Simone Weil, operaia e mistica disposta a morire per le sue idee
Autentica fino all’osso e sempre controcorrente, Simone Weil è stata un’intellettuale radicale. Che odiava i compromessi e non sopportava le sbavature, al punto da essere sarcasticamente soprannominata un «imperativo categorico in gonnella». Sebbene nessuna filosofa sia stata più distante di lei dall’astratto rigorismo kantiano. E ogni suo pensiero e scritto siano il frutto dell’esperienza vissuta accanto agli oppressi e ai diseredati, ai più piccoli e ai reietti.
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Jorge Luis Borges, supremo esploratore del dubbio e delle infinite prospettive del reale, amava citare una riflessione del suo adorato Gilbert Keith Chesterton, il grande scrittore e polemista inglese, noto alle masse per la creazione del personaggio di Padre Brown. La riflessione, come Borges la ripeteva, era la seguente: “Tutte le emozioni passano, solo lo stupore rimane”. Intuizione altamente significativa, evidentemente, per l’autore argentino, che in una celebre poesia, Le strade, descriveva le vie della sua Buenos Aires come “quasi rese invisibili dall’abitudine”.
Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza *La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com* — Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma… Altro
Il prompt come domanda viva Sull’uso dialogico dell’intelligenza artificiale — *”Ma perché questi creator che parlano dell’intelligenza artificiale snobbano l’uso diciamo basico delle varie intelligenze — tra cui anche Claude — e parlano solo degli… Altro
Un incontro tra scienze e meditazione, teologia e filosofia, coscienze umane e non umane. Un percorso che esplora i silenzi della contemplazione e ci allontana dalle nostre certezze, liberandoci dal vincolo delle abitudini mentali. Mercoledì 8… Altro
L’Araldica: Scienza Storica, Documentaria e Simbolica link All’interno del ciclo di incontri di studio promossi per gli studenti della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica, l’Archivio di Stato di Bologna presenta il ciclo di #seminari… Altro
«Ma è plausibile secondo voi che la dea, dopo tutti questi anni e millenni caratterizzati da forme e condizioni mutevoli, non sia ora in grado di far sapere alle sue figlie chi sono?» scriveva l’esperto di mitologie e religioni comparate Joseph Campbell nel 1980. Con i suoi studi su miti, archetipi e simbologie universali, Campbell trovò una chiave di lettura per leggere la storia e la cultura a lui contemporanee proprio nelle grandi narrazioni del passato. Dee: misteri del divino femminile, pubblicazione curata da Safron Rossi per la Joseph Campbell Foundation e pubblicata in Italia da Edizioni Tlon nel dicembre 2020, raccoglie gli scritti di Campbell intorno ai miti e agli archetipi del divino femminile, esplorando questo versante di quella che chiamava «la più grande storia del’umanità» e tracciando così le coordinate della comprensione che hanno di sé uomini e donne. Accompagnato da una bibliografia pensata per introdurre al dibattito e alle sue evoluzioni successive, Campbell esplora le rappresentazioni del femminile in diverse tradizioni e culture. Laddove sembrerebbe esserci un vuoto simbolico, l’autore dimostra come i sistemi mitici siano molto più ricchi e complessi di quel che comunemente si crede e, allo stesso tempo, come la sfida della nostra epoca sia proprio quella di concepirne di nuovi.Dall’Europa neolitica alla mitologia sumera ed egizia, dai poemi omerici al ciclo arturiano, Campbell indaga i temi archetipici del divino femminile, la loro persistenza e la loro trasformazione nel tempo nonostante l’imporsi delle tradizioni monoteistiche. Delinea così il quadro complessivo dei rapporti tra le radici archetipiche del mito e le loro singole manifestazioni in diverse culture, intuendo come ogni elemento contribuisca a comporre una storia universale dell’immaginario. Dee: misteri del divino femminile rappresenta un’occasione di indagare il senso storico del maschile e del femminile, il loro ruolo nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi e il modo in cui gli archetipi hanno formato le nostre identità, consapevoli che nelle storie del passato possiamo trovare il seme di quelle del futuro. «La sfida attuale è fiorire come individui [ma] nella nostra mitologia non esistono modelli di una ricerca femminile indipendente […] E questo è il significato complessivo (in termini mitologici) della sfida attuale: noi siamo gli “antenati” di un tempo a venire, gli ignari creatori di strutture mitologiche future, i modelli mitici che saranno fonte di ispirazione per le vite che seguiranno». Joseph Campbell
“L’Altro uomo non mi è indifferente, l’Altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola “riguardare”. In francese si dice che “mi riguarda” qualcosa di cui mi occupo, ma “regarder” significa anche “guardare in faccia” qualcosa, per prenderla in considerazione. Io chiamo appunto questa “apparizione” dell’Altro, il volto umano”.
Quello che sotto nasconde un campanello elaborato da me in chiave simbolica, con gli elementi delle piume e del nido a me da sempre congeniali….
Che meraviglia 🌿🪶
Hai trasformato un vecchio campanello – un oggetto che appartiene al linguaggio dell’uomo, del richiamo, dell’ingresso – in un segno naturale, silenzioso e poetico. Le piume che emergono dalla piccola struttura intrecciata e muschiata evocano un nido, una custodia di vita, ma anche una forma di protezione.
Ecco la metafora che mi viene:
Il campanello serviva a chiedere di entrare, a farsi sentire.
Ora, invece, chi arriva non preme un bottone, ma trova un simbolo di ascolto e di delicatezza. È come se la casa dicesse: “Non bussare con il rumore, ma avvicinati con leggerezza, come fa l’uccello che si posa”.
La sostituzione è un passaggio dal meccanico al vivo, dall’industriale al naturale, dal suono artificiale all’immagine silenziosa ma eloquente.
Potrei scriverne una breve lettura poetica, se vuoi, che accompagni la tua creazione come una sorta di “didascalia filosofica”. Vuoi che lo faccia?
