanto era opinione comune che esso dovesse correggere i difetti del portamento e sostenere la ‘naturale’ debolezza della spina dorsale femminile.

D’altra parte l’Ottocento è anche l’età d’oro delle cocottes, le cortigiane francesi famose e celebrate, come la Dame aux camélias, Alphonsine Marie Duplessis, che dettarono moda, proponendo un nuovo ideale estetico più provocante e appariscente, sostenuto dall’avvento sulla scena letteraria della figura della Femme fatale. Il vestito femminile si trasformò nelle sue linee: la sottana, che all’inizio del secolo XIX mostrava la caviglia, per poi allungarsi fino ai piedi nel 1840 e allargarsi sempre più con la cupola della crinolina, si prolungò addirittura con lo strascico dopo il 1870; ritornò infine sul volgere del secolo a una lunghezza moderata e a una sagoma a campana. Il punto vita, alto fino al 1822, si abbassò alla sua posizione naturale e scese a punta sul davanti.
Influenzato anche dal succedersi dei movimenti culturali, il costume femminile trovò ispirazione in fogge che guardavano al passato e alla storia: con l’avvento del romanticismo gli abiti si coprirono di pizzi e balze; ci si ispirò alla storia, al gotico e al Rinascimento, e soprattutto alle eroine del melodramma. Con l’avanzare del secolo il gusto si spostò verso lo stile rococò, molto amato dall’imperatrice Eugenia. Attorno al 1870 trionfò l’eclettismo e si moltiplicano passamanerie e applicazioni; a fine secolo si ritornò a una linea che si ispirava alle corolle dei fiori e alla sinuosità serpentina, mentre trionfava l’Art Nouveau.

Ancora: ogni occasione comportava, nei manuali di galateo, una veste appropriata per la signora elegante, sempre adeguata al ruolo mondano da interpretare: abiti da casa, da viaggio, da passeggio, da carrozza, da visita, da ballo, da lutto, da mezzo lutto, e – novità – abiti da sport.
Lo sport si era fatto largo dopo la metà nel secolo, e richiese indumenti appropriati per ambo i sessi: il costume da bagno era, in particolare per la donna, un compromesso tra il bisogno di avere un indumento con cui muoversi adeguatamente in acqua e l’imperativo morale di nascondere quanta più epidermide possibile.
Nell’equitazione, il completo da amazzone comportava una lunga gonna a strascico, che doveva scendere a coprire le gambe quando la donna cavalcav, scomodamente seduta di fianco sulla sella.
Il secolo doveva però scoprire altri sport, come il golf, il tennis e la bicicletta: dopo il 1890 comparirono gli abiti per le cicliste, tentando anche un precoce ripudio della sottana, facendo ricorso a calzoni alla zuava che coprivano le gambe fino al ginocchio, avendo a volte quale unico compromesso una corta tunica per nascondere parte dei fianchi.

Tra il 1890 e il 1910 si ebbe una vera e propria riforma della moda. Le maniche si allargarono all’attaccatura delle spalle per poi stringersi lungo la lunghezza del braccio, sostituendo l’effetto ‘prosciutto’ con quello a ‘palloncino’, e mostrando maggiormente la linea retta delle braccia; scompare il ‘sellino’, ossia il cuscinetto imbottito fissato sotto le gonne negli abiti femminili per rialzarne il drappeggio. Intorno al 1895, poi, apparve un nuovo tipo di busto che spingeva il seno della donna verso l’alto, schiacciando il ventre, per accentuare l’esilità della figura e la sinuosità serpentina del portamento. Le vesti furono dotate di colli foderati e le sottogonne alleggerite dai merletti.
Pochi anni prima, inoltre, aveva fatto la sua la comparsa un capo destinato a durare fino ai giorni nostri: il tailleur, che prende il nome dal termine usato in francese per indicare il sarto da uomo: composto da giacca e gonna, era un completo femminile inventato dall’inglese Redfern come derivazione dell’abito maschile, su committenza della principessa del Galles. Solo dalla fine del XIX secolo il capo di vestiario passò da indumento riservato a occasioni informali (da indossare essenzialmente al mattino) a modello della vita attiva con una forte connotazione di libertà (anche nei movimenti), quasi a segnare i progressi dell’emancipazione femminile. Comparvero camicette lavorate con passamanerie, merletti e bottoni; corsetti molto meno attillati e gonne lunghe.
I veri trionfatori della moda furono, però, a fine Ottocento, i grandi cappelli piumati che adornavano ed aggraziavano i capi, lanciando, ancora una volta un segnale di elevata appartenenza sociale: solo colei che indossava il cappello poteva qualificarsi ed essere trattata come ‘signora’. Per quanto riguarda le acconciature, i capelli, in questo periodo, vengono cotonati e trattenuti sopra la testa, in un ampio e morbido chignon. A differenza del passato, tutti i capelli vengono raccolti all’indietro, e nessuna ciocca è lasciata libera dall’acconciatura. Le forcine scompaiono nella pettinatura, che conferisce alla donna un aspetto elegante e ordinato.
Ma nel frattempo le donne, spossate dai nuovi busti che le costringevano in posizioni scomode e dolorose, iniziarono la loro battaglia contro la moda imperante. I tempi erano maturi per il passo decisivo e l’esigenza fu raccolta dal sarto parigino più in vista e scandaloso, Paul Poiret: stanco dei colori pallidi e della linea a clessidra dello stile ottocentesco, attorno al 1910 inventò una donna priva di busto che indossava abiti a vita alta e dai colori vivaci. In contemporanea con quest’innovazione, le gonne si strinsero in fondo, raccogliendosi intorno ai piedi, e conferendo un aspetto slanciato alla figura femminile dal petto prominente.

Già agli inizi del secolo XX la nuova donna, che doveva misurarsi negli impieghi, nell’insegnamento e nelle diverse professioni, aveva esigenze di praticità e di un abbigliamento consono ad una vita più dinamica e talvolta anche priva di etichette. A Vienna l’architetto Adolf Loos, uno dei fondatori del Razionalismo europeo, nel 1898 scrive che la moda esprime l’emancipazione: nel 1908 pubblica Ornament und Verbrechen (Ornamento e Delitto), un testo provocatorio in cui sottolinea l’utilità sociale della produzione di oggetti dalle linee essenziali e di forma semplice.
Anche i Futuristi si occupano dell’abito e l’artista francese Sonia Delaunay (1885-1979) che, con il marito Robert Delaunay e altri, fondò il movimento artistico dell’orfismo, noto per il suo uso di colori forti e geometrici, si applicò al disegno di tessuti per abiti coloratissimi e dai motivi astratti.
Nel 1914 scoppiò la Prima Guerra mondiale. Pur tra mille difficoltà Parigi volle mantenere il suo ruolo di arbitra dell’eleganza e i grandicouturiers continuarono la loro attività, nonostante la mancanza di materie prime che dovevano essere, di necessità, mandate al fronte. Forse anche per risparmiare tessuto, le gonne si accorciarono al polpaccio, mentre si affermarono linee militaresche, appena mitigate dalla cosiddetta crinolina di guerra, una gonna imbottita di tulle.
Ma il mondo era definitivamente cambiato, e la donna pure.

Link del testo:
Mostra ben curata visitata personalmente:
M.I N.49-1885@simonarinaldi
N.49 DICEMBRE 1885

Bologna e la Rivoluzione del 1831


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Do-Cp
4 febbraio – 26 marzo 1831
Nel 1830-31 l’Europa fu scossa da un’ondata rivoluzionaria che mise di fronte in molti paesi l’assolutismo e i suoi oppositori e che contribuì allo sviluppo dei movimenti liberal-democratici e nazionali. Il punto focale di irradiazione dei movimenti fu la Francia e in particolare la città di Parigi. La rivoluzione francese sospinse all’insurrezione i patrioti italiani: non è un caso che il 1831, in Italia, si leghi alla cosiddetta “congiura estense” di Ciro Menotti e al breve, ma importante, esperimento del Governo delle Provincie Unite, nelle Legazioni.