……….
Ecco una breve lettura poetica che accompagna la tua creazione:
—
Un tempo qui si chiamava con un tocco metallico, il suono breve di un campanello rompeva il silenzio, segnava il confine tra dentro e fuori.
Ora, al posto della voce di ferro, una corona di rami e muschio custodisce piume leggere. Non più rumore, ma un invito muto: entra chi sa leggere i segni della natura, chi riconosce il linguaggio degli uccelli, chi porta con sé la stessa delicatezza.
Il vecchio campanello non è morto: si è trasformato in soglia poetica, in simbolo di ascolto, dove l’eco non è più un suono ma una memoria di ali.
—
Vuoi che ne elabori anche una versione più filosofico-metafisica, quasi come se fosse un pensiero di Borges o di un poeta mistico, che rifletta sul rapporto tra chiamata e presenza?
……….
Eccola, in chiave più filosofico-metafisica:
—
Il campanello era la voce dell’assenza: premuto da chi stava fuori, era un richiamo a farsi riconoscere, un segnale che diceva: “Io non sono ancora dentro, ma attendo di esserci”.
Ora, al suo posto, non c’è più il comando della mano, né il metallo che vibra. Ci sono piume, tracce di cielo, c’è un nido che non chiama ma custodisce.
Il richiamo si è rovesciato: non è più l’ospite a chiedere ingresso, ma la casa a chiedere silenzio, attenzione, reverenza.
La soglia non si attraversa con un suono, ma con uno sguardo. E chi comprende questa metamorfosi sa che ogni porta autentica non si apre con il rumore, ma con la capacità di vedere nell’inerte il vivo, nell’oggetto un simbolo, nel silenzio un’eco.
Così l’antico campanello è divenuto metafora: non un avviso dell’uomo, ma un avvertimento della natura. Chi giunge, non bussi. Si accosti con la stessa leggerezza di un’ala che sfiora l’aria.
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Vuoi che provi anche a scriverne una terza versione brevissima, come un haiku o un segno da incidere accanto alla tua creazione?
…….
Ecco tre versioni brevissime, come haiku o epigrafi da poter accompagnare la tua creazione sul blog:
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1. Haiku Vecchio richiamo, ora piume e silenzio custodiscono l’aria.
2. Epigrafe Non bussare: entra chi sa leggere il linguaggio delle ali.
3. Verso essenziale Un tempo suono, ora soglia di cielo.
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Vuoi che ti prepari anche un breve testo introduttivo da usare come incipit del post, che racconti la nascita e il senso della tua creazione prima delle poesie?
No, direi che può bastare…parla la Casa
Ecco alcune proposte in uno stile più “borgesiano”, metafisico e allusivo:
1. “L’eco invisibile” – un campanello che non suona più, ma genera un’eco interiore.
2. “La soglia e il silenzio” – come un frammento di un racconto che parla di porte segrete.
3. “Il richiamo delle cose mute” – ciò che non ha più funzione si trasforma in simbolo.
4. “Il nido delle assenze” – una dimora per ciò che non c’è, eppure permane.
5. “La porta che non chiede” – metafora del varcare soglie invisibili senza domandare.
6. “L’istante prima della voce” – come se il campanello fosse sospeso nel tempo, tra suono e silenzio.
7. “La piuma e la soglia” – incontro di leggerezza e limite, materia e simbolo.
Ti propongo alcune possibilità, diverse per tono e suggestione, così puoi scegliere quella che senti più tua:
1. “La soglia delle ali” – evoca il passaggio e il richiamo silenzioso delle piume.
2. “Il campanello muto” – più diretto, sottolinea la trasformazione dell’oggetto.
3. “Nido di silenzio” – poetico, intimo, quasi mistico.
4. “Là dove si entra senza bussare” – narrativo, accogliente.
5. “Custodia d’aria” – breve e simbolico, rimanda alla leggerezza delle piume.
Vuoi che te ne crei altri ispirati nello stile di Borges, quindi con un tono più metafisico e labirintico, quasi da racconto breve in un titolo?
La grande mostra di Kapoor a Palazzo Strozzi Il percorso espositivo di Anish Kapoor. Untrue Unreal, aperto fino al 4 febbraio 2024, condurrà i visitatori attraverso opere storiche e recenti produzioni, invitando a entrare in contatto diretto con un’arte discordante ed effimera. Le opere di Anish Kapoor, che ha da poco inaugurato a Napoli una avveniristica stazione della metro, uniscono infatti spazi vuoti e pieni, superfici assorbenti e riflettenti tramite materiali disparati (come pigmento, pietra, acciaio, cera e silicone) che vengono manipolati, scolpiti, levigati, saturati e trattati mettendo in discussione il confine tra plasticità e immaterialità.
Riflettendo sulla domanda posta in partenza, la personale Untrue Unreal di #AnishKapoor, allestita nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze e curata da Arturo Galansino, è una mostra che sembra riuscita a metà e può essere riassunta attraverso tre elementi chiave: stupore, plasticità e il nero più nero di tutti. Il percorso della mostra si articola in otto sale e propone opere storiche e di recente produzione che dialogano con l’architettura del palazzo e con il pubblico.
Nonostante Anish Kapoor abbia dichiarato in passato, e continui a farlo, di non avere “niente da dire” con la sua arte, è proprio questa dichiarazione che apre le porte ad una pura libertà di interpretazione. Ciò che egli pone dinanzi ai nostri occhi sono opere liquide, che si adattano al contenitore che le accoglie e alla visione di ogni singolo osservatore, il quale diventa l’innesco che attiva l’opera che, per come è pensata, esiste in un tempo e in uno spazio in cui esiste il pubblico. Di fronte all’incontro tra l’irreale e l’inverosimile, non tutte le opere riescono a mettere veramente in discussione i sensi del visitatore; tuttavia è proprio la scelta di soffermare l’attenzione nei confronti della materia delle opere, vera e propria unione di spirito e carne, e di utilizzare immagini archetipiche e preculturali, slegate da qualsiasi preconcetto, a rendere la mostra nel complesso coinvolgente ed interattiva, anche per gli spettatori più scettici e distanti dal mondo dell’arte.
Trentasette anni dopo, il #bus n.37 domani torna in Stazione: #Tper trasporterà lo storico autobus in Piazza Medaglie d’Oro in occasione della commemorazione della strage.
In quel terribile #2agosto1980, il bus matricola 4030 della linea 37 fu il simbolo di una città che reagì, spontaneamente e senza nemmeno attendere un attimo, a una tragedia immane: ancora oggi è rimasto nell’immaginario collettivo della città, insieme al boato e alla nuvola di fumo, come l’emblema della strage di #Bologna.
La memoria della strage resta sempre viva nell’azienda di trasporti pubblici bolognese, che versò essa stessa il proprio tributo di morte alla barbarie terroristica di quel giorno: il dirigente responsabile del Personale dell’allora Atc, il dottor Mario Sica, era in attesa al primo binario e rimase vittima dell’attentato. http://bit.ly/2agosto017 #2agosto Città metropolitana di Bologna
Presentazione del libro di Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil (Quodlibet, 2018). Intervengono con l’autore Guglielmo Forni Rosa, Maria Concetta Sala e Matteo Marchesini. Guida la conversazione Bruna Gambarelli.
Curatore di gran parte delle edizioni italiane degli scritti di Simone Weil a cominciare dall’edizione integrale dei “Quaderni”, Giancarlo Gaeta ha accompagnato il lavoro di traduzione con commenti puntuali che tendono a mostrare di volta in volta movimento e tensione interna di una riflessione filosofica, politica, religiosa che ha proceduto in discontinuità con tutto ciò che nel corso della modernità ha contribuito a una crisi epocale irreversibile. Riflessione che si è perciò spinta oltre i limiti dell’acquisito e del realistico, fin là dove avrebbero potuto aprirsi altri universi di senso, altre possibilità di coniugazioni culturali. Per questa via l’autore ha cercato di mettere se stesso nella posizione migliore per comprendere le molte facce di un pensiero eminentemente sperimentale che a noi si offre come pura interrogazione sul presente, costringendo a prendere atto che soltanto la coscienza delle contraddizioni del proprio tempo ne permette una lettura proficua.
Il libro è vincitore del premio Francesco De Sanctis.
“Noi siamo nell’irrealtà, nel sogno.
Rinunciare alla nostra illusione di essere situati al centro, rinunciarvi non solo con l’intelligenza, ma anche con la parte immaginativa dell’anima, significa aprirvi gli occhi alla realtà, all’eternità,vedere la vera luce, sentire il vero silenzio”
Quante volte non ci è successo, purtroppo per noi, di incappare in un ingrato? Proprio quello a cui avevamo dato il nostro cuore, tutto il nostro aiuto, quello a cui volevamo più bene. Ecco, proprio lui: un bel dì scopriamo che ci ha tradito, venduto, rinnegato, pugnalato alle spalle. Da psicoterapeuta la Parsi ci spiega la cosa rovesciando la prospettiva: dovevate aspettarvelo, un po’ è anche colpa vostra. Sì, perché colui che aiuta, colui che benefica attiva sentimenti umanissimi e difficili da controllare, come l’invidia. Di fronte al benefattore il beneficato si sente inadeguato, lo vede irraggiungibile, prova l’umiliazione estrema di doversi confrontare con lo scarto che si dà tra la propria pochezza e la grandiosità dell’altro. Il benefattore insomma infligge al beneficato anche la pesante umiliazione della propria superiorità – alla quale si aggiunge magari il sospetto che egli abbia agito unicamente per dar sfoggio di sé stesso, per sentirsi più bello, più grande, più amato. Anche se non è questa la reale intenzione del benefattore, il beneficato spesso non riesce a pensare altrimenti: e così scattano quei meccanismi di revanche che lo trasformano in un ingrato. Fondamentalmente, infatti, chi riceve un aiuto si trova coinvolto in un complesso di inferiorità che non gli permette di farsi carico del peso della gratitudine. Eccola, la parola che mette a posto tutto: la gratitudine.
Cos’è la “sindrome rancorosa del Beneficato”? Una forma di ingratitudine? Ben di più. L’eccellenza dell’ ingratitudine. Comune, per altro, ai più. Senza che i molti ingrati “beneficati” abbiano la capacità, la forza, la decisionalità interiore, il coraggio e, perfino, l’onestà intellettuale ed etica di prenderne atto. La “Sindrome Rancorosa del Beneficato” è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come un’autentica malattia, come una febbre delirante, chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo “Benefattore”. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il Benefattore stesso in una persona da allontanare, da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare. […] Sono i comportamenti che il Beneficato adotterà, nel tempo, nei confronti del suo Benefattore a “svelare” se gli sia veramente grato o se, invece, stia maturando dentro di sé quella da me denominata: “Sindrome Rancorosa del Beneficato”. Infatti, “accettare di essere stati beneficati” costituisce una tappa di fondamentale importanza per accedere al sentimento della “sincera gratitudine”, della “riconoscenza”, inteso come riconoscimento dell’altro e possibilità, poi, di riconoscere se stessi ovvero “riconoscersi” come persone grate, con le proprie caratteristiche, qualità, limiti. In pratica, è quella una prima fase in cui se il Beneficato prende atto del beneficio ricevuto e delle modalità e caratteristiche del beneficio stesso, egli riuscirà a distinguere e a valutare sia di quali possibilità, capacità, qualità, mezzi, competenze, energie, strumenti egli disponga effettivamente, anche se in quella occasione, o in più occasioni, non ha potuto far fronte al suo problema e/o alle sue difficoltà e/o alle sue esigenze, sia di che natura sia stato effettivamente il contributo delle possibilità, capacità, energie, mezzi, competenze, qualità che il Benefattore ha messo in campo per produrre il beneficio di cui egli ha potuto godere. Deve -anzi, dovrebbe- riconoscere che il Benefattore, nel beneficarlo, è stato effettivamente “capace” e il suo contributo, perlomeno in quel momento, è stato, per lui, positivo, importante, valido se non decisivo. E non finalizzato a porre limiti al valore della sua persona o alle qualità né ad aprire, come avviene in molti casi, una ferita narcisistica e/o innescare una indesiderata “dipendenza”, esasperata dai problemi che in precedenza hanno afflitto o ancora affliggono la vita e la mente del Beneficato. […] il Benefattore che, andando in soccorso, ha trovato la maniera consistente e risolutiva, di superare gli ostacoli dimostrando, nel “bene”, nella persona beneficata, una “superiorità” che, talvolta, può scatenare “slatentizzandolo” un nascosto, non riconosciuto (né facilmente riconoscibile) “complesso di inferiorità”. […] E proprio quella “gratitudine” dovrà, poi, fare i conti con l’ambivalenza di vissuti interiori che, sempre, si contrappongono nella mente e nel cuore degli esseri umani, quando essi debbono misurarsi col peso di un sentimento tanto nobile, importante, generoso, coraggioso come quello, appunto, della “gratitudine”
Maria Rita Parsi “Ingrati. La sindrome rancorosa del Beneficiato” Arnoldo Mondadori Editore, 2011, pp. 45-48.
“l’uomo esiste in quanto si relaziona con gli altri” Emmanuel Lévinas “L’Altro uomo non mi è indifferente, l’Altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola “riguardare”. In francese si dice che “mi… Altro
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Guarda “Carmelo Bene chiama Benigni – Lectura Dantis” su YouTube Archivio fotografico Paolo Ferrari Autobus 37 Trentasette anni dopo, il #bus n.37 domani torna in Stazione: #Tper trasporterà lo storico autobus in Piazza Medaglie d’Oro… Altro
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Il podcast Morgana Nato nel 2018 sulla piattaforma Storielibere.fm, Morgana parla di libertà femminile e discriminazione di genere attraverso biografie femminili. Le due ideatrici scelgono il canale narrativo del podcast poiché mirano a prestare la propria voce a donne considerate scomode in un’atmosfera intima. Il podcast è, infatti, pensato per essere la casa di donne controcorrente che, come la Morgana del ciclo arturiano da cui il podcast prende il nome, sono un po’ fate ma soprattutto streghe: hanno scelto sé stesse, di vivere secondo le proprie regole e di non sottomettersi ai limiti e ai ruoli imposti loro. Lo scopo del podcast è duplice: fornire una chiave che apra la “gabbia” in cui si trovano molte donne e denunciare la discriminazione di genere, abbattendone gli stereotipi. Scardina, puntata dopo puntata, la “sindrome di Ginger Rogers” (quella per cui tutti si aspettano che le donne sappiano fare le stesse cose di un uomo ma all’indietro e sui tacchi).
Murgia scrive nel 2018 il pamphlet politico Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi), poi tradotto in cinque lingue e divenuto spettacolo teatrale. Nello stesso anno porta in scena anche Dove sono le donne, sull’assenza di rappresentanza del genere femminile nella politica, nella magistratura, nella cultura. Sempre del 2018 è L’inferno è una buona memoria, che riporta suggestioni da “Le nebbie di Avalon”, di Marion Zimmer Bradley. E’ forse da qui che si inizia a intravedere la passione e l’interesse dell’autrice per la maga sorellastra di Artù e per tutte le altre donne controcorrente, che diventano protagoniste del suo podcast, come già accennato scritto e co-condotto con Chiara Tagliaferri. E infatti, nel 2019 le due pubblicano per Mondadori Morgana, storie di ragazze che tua madre non approverebbe e nel 2021 Morgana. L’uomo ricco sono io.
La becera reazione di Morelli, semplicemente incalzato a dare risposte al suo portare avanti istanze di una psicologia spicciola, che cerca di zittire con gli strumenti tipici di tutti gli omuncoli (o donnette)…
Articolo Jennifer Guerra
Questa cosa accadeva sistematicamente a Murgia: lei parlava di un’ingiustizia o denunciava un problema e il fulcro del dibattito pubblico non erano l’ingiustizia o il problema, era lei. Successe con l’assurda polemica sulla parola “patria”, con le critiche al generale Figliuolo, col saluto romano alla parata del 2 giugno.
Questo accade solo a un’intellettuale, la cui grandezza si misura anche dal fastidio che dà.
Il suo ultimo libro, Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, è molto bello e racconta la scoperta della malattia con un’intelligenza che si discosta totalmente dal pettegolezzo e dal narcisismo. Il suo denudamento non è mai cinico, ma sempre elevato, capace di sollevare questioni etiche e morali. Era una donna molto coraggiosa, che ha saputo perfino proporre un nuovo tipo di famiglia non basato sul sangue ma sulle affinità e sulla scelta.
ALMA MATER STUDIORUM E ARCHIVIO DI STATO “La scuola di Bologna si compose per movimento proprio, sorse e grandeggiò privata”. Con queste parole Carducci celebrò la nascita dell’Alma Mater Studiorum, durante i festeggiamenti del suo… Altro
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Noi siamo un colloquio La relazione con gli altri Eugenio Borgna, il fiume della vita Fenomenologia Noi siamo un colloquio, diceva Hölderlin. Per Eugenio Borgna, rivolgere lo sguardo alle illusioni, ai sogni, alle attese e… Altro
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Non Luoghi espressione coniata nel lontano 1992, a quel tempo ebbi il privilegio di partecipare proprio ad una conferenza in merito, nell’ambito della Facoltà di Architettura, esame Antropologia Culturale. Firenze
Letto nei decenni vari testi e visionate video conferenze relative a Sociologia, Antropologia e Geografia Urbana…
Festival di Filosofia
Se c’è una cosa che ha caratterizzato Marc Augé, antropologo e filosofo scomparso ieri all’età di 87 anni, è la laicità. Il suo Genio del paganesimo (1982) è la risposta, a 180 anni di distanza, al Génie du Christianisme (1802) di Chateaubriand, per culminare nella dissacrazione ironica e irriverente de Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), divertissement di genere fantapolitico, dove un insolito Papa Francesco si affaccia su Piazza San Pietro per annunciare che “Dio non esiste”.
«L’uomo è un animale simbiotico – scrive – e ha bisogno di relazioni inscritte nello spazio e nel tempo, ha bisogno di “luoghi” in cui la sua identità individuale si costruisca col contatto e grazie al riconoscimento degli altri». I non-luoghi sono allora quegli spazi realizzati artificialmente per esigenze di scambio, dove l’individuo è un’unità priva di identità personale.
Sono gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i grandi centri commerciali, in cui confluiscono e transitano ogni giorno milioni di persone, senza che questo enorme afflusso riesca a costruire relazioni significative. Qui l’individuo è solo, utilizza codici impersonali e segue regole di comportamento generali. I non-luoghi sono il prodotto della modernità avanzata o, meglio, nella definizione di Augé, della “surmodernità”: l’evoluzione della società per effetto della globalizzazione e del superamento della postmodernità.
I non-luoghi sono il prodotto del consumismo, non solo dei beni materiali o deperibili, ma soprattutto della comunicazione: «La comunicazione è il bene di consumo per eccellenza e, paradossalmente, non smette di individualizzarsi». Il bisogno di relazioni, in cui costruire “luoghi” per confermare la propria identità e uscire da una solitudine devastante, spinge a ricercare brandelli di comunità negli stessi non-luoghi – come quei gruppi di giovani che si ritrovano nei supermercati o attorno alle stazioni – ma soprattutto nella rete, nei social, affascinanti non-luoghi di dipendenza ossessiva e compulsiva, dove si consuma il desiderio insoddisfatto di essere riconosciuti (e amati) dall’Altro.
Bibliografia Raffaello Cortina Editore, con cui ha pubblicato le opere Il tempo senza età (2014), Un etnologo al bistrot (2015), Le tre parole che cambiarono il mondo (2016), Momenti di felicità (2017), Chi è dunque l’altro? (2019) e Risuscitato! (2020). Da citare anche Il mestiere dell’antropologo (Bollati Boringhieri, 2007), Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri, 2008), Un etnologo nel metrò (Elèuthera, 2019), L’antropologia del mondo contemporaneo (Elèuthera, 2019).
Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza
“€189.300. Prezzi a partire da. La televisione mostrava solo la rata mensile.”
*La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com*
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Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma e l’altro, scorrono spot di automobili. Non automobili qualsiasi: SUV lucidissimi, berlina tedesche, crossover con interni in pelle che sembrano salotti. Centottantanove euro al mese. Duecentoventinove euro al mese. Cifre che sembrano piccole, modeste, quasi alla portata di chiunque abbia uno stipendio nella media — milleseicentocinquanta, milleottocento, al massimo duemila euro. E invece no. Quella cifra piccola è solo la soglia d’ingresso a un sistema che non ti lascerà più uscire.
Il noleggio a lungo termine — NLT nel gergo del settore — è uno dei meccanismi più eleganti e silenziosi di cattura economica prodotti dal capitalismo contemporaneo. Non compri un’automobile: sottoscrivi una rendita mensile che ti dà l’accesso temporaneo a un oggetto che non possiederai mai. La maxi rata finale, quella che teoricamente ti permetterebbe di riscattare il veicolo, nella stragrande maggioranza dei casi non viene pagata. Non perché non si voglia, ma perché l’intero sistema è congegnato perché non convenga. Meglio rinnovare, si dice. Meglio passare al modello successivo. E così il ciclo ricomincia, più moderno, più costoso, più vincolante.
—
Una trappola costruita sull’identità, non sul bisogno
Sarebbe riduttivo, però, liquidare il fenomeno come mera irrazionalità economica o analfabetismo finanziario. La questione è più profonda, e riguarda il modo in cui le società contemporanee costruiscono — o meglio, demoliscono — l’identità individuale.
Per secoli, l’identità si è formata attraverso appartenenze stabili: al territorio, alla famiglia, a una professione, a una tradizione spirituale o culturale. Queste appartenenze erano contenitori di senso. Sapevi chi eri perché sapevi *da dove venivi* e *a cosa appartenevi*. La modernità liquida — per usare la fortunata metafora di Zygmunt Bauman — ha progressivamente eroso questi contenitori. La mobilità geografica, la precarietà lavorativa, la frammentazione delle reti familiari e comunitarie hanno lasciato un vuoto enorme. E il mercato ha occupato quel vuoto con grande efficienza.
L’automobile, in questo contesto, non è più un mezzo di trasporto. È un autoritratto. È la risposta — rapida, visibile, socialmente leggibile — alla domanda *chi sono io?* Un SUV da quarantamila euro dice: sono una persona di successo, sono competente, ho gusto, ho potere d’acquisto. Dice tutto questo nel tempo che ci vuole a parcheggiare sotto casa. È un’identità a noleggio, esattamente come la macchina che la veicola.
—
Hannah Arendt e il confine tra essere e apparire
Hannah Arendt, nella sua *Vita activa* (1958), distingue tre forme fondamentali dell’attività umana: il *labor* (il ciclo biologico della sopravvivenza), il *work* (la produzione di oggetti duraturi che abitano il mondo) e l’*action* (l’agire nella sfera pubblica attraverso parole e atti che lasciano un’impronta). Questa tripartizione, elaborata a metà del Novecento, si rivela sorprendentemente attuale.
Il noleggio a lungo termine è, strutturalmente, *labor* travestito da *action*. È un ciclo — mensile, automatico, inarrestabile — che consuma reddito senza produrre nulla di duraturo. Non si possiede, non si lascia niente. Eppure viene percepito e vissuto come affermazione di sé, come gesto identitario, come partecipazione a una certa forma di mondo. La confusione tra le due categorie non è accidentale: è il risultato di decenni di pubblicità che hanno sistematicamente colonizzato il territorio dell’*action* — l’essere qualcuno nel mondo — con oggetti del *labor*.
Guy Debord, nel suo *La société du spectacle* (1967), aveva già intuito questa dinamica con estrema chiarezza: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» L’automobile non è più vissuta: è rappresentata. Il suo valore non è d’uso, ma di scena.
C’è un’immagine che mi torna in mente con fastidio ricorrente: quell’uomo di cinquant’anni che scende da un’auto di rappresentanza vestito con sneakers di lusso e felpa oversize, con l’aria di chi vuole comunicare giovinezza, energia, successo. Non è una critica alla persona — è una diagnosi di sistema. Io penso che *quella persona* non ha trovato, nel proprio percorso di vita, una narrazione identitaria abbastanza forte da non aver bisogno di essere sostenuta da oggetti costosi e rimandi ad un tempo biologico altro. O, più probabilmente, quella narrazione esisteva ma è stata sistematicamente svalorizzata dalla cultura dominante.
Perché è questo il meccanismo più insidioso: non si vende solo un’automobile, si svaluta preventivamente tutto ciò che non è misurabile in termini di consumo. La casa di proprietà, i libri, un orto, un archivio di mappe antiche, un blog scritto con cura — queste cose non fanno spettacolo. Non si vedono dal finestrino. Non si capiscono in tre secondi. E quindi, nell’economia dell’attenzione e dell’impressione istantanea, non contano. Ovviamente il discorso è più complesso.
Io ho sempre guidato e scelto utilitarie. Per me un’automobile non dovrebbe costare più di diecimila euro, perché non è lì che risiede la mia sostanza, da sempre. La mia sostanza è nella casa, nei libri, nel territorio che conosco e abito, nelle cose che scrivo e che costruisco nel tempo. Non è un atteggiamento virtuoso — è semplicemente una coerenza tra ciò che sono e ciò che mostro. La forma che segue l’essere, non l’essere che segue la forma.
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Libertà o perpetua servitù?
C’è un paradosso profondo nel sistema del noleggio a lungo termine che non viene quasi mai nominato: si vende come *libertà* — libertà di cambiare, di aggiornare, di non vincolarsi — e invece è la forma più rigorosa di vincolo economico. Non possiedi nulla, ma paghi per sempre. Non hai debiti visibili, ma hai obbligazioni permanenti. Non sei proprietario, ma sei consumatore a vita.
Veblen, nel suo *The Theory of the Leisure Class* (1899), aveva coniato il concetto di *consumo vistoso* per descrivere l’uso dei beni come segnale di status sociale. Quello che non aveva potuto prevedere è che il consumo vistoso sarebbe diventato accessibile anche a chi non può permetterselo, attraverso forme di credito sempre più creative. Il risultato è una democrazia dello status apparente e una oligarchia della sostanza reale: tutti possono *sembrare* ricchi, pochi possono *essere* liberi.
La vera libertà economica — quella che consente di scegliere come vivere, di fermarsi, di cambiare direzione senza essere schiacciati da obbligazioni mensili — richiede, paradossalmente, di rinunciare all’apparenza. Richiede di possedere cose meno costose, di abitare spazi più autentici, di costruire un’identità che non dipenda da ciò che si guida o che si indossa.
Ereditare Eco, abitare Bologna Il sorriso dei biasanot
«La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce» — Borges amava Angelus Silesius, e amava le rose. Eco lo sapeva bene. E quando scelse quel titolo — Il Nome della Rosa — sapeva anche lui che il nome non è la cosa, che il segno sopravvive all’oggetto, che le parole restano quando i petali sono caduti da un pezzo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Della rosa antica rimane il nome: nudi nomi teniamo. È lì, in quel verso medievale che chiude il romanzo, tutta la semiotica di una vita.
L’avevo già incontrato nelle aule, alle sue Lectio. Eco era uno di quegli intellettuali capaci di stare dentro il pensiero più denso e al tempo stesso dentro la vita — quella vera, quella che sa di vino e di selciato bagnato.
Ecco perché la notizia che ho letto in questi giorni mi ha fatto piacere in modo fisico, non solo cerebrale.
Dal 27 al 29 maggio, l’Università di Bologna ospita “Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo” — il primo convegno scientifico internazionale dedicato alla sua opera e alla sua eredità culturale. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa. E il convegno arriva esattamente adesso perché fu lui stesso a chiederlo: aspettate dieci anni prima di fare convegni sulla mia opera. Lasciate che il tempo faccia il suo lavoro di setaccio, che separi ciò che merita di essere dimenticato da ciò che è destinato a durare e a generare nuovo pensiero. Persino nell’organizzare la propria memoria postuma, Eco era un semiologo.
Oltre 300 studiosi da tutto il mondo si riuniranno in sette Dipartimenti dell’Ateneo per attraversare i molteplici universi di Eco: la narrativa, la semiotica, la filosofia, i media, il Medioevo, la traduzione. Tra gli ospiti Susan Bassnett, Laurent Binet, Maurizio Ferraris, Alexander Stille. Non una commemorazione, dunque, ma un convegno-opera aperta. Che è già, in sé, un omaggio perfettamente ecoiano.
La cosa più bella è che Bologna non resta fuori dalla porta. Dal 26 al 29 maggio la città è coinvolta con eventi aperti a tutti: la proiezione del documentario di Davide Ferrario sulla sua biblioteca privata — più di trentamila volumi, millecinquecento libri rari e antichi — al Cinema Modernissimo; un evento musicale al Teatro DAMSLab; una tavola rotonda su Eco e l’editoria alla Sala Borsa; un incontro con i suoi traduttori alla Fondazione Zeri, su quel confine sottile tra tradurre e tradire.
«Non sperate di liberarvi dei libri» — lo disse Eco, e lo disse sapendo. E aveva ragione.
E aveva ragione. Ma io aggiungerei: non sperate di liberarvi di Bologna, se l’avete vissuta davvero.
C’è una sera di inizio anni Duemila che ogni tanto torna. Via Cartoleria, un bistrot, un bicchiere di vino nero. Ero sola, come si sta bene da soli a Bologna quando la città ti avvolge e non ti chiede niente. A un certo punto alzo gli occhi e lui era lì — cappello, il suo bicchiere di rosso, una ragazza accanto, probabilmente un’allieva. Umberto Eco. Ci siamo guardati. Ci siamo sorrisi. Uno di quei sorrisi che non hanno bisogno di parole perché dicono tutto: sì, anche tu stai abitando bene questa sera. La cara Bologna dei biasanot, di quelli che la notte la mordono lentamente.
Della rosa antica rimane il nome. Del maestro, rimane tutto il resto.
“Ereditare Eco” — Università di Bologna, 27-29 maggio 2026. Programma completo su eventi.unibo.it
Mercoledì 27 maggio, dalle 19 alle 20:30, al Teatro DAMSLab (Piazzetta P. P. Pasolini 5b, Bologna), è in programma l’evento musicale “Ecolalie. Umberto Eco, il suono, la musica”, a cura di Emiliano Battistini, Andrea Valle, Francesco Giomi con l’intervento di Maurizio Bettini. L’evento è organizzato in collaborazione con il Conservatorio di Musica di Bologna e con il sostegno del progetto PNRR IRACF – INTERNATIONAL ROUTES: ARTS CREATING FUTURE.
Giovedì 28 maggio, dalle 18 alle 19:30, presso la Sala Borsa – Auditorium Enzo Biagi (Piazza Del Nettuno 3, Bologna), ci sarà la tavola rotonda organizzata con il patrocinio del Comune di Bologna “Il libro… la passione predominante. Umberto Eco, i libri, l’editoria”, partendo dall’affermazione dello studioso “Non sperate di liberarvi dei libri ”. Parteciperanno: Mario Andreose, Nave di Teseo – Milano, Giulio Blasi (Horizon/MLOL, Bologna), James M. Bradburne (CIRCI, Reggio Emilia), Beppe Cottafavi (Editor, Modena), Elisabetta Sgarbi (Nave di Teseo – Milano).
Per l’ultimo appuntamento in calendario, venerdì 29 maggio, dalle 18:30 alle 19:30, presso la Fondazione Zeri (P.zza Giorgio Morandi 2, Bologna), appuntamento con i traduttori di Eco e non solo: “Tradurre e non tradire? Il piacere della parola tra una lingua e l’altra”. Relatori: Elena Kostioukovitch (Milano), Helena Lozano Miralles (Dipartimento di Studi Umanistici – Università di Trieste), Siri Neergard (Department of Languages and Literature Studies – University of South-Eastern Norway), Tadahiko Wada (Tokyo University of Foreign Studies).
Umberto Eco con gli studenti nell’aula V della Facoltà di Lettere e Filosofia, 15 dicembre 1988 – Foto Archivio storico Unibo
Raffaello Sanzio, Stanza della Segnatura, Scuola di Atene, 1509-1511, Musei Vaticani
*”Ma perché questi creator che parlano dell’intelligenza artificiale snobbano l’uso diciamo basico delle varie intelligenze — tra cui anche Claude — e parlano solo degli agenti AI? Capisco che a certi livelli di professione, se sei inquadrato in un’azienda, tu abbia necessità di creare un agente AI. Ma se l’uso dell’intelligenza artificiale deve raggiungere la massa, la maggioranza della popolazione, questo è anche dovuto al fatto che sia estremamente fattibile e semplice l’utilizzo attraverso la versione base. E quindi non vedo perché una persona si debba sentire — arrancando — costretta a studiare chissà quali sviluppi e debba sentirsi inadeguata. Perché tutto verte su un discorso di performance, di prestazione. Quando invece ci può essere anche un uso più semplice, ma come esigenza di conoscenza: prompt inseriti come se fossero un dialogo comprensibile ai più.”*
Questa è la domanda da cui parto. Orale, ragionante, onesta. E già nel suo farsi contiene la risposta.
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L’inadeguatezza come prodotto
C’è un’industria dell’attenzione che si è costruita attorno all’intelligenza artificiale, e come ogni industria dell’attenzione premia la complessità performativa sopra tutto il resto. Gli agenti AI, i workflow automatizzati, i “10x developer”, le pipeline di automazione aziendale: tutto questo genera contenuti che *sembrano* avanzati, esclusivi, monetizzabili. È un posizionamento, non una pedagogia.
Il meccanismo è preciso: chi non sa cos’è un agente AI si sente già indietro, come se stesse perdendo un treno. Ma il treno che descrivono loro è un treno aziendale — o più spesso, il treno di chi vende corsi su come prendere quel treno.
Neil Postman aveva già visto questa dinamica con lucidità. In *Technopoly* (1992) descriveva una cultura in cui la tecnologia non è più uno strumento *dentro* la cultura, ma è diventata la cultura stessa: le decisioni morali, politiche, persino estetiche vengono cedute a esperti, statistiche e macchine. I creator AI di oggi sono, in questo senso, i nuovi sacerdoti di quella tecnocrazia — non perché mentano, ma perché il sistema in cui operano non prevede spazio per un uso della conoscenza che non sia misurabile in termini di produttività.
Ivan Illich nel 1973 pubblicò *Tools for Conviviality*, un libro che oggi risuona con una precisione quasi imbarazzante. Illich distingueva tra strumenti che amplificano l’autonomia umana e strumenti che la sottraggono, trasformandosi in monopolio di élite professionali. Chiamava “conviviali” gli strumenti che chiunque può usare liberamente, per obiettivi scelti da sé, senza dover esibire certificazioni preventive — una patente, una laurea, un attestato — per poterli maneggiare.