Nel febbraio del 1831 i bolognesi insorsero contro il governo pontificio. In un clima carico di tensioni, il prolegato, anziché fare intervenire le milizie papali a sedare la sommossa, autorizzò la costituzione di una Commissione di governo provvisoria formata dai conti Carlo Pepoli, Alessandro Agucchi, Cesare Bianchetti, dal professor Francesco Orioli, dagli avvocati Antonio Zanolini e Antonio Silvani e presieduta dal marchese Francesco Bevilacqua. Il primo atto del nuovo organo di governo fu quello di istituire una Guardia Nazionale, seguito poi dalla formalizzazione del Governo Provvisorio della città e della provincia di Bologna. Se ci soffermiamo su quei primi nomi vediamo che fin dall’inizio si trattò di una convergenza tra il moderatismo espresso dalla vecchia aristocrazia (sia pur nella sua parte liberale) e il mondo degli intellettuali, particolarmente legato allo Studio cittadino. Figura di primo piano fu, da subito, Francesco Orioli. Venuto a Bologna nel 1815, come insegnante di Fisica, Orioli aveva fatto delle sue lezioni e della sua casa un momento e un luogo della politica e quando si delineò l’idea di una rivoluzione era sicuramente – insieme a Paolo Costa, docente di letteratura e poeta tra i professori più conosciuti e più popolari per le sue idee liberali – un punto di riferimento per la massa degli studenti, protagonisti di primo piano degli avvenimenti. Il moto dalla città felsinea si estese a tutte le Legazioni e ne varcò i confini coinvolgendo le Marche e l’Umbria fino ai confini del Lazio.
Il 26 febbraio si radunò in Palazzo d’Accursio, a Bologna, un’assemblea di quarantuno rappresentanti delle città insorte che ratificò la decadenza del potere temporale della Chiesa e proclamò l’unione delle città e dei territori insorti nel nuovo Governo delle Provincie Unite, presieduto da Giovanni Vicini. Il 2 marzo, in una solenne cerimonia in Piazza Maggiore, i ministri del governo e i deputati delle province, tutti con sciarpa tricolore, si presentarono al popolo per dare lettura dei decreti di cessazione del potere pontificio e della formazione del nuovo Stato.
Fiduciosi, anche se pronti alla difesa, ministri e deputati iniziarono il loro lavoro di legislatori. Tra i primi provvedimenti vi fu l’abolizione del controllo dell’Arcivescovo Arcicancelliere sull’Università e la sua sostituzione con un Reggente nominato dal governo. Il 4 marzo, poi, venne formulato lo Statuto Costituzionale delle Provincie Unite Italiane avviando quello che si presentò come la prima forma moderna di stato laico liberamente creata in Italia.
Ai primi di marzo la Francia, caduto il ministero Laffitte, rovesciò il significato del principio del non intervento intendendolo come disimpegno francese e ciò consentì agli Austriaci di intervenire. Subito a Bologna venne organizzata la difesa, affidata al generale Zucchi, ma il 20 marzo gli eventi precipitarono. Mentre il generale Frimont avanzava verso Bologna, il Governo delle Provincie Unite decise di trasferirsi ad Ancona, invitando i bolognesi a “cedere con dignità”. Il 21 marzo, mentre gli austriaci entravano in Bologna e il generale Zucchi marciava verso Rimini, fu chiaro a tutti che la rivoluzione era finita; il 26 marzo venne trattata la resa e molti dei compromessi dovettero lasciare le loro terre per l’esilio.
Per tutto il breve periodo della rivoluzione, come testimoniano i giornali e le cronache del tempo, la popolazione aveva partecipato con entusiasmo alle manifestazioni pubbliche ed alle raccolte di fondi a favore dell’armamento della Guardia Nazionale che si erano tenute in città, come testimoniano gli elenchi densi di nomi che compaiono su fogli volanti e giornali. Entusiastica e calorosa era stata anche la partecipazione femminile, sia in occasione delle raccolte di fondi (si veda ad esempio il foglio volante pubblicato dalla municipalità il 18 febbraio, con centinaia di nomi) che nel corso delle rappresentazioni teatrali, spesso trasformate in occasioni di tripudio patriottico (celebre rimase la serata del 2 marzo al Teatro Comunale di Bologna: nell’occasione cori femminili integrarono la rappresentazione ufficiale, suscitando l’entusiasmo generale). Per ritrovare un simile entusiasmo si dovrà aspettare il 1848.
Fiorenza Tarozzi
I testi sono stati estrapolati dalle seguenti fonti:

Bolognesi! Proclama Patriottico, Moti del 1848, Bologna Risorgimentale


Bolognesi! #Proclama Patriottico #1848, #Bologna Risorgimentale, #Moti

 

Proclama Patriottico
BOLOGNESI 1848
Documento originale – collezione personale
BOLOGNESI!
Firmato e autografato da Cesare Bianchetti
CESARE BIANCHETTI
IL PRO-LEGATO PROVVISORIO CESARE BIANCHETTI
Cardinale Luigi Amat
Retro Proclama

Cesare Bianchetti (1775-1849), ricopre cariche pubbliche in epoca napoleonica e durante la rivoluzione del 1831. Costretto per questo all’esilio, ritorna a Bologna solo nel 1846. Il 27 luglio 1848 è nominato Pro-legato in sostituzione del cardinal legato Luigi Amat.