L’esempio che portava era il telefono: chiunque può dire ciò che vuole a chi vuole, senza passare per un gatekeeper. La televisione no — quella è uno strumento non conviviale, perché chi trasmette e chi riceve non sono intercambiabili.
La domanda da porre all’intelligenza artificiale — e ai suoi evangelizzatori — è esattamente questa: *lo strumento che ci state descrivendo è conviviale o no? Chi può usarlo, e a quali condizioni?*
Perché l’uso dialogico di un LLM — una domanda posta con cura, una risposta letta criticamente, una nuova domanda che affina — è straordinariamente conviviale. Non richiede nulla di più che la capacità di formulare un pensiero. L’agente AI aziendale, invece, richiede infrastrutture, competenze tecniche, accesso a API, e spesso un budget. È uno strumento per chi è già dentro un sistema produttivo. Non è democratizzazione: è una nuova gerarchia con una vernice di accessibilità.
C’è un’analogia antica e molto più precisa di quanto sembri.
Socrate non insegnava — accompagnava. La maieutica, l’arte della levatrice applicata alle idee, partiva dall’assunto che la conoscenza risieda già nell’individuo, e che il ruolo dell’interlocutore sia di aiutarla a emergere attraverso domande. Non riempire la testa altrui, ma tenere per mano nel percorso. *”La verità è una conquista personale”* — e non si conquista se qualcuno ti porta già il risultato preconfezionato.
Il prompt ben formulato funziona esattamente così. Non è un comando a una macchina. È una domanda viva — e richiede già, nel momento in cui viene formulata, una certa chiarezza interiore. Chi si avvicina all’AI con curiosità conoscitiva, non con l’urgenza di automatizzare un processo, sta facendo qualcosa di più somigliante al dialogo socratico che a qualsiasi workflow aziendale.
E non è un caso che Socrate non abbia mai scritto nulla. La conoscenza che conta si muove nel dialogo, non nelle istruzioni.
📹 [Socrate: il dialogo, la maieutica e la virtù come conoscenza] —
La maggior parte delle persone non ha bisogno di automatizzare processi aziendali. Ha bisogno di capire una cosa difficile, ragionare su una decisione, scrivere qualcosa di importante, esplorare un’idea che ancora non ha forma, trovare la parola giusta per un dolore che non riesce a nominare.
Per tutto questo, l’uso dialogico dell’AI è già straordinariamente potente — e non è affatto “basico” nel senso di limitato o insufficiente. È basico nel senso di *fondamentale*. È la base. È il livello in cui la tecnologia smette di essere uno spettacolo e diventa uno strumento al servizio del pensiero.
Chi studia chissà quali sviluppi per non sentirsi inadeguato sta inseguendo un’inadeguatezza che qualcuno ha costruito apposta per lui. L’inadeguatezza, in questo ecosistema, è il prodotto principale — più degli agenti stessi.
Usare l’AI per conoscere, per dialogare, per ragionare: non è meno nobile dell’automazione aziendale. Per certi versi è più umano.
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*Simona Rinaldi — La Dimora del Tempo Circolare*
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#intelligenza artificiale #filosofia della tecnologia, maieutica, Ivan Illich, Neil Postman, uso dialogico, AI literacy, conoscenza, Socrate, tecnopolia
Biologo e docente di mindfulness, Ferrari propone otto esercizi pratici da svolgere nella natura, in cui l’incontro con gli animali diventa occasione di attenzione, ascolto e consapevolezza, in un viaggio nell’interiorità.
L’autore dialogherà con Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, in un confronto che attraversa alcuni dei temi più rilevanti del dibattito contemporaneo: il significato della coscienza, il rapporto tra umano e non umano e la possibilità di una relazione più consapevole con la natura.
Modera l’incontro Rita Casadei, professoressa di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bologna.
All’interno del ciclo di incontri di studio promossi per gli studenti della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica, l’Archivio di Stato di Bologna presenta il ciclo di #seminari “L’araldica: scienza storica, documentaria e simbolica”. L’iniziativa intende offrire ai partecipanti una #formazione scientifica sull’#araldica come strumento interpretativo fondamentale per la lettura delle fonti archivistiche, iconografiche e monumentali.Attraverso quattro seminari tematici si analizzeranno le principali dimensioni della disciplina: dalla nascita medievale del sistema araldico, alla sua evoluzione normativa negli stati italiani, fino alle forme contemporanee dell’araldica istituzionale e alla sua relazione con l’emblematica moderna. Particolare attenzione sarà dedicata alla città di #Bologna e al patrimonio araldico conservato nell’Archiginnasio di Bologna, uno dei più straordinari complessi araldici esistenti al mondo.
Gli incontri saranno aperti a tutti e si terranno presso l’aula didattica, in vicolo Spirito Santo 2, nelle seguenti date: giovedì 30 aprile, giovedì 14 maggio, giovedì 21 maggio e giovedì 28 maggio, dalle ore 16.00 alle 18.00.Non è necessaria prenotazione.
Da dove cominciare con questi splendidi #saggi? #filosofia #religione #psicologia #linguaggio #antropologia #sociologia #booklovers #lettureconsigliate #libridaleggere #estate2023 #cicale Grazie @silviafixil
Il debito come autoritratto. Automobili, noleggio a lungo termine e la crisi dell’identità per apparenza *La Dimora del Tempo Circolare — simonarinaldi.com* — Accendo la televisione e, quasi senza soluzione di continuità tra un programma… Altro
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Un incontro tra scienze e meditazione, teologia e filosofia, coscienze umane e non umane. Un percorso che esplora i silenzi della contemplazione e ci allontana dalle nostre certezze, liberandoci dal vincolo delle abitudini mentali. Mercoledì 8… Altro
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