Retro Proclama

 

Vedi per approfondimenti

Storia e Memoria di Bologna

Risorgimento

Battaglia della Montagnola

LEGATI E GOVERNATORI DELLO STATO PONTIFICIO (1550-1809). – Direzione Generale Archivi
http://www.archivi.beniculturali.it

 

L’Eco – Giornale Risorgimentale di Bologna 1848


L’Eco – Giornale Risorgimentale di Bologna

1848

L'Eco - Giornale Risorgimentale di Bologna
Serie di periodici – Collezione Personale
 “L’ ECO” di Bologna del  1848 NUMERI 47 – 48 – 54 (FEBBRAIO – MARZO ) Giornale POPOLARE DELL’EMILIA. BOLOGNA.

Splendida testimonianza del Periodo Risorgimentale

 

Praticamente introvabile, uscito solo per due annate 1847 e 1848
L’ECO. Giornale popolare dell’Emilia. Bologna, 1847-1848.
1(1847/48). Collocazione 17-CIV.POL.GIORNALI BOL.1,3
Tutti scompleti. Poi: Unità.
collezionismo1
Periodici Risorgimentali, Bologna, Collezione Personale

Marca da Bollo-Zola Predosa


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Zola Predosa Lire 10
Marca da Bollo di 10 Lire – Comune di Zola Predosa
La marca da bollo è un tipo particolare di carta-valori, simile ad un francobollo, usato in Italia fin dal 1863 come pagamento per la convalida di atti e documenti pubblici (ad esempio, atti notarili, dichiarazioni, passaporti, ecc.).
Tali valori bollati vengono venduti generalmente nelle tabaccherie e/o in esercizi pubblici autorizzati

Pre-Filatelia ZolaPredosa, 1811, 1813,1835, 1866


Prefilateliche Zola Predosa

1811. 1813, 1835, 1866

Zola Predosa 1811
Zola Predosa 1811

Simona Rinaldi

1-MuniZolaPredosa1810a

Pre-Filatelica del comune di Zola Predosa (una del 1815, l’altra del 1835)
La Prefilatelia è un ramo molto interessante della Storia Postale, che necessità di studi attenti e approfonditi, sulle singole realtà storiche, di seguito alcuni siti di riferimento.
1813
D.o-C.p
1835
D.o-C.p
Si può trovare copia del seguente documento al link del Comune di Zola Predosa, nella sezione Gallery
dedicata al Bicentenario del Comune stesso, che ricorre nel corrente anno 2010.
Definizioni prese dal seguente link:
FILATELIA:
Il termine filatelia deriva dalla congiunzione di due parole greche philos e atelia.
La prima sta a significare amico, la seconda franchigia che in passato indicava un sistema di pagamento delle tasse per il recapito di lettere, pieghi, biglietti e quant’altro. Verso la metà del XIX secolo si ebbe l’avvento dei francobolli e da allora col termine di Filatelico si intese, e si intende tuttora, indicare tutti gli amanti, o meglio amici, del francobollo e suoi derivati.
PREFILATELIA:
Con questo termine si è uso indicare tutto ciò che precede l’utilizzo dei francobolli che , solo per dovere di cronaca, avvenne in europa nel maggio del 1840 con l’emissione delle poste reali inglesi del mitico “Penny Black”. In Sicilia, caso unico al mondo, dopo l’emissione dei primi francobolli borbonici avvenuta lo 01.01.1859, dopo l’occupazione delle truppe garibaldine, nel maggio del 1860 (ma l’uso fu tollerato sino a luglio man mano che le truppe retrocedevano verso Messina), si ritornò al vecchio sistema postale, cioè senza francobolli, e ciò durò sino alla prima emissione ed uso dei primi francobolli del Regno d’Italia nel 1861.Dal sito delle Poste Italiane
http://www.poste.it/postali/filatelia/marcofilia.shtmlMARCOFILIA

La Marcofilia è il collezionismo dei bolli postali. Oltre ai bolli ordinari in dotazione agli uffici postali, Poste Italiane realizza i “bolli speciali”, normalmente utilizzati presso la sede di attivazione di Servizi Filatelici Temporanei, e le “targhette pubblicitarie”.
Si tratta di bolli figurati e non, che riproducono con scritte e immagini il tema di manifestazioni legate ad eventi di notevole interesse culturale, economico e sociale. Alla stessa categoria appartengono anche i bolli realizzati in occasione delle emissioni di francobolli
Altri link utili:
Bibliografia: